tempi di ferro

Sono tempi di ferro: ideali pochi, troppi interessi personali che si contrappongono. Come nelle fasi dure della storia le persone si dividono, non hanno prospettive, puntano sull’oggi. E da soli perdono la nozione della comunità, della giustizia, del bene comune. Prevale l’interesse immediato. Eppure quelli che sperano non sono pochi. Sono quelli -e sono tanti- che operano ogni giorno perché è giusto farlo, compiono il loro dovere, credono che ci sia un domani migliore dell’oggi che ci riguarda. Sono in prima fila, dove arrivano gli sputi e il rischio, eppure non si tirano indietro. Molti di questi sono anche dentro al mio partito, il PD, e non sono ciechi esecutori, no, sperano e operano conformemente alla speranza. Sono stati fatti molti danni alla politica di cambiamento e di sinistra, in quest’ultimo periodo, i 101 non sono mai emersi, non hanno mai messo la faccia sul loro voto contro Prodi, ma io continuo a pensare che se c’è un senso nella storia, questo è rappresentato dagli uomini, da quelli che si fanno carico. Non so se il PD resisterà alla doppia prova del governo in un momento difficile e con gli attacchi del Pdl preoccupato non del paese, ma della sorte del suo capo, però vorrei che, se questo sogno di mettere assieme le anime del cambiamento italiano finirà, fosse come avvenne per il Partito d’Azione. A testa alta, con quella gloria che c’è nella consapevolezza di chi non sopporta di veder ridurre i propri ideali oltre il limite della dignità e che conserva come un senso alto del bene comune. Per queste persone se un luogo finisce, non finisce un’appartenenza, perché l’agire segna nel profondo. Ci saranno altri luoghi dove portare ciò che si fa e si pensa giusto, perché questo possa continuare a rappresentare una strada, un orizzonte.

p.s. lo so che questi discorsi sembrano enfatici e lontani, che è più semplice parlare di sentimenti, ma voi credete che il sentire tra chi si vuol bene non sia influenzato dal provare passioni civili forti? Pensate davvero che sia tutto eguale e ci si possa chiudere nelle proprie vite ritenendole il massimo che si può vivere? E quando un torto vi sarà fatto, che forza avrete per chiedere aiuto se ora si lasciano prevalere le visioni di parte e le leggi ad personam?

Se le nostre passioni usciranno dalle case, cambierà ciò che abbiamo attorno e anche noi cambieremo.

a cercar oltre la rossa primavera

Sono una piccola parte di un processo sociale e politico, nella mia libertà esercitata, appartengo, m’appassiono, condiziono la vita e ne sono condizionato, ma per scelta. Una persona che vive così cerca un compromesso per vivere, un accordo tra i principi e la realtà. Non lo si fa forse ogni giorno nell’esercizio delle passioni domestiche, nei piccoli grandi amori che c’accompagnano? Perché quindi le passioni civili non dovrebbero irrompere ed essere contiguità del nostro vivere. Così mi pongo domande, soffro ed esulto per cose che una parte grande dei miei amici ( ma vorrei dire per gran parte dei cittadini di questo Paese) sono importanti e marginali. Importanti quando accadono e marginali nello svolgere personale del vivere. Ecco, invece per me queste cose sono importanti e basta.

Parlare di passioni, di amori, di problemi quotidiani, di lavoro, in fondo è facile. Si sente il pathos e raramente il giudizio morale, si empatizza con chi racconta, ma se tutto questo si trasferisce in politica, allora il primo giudizio è negativo, poi il resto diventano considerazioni da perditempo. Si discute di politica come si discute di sport, ovvero senza giocare e si ha sempre la risposta per vincere. Per questo semplifico il discorso, procedo per giudizi netti, perché l’argomentare risulta, alla fine, poco efficace. E’ come se, pur essendoci attenzione, si dovesse derubricare il discorso, sfumarlo. Come si fa del resto quando c’è un retro giudizio morale che fa dire: sì, ma…

