è compatibile

Stasera ripulisco occhi e testa dalla ricerca del positivo e neppure voglio trovare la poesia.

E’ bello questo posto, indipendentemente da ciò che penso.  Due poveracci hanno appena fatto passare la bottiglietta di succo di frutta da un cestino di bici ad un altro, è piena di dosi. Intorno ho studenti, aperitivi, loro chiaccherano, io scrivo, mi interrompo, parlo, fotografo. Ma non i pusher. Non è solo una questione di rischio, a Tirana, a Kerem, ho rischiato di più, è che inquadrerei situazioni, invece mi interessano i volti, gli occhi e le pieghe del viso. Cosa sta dietro a quel continuo muoversi e guardarsi attorno. E qui non potrei farlo.

Si vedono le tecniche di passaggio delle dosi, l’acquisto. Tutto in scivolata, tutto sulla fiducia, oppure sulla capacità di contare e di valutare in un’occhiata. Tanto se mi freghi, ti trovo.

Guardo, sposto gli occhi. E’ come vivessimo due realtà contigue e incomunicabili. Sulle scalinate dell’antico porto fluviale, i ragazzi si sbaciucchiano, io bevo e scrivo, il mondo si muove assieme al tempo. Dall’acqua bassa emergono le bici rubate e gettate. Chissà perché: per spregio? per indifferenza? Bastava appoggiarle alla spalletta del ponte. Eppure…

Ho storie di questo posto che non interesserebbero quelli che mi stanno attorno. Neppure a quelli con cui parlo. Cose vecchie, ubbie, fantasie: la realtà è altro, è successo, non interessa più.

I fischi si susseguono nell’aria. Avvisi. Polizia ed esercito fanno la ronda e i pusher parlano la lingua degli uccelli, sembra d’essere in una foresta dove gli occhi non si vedono, ma le presenze si sentono. Uccelli che non volano, senza piume e senza cielo.

Non c’è poesia. Sono poveracci, che fanno un male enorme, senza sentirne colpa. Come diceva l’evoluzionista? Dio ama i coleotteri: forse sette-ottocentomila specie, di uomini solo una. Una variabile impazzita e sfuggita al controllo attraverso biforcazioni che dovevano portare a vicoli chiusi ed invece sono emerse vie d’uscita. Un culo pazzesco e imprevedibile. Ecco chi siamo. I pusher si riuniscono e sciamano con una mobilità nervosa da amebe, chissà cosa pensano oltre l’odore della paura. La specie non è così recessiva da includerli, non è così forte da espellerli. Compatibili!

Non c’è poesia. Nessuna. Non oggi che è l’anniversario della morte di Falcone. Forse mai.

Ragazzi fanno jogging lungo il fiume. Magari ogni tanto sniffano anche loro. E’ compatibile. Un tempo si pensava che lo sport salvasse, poi il dooping amatoriale ha spazzato via le illusioni. Certo c’è un mondo pulito. Noi siamo puliti. Guardiamo, stiamo attenti, capiamo, è un mondo compatibile. Solo che non c’è poesia, neppure un poca. Non qui.

I ragazzi parlano attorno, si sta bene seduti a bere, c’è aria che trascina l’afa, il fiume, i pensieri.

La droga fa, da tempo, vittime silenti. Sembra che, a differenza dei miei anni giovanili in cui prevaleva il cupio dissolvi, il bruciare speranze e vita nell’abisso, adesso ci sia scissione e coesistenza. E’ compatibile. Qualche volta, non sempre, basta non prendere il vizio, solo la scimmia. Non al posto d’altro, come fosse parte della normalità. Penso al mondo che ci sta dietro, alla sequenza di disperazioni che porta su, su, fino ai tappeti persiani, gli attici, le mazzette di contanti che confluiranno in edilizia, azioni, attività lecite. Al capo finale della corda che si srotola verso il basso, due morali disperate, due bisogni che si incontrano per sopravvivere, ma ciò che genera tutta questa normalità disperante dovrebbe essere tagliato. La testa dell’idra dovrebbe essere recisa senza pietà. Né scusa.

Non c’è poesia, né positività stasera. Non è necessario che ci sia sempre.

