essere nel flusso

Rimuovere, allontanare o risolvere il problema?

E se il problema, in realtà, non fosse stato un problema?

Avevo bisogno di una soluzione soddisfacente, per un problema inesistente.  E, dopo l’enunciato, che le cose s’incastrassero secondo uno schema mio, dove tutto trovava il suo posto.

Realizzare il massimo dell’equilibrio e della soddisfazione, ovvero il tutto.

( E se  quell’esercizio di intelligenza applicata, fosse stato il massimo del compromesso, ovvero il motore immoto che trova un equilibrio nel comporre le forze contrastanti? )

Avere il tutto!

Questo avrebbe tranquillizzato e sopito altri problemi.

Non capivo, o meglio, non volevo ascoltarmi, eppure sapevo che la vita era un riordinare le priorità, uno scartare e non l’accumulare, incastrare, tenere, rendendo contenti tutti. Chi voleva, chi protestava, chi aspettava ed infine me. Invece bisognava imparare dal ruscello che sbriciola e getta a lato per essere libero di scorrere. In fondo è più facile soffrire che essere felici di sé. Ed era chiaro che tutto quello che facevo, muovevo, cercavo, era un divagare diretto verso la semplicità d’una affermazione: non ho bisogno di voi, né voi di me. Dobbiamo solo nuotare assieme con un pensiero d’autosufficienza e di scelta.

Il sublime egoismo di chi non s’occupa più di tenere tutto assieme, ma lascia che l’insieme lo contenga. E s’abbandona proprio quando sembra vigile e determinato. Ecco, questo era essere nel flusso. Non seguire, determinare, combinare ma essere nel flusso che s’era scelto.

dovrei dolermi

Dovrei dolermi. Ho perduto l’ unica copia del manoscritto di un monologo, scritto in un momento particolare di furore.

Embé. Il mio furore non è così grave ora e neppure tanto mi piaceva. 

Guardando il mondo da un foro stenopeico, ci si può appoggiare solo alle proprie coordinate e presumere, platonicamente, che le ombre che vediamo una qualche realtà l’abbiano. E’ per questo che qui trovate impressioni, musica, fotografie, versi filtrati da una arrogante presunzione d’interesse. Eppure non sono un solipsista, mi piacciono le persone.

Anche me, a volte, quando fatico per trovarmi.  

natale-lui 1.


Poi tutto matura in pochissimo tempo, quello che era importante fa un balzo indietro, la vita si riordina in positivo. Scelte. Nella stanza, i pavimenti sono lunghi listoni di legno biondo scuro, ci sono libri e giornali dappertutto, un divano ha una coperta abbandonata accanto a due cuscini. Il protagonista e’ assorto, ascolta musica e parole, il pensiero si sdoppia, c’e il presente, ci sono i passati, i futuri. Ha deciso proprio oggi, la sua vita verra riordinata, una poltrona occupa un angolo della stanza.

E’ questione di ritmo baby, guardami gli occhi, non li vedrai mai sbarrati. Ho il tempo dalla mia parte, quanto ne voglio, sei tu che lo senti scappare e ti senti morire. Nessuno mi hai messo una mano addosso che non volessi, per questo solo una enorme volontà d’amore mi può prendere. E tenere baby,
Adesso spegni la luce, anche quest’albero spegni. Apri un poco la finestra, lascia che entri una lama d’aria, metti Jacqueline du Pré e Baremboim, quando erano felici, e poi Peer Gynt e spegni queste cazzo di luci. Lascia che l’aria mi strisci la pelle, che si arricci.

Cambia tutto. Nella testa. Sono bastate 8 firme e si chiude/apre. Ci sono cose per tutte le vite, anche tu. Non occorre essere assieme, ma e’ così. C’e un amore asimmetrico che non fa male, un amore che non se ne va. Che e’ come questo pavimento di legno, caldo e isolante, risuona, suona con i tuoi passi. Dopo natale si mette via l’albero e si attende, fa quasi caldo e ancora non lo sai, ma lo sai. Per me ci sono due stagioni: quando porto la maglietta a letto e quando dormo nudo. Cambia tutto, ma io non cambio, cambio quello che mi sta attorno.

Dove andrai ? Fa buio.