Sono quindi un rompicoglioni moderato dal dubbio, dal dubbio che chi ascolta, davvero senta cosa per me rappresenta ciò di cui parlo e quindi appartengo a una categoria politico sociale fatta di solitari (lupi o meno), che non coagula consenso, non trova ragione di gruppo per la propria visione, che è al tempo stesso, analitica e dubbiosa. Però ritengo che questo modo di vedere, post ideologico, sia l’unico che può ancora sorreggere passioni forti. Ché le altre si nutrono molto più della convenienza e del disegno futuro di sé, più che del gruppo e della prospettiva forte che dovrebbe tenerlo assieme. Così in questi giorni, tra i miei pochi compagni d’idee, con cui ci si ritrova e s’approfondisce, emerge che la vera battaglia sarà lunga, che stancarsi è facile, che una fiducia a un governo che assembla l’acqua e l’olio, è, al più, atto di necessità furba, ma che la vera scelta è dare il giusto peso alle cose e che la battaglia vera si combatterà al congresso del PD. Sconcerta vedere che il distacco tra votanti e partito democratico, nei parlamentari scompare, che dopo i riti, siano essi le primarie, la nomina del Presidente della Repubblica o il governo, con sollievo si passa alla normalità. Tipico questo delle religioni vuote, dove il rito diviene lo scopo. Ma la normalità ha pur sempre una carica enorme di realtà e di verità, e nel lavoro parlamentare, nelle leggi, nei provvedimenti governativi, nelle priorità e nei modi di soluzione, emergerà la differenza tra chi considera il mandato come tale, ovvero come interpretazione dell’elettore e chi invece scinde la fase delle elezioni da ciò che avviene dopo. I provvedimenti veri, e il discrimine, riguarderanno il conflitto di interessi, la giustizia, la legge elettorale, la corruzione, la legge sui partiti, la riforma dello stato, l’evasione fiscale, i privilegi della casta. Qui si misurerà il governo e la sua innovazione e nel consenso o dissenso, la coerenza di ciascuno. Ma collettivamente, questo sarà il prodotto della battaglia congressuale che porterà il PD fuori dalla terra di nessuno in cui si trova e lì si verificherà se esse potrà essere un possibile contenitore di passioni, il luogo di maggioranze, ma anche di minoranze forti e decise, che producono una visione del reale legata a un progetto di società e di diritti individuali oppure un insieme di interessi, di parti che conciliano dove hanno meno da perdere.  Il resto è solo un passaggio dove la mediocrità del sentire è stata soverchiata dalla scienza del mediare. Non il migliore dei mondi possibili, ma una possibilità.  

Ha vinto Macchiavelli, le leggi del potere sono ferree, e non poteva essere altrimenti, però… Ecco bisogna considerare che se il potere è fatto di lucide geometrie, la passione ha una sua nitidezza semplice e solo noi possiamo derubricarla dalle nostre vite, scegliere le complessità che nascondono la difficoltà del giustificare a noi ciò che facciamo e non facciamo.  Passare il proprio tempo nel tentativo di mostrare che Macchiavelli non sempre ha ragione, sarà pur cosa da perditempo, ma è un gran modo di vivere.

ai grandi elettori del capo dello stato di pd e di sel

oggi avete fatto fuori prima Prodi, e non se lo meritava, poi Bersani, e neppure lui se lo meritava. Certo in politica la pietà non esiste, forse neppure il giusto esiste, ma ciò che abbiamo visto in questi giorni non fa sperare bene, per noi e neppure per voi. Eppure abbiamo bisogno di sperare bene, ne abbiamo bisogno, perché molti di noi sono in difficoltà, hanno un presente incerto e un futuro che non si vede, non vorremmo che subentrasse in noi la sensazione di aspettare inerti qualsiasi cosa, perché qualsiasi cosa è meglio di ciò che state facendo accadere, ma è anche peggio di ciò che siamo ora. Dimenticavo di dire chi parla: siamo il senso comune, o almeno un pezzo del senso comune, insomma quella parte del Paese snobbettina e adesso molto  demodé che crede nel pd e in sel. Siamo un po’ fuori, è vero, pensate che prediligiamo il lavoro come strumento di sostentamento e promozione sociale, crediamo nelle istituzioni e, siccome abbiamo tempo libero da perdere in cose futili, ci interessiamo pure ai problemi di tutti i comuni mortali. Con molta supponenza arriviamo a pensare che problemi come la carenza di lavoro, di eguaglianza, di legalità, di diritti individuali e collettivi, siano anche i problemi del Paese e se prima di dormire non siamo troppo stanchi, ancora ci ostiniamo a sperare che le cose cambino risolvendoli quei problemi. Molti di voi hanno tradito questa speranza, magari questo non vi dirà nulla, ci prenderete per sentimentali e illusi, ma qualsiasi cosa farete adesso, a noi non servirà per cancellare le ore pessime che ci avete fatto vivere. Voi non avete fatto fuori Prodi e Bersani, ma anche l’idea politica che vi ha messo dove siete. Eppure bastava poco, bastava dire che non eravate d’accordo, gli uomini fanno così, sono fedeli alla propria coscienza, prima quando dicono una cosa e poi quando la fanno. Che esempio state dando al paese, che modo avete di rappresentare il nuovo? Io credo che uno su quattro di voi si debba vergognare non per quello che ha votato, ma per quello che aveva detto di fare. Magari non vi interessa nulla di tutto ciò, solo che abbiamo capito che il scilipotismo non è una eccezione che appartiene ad altri, ma anche a noi e ce l’avete fatto capire. Anzi Scilipoti è stato più coerente di voi, che tristezza…