Attorno, cani, genitori giovani, bambini, colombi, studenti, professori. La storia dentro, e davanti, una porta della città. Il leone è una riproduzione, l’originale è a Piazza Venezia a Roma, simbolo delle Generali. Prima, orgoglio e baluardo della Serenissima contro la lega di Cambray, contro l’imperatore. Adesso una copia: il passato è stato venduto. L’iscrizione sulla porta è omnium sanctorum, ma non basteranno tutti i santi a togliere questo posto dall’orlo dell’inferno. L’orlo, solo l’orlo. Chi sta indietro guarda con curiosità l’abisso, bene attento a non fissarlo, ricorda Nietsche, ed allora parla, beve, pensa ad altro. Non è un suo problema. Tollera la diversità finché non diviene minacciosa o da fastidio. Non chiedetemi un giudizio morale. Non è il mio mondo, eppure è lo stesso mondo. La testa è una casa, a volte sicura. Basta chiudere una porta e quello che sta fuori, mi riguarda, ma non così tanto. Basta lasciare che due tempi e due realtà scorrano, l’una dentro e l’altra fuori. Come in Sicilia, ai tempi di Falcone e dopo. Come adesso in Africa, come sempre nel quartiere a fianco. Per favore non chiedetemi di trovare poesia in tutto questo. Possiamo salvarci, dobbiamo salvarci, vedere il bello e l’indifferenza che ci sta attorno. Assieme. Il resto cascherà dal percepito come polvere dalle scarpe. Lo sapete cosa significava scuotere la polvere dai calzari? Considerare morto ciò che s’era attaccato, persone comprese. Si cammina e si chiude la vista, per vivere, per sopravvivere. E allora guardiamo i cani, le ragazze che fanno jogging, i bambini, gli studenti che parlano d’esami e ridono. Ridono perché la vita è bella. A volte è bella. Spesso è bella.

Il pensiero torna a Falcone, a quello che ci stava – e che ci sta dietro- e lì, il pensiero si ferma.

Mi fermo su quei 1000 chili di tritolo e non mi muovo.

quanta strada ancora da fare per un percorso breve

Mi è tornato alla mente un altro eroe, Peppino Impastato, nel giorno della morte di Giovanni Falcone. Chissà quante vite sono cambiate perché Falcone e Borsellino hanno avuto coraggio, quanti hanno trovato dignità, quanti si sono ricordati che non basta aver vita per vivere.

E poi le parole della vedova dell’agente Schifani della scorta, che da sempre mi commuovono, rinnovano sentimenti, rabbia, ricordo, presente.

Queste persone hanno ricordato, ricordano a noi, nelle nostre case sicure, nel nostro mondo che crediamo immune, nel nostro quotidiano così apparentemente distante, che bisogna avere coraggio, non voltarsi dall’altra parte, resistere.

Bisogna.

lettera al segretario del mio partito

Caro segretario Pier Luigi Bersani,

ciò che sta accadendo nel nostro Paese e’ una grande opportunità. La percezione comune della situazione reale e del futuro personale delle persone, si sta riavvicinando alla politica e sarebbe riduttivo pensare che tutto questo riguardi solo il declino e la successione a Berlusconi. In realtà l’indicazione, che proviene dal Paese, riguarda molto l’opposizione ed il PD in particolare. C’è una richiesta di rimettere le cose a posto, che coinvolge anche la destra, una spinta per uscire dall’ ubriacatura di promesse di questi anni e ridare credibilità alla politica, come gestione e speranza del Paese. Il PD  deve cogliere la novità che emerge e che si esprime attraverso i consensi a molti candidati progressisti, in primis Pisapia e De Magistris. Sono indicazioni che stanno facendo la differenza di questo momento della politica ed aiutano, finalmente, ad uscire dall’aria forzatamente viziata in cui si sono vissuti questi anni. Al PD non sono mancati i programmi, è mancata la sintonia tra le proposte e la percezione degli elettori.

Potremmo fare un elenco alla Quelli che:

  • non ci votano perché ci vorrebbero diversi, 
  • non ci votano perché ci considerano eguali agli altri, 
  • non ci votano perché non si sentono rappresentati da noi,
  • non ci votano perché tanto non cambia nulla,
  • non capiscono gli eterni scontri interni al partito,
  • non capiscono perché il nuovo è fatto sempre dagli stessi,

per riassumere che gli elettori potenziali, non capiscono il distacco tra le promesse di un nuovo modo di fare politica e la pratica gestione nel territorio, troppo spesso continuazione del passato, pratiche e uomini compresi.

