devi capire (mantra della notte)

Devi capire. Oltre il limite della pazienza, capire. Governare l’impeto di mollare tutto e respirare profondo.

Capire tutto, significa com-prendere. Non occorre che tu capisca davvero, ma che accetti quelli che giudichi errori nel tuo flusso di tempo. Gli altri non hanno la tua testa, i tuoi interessi, le tue priorità, non ragionano come te. Devi comprendere ed immettere le presenze nel vivere, non espellere.

Ti chiedono di essere diverso da come sei, non è possibile. Aspetta e governa le decisioni, anche quella di andartene, non seguire l’impulso, lascia che le cose abbiano tempo di ricombinarsi. Arginare la furia vuol dire essere fermi e flessibili. Attendere che passi ciò che muore, lasciare che le nuove possibilità emergano. Solo il vecchio è rigido e non permette la crescita delle possibilità.

Esercita la pazienza della forza, controlla ciò che dici, scava nel significato e nel tempo. Scarnifica, riportati all’essenziale. Pensa alle motivazioni vere: devi capire gli errori, anche i tuoi, ammetterli nel tuo vissuto. E comprendere anche quelli precedenti, fanno parte di ciò che ha generato il presente. 

Leggi il buono che già c’è, sviluppa quello che ci sarà. Coltiva solo quello e non permettere che sia lo scontro a modificare le cose. Fai quello che devi fare, non dipende tutto da te, fai emergere il buono. Polemos è madre crudele di ogni cosa, ma è il punto che rompe il tempo. Il tuo tempo. E forse non è necessario. Attendi e governa.  

 

4° piano

Il vigile che venne ad assicurarsi che effettivamente abitavo a casa mia, si appoggiò ansimando alla porta.

82 gradini, non voglio vedere la terrazza. Ma è sicuro che abiterà questa casa?

Certo, risposi, mi piace questo posto.

E quando sarà vecchio, cosa farà. Morirà per le scale con le borse della spesa?

Vecchio? Che vuol dire, che non riuscirò a camminare o far le scale? E le badanti, le mandiamo tutte a casa? Prende qualcosa?

Scosse il capo. Un bicchier d’acqua, grazie. Se ne avessi 10 al giorno come lei, sarei già morto. 

Il tutto finì in risata.

Quando sono arrivato in questo condominio squinternato, fatto di più o meno quarantenni, di aperitivi, di cene in comune, mi sono  ritrovato, addosso, un nuovo nome: belfagor. Forse in onore delle mie abitudini poco decifrabili, o degli orari strani, oppure della quantità di libri, musica e oggetti che ingombravano le stanze. Qualunque fosse stata la genesi, mi è piacque: un diavolo non vende l’anima.

Chi mi viene a trovare, deve averne davvero l’intenzione, non si è più abituati alla fatica, ma questo mi da un vantaggio: i miei visitatori soggiacciono ad una selezione naturale ed auto eliminano la domanda: che farai da vecchio? Al massimo scuotono il capo, pensando che sono senza speranza.  Io penso ai miei non pochi anni, e mi sento lusingato. Ma è così banale un piano terra, non ci sono i tetti, se non c’è un giardino non si vedono le stagioni. Ed è impagabile sentire il vento, la neve mentre copre i tetti, la pioggia sulle tegole, il sole fin dal primo mattino, le allodole di notte. Avere una terrazza sopra la testa, dove prendere il sole, tenere le piante, leggere, guardare i fuochi a ferragosto o a capodanno. Il piacere del posto e della casa elimina la fatica e il suo pensiero.

E poi c’è il bar di Anna, il Prato della valle a due passi, i portici, Gino, gatto proprietario del secondo piano, Fulvio, gatto dolcissimo e signore del vicolo, un pensiero variegato di sinistra che s’aggira per la casa e fa bene al cuore, non ci sono astemi, tutti sono a dieta e trasgrediscono in continuazione. Un luogo ideale per un diavolo âgé.

Allora che saranno poi 82 gradini? Meno di tre minuti di palestra.

arena morenica

Governare sé. Con il capire profondo, fatto di silenzi che cavano parole per riconoscersi.

Guardare dentro e trovare la libertà. Metterla davanti ed allora dire di no. All’unisono, tra dentro e fuori.

Tutti i no necessari, non per capriccio o convenienza, quelli sofferti e quelli sereni. Con incompreso amore, dire.