Forse penserete che passa, che tutto si scorda presto in Italia, se è stato votato Berlusconi da nove milioni di italiani, perché dovremmo ricordarci di voi? E invece vi sbagliate, esistono gli immemori e i furbi di professione, poi ci sono gli altri e se pensate che siamo una minoranza aliena significa che stiamo parlando con le persone giuste, che queste parole sono proprio dirette a voi. Noi non vi abbiamo scelto, qualcuno ha scritto i vostri nomi sulla scheda elettorale e con euforia vi abbiamo votati, ma potendo scegliervi, molti di voi non sarebbero lì dove siete, allora capiamo che in fondo siamo reciprocamente sconosciuti. Avevamo una possibilità usando le stesse parole, ad esempio: cambiamento. Cosa significa per voi cambiamento? Per noi significa che il nuovo è diverso dal vecchio, nei contenuti e nel metodo.  Ma per noi ciò che è avvenuto in questi giorni non ha niente di nuovo, forse la vostra paura era nuova, l’insicurezza che avete, la capacità di sbagliare così tanto, che fa pensare che improvvisamente abbiate perso il senso della realtà e la testa, è nuova. Ma comunque siete inadatti a rappresentarci e non vi giustifichiamo. Bersani è una persona per bene, ora non serve a nulla, Prodi è una persona per bene, ora non è più utile. Qualcuno di voi avrà pensato che era l’ora di regolare qualche conto, ma le vostre non sono faccende personali, siamo noi che vi abbiamo votato che avete usato come stracci. Molti di noi si aspettano una parola di scusa da parte vostra e un comportamento degno, non vi perdoneremo, ma la dignità almeno ve la riprenderete. Non avete distrutto un sogno, sappiamo di cosa parliamo perché la nostra vita è concreta, avete distrutto una realtà, ecco di questo a molti di voi resterà la colpa.

Non si preoccupi di aver detto la verità professor Onida

Ogni giorno si scoprono notizie che si conoscono, verità che sappiamo, comportamenti che sono sotto gli occhi di tutti e improvvisamente questi diventano notizia, argomento di scandalo spesso ipocrita. In questi giorni si parla di impiegati che fanno la spesa in orario di lavoro, di tangenti senza questo nome, di favori e funzionari consenzienti. Li vediamo tutti, li abbiamo semplicemente derubricati a normalità assieme alle  aziende che chiudono silenziosamente, alle persone che chiedono lavoro abbassando gli occhi, alle scortesie inutili di chi fa un lavoro al servizio del  pubblico, alle persone che non pagano il biglietto in autobus senza cessare d’essere benpensanti, ai furbetti che parlano di legalità. Crescono i poveri, li vediamo ovunque, si aprono mense silenti che mettono in mano del pane senza chiedere e ci sembra normale, la scuola taglia il necessario che non si può acquistare e si regge sulla passione degli insegnanti, centinaia di migliaia di precari tengono assieme i servizi di prima necessità, gli ospedali, gli uffici pubblici e ci sembra normale.