Il consenso a questi candidati sindaci che non fanno parte del PD, ma rappresentano la speranza di cambiamento per molti cittadini, è il messaggio che il paese manda a chi vuole cambiare l’Italia. E quindi a noi, per quanto ci riguarda. E quello che personalmente chiedo a te, come segretario del mio partito, e’ di rispettare questo rinnovamento richiesto, di farlo tuo e di tutti noi.

Non mi piacciono gli individualismi, le personalizzazioni di cui e’ stata ricca la politica del centro sinistra in questi anni. All’interno ed all’esterno. E se si facesse ciò che ci insegna il Presidente Napolitano, paradossalmente il “comunista più amato d’Italia”, facendo percepire che il bene comune è il primo obbiettivo, il consenso nei confronti del cambiamento cambierebbe in positivo, radicherebbe fino a guidare il Paese. So che non è cosa facile, che la lotta politica eleva la divisione, ma la prassi dell’integrazione del confronto e del bene comune deve emergere, a partire dal nostro interno, dove molti sono maturi per fare i padri nobili, e adesso potrebbero aiutare a far emergere i successori e i valori comuni.

Comunque se il vento del cambiamento si e’ levato, è anche merito nostro, anche se tutto questo guarda molto al di fuori dai nostri esili confini. I cittadini chiedono -e sono disposti a dare- fiducia, oltre l’appartenza, magari non la capiscono oltre i fatti concreti, ma dimostrano di fidarsi delle persone. Hanno bisogno di risposte semplici a problemi complessi ed adesso, fatto fondamentale, sono disponibili a cambiare. Una nuova generazione di amministratori sta emergendo, considerare che questi sono il fondamento del buon provvedere alle persone ed alla cosa pubblica e’ determinante. Il loro successo è il nostro successo, aiuta a creare un PD del territorio, affidabile, e pulito, in grado di essere assunto nell’immaginario come una diversità della politica.

Questo è quello che a mio avviso, serve.

Non serve inglobare il nuovo che emerge, le persone che hanno consenso, ma mettersi a fianco e dentro il rinnovamento della politica, confrontarsi, accogliere la diversità nel percorso comune. Alludo ai molti che con idee nuove, non importa se del PD o meno, interpretano i bisogni e la domanda di governo, con molti punti di contatto con noi. Penso a Pisapia, De Magistris,Vendola, Renzi, ed ai molti altri che, silenziosamente, senza scrivere libri od apparire sui  canali nazionali, fanno il loro lavoro di amministratori e sono apprezzati localmente. Le primarie, nate con il PD, sono un grande mezzo per far emergere questa sintonia tra territorio ed amministratori. E il consenso nel territorio dovrebbe essere una grande leva di selezione politica, oltre che il test per verificare lo stato delle proposte nazionali.

Ti chiedo di ascoltare ed interpretare ciò che sta avvenendo, caro Segretario, di usare ogni forza interna per mettere il PD al servizio di un Paese che vuole cambiare.

E’ ora di uscire con coraggio da diatribe interne, non di metterle da parte, proprio di uscirne. Tu sei il segretario di tutto il partito, e anche gran parte di chi non ti ha votato, considera chiusa la competizione congressuale. Adesso è ora di essere protagonisti nel Paese. C’è una bella parola che usiamo poco ultimamente: essere al servizio. Non è necessario pronunciarla, quando c’è, i cittadini la capiscono subito, ben più degli inglesismi e dei facili innamoramenti delle politiche altrui. I problemi li conosci, anche le priorità, proponiamo risposte semplici, senza bizantinismi, usando un codice binario della politica fatto di si e di no fermi. Assieme ad altri, puntiamo sulla possibilità di cambiare, adesso si può.