Chissà che tu sia al caldo.

la repubblica

Mia nonna aveva una borsa di pelle nera, leggermente panciuta, con una chiusura in metallo dorato, su cui si arricciavano delle pieghe verso il fermaglio a molla. Una specie di grande borsellino con due manici corti.

Mi piaceva quella borsa paffuta che evocava le occasioni importanti.

Mia nonna metteva il vestito nero a fiorellini gialli, oppure quello, sempre nero, a pallini bianchi, le calze grigie, le scarpe nere con il tacchetto, poi appendeva la borsa al braccio ed usciva.

Andava a votare.

Quei vestiti, scarpe e borsa erano per le occasioni importanti, quelle in cui, oltre ad essere, s’appariva, tirando su la schiena, il portamento e il vestito: c’era un nome ed una vita dignitosa da mostrare. E si mostrava. Lei, così riservata e minuta, pareva altissima, la sua voce dolce, ricca di vocali e d’aspirate, salutava in dialetto e mi teneva a bada con gli spiccioli.

E usciva. Dove andava i bambini piccoli, ma neppure quelli grandi, potevano andare, quindi, nonostante il nostro sodalizio costante, la nostra simbiosi quotidiana, io sarei andato a caramelle in latteria e lei a votare.

Tra i bambini e le votazioni, c’era una questione che un po’ continua anche adesso. Quasi sempre venivano tenuti fuori dal seggio, custoditi da parenti o genitori, in quei corridoi marrone e nocciola, che odoravano di polvere, legno, minestre da doposcuola per alunni poveri, creosoto e varecchina. Non si poteva fare nulla, solo aspettare e guardare pareti pitturate ad olio, in uno squallore severo, come fossimo rei nell’anticamera di tribunale. Perfino gli ambulatori, dove pure c’era il terrore delle punture, erano più allegri.

Appesi c’erano ritratti di presidenti e padri della patria, qualche Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II, ma anche quelli erano ficcati dentro cornici di legno marrone, severi più per privazione che per cipiglio. Miserelli e prigionieri, come noi, come gli sguardi nostri che volevano sapere, come le gambe che volevano muoversi, come quel posto in cui saremmo finiti, ma non era ancora ora. E bisognava star fermi, altrimenti c’avrebbero cacciato, perché sarebbe finita a ceffoni, perché, oltre alle lacrime, si sarebbe rovesciata una grandinata di esclusioni future. Da che? Dal rito della democrazia del voto, dal partecipare a cose di grandi, da chissà quale altra occasione di vita civile. Che per noi non era ancora civile, ma era il cerchio delle case, il quartiere, la città, la bandiera, l’aranciata, la banda, il pranzo perché era festa. Ci avrebbero lasciato a casa e di lì sarebbe cominciata la nostra esclusione dal nostro mondo.

Quando da adulto frequentavo i seggi a vario titolo, i bambini erano stati liberati, non di rado entravano in cabina con il genitore e non di rado chiedevano ad alta voce il perché di qualcosa, e chi era scrutatore o presidente di seggio, cominciava un calvario di discussioni sulla segretezza del voto. Ma l’epoca dell’esclusione era ormai superata e si passava al silenzio imposto: già cosa da adulti.

Mica si enuncia ad alta voce per chi si vota, al massimo si fa l’exit pool.

Mia madre era una ragazza, già ad aprile era pronta per l’estate, con il vestito leggero, colorato, le calze velate, le scarpe con i tacchi ed una borsa bianca, che credo abbia tutt’ora, grande. A me pareva fosse grande. Era stretta, con due bei manici sottili, a tubetto, stava bene con le scarpe bianche, col vestito che ondeggiava, con la sciarpa. Attendeva mio padre per votare assieme. Anche lui si vestiva bene. Camicia, vestito e cravatta. E mi prendeva per mano. Mi piaceva la sua mano, sarei rimasto nel corridoio, ma era così bello ed inusuale quel calore del babbo. Li guardavo dal basso all’alto, non giocavo appendendomi a loro, ascoltavo i discorsi. Mio padre era comunista, sapeva per chi votare. Anche la mamma, al massimo chiedeva per chi scrivere la preferenza. Anche lei ascoltava le ragioni.

