pagine chiare

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piccoli disegni, frasi che iniziano senza maiuscola e finiscono senza punto, pagine percorse per terzi, quadranti, sbiechi tagli sospesi,

finché scroscia un pensiero verticale e lascia un tappeto di lettere morte:

o si trova una strada o ci si perde tra le spire sinuose del boa che abbraccia e non stringe, si colora, cangia e prosegue verso una nuova pagina chiara

Basta leggere.

E dai tagli sui muri entra, luce festosa pulviscolo d’oro danzante quieta qualche impronta che l’accoglie : è lì, tutto, lampante e incompiuto. E…

Il pensiero non si compie, come una nassa aperta, è interminabile succedersi di guizzi, code, luci di scaglie frante, senza ritorno, avanti senza ricordo, avanti, ancora avanti…

Là in fondo, c’è il mare aperto.

nb: bisognerebbe leggerlo come una sorsata, bisognerebbe…

aggiustaio

Ho una piccola mania, che magari è grande e non me ne rendo conto: mi danno fastidio le cose che non funzionano. Tutte. Mio figlio diceva che ero un aggiustaio, non era vero, però ci provavo. Forse era una reazione al fatto che non avevo manualità e vivevo tra persone che ne avevano sin troppa. Forse era il tentativo di rimontare virtualmente una delle tante sveglie smontate da piccolo e che erano servite a fare piccole trottole dentate, prima di dissolversi nel nulla, ma comunque fosse, ci provavo.

Adesso lo faccio molto meno, si butta via molto, ma un accanimento con le penne che non funzionano, ce l’ho. E così cerco di farle funzionare, anche quelle più difficili, le biro. Non ci riesco sempre, però la considero una disciplina. Mi applico, uso astuzie, attenzioni, ingegno che non hanno riferimento al valore, ma solo al fatto che uno strumento di scrittura deve scrivere.

Non è un problema di carenza, preziosità o numero, da sempre colleziono penne e ne ho a centinaia, ma forse la piccola follia è nella rassicurazione che all’occorrenza scriveranno, che sono pronte per qualcosa e non sono solo cilindri di vario colore e materiale accumulati.

Anzi il senso di sicurezza si spinge più in là, se penso che possono scrivere qualcosa che adesso non conosco, tracciare segni, ideogrammi, appuntare pensieri ben oltre al loro valore. E’ la certezza che le cose utili servono a quello per cui sono state fatte.

Così provo penne e se posso le riparo. E  quando riesco a farne funzionare una di particolarmente riottosa, mi prende un piccolo senso di soddisfazione, quasi un piacere, che sconfina in un sorriso.

il rispetto del prato

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Un tappeto di steli piegati,

battuto da pesi inconsapevoli,

da neve corrotta e d’ansia pesante d’inverno;

neppure il cielo denso di bianco e di grigio, consola.

I disastri non hanno voce, come gran parte delle nostre pene,

anzi ci sediamo su esse in attesa di consolazione, 

perché esserci, nel momento della malinconia, è misura del bene,

e anche il silenzio è un tenero abbraccio.

Non sempre, non solo,

ché il bene dall’utile senso del vivere non si separa,

né dal tenere o dal lasciar correre,

liberi anche di tornare,

così, chi si risolve nell’essere consapevole del proprio respiro,

nel camminare, o alzare il braccio per cingere,

o ancora la mano aperta in carezza e la bocca pronta al bacio,

e ne conserva memoria costante,

sì che il gesto si rinnovi e sia guida di vita,

come altri, ancora, consumano l’attimo, tra fuoco desiderante e  spossatezze,

specchio di chi si trova in battaglia,

e nell’attimo in cui si gioca la vita, non la vede e non la coglie,

ma solo allora sente che pesa, importa e acquista senso.