Le parole delle mani

Alla fine degli anni ’60, noi, figli di operai o artigiani, stavamo studiando più dei nostri padri. Senza accorgerci, c’eravamo innamorati delle mani da lavoro, delle tute da portare nei laboratori (in questa stagione, sulla pelle erano la libertà), del lavoro descritto, più che lavorato. E per aderire all’innamoramento, senza rendercene conto, degli operai di fabbrica, cercavamo l’intercalare smozzicato, le frasi casuali e brevi, le parole piegate a nuovi significati per assonanza, l’uso degli improvvisi, meravigliosi, tecnicismi .

Balestrini, ed ancor più Pasolini avevano aperto una porta da cui entrava aria fresca e vera. Basta odore di polvere, libri consumati di sottolineature, dizionari per arcaismi. Basta vedere la realtà con gli occhi del vecchio intellettuale, era importante parlare tra noi e scrivere come si parlava. Sembrava fosse la svolta dopo il realismo. Una forza che veniva dal fare ed investiva lo scrivere, le parole, con un adattarsi alla fatica, quella vera per noi che, nelle assemblee, nelle sezioni, nei gruppi, non volevamo essere intellettuali. Era la fatica operaia che sporcava e faceva sudare, ma poi star bene. E bastava lavarsi, e pensare diverso, che era quasi riposare e la sera si sarebbe discusso, parlato-ascoltato, davanti ad un bicchiere di vino, con parole e vite che sembravano antiche e nuove di zecca. Non quelle dei nostri padri che ci pareva di conoscere a memoria, ma queste che non raccontavano, sparavano frasi e fumo, s’incazzavano, alzavano la voce e magari un attimo dopo scoppiavano in una risata. Noi vedevamo operai giovani, poco più anziani di noi, eppure già con famiglia, figli. Facevano fatica ad uscire durante la settimana, doveva esserci un motivo, spesso c’erano anche le donne. Si finiva tardi il venerdì, gli altri giorni se ne andavano che noi eravamo ancora a discutere. E sarebbe durato a lungo il parlare, con la loro presenza che restava anche dopo. Sembrava che la realtà fosse nella dissoluzione delle regole imparate, nel lessico semplificato, negli inglesismi delle macchine che assumevano il sapore delle persone.  Al centro c’era il riuscire a comunicare, il sentire, oltre la forma. Volevamo l’orizzontalità tra mestieri diversi: tra chi studiava e scriveva e chi lavorava in fabbrica. Ci pareva, almeno. E se ci guardavano con sospetto, all’inizio, come si sentissero presi in giro, dovevamo essere sinceri perché altrimenti, ci avrebbero massacrati a pedate, non solo virtuali. Eravamo inermi, per capire subito la differenza bastava vedere le nostre mani, niente calli, nessun taglio da sbavature di ferro, unghie pulite. Potevano accoglierci, se si stava zitti a sufficienza, prendendoci per il culo, magari per ricordarci che i nostri padri lavoravano e noi no. Loro aristocrazia operaia, e noi, pur figli di lavoratori, già borghesi. Ma rispettavano il conoscere, la fatica sui libri. Il loro sapere era diverso, faceva nascere cose, aggiustava, mandava avanti questa baracca di paese che sarebbe cambiato, ma solo con coscienza e serietà. Essere bravi sul lavoro era un obbligo e un vanto, per passare da operaio a specializzato, bisognava fare il capolavoro. Proprio così. E la parola ci sembrava appropriata per quel sapere vero, difficile da scrivere sui libri e da far raccontare alle mani. Altro che balle, loro sapevano cosa voleva dire sfruttamento. E noi capivamo che lo sapevano davvero, e sembrava che quell’ingiustizia traslasse, investisse un poco anche noi, fino a farci sentire come bruciava sulla pelle ad ogni ingresso in fabbrica, ad ogni bolletta, ad ogni umiliazione dei capi.