Stiamo vedendo tutto, ogni giorno sotto i nostri occhi, dignità e piccole malversazioni, arroganze, silenzi dolorosi, povertà crescenti, ma quando tutto questo diventerà notizia, urgenza, oggetto d’azione? Chi è il giornalista che aspetta che sia un finanziere zelante ad accorgersi che i dipendenti di un comune fanno la spesa o vanno al bar? Dov’era, cosa vedeva e vede attorno? E noi cosa vediamo, cos’ è notevole per noi?

Ieri sera alla fine di un dibattito nervoso, ascoltavo un deputato che mi parlava, a fronte delle mie proteste per il mancato decreto sui debiti della pubblica amministrazione, dei vincoli assoluti di bilancio dello stato e in più m’ha detto: lo sai perché non fanno il decreto? Perché non ci sono soldi, eppoi gran parte di quei lavori erano in sovrappiù, inutili, una eredità dell’epoca delle vacche grasse. Che vuol dire questo, gli ho obbiettato, che se a casa mia faccio un lavoro inutile non pago l’artigiano? Ma se ogni spesa pubblica per essere fatta ha bisogno di una copertura di bilancio, come si sono spesi oltre 100 miliardi senza copertura? Perché non si mandano in galera gli amministratori che hanno creato un disavanzo che dovremo pagare tutti? E degli F35 che mi dici? Mi ha risposto: quelli non sono soldi, ma impegno di spesa, forse si spenderanno. E le missioni all’estero possiamo permettercele allora? quello è denaro contante, e la tav allora? Io non sono contrario alla tav, ma adesso questo paese non si può permettere di spendere soldi su opere che non funzionino subito e non producano benefici immediati, non possiamo più permetterci un sacco di cose. Viviamo da poveri, che senso ha viaggiare in alta velocità quando non ci sono i soldi per spostarsi? 

Mi ha guardato come uno che non capisce la realtà, che è un sognatore. E allora gli ho detto che la mia è la realtà, non la sua, che i problemi li conosciamo, e che non serve pagare chi non li risolve. Che non ci interessa più chi ci racconta ciò che vediamo tutti, ma ci interessa chi cambia questo stato di cose. Che a chi non ha un lavoro, un reddito, un conto in banca, dell’Europa non gliene frega più nulla e che senza risposte sul lavoro, un partito riformista, di sinistra, è semplicemente inutile. E che Grillo è una conseguenza dell’insufficienza delle nostre risposte,  della disattenzione con cui abbiamo circondato il fare e il cambiare. Non solo noi che eravamo minoranza, ma anche noi. Certo Grillo è un incosciente, non vede la realtà, non si accorge del disastro che c’è e che sta accelerando. Le sue risposte sono fantasiose, impossibili per buona parte, come quella di dare un reddito a tutti senza che nessuno paghi, oppure  fare subito la riforma elettorale, trascurando il fatto che se si abroga il porcellum semplicemente c’è il nulla, come ha sancito la corte costituzionale, oppure che il parlamento può legiferare senza le commissioni, mentre non è possibile e che queste si devono inventare in quanto, anche grazie al 5 stelle, non si sa chi è maggioranza e chi è minoranza. Questo e molto d’altro è vero, difficile, impervio, ma stiamo discutendo della marca della macchina o del fatto che si è rotto lo sterzo e i freni e stiamo puntando sul burrone?

Tutta questa impasse dovrebbe essere coscienza di tutti, ma come la realtà che tutti vedono e semplicemente fa scuotere il capo, non è notizia, non rileva, fa parte di questo paese che sta crollando nella sua incapacità di essere Paese. Non è solo colpa della politica se non siamo normali, c’è un menefreghismo abissale che non fa vedere la realtà come deviante dal normale, dal giusto ( la signorina Ruby insegna), che non spinge i giornalisti a tempestare le pagine di etica, di comportamenti, di pubblica riprovazione per ciò che non va. Folclore finché non viene perseguito e la situazione diventa tragica. Nessuno tra noi, tranne i soliti potenti e ben informati, è in grado di uscirne intero da questa situazione e i segnali li abbiamo attorno. La vogliamo vedere e dire la verità, perdio, la vogliamo mettere nel presente, perché adesso non vedere è una colpa, non fare è un delitto contro noi stessi e contro tutti. Vogliamo almeno salvarci visto che la crociera è finita malamente? Non si preoccupi professor Onida per aver detto la verità, ovverossia che i saggi non servono e che Berlusconi vuole semplicemente salvare se stesso, lo sappiamo tutti. Piuttosto qualcuno dica a Grillo, a Renzi, a Berlusconi che questo è un gioco terribile, che non è il potere ad essere in gioco, e neppure i destini personali, ma l’intero Paese e che questo chiederà ragione, non di quello che è sotto gli occhi di tutti, ma di ciò che accadrà. E qualcuno lo dica alla stampa, all’informazione che sta giocando a creare le notizie piuttosto che a vedere la realtà. Anzi, per favore, diciamoglielo tutti.