 

Nel sole del primo pomeriggio, davanti alle alpi Giulie. Arena morenica, magredi, ultime tracce di neve. Alle spalle: voci, parole piene di vocali che si aprono, intercalare di bestemmie senza intenzione. Qui dio è di casa, non si stacca dalle vite.

Il maglio ritma colpi sordi, dentro il capannone. Batte cuore possente, parla di fatiche. Arriva al bar, dove le parole parlano di fatiche. A volte ridono, ma il riso è rappresentazione,  attende il consenso di chi ascolta, ed intanto trattiene il respiro. Poi ancora, fiotto, nero, di sangue usato e rappreso, le nuove fatiche narrate.

Epiche.

Presenti.

Future.

Ad est la vita dei campi s’è trasferita in fabbrica, portando con sé la religione della forza e della fatica, l’istinto di piegare qualunque cosa si metta davanti alle braccia. Pasolini era nato poco distante, sapeva che la fatica si compie anche sui libri. Pervicacemente capire, piegare, penetrare, disfare con dita grosse e gentili, rifare. Come piantare una pianta da orto: scegliere il sole e l’ombra, il riparo dal vento. Crescere, provando, riprovando e il raccolto verrà.

La religione del fare. Dal bujo dei secoli a Pasqua, nella messa dello spadone, il prete alza al cielo il simbolo di guerra. Lo mostra e lo offre. Una guerra per forza, come il lavoro, come lo studio, come la cultura. Non c’è velluto, né morbidezza, ma poesia sì, in questa eterna lotta che strappa il vivere ai giorni. Mai arrendersi, riposare per ricominciare.

E l’uomo si identifica con la fatica. E’ fatica.

maggio e l’assoluto

Guardavo i cavédani mangiare le barbe di pioppo sul pelo dell’acqua. Vedevo controluce il guizzo argento diventare dorato di sole e poi sparire un attimo, prima di tornare di nuovo. Senza fretta, in equilibrio di luce, d’aria e di voci con me che guardavo dai gradini sull’acqua. Tutto fuori dal tempo, solo esistere.

E pensavo fosse assoluto.

Assoluto che i pesci si cibassero di niente d’alberi e ragni d’acqua, che quello che mi veniva detto, in quelle aule vicine al fiume, fosse vero, che l’assoluto fosse ovunque. Sparso attorno a noi a piene mani con il ribollire del cambiamento. Assoluto e mutazione, assieme, senza contraddizione, perché tutto fluiva, si rivolgeva di pancia e poi nuovamente pinnava via. 

Tutto possibile. Tutto a disposizione. Bastava allungare lo sguardo, la mano, il cuore e poi cogliere assieme il futuro.

 

cercare Venezia


Venezia, giovedì era stupenda. Parlo della mia Venezia, quella degli itinerari seminascosti e deserti di turisti. La Venezia dove un campo è piccolo, ha di due panchine, una è vuota, e nell’altra, i vecchi parlano con i piccioni.

Camminare nel sole ed ombra, guardando i particolari d’una trama che, ai tempi della Serenissima, non era ancora scritta. C’è una Venezia dell’ 800 e del primo ‘900, dove finiscono i marmi bianchi, il Sansovino, lo Scamozzi, il Sanmicheli e gli epigoni del Palladio. Dove la mercatura non era arrivata ed il lustro del Canal Grande è lontano assieme all’apparire. Una Venezia di gatti, calli strette, ponti miserelli e case operaie fatte di mattoni. Siamo vicini al lato nascosto di quella che fu, un tempo, la più grande fabbrica veneziana: l’arsenale. Munito castello che conservava l’arte, i segreti e l’ingegno dell’andar per mare su legni e ferro d’armi. Un immenso agglomerato di sale enormi, di mattoni, di colonne possenti, di camini e pareti in rovina. Davanti c’è Murano e l’isola dei morti, il cielo e un braccio di mare a dimensione domestica. 

Sia pur vecchia, qui la vita della città, dei veneziani, esiste ancora. Non è coartata, mutata geneticamente dai foresti, abbagliata dal colore dei vetri, delle maschere, dei merletti, del tutto cinese, del tutto da vendere e nulla da conservare. E’ ritratta in sé e guarda l’agonia dell’altra parte che vive d’apparenza, sente che essere nel mondo snatura, non esprime identità, così s’ aggrappa alla cultura che ricorda e si spegne.