Intanto tra noi, parlando di cose che facevamo finta di conoscere, si teorizzava. In realtà volevamo il linguaggio delle mani, le parole delle mani, non avendolo, partivamo dalle parole che conoscevamo, dai nomi del fare. E capirsi, era dissolvere il costrutto della frase, adattarsi alle mani, uscire dalla malcapita lezione togliattiana dove forma, regola ed ideologia si integravano. O almeno così ci pareva. Presumevamo, perché tra studio, bevute, passioni, non restava molto tempo per approfondire. Però una realtà nuova irrompeva verso l’alto. Rispettare Gramsci e l’obbligo del sapere per criticare non ci sembrava contraddittorio, come pure ripensare l’intellettuale organico. Era dirompente questo usare frasi e piani multipli, come un muoversi di mani che descrivevano, essere sul lavoro e guardarlo, dire ciò che malamente si faceva, con parole semplici, secche e poi metterci dentro i pensieri contemporanei, la ragazza, i soldi che non c’erano mai, il calcio, lo sciopero, le sigarette e di nuovo il pezzo da finire bene perché doveva passare la tolleranza, e non farsi cacciar via dai propri colleghi prima che dal caporeparto. Ero un cane che si sforzava, non avevo possibilità, sbagliavo talmente tanto che, per misericordia, mi spostarono subito in magazzino. Era un’estate di lavoro con il pensiero che sarebbe finita, però finché c’era, tanto valeva approfittarne. Altrove la scuola, la buona facoltà, faceva la differenza, ma lì dentro era un peso. Per questo, si doveva cercare di usare quello che sapevamo: il linguaggio, e mescolarlo con le lingue del lavoro.  Il dialetto l’avevamo sempre adoperato, era la lingua madre. Anche fuori, anche al bar, lo usavano tutti, a cominciare dagli intelligenti, che sapevano quando era ora di essere in sintonia con il posto. Ma noi c’eravamo inventati un essere operaisti, con la lingua, oltre la fatica dell’approfondire, oltre Tronti, per questo eravamo persuasi d’essere dentro un processo vitale di mutamento che spingeva verso il cielo restando orizzontale.

Ci sembrava, ma non era mica vero, solo gli intelligenti veri o i cinici, capivano che sarebbe passata e che altro avrebbe corrotto lingua, frasi, e soprattutto idee e modi di vivere. Sarebbe venuta la terribile consuetudine del terrorismo, i sogni si sarebbero spiaccicati contro i vetri, le pareti rigate di cemento dei palazzi, con scheggie dappertutto e linee ferrate contorte. A noi che sarebbe restato d’una stagione troppo presto conclusa? Molto e nulla, molto era l’esperienza dello sperare assieme, nulla era l’implodere degli anni, il distacco tra un fuoco d’artificio stampato sulla retina ed il sorgere del giorno. Di ogni giorno. Avevamo un lessico da rimettere in ordine, bastava rientrare nei ranghi, in due giorni, due mesi o due anni,  tutto sarebbe andato a posto.  Un gruppetto di incoscienti, sull’orlo della felicità d’essere nel mutamento, ecco chi eravamo.

Per molti non fu così. O forse per pochi.

Era di maggio, quando iniziò.

prima

 

Penso alla sopravalutazione dell’immagine. Alla superficiale violenza con cui si separa il bello, da ciò che lo contiene.

Nella mia percezione prima viene la grazia, poi lo stile ed infine, la bellezza.

Il sesso è altra cosa.

mahler

 

Oggi sono 100 anni dalla morte di Gustav Mahler. Radio tre sta trasmettendo da Lipsia, la seconda sinfonia diretta da Chailly e, nella notte, Urlicht porta la sua luce. 

Gli anniversari hanno senso se dicono qualcosa, Gustav Mahler, per me, è  -ed è stato- una parte grandissima del mio amore per la musica.

Come Carlos Kleiber.

mercurio

 

Sento disgregare la realtà,  la poesia chiudersi nelle frasi sospese, ansimare mentre chiede attenzione e poi lasciare al silenzio il compito di tenere i sentimenti. Rizzandosi dalla sabbia dei giorni, vedo attorno abitudini, che diventano corde, sbarre, prigioni. Prosa della peggior specie, priva d’ogni significato che non sia l’apparenza, il desiderio soddisfatto, il consumo-

Perché così tanta letteratura e storie e trame di cinema sprecate ?  Per rappresentare il quotidiano basterebbe un’eterna variazione di un plot narrativo. Un canovaccio da affidare ad un computer per la nuova realtà, quella che indefinitamente si ripete. Ci sono modalità nuove, m’hanno detto, il multisensoriale, che verrà prima del multimaterico da divorare, metabolizzare, rendere parte di sé. Avatar.