Mio padre diceva che il voto alle donne era una cosa giusta, fondamentale, ma che le donne ascoltavano i preti e votavano D.C.. E che allora il voto non serviva a cambiare, che anche per loro non serviva. E si dovevano svegliare. Mia madre e mia nonna, ascoltavano l’uomo di casa, ma erano sempre state indipendenti, con opinioni forti, avevano questo diritto e se lo tenevano.

Era cominciato con il referendum sulla repubblica e continuava. Non avrebbero più smesso di sentirsi uguali. Magari non abbastanza, ma di certo erano più forti. E sarebbe cambiato il mondo. Anche per loro. Oh sì, che sarebbe cambiato.

Forse per questo la Repubblica, nella mia testa è femmina e mi pare una sensazione di grande speranza e bellezza.

stanchezza

Sono stanco d’imbecilli,

di sfruttatori di pazienza,

di incapaci in cerca d’aumento,

di venditori senza titolo di cose altrui.

Sono stanco di sfide impossibili,

di acqua portata con le orecchie,

di mie idee spiegate da altri,

di lavorare per chi non fa la mia stessa strada.

Sono stanco di luoghi comuni,

di parole abusate,

di piccoli calcoli senza intelligenza,

di retropensieri, di cattiverie inutili. 

Sono stanco di chi mi spiega come sono,

delle scorciatoie che portano altrove,

del tempo buttato ad inseguire il presente.

Sono stanco di chi interpreta parole mie,

pensieri miei

e pure me li spiega,

ascoltando solo se stesso.

beatitudini del premier

 Pisapia sindaco di Milano. De Magistris, trionfo a Napoli  Berlusconi: "Milanesi preghino, napoletani si pentiranno"

La sua fine analisi politica del voto: Milano preghi, Napoli si penta.

Il suo proposito di cambiamento: ad ogni caduta mi rialzo tre volte più forte.

Il suo senso olimpico della vita: risultato evidente, a volte si vince, a volte si perde.

La sua assunzione di responsabilità: i candidati non erano adeguati.

Non si preoccupi, signor B., dei sindaci comunisti e giudici, lavoreranno per tutti, e non le creeranno problemi, perché hanno il senso delle istituzioni. A lei penseranno i suoi nel peggiore dei modi: facendo finta di non averla conosciuta.

un giorno sull’altopiano

 

 

 

Strafen expedition, cercate nei vostri ricordi scolastici, emergerà qualcosa che non ha la dimensione del vero. Doveva durare pochi giorni, spezzare in due un esercito, quello italiano, dilagare nella pianura: prima Thiene, poi Vicenza, poi Padova e Venezia. Si sarebbero ripresi il Veneto, poi il Friuli e forse gli sarebbe bastato per chiudere la guerra. Invece, infornate immense di contadini gettate al fronte, tamponarono la falla. Oltre gli errori e l’impreparazione degli ufficiali, oltre il morale maltrattato dei combattenti, oltre lo sprezzo delle vite, tennero. Per chi e per cosa, forse non era chiaro, ma tennero. Solo l’Ortigara, 19.600 morti in 10 giorni. Asiago bombardata per anni, ogni giorno e ogni notte. In continuazione. Quello che piacerebbe alla lega, non riuscì all’Austria. Chissà perché? Se non si conosce l’altipiano, è difficile immaginarlo come un luogo di guerra. Adesso gli alberi, il turismo, la speculazione edilizia, hanno modificato profondamente i luoghi. Lussu vedeva un paesaggio molto diverso da quello che vediamo oggi. Però anche lui, vedeva la pianura, vedeva le città appena sotto la foschia. Chissà quanto agiva nella volontà, questo legame tra civili e combattenti, come si muoveva l’idea che, poco distanti, c’erano case, campi, lavoro, donne, bambini, vecchi. Nell’epoca classica, si sospendeva la guerra per mietere, forse ancora una traccia dell’umanità del lavoro di pace restava anche nel 1916, nella testa dei combattenti contadini. Oltre gli affetti, la vita. Forse.