non sum dignus

Ricordo una piazza strapiena, si era alla metà degli anni ’90, gli slogan: meno stato e più mercato. Io sotto il portico, più incuriosito che preoccupato a guardare questo nuovo che non era il mio. I giovani che c’erano, tanti, ciellini per lo più, ma non solo. Anche gli orfani del rampantismo degli anni prima c’erano. Festanti. Stavano vincendo e la vittoria si annusa a volte.  Poi negli anni successivi, c’è stato sempre più stato e meno economia, ovvero si è lasciato fare e si sono socializzate le perdite. Il debito non è un caso, i salvataggi continui di banche e dei soliti noti,non sono un caso, ma il contrario di quello che proprio quelle persone chiedevano, ovvero meno stato e più mercato. Solo che il mercato è un tritacarne umana e non ha etica se non la crescita, il profitto, il denaro. Era questo che volevano?

A volte ci si sbaglia, ma non si ricorda. Anche noi ci facevamo domande, oltre la propaganda, eravamo mutati, e non poco, anche noi sentivamo che una stagione era finita. Si discuteva e sembrava che il competere fosse un di più da affiancare all’eguaglianza e alla solidarietà. Eppoi con tutto il favoritismo e le raccomandazioni democristiane, socialiste, di trent’anni di repubblica, si era pur creato un corpaccione malato e inefficiente, un peso che gravava su tutti. Più mercato e meno stato, per noi, voleva dire che allo stato spettava aiutare chi non poteva, che vigeva la sussidiarietà, ovvero che le cose venivano decise e fatte al livello minimo di potere e non tutto dall’alto e in un mercato solidale, gli altri potevano correre liberamente, crescere, competere.  Ma c’era un baco in questo ragionamento, si perdeva facilmente il gruppo e restava l’individuo, però nessuno di noi avrebbe mai pensato che l‘individuo era in realtà uno e tutti gli altri erano sì individui, ma solo nella testa. Non lo pensavano neppure i giovani festanti di quella piazza, che lavoravano per eleggere l’Individuo, e hanno continuato a non pensarlo. Anche oggi è difficile riconoscere di aver sbagliato, si vede dai risultati. Ma quello che persevera non è lo sbaglio comune, quello lo facciamo tutti. Quanto si è sbagliato nel centro e a sinistra, quante divisioni inutili,tempo sprecato, cecità, incapacità, accomodamenti. Non quegli errori, ma l’Errore principale, quello che consente ad un uomo di essere intoccabile e di rappresentare tutti, quello che devia il corso di un gruppo, una massa, un popolo, quello è l’errore mortale. Quell’errore dovrebbero sentirlo quelli di quella piazza, dovrebbe essere un errore che trascende la persona, le leggi individuali fatte dagli avvocati difensori eletti in parlamento, dovrebbe essere qualcosa che supera i conflitti di interesse. Dovrebbe diventare coscienza e comunque la si pensi, non si dovrebbe fare più, o almeno non con facilità. Vedete c’è una differenza tra le tante, nell’intendere la democrazia e il governo, entrambe le parole esprimono un concetto che contiene un concetto fondamentale: non per uno, ma per tutti. Un tempo si trovava nei pensieri una frase, che dalla religione era passata, magari come vezzo un po’ ipocrita e autoironico, nel vivere sociale: non sum dignus. Anche senza il Domine, quel concetto aveva effetto, faceva pensare, ed era coscienza del limite e del servizio. Questo vorrei tornasse, nel meditare a ciò che serviamo noi in democrazia, con il nostro voto attivo: produrre governanti responsabili, senza interessi personali, intercambiabili, che non si sentono onnipotenti e soprattutto che non sono unici.

non so voi

Alcuni segnali che possono acquistare significato, sono apparsi negli ultimi giorni. Indecifrabili, come tutte le cose che solo la prova dei fatti si occuperà di chiarire, ma suscettibili di creare speranza. A me accade questo. Ad esempio l’elezione dell’ on. Boldrini e del sen. Grasso, alle presidenze delle rispettive Assemblee, più che una vittoria di parte mi sembra un segno di cambiamento. Entrambi cresciuti fuori delle carriere politiche, entrambi  importanti per ciò che hanno fatto e detto fuori dagli schemi.

