lavoro ed equità

In ogni oggetto che acquistiamo c’è una parte visibile e una invisibile. Quella visibile è il prezzo, la qualità, la marca, il nostro desiderio di possederlo, in quella invisibile ci sono le materie prime, l’intelligenza nel progettarlo, il lavoro per farlo e portarlo fino alle nostre mani. In quella parte invisibile c’è un filo rosso che porta lontano, spesso in paesi fuori dal nostro immaginare, in città brulicanti con lingue sconosciute, in miniere, campi, fabbriche e uomini. In questa parte invisibile spesso si annida l’ingiustizia, il lavoro pagato poco e male, le condizioni di sfruttamento di donne, bambini, uomini. Qualche giorno fa è crollata una factory in Bangladesh cui lavoravano centinaia di persone, paga media 30 dollari al mese per 12 ore di lavoro al giorno. Meglio che lavorare i campi, hanno detto quelli che lavorano in fabbriche simili, almeno qui il lavoro non è stagionale e ti pagano ogni mese. E le condizioni magari miglioreranno di poco per il clamore suscitato dalla disgrazia, ma saranno sempre lontane da quel minimo che tutela dignità e diritti di una persona.

Chiarisco che non voglio che la merce resti nei negozi, anche perché per questi lavoratori sarebbe peggio, ma qual’è il nostro livello di tolleranza nell’ingiustizia e quanta siamo disposti a portarcene addosso?  Poca, tanta, infinita, ovvero facciamo finta di nulla, tanto è così?  E se l’oggetto che vogliamo, portasse un tagliando che certifica che il produttore applica condizioni eque di lavoro e paga una paga fissata come livello di vita accettabile da un organismo terzo come l’ILO  (international labour organization), saremmo più felici di comprarlo o meno? Se sapessimo che la commessa che ce lo vende non viene sottopagata, non è precaria, non lavora nei giorni festivi, saremmo più contenti oppure no?

Ecco, pur sapendo che l’equità è distante dal profitto e ancor più dalle catene della produzione e del commercio, se ogni anno ci avvicinassimo un po’ di più alla giustizia, ne sarei felice. Se sapessi che il mio telefonino, o il mio schermo, non viene da una fabbrica dove le persone si suicidano per le condizioni di lavoro, ne sarei felice. Se ci fosse una graduatoria dei produttori iniqui (e in parte c’è), potrei evitare quelli più ingiusti e incuranti delle persone. E se fossimo in tanti a farlo, questi si affretterebbero a cambiare modi di produrre e diventare più equi. Insomma penso che il primo maggio dura tutto l’anno e che applicarne lo spirito, come discrimine dei miei acquisti è la mia arma libera e pacifica. Tutta questo mondo si regge sul consumo e il consumo può cambiarlo, portiamo un po’ di giustizia ed equità nel nostro acquistare e il lavoro diventerà migliore.

p.s vorrei anche ricordare che molto egoisticamente, che è l’equità che difende i lavoratori anche nel nostro mondo. Dove non c’è equità la concorrenza diventa sleale e il mercato si altera, vince l’ingiusto e il truffatore, e le fabbriche chiudono.

a cercar oltre la rossa primavera

Sono una piccola parte di un processo sociale e politico, nella mia libertà esercitata, appartengo, m’appassiono, condiziono la vita e ne sono condizionato, ma per scelta. Una persona che vive così cerca un compromesso per vivere, un accordo tra i principi e la realtà. Non lo si fa forse ogni giorno nell’esercizio delle passioni domestiche, nei piccoli grandi amori che c’accompagnano? Perché quindi le passioni civili non dovrebbero irrompere ed essere contiguità del nostro vivere. Così mi pongo domande, soffro ed esulto per cose che una parte grande dei miei amici ( ma vorrei dire per gran parte dei cittadini di questo Paese) sono importanti e marginali. Importanti quando accadono e marginali nello svolgere personale del vivere. Ecco, invece per me queste cose sono importanti e basta.

Parlare di passioni, di amori, di problemi quotidiani, di lavoro, in fondo è facile. Si sente il pathos e raramente il giudizio morale, si empatizza con chi racconta, ma se tutto questo si trasferisce in politica, allora il primo giudizio è negativo, poi il resto diventano considerazioni da perditempo. Si discute di politica come si discute di sport, ovvero senza giocare e si ha sempre la risposta per vincere. Per questo semplifico il discorso, procedo per giudizi netti, perché l’argomentare risulta, alla fine, poco efficace. E’ come se, pur essendoci attenzione, si dovesse derubricare il discorso, sfumarlo. Come si fa del resto quando c’è un retro giudizio morale che fa dire: sì, ma…