Da 15 maggio al 27 giugno 1916, sull’Altipiano ci furono, più o meno equamente divisi, 27.000 morti e 160.000 feriti. Le posizioni a luglio erano di poco diverse rispetto all’attacco, ma era successo il finimondo nella testa delle persone. I suicidi da licenza, le condanne sommarie, la pazzia furono l’altro aspetto della guerra passato sotto silenzio; prima per non intaccare il morale, poi per non guastare il trionfo. Sarebbe importante calarsi nella percezione di questi vinti-vincitori che subirono la guerra e non godettero della vittoria, e in un effetto domino trasmisero gli effetti sulle famiglie, ai luoghi, modificando destini collettivi, villaggi, cultura. Nulla fu uguale dopo e quella diversità non era stata voluta, solo subita.

C’è una lettera al museo di Asiago, scritta da un giovane ufficiale che, il giorno successivo, sarebbe morto nell’assalto. C’erano anche più assalti al giorno, solo il tempo di rimpiazzare i morti. Questa lettera fu fortunosamente ritrovata leggibile, oltre 50 anni dopo la fine della guerra, in un portafogli che era vicino ai resti di un caduto. Di questi ritrovamenti d’ossa, nei boschi ne avvengono ancora adesso, ma senza nulla di intatto. Questa è la fortuna assieme alle parole conservate. La lettera parla alla famiglia, ai genitori e ai fratelli, parla con precisione, in un italiano molto bello, di cosa sarebbe accaduto di lì a poche ore. C’è amor di patria (cosa difficile da definire oggi), si sente un ambiente borghese alle spalle, un pensare che ci siano destini alti, dovere, fedeltà. Cose di complicata comprensione, adesso, soprattutto se paragonate all’ esperienza quotidiana. Non c’è giudizio nelle parole, anzi molta serenità ed immenso amore. Questo giovane a 20 anni, ha capito molto, chiude le aspettative con la necessità di essere quello che dice di essere: un italiano. Fa testamento delle poche cose che ha, dà le ultime raccomandazioni e saluta come partisse. Finché sentivo leggerla, ieri, pensavo a com’è differente il vivere nel momento, disgiunto dal sentire di essere parte di qualcosa di ben più grande. Non un consumare la vita, ma collocarla in qualcosa di collettivo. Dare un senso ed un significato al vivere e al morire oltre  sé. La lettera non arrivò a destinazione. Prima di un attacco, le ultime parole venivano consegnate a chi restava in trincea, se la persona non veniva uccisa, la lettera tornava nelle mani di chi l’aveva scritta. Questa lettera fu data ad una persona che morì a sua volta, e fu seppellita sommariamente. Non c’era tempo, in quei giorni, neppure di cercare una piastrina di riconoscimento. La lettera ritrovata, per un caso fortuito, piega nuovamente l’ improbabilità e ritrova, storia nella storia, l’ultima delle persone a cui era stata indirizzata. Una signora che era bambinetta, quando quel fratello morì. La vita è circolare, aveva aperto sull’altipiano la catena, la rinchiude a Torino, proprio da dove era partita. E la signora adesso riposa nel cimitero vicino al fratello che aveva appena conosciuto. 

Un giorno sull’altipiano, mi imbevo di verde, di pietre, di ricordi che arrivavano dalle storie di casa. C’è una umanità che non se ne va da questi posti, che non è stata scalzata dalle seconde case, dalle piste da sci e dagli alberghi. Ci sono i piccoli cimiteri di guerra che ricordano cos’ è avvenuto. Quello della foto, è piccolino, non ha croci, ma alberi mozzati a 20 anni. Se ne sente il significato, soprattutto guardando gli altri abeti, enormi, lasciati crescere attorno. Sotto quegli alberi mozzati, oltre 3000 giovani, tutti ignoti. Con la mia generazione si spegnerà lentamente il ricordo, ma ieri c’erano giovani che si fermavano, che si chiedevano perché, in certi posti, i caduti erano dell’una e dell’altra parte, mescolati. Ed erano ungheresi, scozzesi, tedeschi, austriaci, francesi, americani, italiani. Ragazzi che avevano la loro età, ma erano già pieni di passato e privi di futuro. Con una voglia di vivere infinita che nessuno avrebbe spento. Questa sensazione di qualcosa di interrotto che non muore, di sofferenza e di vita assieme è quello che mi commuove ogni volta che percorro questi luoghi. E’ quello che prende gli occhi e la gola e fa rabbia, una immensa rabbia che quelle morti vengano rimosse, che tutta quella vita venga cancellata.

 

 

piccole differenze

Beh, il dubbio c’è sempre stato, solo che adesso è più esplicito.