Penso alle umili, per noi, cose,

che altro destino non hanno che la misericordia dei giganti indifferenti e idioti,

oppure che il caso le lasci sole a crescere il proprio destino,

nel rispetto del prato, perché gli steli raddrizzino il capo,

e a noi venga inattesa,

l’esperienza del verde irrompere

nell’assoluto del semplice.

white christmas

Le lobbie marroni, i cappotti ben sotto il ginocchio, le camicie con i colletti a punta e le cravatte regimental di seta. Attorno tante luci, candele, scarpe nere che si imprimevano nella neve, suoni. Bing Crosby, white christmas, alberi enormi davanti al camino, pacchetti con fiocchi e carta translucida.

Qualcosa mi è sempre mancato all’appello, la soddisfazione piena era un attimo e già sembrava un’impressione. Nei giorni di vigilia, l’immagine americana del natale, qui a nord, veniva tenuta con il dito medio che agganciava il nastro del panettone Motta o Alemagna (io preferivo il Motta), c’erano saluti frettolosi per il gelo, mucchi di neve, chiazze di luce ben distanziate, sotto i lampioni. In periferia un freddo che faceva rintanare nelle case, finestre con luce gialla che si chiudevano al tramonto, fango, tanto fango, dappertutto.

In centro, i negozi erano pieni di luce sotto i portici. Ero contento di abitare in centro, ascoltare gli zampognari, e anche solo vedere i giocattoli era un vantaggio rispetto alla campagna che non aveva né luci, né negozi, né vetrine. Anche la neve si sporcava prima in campagna. Quindi se  non mi piaceva white christmas, me la facevo piacere nell’ illusione di una felicità incipiente.

Insomma ero già contento, ma mi sfuggiva qualcosa, come se l’assomigliare, nella testa, alle immagini patinate dei giornali o della pubblicità, non fosse sufficiente per essere felici. Non capivo che tutta quell’iconografia era la continuazione di babbo natale dopo la rivelazione che non c’era, che non esisteva un italian way of life, che le immagini erano la cornice, ma la storia la dovevo scrivere io. Ecco questo non me lo spiegava nessuno: sembrava tutto fatto ed invece era tutto da costruire. L’ho capito poi, ovvero quasi ci sono riuscito, ma qualcosa manca sempre all’appello.

lasciare e lasciarsi

Nel lasciarsi tra persone, anche se entrambe sanno che sta finendo qualcosa di importante, c’è comunque un’asimmetria. Qualcuno dovrà prendere l’iniziativa perché un percorso si è concluso. E se il rapporto era forte, chi prende la decisione sta peggio di chi verrà lasciato, perché non se ne può lamentare, non vedrà l’altro con altri occhi, non potrà sminuirlo, farà i conti con un’assenza che ha provocato. Certo poi ci sono i disgraziati, gli emuli poveretti di don Giovanni Tenorio, gli immemori, i superficiali ecc. ecc. e la cosa si declina indifferentemente al maschile e al femminile. Ma non sono maggioranza, a mio avviso.

E non pochi, vorrebbero tenere tutto, ciò che finisce, ciò che inizia, ciò che è in atto. Vorrebbero che tutto fosse eguale eppure diverso, così non hanno il coraggio di lasciare e attendono che qualcun altro, o il fato, decida per loro.

Forse dipende da una paura lontana di non avere più mani amorose attorno, forse è la tristezza del lasciare che avvolge il cuore e la vista, ma comunque sia non riescono a vedere che ogni fine, oltre che un dolore,  è un inizio.

marxiana brasileira

Ci sono passaggi, zone grigie, momenti, in cui tutto -o quasi- sembra sovrastruttura, ma solo ad un infelice disattento potrebbe sembrare un momento negativo, perché è proprio allora che emerge il fiume carsico che abbiamo dentro. Quello che è il vero nostro fluire, con il suo tempo così poco lineare, con le attese tutte spostate e “sbagliate” nel loro improbabile accadere. Questo  flusso sotterraneo è orientato alle risposte, ai significati: cosa significa voler bene, quanto bravi siamo nell’accudire il bambino che è in noi, come evolve la vita e come, essa, ci faccia adulti e piccoli assieme.