Sono quindi un rompicoglioni moderato dal dubbio, dal dubbio che chi ascolta, davvero senta cosa per me rappresenta ciò di cui parlo e quindi appartengo a una categoria politico sociale fatta di solitari (lupi o meno), che non coagula consenso, non trova ragione di gruppo per la propria visione, che è al tempo stesso, analitica e dubbiosa. Però ritengo che questo modo di vedere, post ideologico, sia l’unico che può ancora sorreggere passioni forti. Ché le altre si nutrono molto più della convenienza e del disegno futuro di sé, più che del gruppo e della prospettiva forte che dovrebbe tenerlo assieme. Così in questi giorni, tra i miei pochi compagni d’idee, con cui ci si ritrova e s’approfondisce, emerge che la vera battaglia sarà lunga, che stancarsi è facile, che una fiducia a un governo che assembla l’acqua e l’olio, è, al più, atto di necessità furba, ma che la vera scelta è dare il giusto peso alle cose e che la battaglia vera si combatterà al congresso del PD. Sconcerta vedere che il distacco tra votanti e partito democratico, nei parlamentari scompare, che dopo i riti, siano essi le primarie, la nomina del Presidente della Repubblica o il governo, con sollievo si passa alla normalità. Tipico questo delle religioni vuote, dove il rito diviene lo scopo. Ma la normalità ha pur sempre una carica enorme di realtà e di verità, e nel lavoro parlamentare, nelle leggi, nei provvedimenti governativi, nelle priorità e nei modi di soluzione, emergerà la differenza tra chi considera il mandato come tale, ovvero come interpretazione dell’elettore e chi invece scinde la fase delle elezioni da ciò che avviene dopo. I provvedimenti veri, e il discrimine, riguarderanno il conflitto di interessi, la giustizia, la legge elettorale, la corruzione, la legge sui partiti, la riforma dello stato, l’evasione fiscale, i privilegi della casta. Qui si misurerà il governo e la sua innovazione e nel consenso o dissenso, la coerenza di ciascuno. Ma collettivamente, questo sarà il prodotto della battaglia congressuale che porterà il PD fuori dalla terra di nessuno in cui si trova e lì si verificherà se esse potrà essere un possibile contenitore di passioni, il luogo di maggioranze, ma anche di minoranze forti e decise, che producono una visione del reale legata a un progetto di società e di diritti individuali oppure un insieme di interessi, di parti che conciliano dove hanno meno da perdere.  Il resto è solo un passaggio dove la mediocrità del sentire è stata soverchiata dalla scienza del mediare. Non il migliore dei mondi possibili, ma una possibilità.  

Ha vinto Macchiavelli, le leggi del potere sono ferree, e non poteva essere altrimenti, però… Ecco bisogna considerare che se il potere è fatto di lucide geometrie, la passione ha una sua nitidezza semplice e solo noi possiamo derubricarla dalle nostre vite, scegliere le complessità che nascondono la difficoltà del giustificare a noi ciò che facciamo e non facciamo.  Passare il proprio tempo nel tentativo di mostrare che Macchiavelli non sempre ha ragione, sarà pur cosa da perditempo, ma è un gran modo di vivere.

l’età in cui nasce la malinconia e la felicità

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La scuola aveva due sedi, e si frequentavano entrambe. Quell’anno in autunno, ci furono piogge torrenziali e il rione pellettieri, che attraversavo, era interamente allagato. Parti povere della città, anche quando la città frammischiava le case tra poveri e ricchi, ma lì non c’era traccia di ricchezza, una vecchia villa era un postribolo da poco chiuso, poi, verso il canale un’altra villa, trasformata in clinica, per il resto erano case miserevoli, malsane, appoggiate l’una all’altra, in strade basse che s’ allagavano ad ogni autunno e tra esse, una fabbrica di colori, inchiostri e crema per calzature che provvedeva con i suoi scarichi, a colorare i livelli d’acqua sui muri. Così c’era il diagramma del malstare sempre a disposizione. Capivo poco, ma la miseria era evidente e passandoci in mezzo, entrava dentro come umidità, faceva star male al pensiero. La mia casa era modesta, ma linda e piena di sole, c’era legno e terrazzo veneziano, non pavimenti in terra, i miei vestiti erano ordinati e puliti, mi portavo dietro un profumo di buono, ma passando tra quelle case mi sembrava che ciò che avevo fosse in più, tanto da accelerare il passo, per uscire dall’impressione di pesantezza del vivere loro. Poco dopo l’intero quartiere fu smantellato, gli abitanti deportati in condomini e appartamenti sani, con il bagno, mentre lì, nel pellettieri, i bagni non c’erano e finiva tutto in canale, ma dico deportati perché fu dispersa una cultura, non per loro scelta e i vecchi si intristirono, i ragazzi restarono separati dal resto delle bande giocherellone nostre e ne fecero per loro conto, ma più chiuse e cattive, senza più gioco. Accadeva e noi non sapevamo nulla e così ci godevamo le demolizioni, andavamo a vedere gli affreschi sulle pareti della casa di tolleranza e per completare il giro, chi sapeva, ci portava anche a vedere i mosaici di quell’altra di via santa Agnese. Di tutto quel bisbigliare, ridacchiare, capivo davvero poco, non avevo ancora alcun interesse che fosse esplicito a me, non era ancora tempo, vedevo i nudi, ridacchiavo ed avevo un vago senso di peccato, ma la cosa finiva col parroco al sabato e qualche pateravegloria.