E’ la mia ignoranza che mi conduce oltre il limite. Quando la pressione esterna diventa eccessiva, la complessità solo da subire, allora vorrei scomporre sintassi e parole, diventare inintelligibile al banale. Anche quello complesso. Costringerlo a sforzi che superino il giorno, la luce, la sua assenza, la notte, usare la presunzione per tenere la realtà appiccicata, lasciar credere che sono accozzaglie di parole il soffrire, il sentito, l’amore, il bisogno di futuro.

Insomma, imporre al comunicare le mie regole disfatte e di nuovo solide e diverse. Una grammatica dell’ignoranza, che trovi fondamento nel sentire, nell’esemplificare in una tavola di Mendeleev dei sentimenti dove si colloca ciò che si è in un certo momento. La grammatica dell’amore imperfetto che cerca l’equivalente nel vivere. E quindi sabbia da scorrere tra le dita, da brancicare con i piedi, da trattenere a mente. Eccole le regole prima d’essere elemento: partire dall’amalgama e cercare la purezza del sé.
Se potessi scegliere ed affacciarmi alla mia grammatica degli elementi, vorrei essere mercurio imprendibile, non oro da esibire. Il mercurio, è coeso di forza interiore (mi direbbero, di tensione superficiale) , non si disgrega, si scinde e rapprende secondo sue regole d’attrazione. Metallo senza magnetismo, pesante e mobilissimo, liquido e solido pronto a sublimare, sereno e velenoso in eccesso, floccula candido, se cercato nel giusto modo. 

Dire: mi seguirai mentre mi frango in piccole simmetriche mobilissime sfere, pronte a rapprendersi per correre assieme ovunque?

Ed ancora una domanda, porre a guardia del mio cuore:

ma davvero scrivi su pezzi di ricevuta, sugli scontrini dei parcheggi a tempo? E non hai paura né della carta bianca, né di scrivere sopra parole d’altri?

Se così è, siamo della stessa materia che tesse sogni e terra,

che si fa sabbia per tornare roccia e poi sale da bere e ancora acqua da piovere e amore di sole, spuma d’onda, nebbia senza stagione, luce fatua, fulmine globulare e vento. Si, vento che solleva e posa, sbatte per gioco lamiere, frange parole, ricaccia riso e lacrime, unghia finestre, avvolge di carezze, incolla vestiti, solleva interrogativi, brividi di piacere, asciuga pensieri e corpi, tutto unendo senza distinguere, finché rompe, lui con noi, le sintassi della fisica, del tempo, del senso obbligato delle cose, e toglie il peso d’essere conseguenza: liberi. Finalmente liberi di volare in cieli senza conclusioni.

Se sopporti tutta questa violenza, questo portar fuori dai parametri comodi, su cui dopo i 18 anni ci si riposa, se accetti lo sforzo di seguire ed essere fedele all’imprevedibile, ti sembrerà d’avere tutto e t’accorgerai che è niente. Come un balzo verso il cielo, che si chiude in un momento, anche se lo senti eterno. Ma è fatica, sogno, gioia, sfida, leggerezza, rifiuto che disgrega il quotidiano e l’abitudine. E ti mostra che quello che hai imparato ti serve tutto, ma non basta ancora. Non basterà mai. Che nessuno di quelli che confondono la poesia con la noia potrà mai capire, che il reale per te coesiste, ed ha entrambe le dimensioni, cosicché ti ritrovi a maneggiare questa parola: strano e a non sentirla equivoca. Come fosse un contenitore dove ci puoi stare davvero. Un contenitore che ha tutto, solo che tutto è senza la solita pelle, e a volte questa pelle proprio non c’è, oppure è pelle diversa, e colore diverso, e tutto è acuito, forte, denso, eppure fluido, gassoso e carezzevole. Tutto assieme senza una sintassi esterna, una fisiologia che ti guardi e ti descriva e ti permetta di dire: ecco, quello sono perché sono descritto, mi ritrovo in un manuale.

In quel contenitore in cui t’affanni, (cercando di dare nome al sentire, mentre basterebbe star zitti e sentire senza suono) con quelle che, per altri sono solo un’accozzaglia di parole, lì c’è la tua descrizione che si fa giorno per giorno e diventa sintassi d’amore. 