Perché quanta più esperienza e conoscenza s’accumula dentro di noi, tanto più essa rivela il suo limite e non sappiamo che farne se non gettarla in quel fiume e mescolarla a quel noi che non è sovrastruttura. E’ allora che diventiamo piccoli e ne siamo coscienti, magari con un sogno da grandi: riuscire a parlare a chi è come noi.

mi piace non mi piace

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Sembra si risolva tutto nel mi piace o non mi piace. Fellini, una palla, non mi piace, anche Dante, buono quando lo fa Benigni o Neri Marcorè, ma poi… e Visconti, mi ricordo solo il Gattopardo, quello che tutto cambia perché nulla cambi. Morte a Venezia? ancora con queste storie e basta… E gli scrittori che ci facevano studiare a scuola? per fortuna è finita. Musica classica? un mortorio, ma anche i Beatles hanno fatto da tempo il loro tempo: due ere fa.  Meglio… Mi piace.

E’ necessario avere preferenze, buttare per aria quello che ha polvere, ma cosa resta dopo quel mi piace o non mi piace? Non è forse un passare ad un successivo giudizio senza appello in una logica di consumo dove, alla fine, non resta nulla di solido, di durevole?

La mia impressione è che dalla società liquida si stia passando alla società gassosa, che il riconoscimento di valore comune si dilegui mentre subentra la logica del movimento, del consumo, del passare sempre al nuovo, all’odierno. Chi leggerà i classici, chi farà fatica su uno scrittore ostico, su un filosofo, chi si occuperà di musica passata oltre la curiosità? Andraas Schiff ha sintetizzato bene il concetto dicendo che non ci si preoccupa se le discoteche non hanno anziani, ma ci si preoccupa se non ci sono giovani all’opera o ai concerti. Doveva aggiungere che amare la musica classica o leggere Dante sembra più uno sfizio da spostati e che il non saper ascoltare o leggere modificherà la musica e la lettura rendendole sempre più un patrimonio individuale, privo di rigore o senso critico comune. Magari non è un male, però ho l’impressione di vivere in una pioggia permanente di lustrini, coriandoli, immagini che scompaiono, film di cui non si ricorda il nome, note soverchiate da altre note. Insomma un diluvio di mi piace e non mi piace che non fa una cultura comune, che non distingue ciò che è solido da ciò che è transitorio. Una sorta di percorso in cui è bandita la fatica, si soddisfa il desiderio, si passa al successivo.

Confesso che questa sensazione mi confonde, magari non è vera, magari non riesco a leggere bene ciò che sta accadendo, però una domanda si materializza: cosa sta rimanendo di questo secolo, di queste vite, cosa resta del precedente passato, cosa viene trasmesso, e soprattutto come questo influenza il futuro e il vivere ? Perché cultura comune è questo, è memoria condivisa, avere una direzione, un paradigma da demolire e da sostituire con un altro altrettanto solido, ma se manca la conoscenza comune, a chi resterà il compito di cambiare, di mandare innanzi il tutto, tenendo ciò che è bagaglio da portare?

a common man

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La comune difficoltà che accomuna credenti e non credenti in questo nodo di festività che si concentrano intorno al natale, non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto agli altri, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne, se non attraverso l’attesa che si esaurisca il periodo, molto spesso si arresta alle ragioni razionali. 

Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto sull’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità, e quanto questa si sia allontanata dall’uomo e questi non sappia bene come trattarla. Da un lato le religioni hanno espropriato la spiritualità dall’uomo e anziché liberarla, l’hanno confinata nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. Dall’altro un’operazione analoga è stata creata dal rifiuto del religioso (e delle religioni) di chi non crede, ma non riesce comunque a rispondere alle domande che gli sorgono nel trattare la propria dimensione spirituale se non attraverso la negazione dell’esistenza della struttura religiosa. Questo ragionare arriva all’ateismo per impossibilità di credere e per rifiuto, a volte resta nell’agnosticismo, e tenta  di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto può, nel razionale o ancor più nello scientismo. Comunque sia il disagio e la reattività resta.

Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi. 

Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Ed io, che nel mio essere non credente mi interrogo, cerco di trovare una via che non getti il positivo di un malessere, e oscillo tra il rifiuto del troppo che ci attornia e che sconfigge l’uomo e la ricerca di significati nei momenti che certamente non ripetono l’infanzia o il momento del meraviglioso che l’accompagna, ma piuttosto cercano l’amore che esiste attorno. Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.

p.s. come si legge, non ho soluzioni, e la riflessione continuerà, ben sapendo che non si esaurirà con il periodo: questo è uno dei temi del ben vivere, almeno per me.

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

domande inopportune

Si può chiedere ad un ragazzino di undici anni cosa farà da grande, anche credergli, ma poi seguirne la volontà è altra cosa.

Cosa significa ascoltare i figli, attribuire loro una capacità di giudizio indipendente dall’età? A mio avviso è una falsa libertà. Ci sono ruoli non abdicabili, la responsabilità del sentire, capire, non solleva dalla responsabilità di decidere per altri. Ecco un effetto dell’interpretazione sessantottina dei rapporti familiari: non decidere per altri, ma lasciare che la decisione si formi per suo conto, come se le forze interne ed esterne avessero un senso positivo nel loro comporsi. Una sorta di provvidenza per laici in grado di togliere il peso del decidere. E di sbagliare. Lasciando da parte le tentazioni di veder realizzate nei figli le proprie aspirazioni frustrate, ascoltare significa accompagnare, anche contro volontà immediata. Una sorta di libertà in itinere che si fa assieme per strada dove, forse, la parte più importante è riconoscere non il merito, ma l’eventuale errore.

Certo oggi alcune scelte vengono posticipate, la scuola ad esempio, tiene lontani dal lavoro. Quand’ero ragazzo non era così, si decideva presto se studiare oppure lavorare. E non erano i ragazzi a decidere, casomai le necessità economiche, oppure la visione del futuro della famiglia.  Allo studio corrispondeva un altro tipo di lavoro. Per le differenze sociali che ciò produceva, non era giusto. Il primato di chi studiava non aveva un senso pratico, riduceva i diritti apparentemente uguali a seconda della classe di appartenenza, e segmentava la società tra culture differenti producendo la perdita di quelle considerate inferiori. Era il contrario della lezione illuministica dell’ Encyclopédie, del riconoscimento della sapienza dei mestieri, ma questo era stato il risultato della rivoluzione della merce, ovvero della rivoluzione della fabbrica. Adesso le scelte possibili nell’immaginario di un bambino si sono ridotte, e si ridurranno sempre più nel senso dell’imitazione familiare: difficile imitare positivamente un genitore precario. Ricondotte piuttosto, agli esempi esterni della società dell’immagine e dell’effimero. Per questo, oggi, forse più che allora, se si escludono i talenti innati, la scelta del lavoro non è cosa da giovani e nei padri e madri cade la necessità di capire cosa indicare, rafforzare, scegliere.

Credo che essere genitori aperti oggi, sia ascoltare, insegnare come produrre idee, come conservare ed accrescere la speranza di un mondo differente e più giusto, come lottare per quello che davvero si vuole, a partire dalla propria vita. E tutto questo costa fatica, sia per i genitori che per i figli, significa capire e poi decidere secondo la propria responsabilità. invece troppo spesso i ruoli tra genitori e figli si invertono e la volontà dei secondi prevale sulla ragione dei primi, per stanchezza ed incapacità, forse, oppure per malintesa libertà.

C’è stanchezza in giro, la fatica di vivere in un mondo precario fa cambiare i ruoli, ci si affida a ciò che accadrà sperando in un’eterna altra possibilità e questo non produce felicità.