Anche il nuovo Papa, sembra andare fuori dagli schemi, così seppure non credente, non lascia indifferente la mia attenzione e mi sembra un possibile portatore di cambiamento. Quindi se ben capisco, ciò che mi suscita speranza è che si rompono schemi consolidati e in questo rompersi sembra ci siano pagine bianche da scrivere, futuro da creare. Non mi interessa parlare della difficoltà del fare un governo, dei problemi enormi dell’Italia, ma piuttosto del crearsi di un clima positivo. Forse, pur non avendo vinto alcuna battaglia, con una guerra da combattere, è finito l’inverno del nostro scontento. E credo sia importante sentirlo e dirlo. Da ora tutto sarà in salita, ma forse eviteremo la discesa nel baratro della sfiducia in una possibilità comune di farcela.

Non so voi, però stasera mi sento più leggero come se un piccolo passo nella giusta direzione fosse stato fatto.

presidente Napolitano, non dia spazio a chi vuole intimidire un potere dello Stato

Già il fatto che chi dovrebbe fare le leggi per tutti i cittadini, protesti contro chi le deve applicare, è incredibile, inusitato, e purtroppo significativo dello stato in cui ci troviamo. Ma questo non nasce da ora, basti pensare che molti dei deputati e senatori che ieri erano davanti a palazzo di giustizia, erano in Parlamento e certificarono che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. Si parla di accanimento giudiziario, mentre le violazioni di legge si sono accumulate negli anni ed è palese la continua reiterazione di impedimenti all’azione giudiziaria. Un qualsiasi altro cittadino avrebbe a quest’ora le assoluzioni o le condanne in giudicato, ci sarebbe chiarezza sulla colpa o meno, ma il signor B. non accetta di essere sottoposto a giudizio per ciò che fa e lo ritiene sempre e comunque lecito. Questa è una ferita intollerabile alla certezza del diritto, se il potere soverchia la giustizia e assolve i suoi, nessuno potrà mai stimare  il potere e accettarne le decisioni. E’ la demolizione del principio di governo democratico, equanime di fronte ai cittadini. Vorrei sapere in questo momento quanti ricoverati per uveite ci sono nei reparti di oculistica italiani. Per chi l’ha provata sa che un pronto soccorso dà una cura di cortisone e rimanda a casa l’interessato. Con la pressione alta convive una parte non piccola del Paese, che semplicemente si cura e continua la propria vita, magari andando allo stadio a vedere le stesse partite che vede il signor B.

L’ anomalia non è la giustizia, ma un modo di fare che corrompe, guasta il rapporto tra cittadino e Stato. E ci rende impresentabili a noi stessi, al senso del giusto, alla eguaglianza dei cittadini fino a pensare che sia questo il vero rapporto con le leggi.  Se il denaro e il potere comprano tutto, se i giudici non vengono tutelati in modo da rispondere solo alla legge, se i procedimenti non sono eguali per tutti, signor Presidente, questo non è il mio Paese. 

la governabilità

Ciò che è accaduto appena pochi giorni fa, ovvero una indicazione partitica non coerente su quale governo vogliano gli italiani per il Paese, non può nascondere che il dato del cambiamento è maggioritario, seppure non omogeneo. Infatti la somma dei voti di Pd e di movimento 5 stelle è oltre il 50% dei voti espressi. Se si scorda questo la considerazione che farò sembrerà incongrua, ovvero che il Presidente della Repubblica dovrebbe rispettare l’indicazione maggioritaria espressa e non cercare di assicurare comunque una governabilità. E’ il comunque che a mio avviso fa da discrimine, perché il dato elettorale non ha detto questo e se per governare si tornerà a governi tecnici e a sottostanti larghe intese, la volontà maggioritaria non sarà stata rispettata. Le ipotesi a questo punto, diminuiscono e quella principe è costituita dall’incarico a Bersani per fargli costituire un governo che vada davanti alle camere per ricevere la fiducia su un programma di cambiamento. Non un incarico esplorativo, ma un mandato pieno che potrà essere accettato o bocciato dalle camere, nella chiarezza, davanti a tutti. Se questo governo non avesse successo, il prossimo Presidente della Repubblica, potrà proporre un governo del Presidente, per ritornare al voto, evitando che l’idea di soluzione dell’attuale capo dello Stato si proietti e condizioni, ciò che vorrà fare il prossimo tra un mese.