Allora quel balzo che ti ha fatto scartare un giorno da una scia facile, vale più d’ogni tuo viaggio in aereo, d’ogni giro obbligato o necessario e ti porta sui tuoi piedi dove non sei mai stato, e ti racconta cose che hai vissuto finalmente mescolate con il presente ed il futuro.  

la notte prima degli esami

Credo si sappia dove batte il mio cuore. Qualcuno, persino, conosce pezzi della mia storia. Se stasera sono contento, si capirà. Aspetto ad essere felice, perché ne ho viste tante, perché le vittorie mi piacciono quando sono un passo che conquista qualcosa per tutti. Perché ho il senso del relativo nella contentezza, e ciò che oggi sembra una conquista fatta, senza il cuore, il cervello e la costanza dell’impegno, durerà poco. Forse neppure sino al ballottaggio.

Sono una persona che si contenta e scontenta, mai indifferente. Vorrei che andare avanti non fosse una fatica immane, e che chi gioisce questa notte domani fosse al “servizio” ( che bella parola) perché questo nostro paese cambiasse davvero. Che vivesse questa notte come la notte prima degli esami, con un po’ di paura e tutte le possibilità in tasca.

Godiamoci questo momento di forza inattesa e facciamo in modo che sia una felicità.

Sirena

Il suono sordo di sirena percorre la spiaggia, la riempie, trabocca tra le tamerici, gli ulivi di bohemia, i tronchi delle ultime mareggiate, ammutolisce gli strilli dei ragazzini in acqua, lascia occhi che si chiedono da dove venga. 

Si ripete, più volte, adesso profonda ed inquietante. Sui moli è simbolo di saluto festoso, copre abbandoni e lacrime, apre viaggi e futuri, finché man mano si spegne assieme alla poppa che s’allontana. Qui insiste. Assomiglia al corno delle alpi, richiama e dialoga col mare, non ci sono rive assiepate e neppure si vede la nave.

Assisto muto, alzando gli occhi dal libro, cerco nel mare basso di mezzogiorno. Qualche barca a vela, motoscafi in riposo. Questo ripetersi trasforma il saluto in apprensione, come ogni volta che un segno conosciuto s’articola diversamente. In quest’isola, tra laguna e mare, ci sono cantieri navali, ormai in disuso. Dove nascevano navi, ora riparano vaporetti e ferry di Venezia. Fuori dai circuiti della cantieristica, svuotati dalla tecnologia e dai bassi costi della Cina, in pochi anni si perderanno abilità secolari. Mastri d’ascia, saldatori, battilamiera, falegnami, fonditori. Basterà meno di una generazione. Qui ora si vive di fermo pesca, più che di pesca, di piccola edilizia e ristrutturazioni, per veneti inquieti che scoprono questo angolo domestico e selvaggio. 12 kilometri di sabbia, diga e pennelli a mare per fermare l’erosione delle maree. Terra di marinari, pescatori e dialetto stretto: né veneziano, né chioggiotto. Ma ci si annoia, non c’è nulla che possa assomigliare alla movida di Sottomarina, o di Jesolo, o del Lido. Di sera la gente esce nei campielli e sulla strada, porta le sedie, impagliate o di plastica, dipende dall’età, cucina e chiacchera. Chiacchera fino a notte di ciò che sta attorno, della vita propria e altrui. Nei campielli nulla è mai interamente proprio o segreto. Non la cena che si scambia, non i guai e le allegrie di famiglia, non gli auguri, le feste o gli amori. anche se questi ultimi hanno tradizioni ferree. Le trasgressioni sono sottaciute, non segrete, come le malattie.

La sirena ripete ancora il verso, mette in evidenza la plastica, i parabordi (ma come faranno a perderne così tanti), le boe sfasciate ed i tronchi. Tanti da immaginare riscaldamenti senza spesa e grandi fatiche per tagliarli. Non c’è nessuno in spiaggia, sono le tre di un giorno ante la festa, solo i mezzi foresti venuti dalla terraferma stanno al sole e al vento. Il vento che è ancora caldo di scirocco, ma già porta lame di freddo. Una signora mi spiegherà che sono i temporali di pianura, ancora lontani, loro li sentono col sole, annunciati dal vento che muta colore verso il blù.