Che senso avrà il padiglione Italia, proposto da Sgarbi, alla Biennale, con 2000 artisti invitati, dispersi ogni dove, in città e in Italia. Traccia di qualcosa che forse è altro e comunque non riconducibile ad una città. Non capisco, forse neppure i veneziani capiranno, ma non importa, basta arrivino turisti. La grande Venezia era gelosa, autoctona anche quando importava ingegni, piegava le menti ad un volere aristocratico, teneva il meglio del mondo, teneva e lasciava liberi se c’era compatibilità tra grandezze. Chiedete al Veronese cosa pensavano i monaci della sua cena in casa di Levi. Del resto l’aristocrazia aveva sbarrato le porte ad ingressi esterni, bisognava essere veneziani per governarsi, il resto era comprabile. E per partecipare al maggior consiglio, dopo la serrata, e quando già il declino era ben visibile, non bastava essere nobili, e neppure grandi, ma bisognava versare 100.000 scudi. Ma non illudetevi, pur indossando gli stessi abiti, non si sarebbe mai stati eguali davvero.

Città altera, generatrice d’orgoglio, forse l’unica dove appartenere era condizione, dopo Roma. Feroce con i nemici, assolutamente conservatrice, se non nella mercatura, finché poté averne una. Miope per sua grandezza. Ma non sono oggettivo, la mia città, che contribuì alla nascita di questo miracolo, attraverso i suoi abitanti spinti dal terrore dei barbari, ha chiuso la propria grandezza di capitale nel 1406, quando il suo signore, i figli maschi e parte della sua famiglia, vennero strangolati nelle prigioni di palazzo Ducale. Si chiudevano così guerre che erano durate tre secoli, ed iniziava una damnatio memorie che, oltre a cancellare i Carraresi, precipitava Padova nel declino sonnolento della provincia. E solo l’ultimo contributo con il neo platonismo, con il metodo scientifico di Galileo e con la nascita della medicina moderna mostrò sprazzi di quello che avrebbe potuto essere la città se lasciata crescere. Antica inimicizia tra parenti, quindi, ma anche simbiosi non paritaria, per convenienza, necessità, rapporto di dominio. Secoli d’ombra. Forse poteva essere diversamente, per Verona fu così, ma bisognava schiacciare il cugino scomodo e infido. E Venezia ci riuscì bene.

Sembrano cose lontane, eppure, pur nel mutato ordine, le competizioni pesano ancora, in questo mondo dove primeggiare almeno in qualcosa è condizione di vita. C’è una battaglia tra galletti in corso, nuovi ingressi e nuova nobiltà di denaro orientano la crescita. I luoghi hanno bisogno di principi adeguati, lungimiranti di futuro e di opere, sfidanti di fortuna oltreché d’uomini, per crescere e far nascere appartenenze e culture nutrite di opportunità.

Venezia ora è altrove, corre per suo conto. La mia Venezia, si stende pigra e guarda quanto accade. E’ un enorme animale immoto, fatto di pietre senza dominio da mar, senza dominio da tera, e così punta al cielo. Dice: cibatevi della mia apparenza, porté bezzi foresti, fazì el vostro comodo, ma con creanza. ( portate denaro, fate il vostro comodo, ma con educazione) E il cuore batte piano altrove. Sempre tra acqua, terra e cielo, nei luoghi dove gli abitanti possiedono il tempo. Cosa che i turisti non possiedono. Dove c’è la coscienza d’essere diversi, ed è barriera impenetrabile per chi è frettoloso. Dove parlano di niente e pare di capire, ma nella ciacola, il suono conta più delle parole  e quando si segue lo sguardo di chi parla, in realtà non si sa dove guardare.

Bobby Sands

Spesso parlando di una persona morta giovane, si dice quanti anni avrebbe ora. Bobby Sands, ha ancora 27 anni. Li aveva il 5 maggio 1981 e li avrà per sempre, almeno finché qualcuno si ricorderà di lui, in Irlanda o altrove. Allora, come adesso, accade che la forza di un ideale, di un sopruso patito, cancelli l’età, renda così alta la testimonianza che non saranno necessari altri messaggi per rendere evidente l’ingiustizia. Era accaduto ed accade, penso alla mia generazione, con i morti di Reggio Emilia, con Jan Palack a Praga, a Parigi e a Berlino nel ’68, ma anche con i bonzi che si davano fuoco a Saigon e in Cambogia, con i giovani a Teheran prima e dopo la rivoluzione, in Palestina, a Pechino, e potrei continuare verso il Cairo, la Tunisia e la Libia di questi giorni. Una scia giovane di scelte che trascinano i popoli e cambiano gli stati. Non importa in quanto tempo, ma rimuovono la gora dell’acquiescienza, rendono evidenti i problemi. 