Per distinguere il genere, ci si affidava all’esame visivo alla nascita: la presenza o meno di quel robino era la distinzione. tutto in funzione della riproduzione o quasi. Poi poteva accadere altro e cioè tutta la gamma tra l’uso, l’averlo e il non averlo. Insomma una attenzione spasmodica al rapporto tra esistenza, anagrafe, utilizzo, necessità, desiderio, corrispondenza, attesa, verità, finzione, rapporti economici, coscienza. Pfuiff. Sospiro di sollievo. Outing.

Embé, adesso il genere si dovrebbe accertare quando uno è capace di decidere ciò che gli sembra più vicino all’idea di sé. Ammettere almeno cinque generi: l’uomo, la donna, x, y, xy. Anche lasciando perdere la riproduzione, è difficile trovare corrispondenza tra dna e percezione di sé. Tra l’altro la psicologia e la psicoanalisi ci raccontano che a livello di testa è ben difficile separare nettamente le caratteristiche di genere, ma che la mescolanza di queste fa la differenza. Quindi forse sarebbe meglio puntare su come una persona si percepisce e lasciare che il corollario dei desideri sessuali seguano questa percezione. 

Però a livello sociale la cosa è più complicata, la differenza è deviante, la prevalenza del maschio dev’essere riconosciuta, i rapporti economici conseguenti devono essere chiari.Quindi la questione si muove sui rapporti tra generi. Ma se il problema è giuridico-economico, basterebbe fare un codice che preveda nuovi contratti, se il problema è sociale, basterebbe (mi vien da ridere a dire basterebbe) che l’aggregazione dei generi rispetti le regole dell’amore solidale (mi viene nuovamente da ridere considerata la realtà comune), se il problema è morale, basterebbe considerare che la verità, se non si impone sugli altri, ha una eticità fortissima, infine se il problema è pubblico, finché non ci si abitua tutti alla diversità, basterebbe limitare l’ostentazione che può infastidire e non è necessaria. 

Alla fine, mi pare, che tutto si riconduca nei rapporti a due, e che sia l’intorno immediato a influenzare la differenza. Se non c’è un rapporto positivo con il sesso del partner ed i suoi desideri, la questione si risolve nei rapporti diretti: posso accettare o meno ciò che è, sentirmi coinvolto, sconvolto, mai indifferente. Ma è questione mia. Se invece per risolvere una mia questione invoco la legge, la pubblica morale, eccedo. Voglio che qualcun altro sistemi le cose al posto mio.

La gelosia nei rapporti, comunque esisterà sempre, si può fingere che la tolleranza l’assorba, ma il senso di possesso è implicito, gradito, quasi sempre preteso. Se non funziona, rifugiarsi nell’amore romantico è una buona via d’uscita, ma occulta un problema. A volte racconta cose che fanno comodo. Basta saperlo, mica bisogna risolvere tutti i problemi propri o quelli esistenti. Ci sono componenti che si trascurano, una per tutte è la serenità, che non significa essere addormentati, ma semplicemente sapere che ogni balzo in avanti, che rompe un paradigma, ha un prezzo. Poi ci sono gli spiriti eletti, ma questi fanno parte di una realtà difficile e poco comune. E soprattutto non hanno bisogno di conferme o di dubbi.

Insomma i generi sono diversi, riconoscerli è un segno di rispetto per l’uomo. Confondere il genere con la presenza o meno di un cosino,cazzino, pisellino alla nascita è fuorviante e si potrebbe cominciare a superare rendendosi conto che la società è fatto di unione e rispetto per la diversità. Diversità anche dai luoghi comuni, certamente, anzi sento più luoghi comuni nel sesso, cosiddetto trasgressivo, che nella posizione del missionario. Comunque il luogo comune principe è nel confondere procreazione e ricreazione: non ha mai individuato un genere.

natale


La foto è quella di un albero di natale controluce. C’è una finestra ampia. Fuori non si vede oltre il grigio, facciamo che sia una sfuocatura, anziché neve o nebbia che distrarrebbero inutilmente. L’albero non è granché, forse artificiale, spelacchiato, con fili d’argento e d’oro che s’intuiscono, poche palle e poche luci, senza pretese. Un albero, prima dei bassi costi cinesi. Su un lato un televisore funziona con un’immagine indistinta. Siamo in un soggiorno, un pezzo di divano spunta dall’angolo in basso. Non c’è nessuno. Ovvero c’è il fotografo, ma sta guardando dietro la macchina, quindi è uno sguardo. Solo uno sguardo  ed un pensiero.