Le due sedi della scuola erano davvero distanti. Per raggiungere quella vicina al Carmine attraversavo mezza città. Camminavo tantissimo in quegli anni, con un’abitudine (che m’è rimasta), connessa ad un senso di gioia, come se le gambe e il loro muoversi avessero un potere di allegria, quindi non mi pesava e tornavo spesso a giocarci il pomeriggio. Un giorno, scavalcando un muro, m’ accorsi di un ciliegio coperto di fiori, dei petali che volavano come neve e divenne evidente l’aria fresca, già piena di umori, che veniva dal canale. Fermai una corsa per dirlo, ma non era già più tempo, i giochi nuovi e non più da bimbi, la scoperta delle cose dette a bassa voce, ormai cancellavano la meraviglia dello stupirci assieme, finì con uno spintone e un canzonare che bruciava, ma che mi permette, oggi,di tenere il ricordo di quel bianco in mezzo alle rovine della città che cresceva. Era l’età in cui nasceva la malinconia e la felicità attesa ed io mica lo sapevo. Il quegli anni quello che era stato seminato in me, spuntava, prendeva forma, e accadeva tutto ciò che poi sarebbe diventato forte. C’era una consapevolezza della spinta a crescere che cambiava vestiti e scarpe, ma soprattutto cambiava i pensieri, ed io i pensieri non volevo farmeli cambiare troppo, ci tenevo alla fantasia, alla meraviglia di quei piccoli giochi appena trascorsi, al fabbricare cose che sembravano altro nella mia testa, come quegli aerei di compensato ritagliati già pregustando il loro volo con i razzi, e il parlare seduti all’ombra sulle cose impossibili, e dell’ultimo film visto e il repentino alzarsi e ricominciando a correre, e le figurine nuove da mostrare, e il concitato sovrapporsi di parole dei litigi, e i silenzi improvvisi. Insomma a tutto questo ci tenevo, pur nel mio crescere impellente, eppure fuori tutto mutava, così trasferivo dall’esterno all’interno quell’essere di prima che non voleva morire, ma non me ne accorgevo. 

Alcuni giorni alla settimana li trascorrevo nell’altra scuola. A fianco dell’ingresso, appena oltre al portico, c’era un salumiere di quartiere, con un bancone così alto che mi sembrava un muro. Ed io non ero piccolo, ero il più alto della mia classe. di quella di prima almeno, perché nella nuova c’erano un sacco di ripetenti, perfino uno che aveva fatto il militare. In quella salumeria si entrava durante l’intervallo, si veniva investiti da un odore fatto di cento odori diversi, di pane, di canfora, di mortadella, di spezie, di diluente, di stoffa, di prosciutto cotto, di baccalà, tanto da restare per un attimo sospesi a decifrare, ma era un attimo, poi cominciava l’acquolina e l’attesa, finchè si usciva con un panino fresco, ripieno di tonno e cipolline sbrodolanti e gocciolanti. Gusto. Puro gusto e piacere. Era una novità assoluta: l’intervallo, l’uscita furtiva dalla scuola, il panino, il rientro. Una bricconata da cuore in gola da celebrare come una vittoria, un essere grandi prima del tempo, una libertà, un disporre di sé e del poco denaro raccattato tra mancette e borsette compiacenti. Tutti spiccioli, anche le giornate, solo la vita era davvero piena, colma, traboccante, da passare con la lingua oltre al bordo per non perderne nulla. E invece veniva disperso talmente tanto, scialacquato con allegria il vivere quotidiano che, più che una vita, era una scia di fatti, impressioni forti, flash nel giorno che rischiaravano i visi e sfumavano i contorni, sovraesponevano, ma restava tutto, oh sì che restava. Ci fu un fatto, un incidente, una chiazza di sangue larga, la segatura ad assorbire, come stessero pulendo il pavimento, il corpo portato via subito, l’impressione fortissima, poi il racconto di chi c’era e aveva visto, noi eravamo appena fuori, in cortile, al grido. E nel dire concitato, si sovrapponevano le vanterie dei testimoni, ma un peso che non aveva nome, e avevamo tutti, toglieva ogni enfasi ai discorsi, anche le parole altisonanti si schiacciavano per terra. Il pensiero di casa, di noi, della vita e del suo interrompersi per la prima volta, almeno per me, aveva un valore diverso. Non erano più angioletti, come li chiavano prima, un compagno di giochi, una peritonite, forse, e non c’era più, e ancora, il fatto dove pure noi esploravamo il fiume, uno scoppio, corpi dilaniati, il ripetere in casa che le cose strane non si raccoglievano, che la guerra che non era ancora finita negli oggetti letali, ma allora la morte aveva un altro significato, forse non ne aveva, accadeva, non era una vita a cui veniva tolto il futuro, non lo capivo così prima. Solo nella nuova scuola, in quel fatto, si palesò, nella sua definitività ed era la prima vera percezione, la morte.