La governabilità, intesa come soluzione della grave situazione economica del Paese, da risolvere con il governo dei tecnici, è uscita sonoramente sconfitta dal voto e mi chiedo se la scelta fatta allora, di “responsabilità” non abbia inciso negativamente sulle soluzioni possibili, prima tra tutte quella di andare immediatamente al voto, ma anche su quelle economiche di prospettiva. Ma ciò che è fatto è fatto, sarebbe solo grave reiterare l’errore. Io credo che governabilità non significhi un governo qualunque governo purché dotato di maggioranza, come pure penso che il popolo è davvero sovrano se indica una strada e questa, con i mezzi a disposizione viene seguita. In questo colgo il valore e i limiti della democrazia, anche quando le scelte sono diverse da quelle che vorrei. Però i limiti si superano nella chiarezza, i ruoli tra maggioranza e opposizione sono chiari e le responsabilità di chi si oppone a tutto, altrettanto chiare e vuote.

la tentazione

C’è un’Italia che potrebbe dire ho già dato. Io faccio parte di quest’ Italia. Non è una minaccia, è una semplice costatazione di inutilità. Il mio pensiero è : non capisco, anzi non voglio più capire perché ho capito abbastanza. Mi sono fatto carico, sono stato responsabile, eppure non ho capito, non i problemi, quelli erano abbastanza evidenti, ma i miei vicini di casa, città, Paese, che dovrebbero risolverli con me. Anche i guerrieri tornano a casa, non solo i generali. Il teorema è: se torneranno a casa tutti i politici così esecrati (e neppure tanto visto il risultato di Berlusconi) ci sarà il nuovo. Il nuovo, così affascinante, liberatorio, il condono tombale sulle colpe di omissione, di disinteresse, di non aver scelto mai per un cambiamento stabile, ci salverà. Ebbene, non sono adeguato a questo nuovo immemore e se l’ho già fatto una volta di uscire dalla politica in prima linea, lo posso fare ora a maggior ragione, visto che non ho più incarichi importanti e responsabilità collegate.

Bisogna far spazio, lasciare ad altri, ancor più adesso che la confusione aumenta e la lotta non è tra vecchio e nuovo. Non credeteci, non è questo il terreno di scontro, quello vero è il confronto tra un futuro difficile e vecchio e uno illusorio, ma nuovo.  Il futuro difficile è avere la propria identità in un mondo in cui gli spazi di libertà sono drasticamente ridotti dalla globalizzazione dell’economia e della finanza, dove le politiche degli stati devono assomigliarsi nella generazione del pil, dove gli uomini sono oggetto di luoghi comuni e di felicità programmate. Uscire consensualmente da tutto questo,  senza spegnere il frigorifero sine die è cosa difficile, ma non è impossibile, solo che ha bisogno di tempo ed è davvero poco affascinante. Però la domanda di quanto del nostro sviluppo risenta da questo inseguire un benessere fatto di cose e denaro e come questo generi poca felicità (termine abusato e spesso confuso con il benessere), c’è anche tra chi persegue il futuro difficile. Ma alla fine sono (siamo) noiosi e speso tristi, insomma poco appetibili.

Altra risposta ai problemi attuali, è quella che considera l’alternativa radicale dell’uscire dal mondo così com’è, come scelta di massa: sviluppo zero, eliminazione del passato, moralità della politica (un po’ meno di attenzione riceve quella collettiva e personale). Questa alternativa la possono predicare bene i milionari, fanno più fatica gli altri che sono ancora alle prese con un posto di lavoro, con un reddito che consenta la dignità, con un futuro che, pur precario, abbia in sé una qualche stabilità.  Ma mi rendo conto che sono parole vuote, non ce l’ho con nessuno, al più con me stesso, per non aver capito per tempo che era fatica inutile. Devo anche dire che neppure mi diverto ad aspettare il cadavere del nemico, sta arrivando la buona stagione, i campi, il mare sono così ricchi di colori che non guardarli per chiudersi nel brucior di stomaco dell’ aver ragione è davvero una perdita di tempo.