Bobby Sands morì dopo 66 giorni di sciopero della fame, e dopo di lui morirono altri 9 militanti dei due movimenti irredentisti dell’ Ulster, tutti detenuti negli H-Blocks del carcere di Long Kesh. Bobby era deputato al parlamento britannico da 25 giorni, il primo ministro inglese era Margaret Thatcher, né l’uno né l’altro cedettero, ma vinse Bobby. Difficile ricordare, cosa arrivò allora, in un mondo non ancora globalizzato, certamente quella che sembrava una questione importante, ma locale, divenne l’ennesima dimostrazione che lo scontro tra Davide e Golia era possibile e che il debole non era automaticamente vinto. Si disse, quello che sento ripetere ora per i movimenti nei paesi del mediterraneo, ovvero che si può opprimere il popolo per anni, addormentarne la rabbia, togliere la speranza del cambiamento, la cultura e la percezione del vero, ma alla fine il movimento tellurico si scatenerà, e ciò che era impossibile improvvisamente diverrà insufficiente.

Bobby Sands, non era l’incarnazione del bisogno di tutti, certamente non del pensiero dei protestanti, ma evidenziava un problema di oppressione. E lo faceva difendendo la dignità della propria idea di un’Irlanda unita. Aveva un percorso fatto da scelte forti, iniziate presto. Chissà quanto avrà pesato la Bloody Sunday di nove anni prima, su di Lui. Era giovane, ma non aveva età, nel senso che gli ideali e i principi straripano rispetto alla normalità delle vite. Non era un trascinatore, lo divenne perché non tornò indietro rispetto a ciò che riteneva giusto. Forse voleva parlare solo agli irlandesi e agli inglesi, in realtà parlò al mondo di allora, dicendo che la speranza di chi spinge in avanti la storia vince su chi bastona e uccide. E qualcuno di noi, che allora era giovane, amò la sua forza e fiducia. E anche Lui e la causa irlandese.

pensa a te

Quante volte accade che il dovere o l’altruismo coprano altro? E di evidenziare la difficoltà e la pena del fare e del vivere, sottovalutando il piacere e l’utile connessi.

Quando ti pare di far troppo per gli altri, fai davvero il generoso e pensa a te.

Chiediti cosa t’interessa, segui il vantaggio che procurerai ad altri, ma guardati in faccia, dicendo che pensi a te.

Non sostituirti, cerca la tua verità. Trasparente e dura che sia, cercala ed accoglila, pensando che così sei.

Nessuno salverà per sempre un altro, salvati e mostra cosa vuoi davvero. Allora  forse, qualcuno vedendo la verità, si salverà.

La vita è costellata di sacrifici a divinità senza merito od indulgenza, ma è anche costellata di sacrifici fasulli non richiesti, fai emergere qualche pensiero rimosso e pensa a te.

Non sacrificarti, e raccontatelo ogni mattina e sera, perché non ci sia spazio per altre storie.

Pensa te, con consapevolezza e dai quanto non ti serve. Magari renderai qualcuno felice e se non ti sarà grato non t’ importerà. 

 

fuori dalla narrazione

 

Tra le parole di moda, emerge l’uso sconsiderato del termine narrazione. Nel senso di raccontarla, sempre e comunque, di spiegare ciò che è sotto gli occhi e che dovrebbe essere di per sé evidente, ma che narrato evidenzia il proprio senso. Come fossimo tutti bambini privi di codici interpretativi ed incapaci di vedere davvero.

Ed io esco dalla narrazione che non implica fatica, perché ognuno deve vedere con i propri occhi, trarre le proprie conclusioni, commettere i propri sbagli, non farsi assolvere da chi gli racconta la vita. Soprattutto la propria.

Come la mettiamo con l’insofferenza crescente, con il non poterne più, con i lacci e la costrizione propria ed altrui, con le false libertà che non durano oltre il piacere, con gli anni che pesano quando si apre il vuoto, indipendentemente dal loro numero. Insomma come affrontiamo il senso vero della vita che non può essere narrato perché o si vive o non significa nulla oltre l’illudersi.

2 miliardi di persone davanti allo schermo e la considerazione era: significherà pure qualcosa per queste vite che guardano. Questa è la narrazione, ovvero ciò che queste persone non avranno mai, quello che è irraggiungibile, che non distingue tra sogno e favola.  Ed è qualcosa in cui ci si può identificare senza fatica, anche se non cambia nulla, contrariamente al sogno che ci modifica e porta oltre. Oppio per non vedere la propria storia.

Mi interessano le storie vere, quelle che non si possono narrare facilmente, perché sarebbero tremendamente banali senza la persona che emerge, ma appena indagate, divengono incredibili, perché fatte di realtà, intrise di quotidiano e memorabili. Molti anni fa vidi un film giapponese, che rappresentava la vita di una persona attraverso una camera fissa aperta. Una giornata senza copione, solo scorrere del tempo e così densa di tempi morti da far emergere l’ansia che accadesse qualcosa. La collegai a ciò che dice Ullrich nell’ uomo senza qualità, quando pensa di vivere come in un romanzo, per cose notevoli. In entrambi gli estremi, la narrazione è impossibile, dovremmo arricchirla di contorno, deviare l’attenzione, perché il pensiero si distolga dalla consapevolezza di essere. Insomma parlare d’altro per parlare della persona e di ciò che sente. Provate a raccontare una fotografia, rendere i particolari, e poi, passando alla persona, dirne il pensiero, l’umanità. Difficile, se non si mostra la foto, e qualunque cosa si dica sarebbe infedele rispetto all’oggettività dell’immagine, tenderemmo ad arricchirla per interessare, modificando la realtà. Quel che ne esce, non è la foto o la persona, ma la nostra capacità di suscitare interesse, fascino.  

Cosa c’è di umano nello spettacolo se viene semplicemente narrato? Nulla, è prefigurazione d’altro, che dev’essere vissuto in sé per diventare sentimento, forza ammissibile e fuorviante. E sogno che si materializza.

Tra le capacità somme del premier c’è la capacità di raccontarla, di narrare. Ogni seduttore conosce il valore della narrazione, ma fugge il superamento della seduzione, ovvero il suo gradino più alto, che è la prova del vero attraverso la critica e la sua condivisione. L’eros. Il disvelamento della qualità oltre l’apparire. Se io ti vedo come sei, non posso raccontarti, ti devo vivere. E così il superamento della narrazione è il momento in cui si piega l’acciaio, si modifica il sé e il presente, non ci si accontenta più. Materia incandescente che può sfociare ovunque: nel volo insperato, nella disperazione, nel cinismo, nella vita consapevole, nell’euforia, nell’entusiasmo. Tutti gradi di consapevolezza dove il narrare è messo da parte e subentra il vedere. Duro, trasparente, tenero, irto ed ustionante. Generatore sommo dell’essere, della sua continuità e del suo moltiplicarsi.

La narrazione se non infiamma d’entusiasmo, se non rende tangibile il mutamento, se non fa compiere balzi, se non rompe consuetudini, paradigmi, lacci, se tiene queti, è oppio. Per questo non vorrei narrare, perché il senso, quello che si sente, non può essere narrato, si può esibire, mostrare, additare, ma per essere condiviso chi lo legge, deve sentirlo e tradurlo in sé, trasformarlo in cosa propria tanto che diventi sua storia. Questo è il mio limite, non narro e non suscito. Non come vorrei e nel senso di incompiutezza mi fermo. E con pazienza, mondo la narrazione, la sua tentazione, dal dire. In cerca dell’eros. Ovvero della condivisione. E l’eros non è narrazione.

 

la parola della settimana: Siria

In questi giorni penso spesso alla Siria, alle persone conosciute, ai luoghi. Il profumo dolce dei narghilé alla mela, i forni, i suk, le pietre dorate, il deserto. Mi torna in mente la sensazione del colore, quella radiazione rossa che emana dappertutto e rende vividi gli altri colori. Il verde e il nero, in particolare. Penso all’imbarazzo coperto di parole ed alle rassicurazioni di Hassan, alle frasi senza punto, ai tre puntini di sospensione come modo per chiudere ogni domanda diretta. Internet sull’ i-phone, non funzionava, più dopo la frontiera giordana, già arrivando a Deraa e da allora non ha più funzionato. Serve internet? Moltissimo e pochissimo, dipende dalla tesi che si ha in testa. A me sfuggiva – e sfugge- molto, non bastava l’informazione. Dalla tv capivo che la situazione era molto più complicata del conto dei morti e della repressione. Anche da quello che vedevo gli elementi da incasellare in un quadro non erano chiari. La sensazione è rimasta, troppe le variabili in gioco e se le rivolte apparentemente semplificano, distinguono i buoni dai cattivi, quello che accade durante e poi, è dissonante rispetto alle premesse. Gli strumenti che ha un occidentale sono limitati, c’è una barriera culturale da superare, un rispetto da mantenere sul sistema sociale complessivo. Ma anche l’abbandono delle scale di valori e di giudizio, perché non adeguate ai codici che dovrebbero interpretare e collocare. E come potrebbero, senza molta conoscenza e umiltà?  Anche dalla BBC o dalle tv arabe in lingua inglese si capiva poco oltre le notizie. C’era il disagio sociale, la rivendicazione di libertà (quali?), la richiesta di deposizione per il presidente-dittatore, ma oltre i pensieri limpidi, quali fossero i retropensieri, le lotte, le aspirazioni individuali e collettive non si capiva. Come interagiranno Curdi, Sunniti, Sciti e poi Ebrei, Cristiani, cosa effettivamente vorranno di comune a tutti. In Siria le religioni pesano, ma per ora convivono. Anzi convivono da millenni e poi?

Comunque sia, ci sono oltre 550 morti, governa un regime, sia pure laico. Non ci sono elezioni libere e democrazia, la protesta continua, le concessioni che verranno fatte, non basteranno. Può accadere qualsiasi cosa e l’occidente sembra impreparato.

Gestire la transizione, facilitare i processi di democrazia, questo dovrebbe fare l’occidente. Sapendo che la democrazia occidentale non è la stessa che nasce ad oriente o in altre parti del mondo, che coincidono i nomi, ma la sostanza è differente.  Che la stabilità delle istituzioni dipende dai parlamenti, ma anche dai giudici, dalla polizia, dall’esercito e soprattutto dai cittadini. E che questi ultimi pensano cose semplici ed impossibili quando fanno le rivoluzioni.

Si troverà una via di mezzo. Succede sempre così. Poi il ciclo ricomincerà e ciò che era stabile diventerà instabile, La ricerca della stabilità è una costante del pensiero politico sociale del mondo.

Poco più di quindici giorni fa ero ancora in Siria, vorrei sapere come stanno e cosa pensano le persone conosciute, come vivono questo momento, cosa sperano. Non quello che spero io o come penso che dovrebbero vivere.  Vorrei saperlo oltre le notizie, ascoltare e basta. 

 

il cerchio di gesso

Parlando di te, usi parole dense, come si fa tra i vecchi amici che si sentono per il piacere dell’altro. Ed hai concluso con il presente, non con il passato. 

Ho chiuso il cerchio, adesso mi sento in equilibrio. Serena.

Nella mia mente si è disegnata una circonferenza tracciata col gesso, un braccio che ruota sul perno del corpo, il segno per terra. E tu, dentro una prigione facile e difficile. Da superare con un balzo, come tutte le prigioni della volontà. E invalicabile.

Hai mai pensato che il cerchio rappresenta la perfezione e la divinità, ma che né l’una né l’altra sono serene? La perfezione quando cessa di essere tensione non ha più coscienza di sé ed il cerchio viene superato come immagine, lasciando qualcosa di indifferente al mondo ed immoto.

Ma da quanto capisco, il tuo cerchio di gesso, è una serie di equilibri, un trovare la misura del desiderio. Vivere il giorno, con il pensiero del futuro domestico e trovare un equilibrio, è una forma alta del vivere.

Altri cercano molto di più e si abbattono schiantati appena fuori del cerchio di gesso. Oppure esasperano la tensione sino a realizzare che solo l’insufficienza ed il limite ci possono accompagnare perché perfezione e purezza non sono concetti sovrapponibili, ma al massimo tensioni irrisolvibili del Tutto. Solo i bambini possono pensare di essere davvero Tutto. 

Sono pensieri silenziosi, nessuno tornerà mai bambino, ma gli occhi possiamo pulirli. Dal tempo, dalle urgenze, da ciò che non conta davvero e giocare con il cerchio di gesso. A volte tu, a volte io, a volte nessuno perché è scesa la sera e nessuno gioca più.