Di allora, mi pare tutto eccessivo, un pullulare di contrasti, quiete e fermenti che schizzavano ovunque, continuo a pensare che tutto già c’era, che nella pallina di energia che si era accumulata pochi anni prima qualcosa si stesse srotolando, un refe, rosso, forte che prendeva dentro e attorno, cucendo tutto. L’ho capito allora che contenevo il tempo, non quello dei libri di storia, non quello sequenziale dei doveri, degli obblighi e dell’attesa di un piacere circoscritto, no, contenevo il tempo arruffato e circolare, il mio tempo, quello fatto di una crescita multiforme, di un andare, di un obbligo alla visione che non è microscopio, ma neppure sguardo distratto, un elaborare continuo di stimoli, di sentimenti, di possibilità, piacere che resta, un tempo che solo io avevo e che durava, si rivoltolava in me, urgeva e cresceva, come quelle torte senza lievito che faceva mia mamma, mia nonna, tutti: la torta margherita. Un tempo che abbuffava e soffocava, che faceva tossire per la fretta, e poi si scioglieva e lasciava pasciuti, in attesa di un nuovo essere, anzi dell’essere che si svolgeva. Ecco, lì, mentre nasceva la consapevolezza dell’esistenza della malinconia e della felicità, oscuramente cominciavo a capire che l’essere mio si sarebbe d’ora in poi, svolto, e che io scrivevo il tema.

far finta di essere sani

Questo è un luogo particolare. Chi ci viene per scrivere, chi per leggere, chi per vantarsi, chi per chiedere aiuto. 15 anni fa neppure c’erano questi luoghi e le persone facevano lo stesso tutte queste cose. spesso con un contatto fisico. Pare sia meno necessario e la tecnologia ha creato un luogo di solitudini dove mettiamo in fila i bit cercando di farli assomigliare alla vita, a quella che abbiamo, a quella che vorremmo avere. Come se la realtà fosse eccessiva e avesse bisogno d’una valvola di sfogo: c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma qui non conta basta far finta di essere sani. 

Come stai? Benissimo. Ma tu cosa vuoi sapere davvero? Perché c’è l’obbligo a star bene, ad essere sani. E felici. Il resto disturba e non interessa davvero, se non a pochissimi e quelli te lo chiedono con la voce, con gli occhi, con le mani, e lo sanno. Ognuno c’ ha i suoi guai e questo è un buon luogo per raccontarli, sublimarli, capirli. Hai detto poco. Ma la solitudine non se ne va e dopo una sbronza di parole resta la sensazione che il mondo rarèfi, sfugga come aria e bisognerebbe inseguirla quell’aria, vedere dove va. Qui basta far finta d’essere sani.

non sum dignus

Ricordo una piazza strapiena, si era alla metà degli anni ’90, gli slogan: meno stato e più mercato. Io sotto il portico, più incuriosito che preoccupato a guardare questo nuovo che non era il mio. I giovani che c’erano, tanti, ciellini per lo più, ma non solo. Anche gli orfani del rampantismo degli anni prima c’erano. Festanti. Stavano vincendo e la vittoria si annusa a volte.  Poi negli anni successivi, c’è stato sempre più stato e meno economia, ovvero si è lasciato fare e si sono socializzate le perdite. Il debito non è un caso, i salvataggi continui di banche e dei soliti noti,non sono un caso, ma il contrario di quello che proprio quelle persone chiedevano, ovvero meno stato e più mercato. Solo che il mercato è un tritacarne umana e non ha etica se non la crescita, il profitto, il denaro. Era questo che volevano?