Confronto l’albero con il sole cocente di questi giorni  di maggio, è un natale finalmente depurato, senza l’atmosfera costrittiva della festa. Le cose, private dei luoghi comuni, acquistano una dimensione comunicativa nuova.

L’albero parla di qualche affetto esistente, di famiglia forse; ne parla, così in generale, che può essere qualsiasi affetto. Si sente una relazione. Ecco, l’albero parla della relazione senza ostentazione, con poca ricchezza, quasi una necessità di fare. La povertà incipiente della mezza luce del pomeriggio fa il resto ed enfatizza la sensazione. Qualcuno ha messo insieme un rito, adesso le fasi dovranno essere riempite di contenuti emotivi.

Avete presente quando ci si trova ad una cerimonia? Raramente si partecipa totalmente, la testa scivola altrove e tra l’inizio e la fine c’è spazio per il quotidiano, per i desideri, per i pensieri meno nobili, per la noia, per i sentimenti. Accade anche durante i rapporti sessuali, ci sono studi importanti al riguardo, quindi, a maggior ragione, ovunque il canovaccio preveda delle sequenze, la testa è lasciata libera. Ciò che accade dentro, è un miscuglio che approfitta di un contenitore e delle sue cadenze temporali, la forma, i convenevoli/preliminari, l’atteggiamento. Il tutto con pensieri differenti. Nella foto, l’albero e la stanza sono il contenitore, così adesso possiamo metterci il resto. Solo che stavolta non sarà ritualmente scontato, è una rappresentazione di noi, del nostro pensiero. Noi siamo i personaggi assenti, ci confrontiamo con la verità che vorremmo raccontare e che non diciamo.

Permettiamoci di raccontarla: è natale a fine maggio ed i nostri personaggi sono due o più. Meglio due. Hanno qualcosa in testa, torneranno tra poco in quella stanza, non assieme o forse sì, comunque il non detto è già nell’aria. Non lo diranno e lo diremo noi per loro. L’albero assiste e lega tempo e spazio. La rappresentazione inizia…

le buone notizie

Non esiste un diritto alla felicità. E’ una panzana inventata dalla mia generazione che considerava il mondo a disposizione dell’uomo. Che confondeva felicità con piacere, stato con sensazione. E per condividere e rassicurare se stessa, questa generazione l’ha raccontato ai propri figli, ne ha fatto oggetto di crescita economica, ha assicurato che si può essere realizzati e felici.

Qualcuno dirà: ma esiste nella costituzione degli Stati Uniti il diritto alla felicità, e pure nel Butan c’è un indice che misura la crescita della felicità accanto a quella dell’economia. Ma vi pare siano particolarmente felici negli Stati Uniti, oppure nel Butan?

Esiste la fatica della conquista della felicità, le condizioni che la possono rendere vera. Per poco. Quanto basta a motivare lo sforzo e riprovarci.Esiste un bisogno di felicità, un percorso tendenziale, a volte tangente, una spinta a ripetere qualcosa che affonda nel bujo del nostro ricordo. Ed è rosso, caldo, avvolgente, ed immoto, eppure, al contempo, è dinamico, muta di luce e colore, prova brividi e sente. Sente tanto intensamente da perdere nozione del tempo. Ma costa fatica anche se è gratis, è lavoro su di sé senza risultati apparenti, che a volte sfocia, senza motivo apparente, nella pienezza. Non ha a che fare con l’amore, può accompagnarlo, ma è disgiunto. Neppure con il piacere c’entra molto, a volte coincide, ma è un caso.

Non c’è un diritto e saperlo costringe a scegliere, a rimboccarsi le maniche, predisporsi. E soprattutto ritagliare la felicità alla propria misura, cercarla in ciò che si avvicina a noi. La felicità, come il dolore, è un percorso alla conoscenza di sé, per questo non è un diritto ed è un lavoro che non finisce.

p.s. Buon compleanno Bob, abbiamo idee convergenti sulla felicità.