cambiare verso dove?

Basterebbe che la fiducia fosse mediamente ben riposta e durasse abbastanza a lungo da poter permettere gli effetti di un progetto. Invece la fiducia nella politica, e in chi amministra, non c’è più e non si è disponibili, complice anche la crisi, ad attendere ciò che sarebbe naturale, ovvero gli effetti del fare. Ciò comporta un agire del governare, contingente, episodico, un continuo tamponare e rinviare che non cambia nulla, anzi peggiora la situazione e la rende irreparabile. Questa condizione, in parte è insita nella ricerca del consenso che accompagna il metodo democratico, ma in grande parte si è accelerata ed è diventata comportamento comune, dalla discesa in campo di B. che sin dall’inizio ha promesso tantissimo e subito. salvo poi non mantenere nulla o quasi, trascinando però anche gli altri partiti in un rapporto innaturale del cambiamento, ovvero il tutto e subito.

Questo modo di far politica sembra ormai senza uscita, coinvolge maggioranza e opposizione, con l’aggiunta del ricatto insito nelle maggioranze di governo contro natura (come fosse possibile trarre positività da posizioni antinomiche che considerano in maniera opposta il bene dei cittadini), della crisi strutturale del Paese, della difficoltà di avere leader autorevoli e nuovi che propongano programmi credibili. Tutto questo spinge verso una rottura che sarà traumatica, passando attraverso un peggio che poi farà considerare meglio l’attuale. Quale sia questo peggio non è dato sapere, ma sarà comunque populista, demolitore di rapporti e pagato da una grande quantità di cittadini. E’ ancora possibile fare qualcosa, e non è neppure questione di risorse, le potenzialità d’innovazione del Paese sono sostanzialmente intatte, nella competizione economica -e politica- internazionale, non poche armi non sono mai state adoperate, ciò che conta è avere un progetto con una solida maggioranza e un gruppo in grado di realizzarlo, in cambio il Paese deve dare fiducia per un tempo possibile a far sì che i fatti dispieghino i loro effetti, tre-cinque anni.

Uscire dall’emergenza è questo: ritrovare la capacità di progettare e realizzare per un fine che sia la crescita e il cambiamento e non solo il salvarsi. Se ci si pensa un momento, è difficile non notare che la proposta del tutto e subito, è quella dei dittatori, che cambiano radicalmente il modo di vivere delle persone, instaurando un diverso schema di priorità che attira l’attenzione altrove, inventando identità fittizie, proponendo nemici contro cui scagliarsi. E’ la tentazione che esiste sempre dopo la delusione, il capopopolo, colui che rompe con il presente, viene preferito a quello che modifica profondamente e gradualmente. Credo ci sia una sopravvalutazione dei poteri reali di cambiamento della politica se questi vengono disgiunti dalla condizione in cui essa si attua, ma ciò non implica la morta gora in cui siamo finiti. Nel bene e nel male, un paese corre quando un popolo diviene cosciente di essere tale e si mette in moto verso un fine, se il fine è tragico sarà la tragedia, e la storia europea del novecento lo insegna. Ma c’è ancora una via d’uscita: una cessione di fiducia su un progetto che riguardi l’Italia, la sua capacità di cambiamento e di crescita. Se ci guardiamo attorno, il successo di molte città ed economie, si fonda sulla capacità di attirare ingegno, nell’attitudine a fare, a creare il nuovo. Quindi è possibile mutare, ma l’assunzione di responsabilità di chi lo propone dev’essere adeguata.

E’ sul serio l’ultima spiaggia e senza una serietà, un rigore, una dimostrazione di affidabilità e di novità, anche i nuovi leader sono destinati a fallire. E non sarebbe il fallimento di una classe dirigente, bensì il fallimento del Paese. Per questo oggi è necessario, non accontentarsi, ma pretendere e partecipare attivamente, non delegare il nostro futuro. Se non vogliamo cadere nelle mani dei demagoghi o nel totalitarismo basato sul disinteresse, è necessario uno sforzo inaudito. E’ questo che la dirigenza attuale del PD non capisce, non vuole capire, ovvero che il cursus honorum passato non solo non basta per essere autorevoli, ma impedisce di vedere la realtà, di agire per il suo mutamento. Eppure questo compito del mutare ricade sul PD, è a questo partito che si rivolgono le accuse e le speranze. Difficile per un partito far coincidere l’avvenire proprio con il futuro del paese, non sarebbe il ruolo di un partito che in realtà vive di dialettica con le altre forze politiche, ma ora questi destini sono profondamente connessi e il PD dovrà realizzare e pagare il cambiamento per essere una proposta alternativa alla stagnazione in cui siamo. Non sarà pacifico, non lo sarà per tutti quelli che capiscono che senza un colpo d’ala non se ne esce, che traccheggiando non si procede. Settembre porterà molte verità e non poche scadenze, lì si potrà misurare se c’è ancora speranza oppure se tutto andrà per il verso in cui è stato posto da questi 20 anni di acquiescenza dell’elettorato e dei partiti. Quel che è certo è che non sarà indolore, né pacifico, ciò che accadrà.

bisogni

Abbiamo bisogno di antidoti alla solitudine. Non quella liberamente cercata, ma quella che è paura del disamore, di non essere adeguati, di non farcela.

Per tenere segreti abbiamo bisogno di comunicazione, di mani accoglienti in cui depositare i dubbi e le incertezze.

Per raccoglierci dentro di noi abbiamo bisogno di silenzio e la certezza che, quando servirà, tornerà la parola che capisce. E così cerchiamo con chi condividere. A volte in modo spasmodico, a volte con fiducia in ciò che incontreremo, spesso con apprensione, perché ciò che ci corrisponde davvero è prezioso e la paura di perderlo è grande: tornerebbe la solitudine senza luce.

Siamo così permeabili alle nostre semplici paure che le dobbiamo complicare. Per non aver paura anche di esse.  Così abbiamo bisogno di speranza, di oggettivarla e di metterla nel nostro firmamento, di avere una luce che rassicuri, solo così siamo forti ( o almeno ci pare) per essere soli quando lo desideriamo.