A volte ci si sbaglia, ma non si ricorda. Anche noi ci facevamo domande, oltre la propaganda, eravamo mutati, e non poco, anche noi sentivamo che una stagione era finita. Si discuteva e sembrava che il competere fosse un di più da affiancare all’eguaglianza e alla solidarietà. Eppoi con tutto il favoritismo e le raccomandazioni democristiane, socialiste, di trent’anni di repubblica, si era pur creato un corpaccione malato e inefficiente, un peso che gravava su tutti. Più mercato e meno stato, per noi, voleva dire che allo stato spettava aiutare chi non poteva, che vigeva la sussidiarietà, ovvero che le cose venivano decise e fatte al livello minimo di potere e non tutto dall’alto e in un mercato solidale, gli altri potevano correre liberamente, crescere, competere.  Ma c’era un baco in questo ragionamento, si perdeva facilmente il gruppo e restava l’individuo, però nessuno di noi avrebbe mai pensato che l‘individuo era in realtà uno e tutti gli altri erano sì individui, ma solo nella testa. Non lo pensavano neppure i giovani festanti di quella piazza, che lavoravano per eleggere l’Individuo, e hanno continuato a non pensarlo. Anche oggi è difficile riconoscere di aver sbagliato, si vede dai risultati. Ma quello che persevera non è lo sbaglio comune, quello lo facciamo tutti. Quanto si è sbagliato nel centro e a sinistra, quante divisioni inutili,tempo sprecato, cecità, incapacità, accomodamenti. Non quegli errori, ma l’Errore principale, quello che consente ad un uomo di essere intoccabile e di rappresentare tutti, quello che devia il corso di un gruppo, una massa, un popolo, quello è l’errore mortale. Quell’errore dovrebbero sentirlo quelli di quella piazza, dovrebbe essere un errore che trascende la persona, le leggi individuali fatte dagli avvocati difensori eletti in parlamento, dovrebbe essere qualcosa che supera i conflitti di interesse. Dovrebbe diventare coscienza e comunque la si pensi, non si dovrebbe fare più, o almeno non con facilità. Vedete c’è una differenza tra le tante, nell’intendere la democrazia e il governo, entrambe le parole esprimono un concetto che contiene un concetto fondamentale: non per uno, ma per tutti. Un tempo si trovava nei pensieri una frase, che dalla religione era passata, magari come vezzo un po’ ipocrita e autoironico, nel vivere sociale: non sum dignus. Anche senza il Domine, quel concetto aveva effetto, faceva pensare, ed era coscienza del limite e del servizio. Questo vorrei tornasse, nel meditare a ciò che serviamo noi in democrazia, con il nostro voto attivo: produrre governanti responsabili, senza interessi personali, intercambiabili, che non si sentono onnipotenti e soprattutto che non sono unici.

la tentazione

C’è un’Italia che potrebbe dire ho già dato. Io faccio parte di quest’ Italia. Non è una minaccia, è una semplice costatazione di inutilità. Il mio pensiero è : non capisco, anzi non voglio più capire perché ho capito abbastanza. Mi sono fatto carico, sono stato responsabile, eppure non ho capito, non i problemi, quelli erano abbastanza evidenti, ma i miei vicini di casa, città, Paese, che dovrebbero risolverli con me. Anche i guerrieri tornano a casa, non solo i generali. Il teorema è: se torneranno a casa tutti i politici così esecrati (e neppure tanto visto il risultato di Berlusconi) ci sarà il nuovo. Il nuovo, così affascinante, liberatorio, il condono tombale sulle colpe di omissione, di disinteresse, di non aver scelto mai per un cambiamento stabile, ci salverà. Ebbene, non sono adeguato a questo nuovo immemore e se l’ho già fatto una volta di uscire dalla politica in prima linea, lo posso fare ora a maggior ragione, visto che non ho più incarichi importanti e responsabilità collegate.

Bisogna far spazio, lasciare ad altri, ancor più adesso che la confusione aumenta e la lotta non è tra vecchio e nuovo. Non credeteci, non è questo il terreno di scontro, quello vero è il confronto tra un futuro difficile e vecchio e uno illusorio, ma nuovo.  Il futuro difficile è avere la propria identità in un mondo in cui gli spazi di libertà sono drasticamente ridotti dalla globalizzazione dell’economia e della finanza, dove le politiche degli stati devono assomigliarsi nella generazione del pil, dove gli uomini sono oggetto di luoghi comuni e di felicità programmate. Uscire consensualmente da tutto questo,  senza spegnere il frigorifero sine die è cosa difficile, ma non è impossibile, solo che ha bisogno di tempo ed è davvero poco affascinante. Però la domanda di quanto del nostro sviluppo risenta da questo inseguire un benessere fatto di cose e denaro e come questo generi poca felicità (termine abusato e spesso confuso con il benessere), c’è anche tra chi persegue il futuro difficile. Ma alla fine sono (siamo) noiosi e speso tristi, insomma poco appetibili.

Altra risposta ai problemi attuali, è quella che considera l’alternativa radicale dell’uscire dal mondo così com’è, come scelta di massa: sviluppo zero, eliminazione del passato, moralità della politica (un po’ meno di attenzione riceve quella collettiva e personale). Questa alternativa la possono predicare bene i milionari, fanno più fatica gli altri che sono ancora alle prese con un posto di lavoro, con un reddito che consenta la dignità, con un futuro che, pur precario, abbia in sé una qualche stabilità.  Ma mi rendo conto che sono parole vuote, non ce l’ho con nessuno, al più con me stesso, per non aver capito per tempo che era fatica inutile. Devo anche dire che neppure mi diverto ad aspettare il cadavere del nemico, sta arrivando la buona stagione, i campi, il mare sono così ricchi di colori che non guardarli per chiudersi nel brucior di stomaco dell’ aver ragione è davvero una perdita di tempo.