Siamo pochi e tollerati se non disturbiamo, se non cambiamo le abitudini ed i pudori. Ci tengono come i nuovi proprietari di case che tra poco se ne andranno, stanchi dei ritmi indigeni, delle feste patronali e delle chiacchere, ma anche della solitudine che si insinua se non sei accettato. Lasceranno posto a nuovi tentativi di insediarsi e ad un equilibrio millenario che si crede eterno.  Ma non è così, scomparendo il lavoro, le abilità, solo a volte ne subentrano altre, più facilmente ci sarà la migrazione e l’inutilità di chi resta.

Tre ristoranti, i pescherecci ormeggiati in lunghe file, il muretto, le chiacchere. Una barca a vela manovra per attraccare davanti al ristorante sulla riva. Poco distante, uno svasso, uccello di laguna, si muove appena, indifferente alla barca, attento al suo pasto che si muove sott’acqua. Mentre scendono parlando, scompare con una capriola silente. Ed il tempo del suo riapparire sembra interminabile. Adesso si siedono. Prosecco freddo e poi inizierà la danza interminabile degli antipasti e dell’eccesso. Ma non si vive di questo, l’isola non vivrà di questo.

Lo svasso continua a rituffarsi e riapparire. Per ora godiamoci questa solitudine d’altri tempi. Non era infrequente in laguna. Altro verrà da queste parti, i contenitori vuoti vengono sempre riempiti.

La spiaggia è scomoda, non c’è nulla. Senza un bar, un gazebo, un tavolino. Solo mare, sabbia, cielo e pietre di diga. Un paradiso, finché dura.

La sirena non suona più. Anche le erbe stanno al loro posto, ospiti come me.

le radici del bene

Anziché cercare, come viene fatto dopo i delitti efferati, le ragioni della violenza, non sarebbe meglio cercare i motivi della bontà? Anche evidenziare la sola convenienza della bene basterebbe.

Il male assoluto, e banale ( ma oggi la parola di Hannah Arendt è abusata e privata della sua intuizione terribile) del nazismo, mi è pian piano emersa, oltre le foto dei campi di sterminio, oltre la narrazione, proprio nella considerazione che gli ebrei, hanno per chi si è speso, durante l’olocausto, per salvare qualcuno di loro. Giusti sono anche quelli di cui, magari sottovoce, si sa, o sospetta la convenienza, ovvero che salvassero per denaro. Come dire che si può disgiungere il bene dalla generosità. Non sono la stessa cosa, ma il bene, comunque arrivi, vale moltissimo per tenere insieme un branco di animali ed impedirgli di eccedere. Forse per questo si può disgiungere, nell’agire attuale di chi è figlio della sofferenza, il ricordo dell’ingiustizia assoluta del male dall’ingiustizia relativa del giorno, motivandola nell’autodifesa, oppure, in peggio, con motivazioni di diritto. E considerarla lecita e non comparabile.

Per questo ritengo che cercare le radici del buono, ovvero di quello che ci impedisce di nuocere e motiva il fare del bene, dovrebbe essere una ricerca primaria delle scienze (?) umane. Superare la liquidità del sociale per rapprendere il bene.

Non mi piace la critica del relativo, puzza troppo di sacrestia per frequentare l’assoluto, e la radice del bene-comunque, andrebbe proposta, incentivata, facilitata nella crescita. Dirlo ora, dopo aver ascoltato la politica dare esibizione di caricature di umanità, di stile e di idee sguaiate, magari è fuori luogo, ma pensare sempre male dell’altro, evidenziarne i caratteri negativi presunti per occultare la propria povertà, demonizzare persone e proposte senza neppur sapere di cosa si parla, scava solchi di predisposizione al peggio. Bisognerebbe saperlo, essere coscienti che parlando al basso ventre, si disattiva il cervello. Questo modo facile di essere assieme, separandoci subito per invidia e demonizzazione della diversità, è scivolare verso un lago di fango coscienti di non voler arrestare la caduta. Il buono dell’altro evidenzia la possibilità di invertire un percorso che sembra obbligato, di ritrovare i motivi per fare assieme. Ed allora molto di quello che ci serve, ha solo il colore della fatica e della condivisione.  

p. s. e per non tranquillizzarvi troppo sulla mia demenza senile: