la memoria dell’aria

scrivere con malinconia

silenzi assordanti

caro diario

linee di frattura

buon compleanno nonno Antonio

17 agosto 1917

s’ammucchiano le nubi

domani per noi è ferragosto

Nei paesi si festeggia,
tavolate, cibo e musichette,
le voci scivolano tra dialetti e cori: specialità tipiche del posto,
ma appena fuori non c’è più nessuno,
a sera solo voci da finestre illuminate,
luce di lampioni,
perimetri di case.

Segni d’una notte che non mente
che non avvolge e non rassicura.
il tramonto s’è riempito di nubi gialle e grigie,
la città lontana proietta voglie in cielo,
ma le stelle cadenti si nascondono
e neppure un desiderio durerà a lungo.

Vicini lampi annunciano la pioggia.
che verrà, presto, grigia,
e sporca d’abitudini,
pur di non lavare il mondo,
s’infilerà tra gli steli e bagnerà i fiori del campo,
gorgoglierà in grondaie di rame rosso verde,
si getterà tra scacchiere di chiusini
giocando con polvere e lamiere,
ma non con noi che abbiamo chiuso il cuore,

Non con noi che circondiamo l’amore di rifiuti,
non con noi che non ci stendiamo più sull’erba
e non guardiamo chi è vicino,
chi è lontano,
ma ancora ha forza di collocare un desiderio in cielo.

pleiadi

buona notte

A notte, poi, quieta è la strada
l’asfalto più non suona
sasso a sasso,
si chiamano le pozze di luce sparsa.
Alte stelle e nuvole,
accolgono rari inquieti uccelli :
il grido che non attende,
la preda o il chiamo
dell’amore che si cerca.
Quando il bosco dorme,
pochi lupi cercano chi è solo,
chi, preso alla gola, si dibatte,
è il pasto del branco
ma sono fratelli,
nell’assalire non eccedono,
sazi, rientrano nel bosco.
Chi li ha visti in paese ne ha parlato,
con parole serrate,
e schegge di paura,
ma nessuno ha detto ch’erano pasciuti,
che l’odio da rossi occhi traboccava
ed era ansia di vendetta.
Chi li ha visti ha detto dell’asino
riverso nel campo,
che guardava il cielo, gli uccelli neri
e il branco,
ma nessuno s’è mosso a difesa,
neppure hanno urlato.
Eravamo disarmati, hanno detto,
come fosse abbastanza un’arma
a fermare la fame.
È allora che nel racconto s’è infilato il rapace,
con la serpe tra gli artigli,
esaltati ed entrambi rei di morte
Poi silenzio sorseggiando il vino.
Storie per la notte quieta,
nella strada passa il porcospino insonne,
la lepre chiara, la lumaca e la sua bava,
nelle case restano sparse luci,
pensieri stesi come alghe nel torrente
che il sonno accarezza
e poi scompiglia,
mentre i sogni sommano
il disfatto e l’attesa
Un respiro lungo traversa la valle,
la strada,
scivola sui tetti di lamiera,
muove il gallo più del vento
e ad esso si con giunge
nel caldo alito
che spinge i cuccioli dell’ universo
In sonno.