Se non si partecipa non se ne accorgerà nessuno, non è triste pensarlo, è solo realistico. Bisogna vivere, guardarsi, oltre che guardare, sentire ciò che ci fa bene. Allora il gioco può non divertire più, si buttano le carte e si sceglie un altro gioco. Per chi può farlo è buona cosa e gli altri? Cazzi loro.

inguaribili romantici

Portavo pantaloni neri alla zuava infilati negli stivali neri di cavallino, giacche di velluto chiaro e maglioni o camicie aperte. Mi piacevano (e mi piacciono i colli alla coreana), sentivo il cuore che pulsava all’unisono con il mondo. Il mio romanticismo era anche questo: passione in accordo con il fare, un buttarsi oltre perché ciò in cui credevo era più importante. Avvolgevo il tutto in un mantello nero a ruota che ho ancora oppure in un eskimo che finì a pescare con mio zio, quand’ero militare. Se c’è stata una costante in Europa per oltre un secolo e mezzo, questa è stata il romanticismo. Declinato in tutte le forme, ha infiammato, unito, rovesciato, diviso, creato, distrutto e costruito stati, economia, idee, scienza e sapere. Il novecento ha sepolto se stesso e il romanticismo, ma non l’idea che qualcosa possa far da collante al bisogno di cambiamento. Sarebbe triste un mondo che ripete se stesso, ma anche un mondo che muta con la sola tecnologia sarebbe altrettanto triste. Un imprenditore, padrone del vapore, portato allo scontro in fabbrica, mi diceva di sé che era un inguaribile romantico, forse intendendo che credeva nella forza che spinge oltre il singolo, che unisce e mantiene ben distinti gli slanci personali. Insomma credeva in qualcosa che non era il solo denaro, ma la crescita dell’uomo, e per farmelo capire bene paragonava la manifattura, che è fatta di forza, precisione, ingegno e trasforma, crea quello che prima non c’era e non ripete, rispetto alla finanza dove tutto questo non esiste e il denaro genera se stesso. Questo scontro tra padroni e operai, tra dominatori e liberatori era uno scontro tra romantici. Finito? Forse. Oltre al macro dato che alle aspirazioni alla libertà si sono sostituite altre aspirazioni, che creati gli stati ed esaurita la spinta coloniale ben poco rimaneva da fare, con la seconda guerra mondiale anche il romanticismo ha iniziato a scomparire dalle coscienze. Le ultime vampate del ’68 e degli anni ’70 hanno lasciato il posto al prevalere dell’individualismo, abbandonando il collante che ne permetteva il beneficio per tutti. Il mondo avanza sulla tecnologia e la passione è una virtù domestica da esercitare dove meglio si crede, tanto che è più facile unirla al sesso e al potere che ai progetti collettivi. Può bastare per un poco, ma credo lasci larghi spazi all’insoddisfazione senza nome. All’anomia che divora quando non si è parte di un progetto di futuro. Non importa se conduttori o passeggeri, ma un progetto è un veicolo con una forza enorme che trascina tutto in avanti.

Mi chiedo se chi è stato romantico lo sia per sempre, come fosse una cecità dello spirito che impedisce di vedere altro. Eppure mutiamo, non siamo quelli dei nostri anni giovani, se ci furono idee forti queste si sono attualizzate, più che invecchiate con noi. Mi impressiona sentir dire ai funerali di un compagno, di un partigiano, di uno spirito forte, che è stato fedele agli ideali della sua giovinezza, mi piacerebbe invece, che si dicesse che è stato sempre vivo, che di quegli ideali ha fatto motivo di una crescita personale che non si è mai conclusa e che non si è stancato di lottare per gli altri. In fondo questo fanno i romantici, vivono e lottano, provano passioni e cercano di condividerle. E sono un po’ fuori del tempo perché si richiamano a qualcosa che pare non sia specifico di un’età dell’uomo: la giovinezza. Mi pare sia così, forse lo dico per darmi speranza, per dirmi che se il romanticismo è morto non ha vinto il cinismo e che da qualche parte il fuoco è ancora acceso e che insieme si potrà andare avanti e che la libertà avrà un senso collettivo e che il mondo sarà un diverso terreno di competizione e di crescita per le idee e gli uomini, non solo il luogo per accumulare cose e denaro.

Mi chiedo anche quando, e se, sia finita l’età dell’innocenza dello sperare in qualcosa di comune. Me lo chiedo e lascio la domanda a ciascuno, perché in quel momento si inizia a diventare vecchi e non si smette più. Solo sperando contro l’evidenza si può essere giovani, invertire il corso del tempo reale. E allora gli ideali della giovinezza ritornano vivi, non gli stessi, ma quelli che permettono di sperare che cambierà e che spingono perché ciò si avveri.