Se non si partecipa non se ne accorgerà nessuno, non è triste pensarlo, è solo realistico. Bisogna vivere, guardarsi, oltre che guardare, sentire ciò che ci fa bene. Allora il gioco può non divertire più, si buttano le carte e si sceglie un altro gioco. Per chi può farlo è buona cosa e gli altri? Cazzi loro.

l’inutilità di avere ragione a futura memoria

Tu non sei stato, tu non fai, tu non sei più e peggio, non sei mai stato…

Dopo la puntigliosa enumerazione del non essere (il mio naturalmente), il nostro discorso si è arenato nelle secche della tua disillusione. A quel punto non ho più ribattuto, perché non dovevo dimostrare nulla a chi mi è amico e neppure mi interessa avere ragione a futura memoria. C’è un noi eravamo fatto di presunzione del passato, che quasi mai è stato realmente quello che c’è rimasto in testa, ma se si alza lo schermo della disillusione capisco che in realtà manca la fiducia. E’ strano, se cerco di convincerti è perché ho fiducia in ciò che credo e tu invece la neghi. Puoi ripetermi la stessa argomentazione e non faremo un passo avanti perché le nostre fiducie sono poste in luoghi antitetici. E’ davvero così? Ora lo è e sarà il futuro a dire chi avrà ragione, ma allora non m’interesserà più, perché non è di questo che c’è bisogno.

Non è il tuo caso, ma detesto i pentiti attivi, i folgorati sulla via di Damasco, i transfughi, quelli che delusi ora sono altrove, immemori e contro. Li detesto perché hanno qualcosa da farsi perdonare e non lo riconoscono, ora si ritengono perfetti, usano la realtà per pezzi, ovvero tengono ciò che fa comodo. E soprattutto non perdonano, non colgono ciò che cambia perché hanno scelto altro, e non possono nutrirsi del dubbio, della distanza, perché hanno ragione e quindi , se non da loro, nulla cambia.

Per questo non mi interessa ribattere punto per punto, e neppure dimostrare l’inconsistenza del proviamo altro visto che i miti ci hanno deluso.  Che significa tutto questo?  Che viviamo a tentativi?  Che futuro può esserci senza un progetto forte?  Per questo non contesto e non mi interessa gettarti in faccia le contraddizioni, le ingenuità, l’approssimazione, l’ego smisurato del tuo capo (pensa che io neppure ce l’ho un capo, al più un leader e neppure condiviso da tutti), l’assenza di democrazia, l’inconsistenza reale dei programmi fatti essenzialmente di alternative senza verifica economica.  Non mi interessa perché non posso salvare nessuno, e neppure ci penso. Per me la ragione e la passione si mescolano ed entrambe si nutrono di contatto e di discussione, su un reale condiviso, su un fare che porti ad azioni comuni. E’ questo che ci divide: il reale e ciò che si può fare, e in questo ragionare per contrapposizione assoluta non solo non coincidono, ma sono su due piani diversi, antitetici. Io voglio modificare quello che c’è portando quanti più possibile verso un Paese più equo e giusto, tu pensi che prima si nega e si disfa e poi si farà un nuovo totalmente tale perché non se ne può più e non c’è speranza. Vedi che il mio silenzio alle tue argomentazioni ha una ragione sostanziale?

Non resta che l’augurio di un buon futuro, perché tu non mi cercherai sulla politica, mi considererai sbagliato, colluso, superato, ogni cosa fatta da quelli in cui credo avrà un secondo fine e sapore di vecchio. Però abbiamo una risorsa comune: abitiamo lo stesso Paese, chissà che il futuro riannodi chi lo abita, metta assieme chi si impegna a cambiarlo. E’ poco per adesso, ma è già una speranza di poter parlare in futuro. Il nuovo comunque avanza: per questo non interessa aver ragione a futura memoria.