Intelligenza, passione, fare insieme, credo sia tutto qui.

un momento che vedo

io: Buon giorno, sono… potrei parlare con il dottor … ?

voce: Buon giorno. Un momento che vedo…

E inizia l’attesa che poi potrà finire in un colloquio o in un rinvio. Ma ciò che m’interessa è la dimensione sensoriale di questo vedere, che realizzerà o meno il colloquio. E immagino che un momento che vedo sia una presa di coscienza diretta, una responsabilità che esige una verifica. Allora credo che la voce si alzi, bussi ad una porta e non si accontenti della voce, ma voglia proprio vederLo, e solo  dopo averne costato coscienza ed esistenza in vita, gli dirà che sono al telefono.  Una verifica tomasiana quindi, che però esclude il tocco, il tattile, che non prevede il risveglio o lo scuotimento per attrarre l’attenzione. Non ho mai sentito nessuna voce che mi dicesse: un momento che lo tocco. Piuttosto dicono: un momento che sento, ma non credo che si riferisca al toccare il desiderato,  piuttosto credo sia una ricerca, un chi l’ha visto tra colleghi, oppure un udire il suono oltre la porta per certificarne la presenza.

Esiste una logistica degli uffici. In fondo sono tutti uguali, e anche quelli che se la tirano, sono uguali. Front end, video (per fare tecnologia), vetrocemento (dà luce e separa), bancone, receptionist sempre al telefono che con le mani fa tutt’altro, alle pareti colori pastello o forti, neutri o marmorizzati, a terra, legno, tappeto, non tappeto, marmo. Sono solo materiali è tutto uguale, ovunque. Ma da quella fortezza Bastiani si apre un dedalo di luoghi: uffici, corridoi, pareti attrezzate, open space, stanze. Però, comunque e ovunque, la segretaria del capo è sempre nell’ufficio a fianco del suo, con porta comunicante. Quindi chi risponde è vicino a chi voglio, e il vedere non è un vedere, ma sta per: sento se ti vuole parlare nel senso che glielo chiedo e poi una balla da dirti la inventerò. Tutto sommato un eufemismo banale, invece a me che aspetto se lo vede o meno,  piacerebbe che davvero, la voce, andasse a vedere  e che gli uffici fossero un mare da solcare fatto di teste e tavoli, con un coffiere che scruta come in Moby Dik a cui chiedere. E coffiere dalla vista acuta che, se per caso lo vede, grida : soffia, soffia. Così penso che sarebbe bello un capo che soffia, per dimostrare la forza in sé non quella di sopraffazione, un capo arpionabile, ma anche riottoso e competitore. Ma il coffiere non c’è e neppure il capo che soffia, così il vedere è solo un sentire, e questa confusione di sensi è già un mistificare le cose.

Mi direte che tutto questo è un pretesto, un gioco. E’ vero, ma perché non si è più diretti? Mi piace molto ad esempio chi dice: non può parlarle. E ancor di più chi dice: non la può ascoltare, anzi non vuole proprio sentirla. Mi disturba invece chi si trincera dietro qualcosa che non posso verificare, che mi rifiuta prendendomi per incapace di capire che si può non aver voglia di parlare con me, oppure di non parlare in generale. Per questo m’ irrita chi eccede in questa direzione e chiede : mi dica l’argomento ... Questo mi fa andare in bestia perché vorrebbe sottoporre ad un giudizio di terzi qualcosa di cui volevo parlare con una persona precisa. Per questo il più delle volte rifiuto di dirlo e ribadisco la richiesta di colloquio.

Signorina, il mio argomento è mio e non ha bisogno del suo giudizio d’importanza, al più potrebbe dirmi di scriverlo, ma non di affidarlo a lei per una sua valutazione. Se così fosse basterebbe parlarne tra noi, e invece lei non può decidere e se non può decidere, perché dovrei dirle di cosa si tratta davvero? 

giovedì rosso

La politica si avvita su se stessa, soffoca nelle proprie spire e nelle bugie che si racconta per credere di mutare ciò che non va senza cambiarsi profondamente dentro. La politica è fatta di uomini, ma non ho mai pensato debbano essere proprio lo specchio del paese, dovrebbero essere un po’ meglio per essere riconosciuti come capi. Una responsabilità più pesante grava su chi ha governato in questi anni, quella di aver fatto emergere, e coccolato, l’animo cialtrone e falsamente anarchico degli elettori spettatori. Di aver privilegiato quelli che cambiano opinione spesso in base al guadagno di personale e di cercare quelli che pensano di non aver nulla da perdere.

Gli italiani non amano la verità, non pensano al futuro proprio, perché mai dovrebbero pensare a quello dei propri figli? Al più una raccomandazione, basta e avanza.

Qui, adesso, voto, è un gioco, che importa modificare la politica, chi governerà, cosa accadrà davvero: sono tutti uguali. Voto e non mi pentirò. Oltre l’evidenza, voto tutte le balle che mi raccontano, voto perché posso farlo e magari non voto. Voto per spaccare tutto, voto perché non m’interessa, voto perché mi lamenterò e sarà un coro. Cosa faccio io per il mio paese? Lavoro, non basta? Del resto non mi interessa, ho già troppe grane per mio conto, voto o faccio a meno, è questa la libertà, no?

Il voto in Italia non ha mai cessato di essere ideologico, i comunisti da una parte, gli “altri” dall’altra, i cattivi e i buoni. Non importa che nome hanno i “buoni”, tanto neppure i “comunisti” esistono più da un pezzo, basta non far la fatica di capire. Da un lato si dice che non esiste più destra e sinistra, dall’altro si evocano i “comunisti”. Si beve tutto per scegliere la parte in cui l’immaginario concentra ciò che non piace. Non importa se è vero o meno, se la realtà è altra : basta uscire da questa noia.

Però esiste una differenza tra destra e sinistra  ed è quella tra chi pensa a sé e chi mette se stesso assieme agli altri. Mica cosa da poco, come la verità non è cosa da poco, ma la verità è fatica, bisogna capire, discernere e poi decidere da che parte stare.

Dicono che è colpa della politica se la campagna elettorale è poco interessante, certo la politica ci mette di suo, ma penso che sia una responsabilità degli elettori chiedere -e chiedersi- cosa accadrà dopo il voto, valutare le proposte, non farsi lisciare il pelo.

Vedo la noia, il si vive una volta sola che emerge, non preoccupatevi passa, per fortuna che c’è sanremo. 

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L’uomo ragno tiene per mano un uomo ragno piccolo. Un uomo ragnetto. Camminano su un tappeto di coriandoli verso il carnevale di paese. Carri mascherati molto casalinghi, a cura del comune e la pro loco, cioccolata calda e bibite gratis. Una folla di damine, zorri, cenerentole, biancaneve, tra adulti, mamme con neonati mascherati nelle carrozzine. Qualche maschera adulta, ma per ridere, mica siamo a Venezia. La statale è stata chiusa, non oso pensare la densità di bestemmie per la deviazione delle auto sui percorsi sconosciuti della zona industriale, ma un effetto straniante, e bello, è il camminare in mezzo a una strada in cui di solito c’è un’auto al secondo. Nei paesi il carnevale è dei bambini, c’è l’eccitazione del mascherarsi, dell’essere altro, ma dura fino alla folla, poi quando, a frotte, si immergono con gli altri, i giochi ridiventano quelli di sempre. Qualche damina è un po’ schizzinosa, è entrata nella parte. Speriamo non lo sappia la Fornero. Non mancano i pianti. Il pensiero di una mascherina, qual’è? Credo che i bambini elaborino tutto in relazione alla normalità, ovvero pensano che il confine tra eccezione e normalità, non sia così rilevante. Per cui un giorno particolare è tra i giorni vissuti, si ricorda e si dimentica, dipende quello che accade, ma la stanchezza è quella di sempre, come le guance arrossate, il gridare, il correre, il ridere contagioso. Quand’ero bambino non c’era la mascheratura di massa, al più qualche lenzuolo frusto, da bucare per fare il fantasmino. C’era qualche arlecchino o Colombina, ma erano rarità e cose da benestanti. I vestiti di carnevale  degli adulti, erano pochi, molta tradizione del ‘700 e riservata ai ricchi, che festeggiavano nei palazzi con il piano nobile e le finestre con i vetri a piombo. Per gli altri, la festa era fatta di galani, fritole e vino rosso e qualche mascheratura da giovani buontemponi. Vecchie cose, tabarri, qualche saio, perché il frate aveva sempre appeal.

Adesso gli adulti sembrano aver bisogno d’altro. L’eccezione. Venezia, ad esempio. Premetto che sono prevenuto, se posso evito il carnevale veneziano perché oltre a vedere qualche maschera particolarmente originale, non colgo l’allegria naturale. A Venezia comunque bisogna andarci in gruppo, perché ci si divide tra chi si mostra e chi guarda. Come nella vita. Ma il gruppo serve per ridere. A pensarci questo è vero tutto l’anno, il carnevale non aggiunge molto. Quindi non è l’eccezione che diverte, ma il mostrarsi differente. Per questo credo che i veneziani non amino il carnevale nel loro cortile di casa, loro sono eguali al resto dell’anno e la confusione non li fa ridere. Solo gli albergatori ridono, e i negozi che vendono maschere cinesi e i bar altrimenti deserti, perché aver gente in una stagione morta porta comunque guadagno. I veneziani si tappano in casa, oppure bisogna rincorrere tutt’altre mascherine nei campielli fuori percorso canonico e ci si accorge che, umidità a parte, assomigliano agli zorri, cauboi, biancanevi, omini ragno e damine dei paesi di terraferma. Non c’è commedia dell’arte, anche qui gli arlecchini non sono più di moda e i campielli sono piazze di un micro paese, chiuso ai foresti, con abitudini e regole impermeabili ai più, ma molto simili alla normalità.

Chissà a che serve davvero il carnevale adesso, oltre che ai bambini. Con i blog, fb e compagnia cantando, la gente si maschera tutto l’anno. Credo sia questo il vero successo della rete: il poter essere altro sempre e non solo quando l’anno lo permette. Ma è solo una sensazione, chissà se è davvero così.