mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

non è normale

Uno fa il caporeparto. Arrivi prima degli altri. E’ così se vuoi che il lavoro inizi. Arrivi e trovi il titolare impiccato nel capannone. Corri, cerchi soccorsi, gridi, chiami al telefono, cerchi di capire se è vivo, aspetti che arrivi qualcuno e non sai che fare, come tirarlo giù. Poi arrivano, l’ambulanza, ci provano e intanto arriva anche la polizia, anche i giornalisti arrivano e tutto prende un percorso burocratico, ti fanno domande, chiedono l’ora, chi c’era, un sacco di cose. E tu invece pensi a cosa ha pensato lui prima di scalciare la sedia, quanto solo è stato in quei momenti in cui c’erano tutti nella sua testa e nessuno contava abbastanza, pensi a quando ha deciso che vivere era troppo.

Uno fa il poliziotto, ti chiamano, arrivi e trovi il ferito, il morto. Non ci si fa mai davvero l’abitudine, diciamo che non fa impressione, non tanta almeno e questo sembra abitudine, ma sono tutti diversi e così ti fai domande. Perché? Poi arriva il giudice, e questo aiuta, ti dice cosa vuol sapere e quindi cosa devi fare. Anche il mestiere aiuta, perché ne hai visti altri, ma le domande uguali disegnano persone diverse. Cerchi di metterli in una casella conosciuta. Funziona, aiuta a trovare le cose comuni, però non è mai davvero lo stesso. Guardi l’espressione, il volto, forse vorresti leggere qualcosa di una storia, ma questa è letteratura, c’è la pietà invece. La pietà aiuta a distinguere gli uomini, chi non ha pietà è una bestia.

Uno fa il portantino. Volontario. Un giorno alla settimana. Ti pare di fare qualcosa per gli altri. Lo fai e speri sempre che non sia grave. Poi ti mettono dentro l’ambulanza, arrivi, ti rendi conto e anche se il medico ci prova, spesso hai già capito. Ci speri, i miracoli succedono. A volte. Continui a sperarci e poi ti arrendi. Fai il tuo lavoro dopo i poliziotti, le fotografie. Intanto pensi che poteva non andare così, che la vita è importante, che ormai sono troppi, che non dipende da te ma qualcosa si dovrebbe fare. Sei sconsolato, correre non è servito a nulla. Adesso toccherà ad altri. E’ bello quando qualcuno nasce o si salva, poi no, non è bello, ma qualcuno lo deve fare.  

Uno sente la notizia da un amico. Sa che conosci l’azienda, i titolari. Ti dice che si è suicidato in fabbrica, pensi che l’hai sentito da poco, che ci si è fatti gli auguri e guardi subito il giornale sul web: è il fratello. Lo conoscevi poco, ma il resto lo conosci bene. L’azienda, l’innovazione costante, le macchine inventate sul posto, i prodotti di punta, la crescita e poi il cambio euro dollaro, la concorrenza cinese, il mercato che non perdona, gli stabilimenti che si chiudono, le banche che non finanziano, la crisi che cresce anche se i prodotti sono nella fascia più alta del mercato. Conosci il luogo, il lavoro e le persone, quanto è successo ti prende e non sai come partecipare. Scrivi un messaggio. Pensi che per molti è quasi concepibile, logico in un mondo che non perdona: o successo o niente. Ma hai fatto anche il sindacalista, hai difeso gli operai, hai cercato giustizia ed eguaglianza, però i padroni non li hai mai odiati. Venivano in trattativa, s’incazzavano, ma lavoravano anche loro, erano avversari. Cercavi anche allora di capire dove chiudere, fin dove si potesse arrivare senza rompere. L’economia non è il regno dei desideri. Forse per questo pensavi che senza toccare il mercato, la finanza e i meccanismi dell’economia, non sarebbero cambiate le cose. E hai sempre pensato che quelli che s’ammazzano sono quelli che non hanno portato via i soldi e le aziende, che le hanno tentate tutte, che si sono mangiati il lavoro di una vita. Ne hai visti altri, troppi che conoscevi, che a un certo punto non ce l’hanno più fatta. Ti prende la sensazione che stia traboccando qualcosa che si porta via gli uomini, che ci sono troppe falsità sul valore della vita, che la giustizia e la solidarietà perdono terreno. Per questo hai una grande tristezza e volevi scriverla nel messaggio al fratello, ma non ci sei riuscito e ti pare che attorno si sia fatto più buio. 

2 agosto

Le mattine iniziano in un inquietante cielo azzurro privo di nubi, il sonno si è consumato in artificiali raffrescamenti ed ora inizia il cammino tra aria calda, condizionamenti, aria rovente. Ma è mattino, i fantasiosi nomi delle ondate anticicloniche punteggiano i brevi riposi di chiacchere all’ombra dei portici. Non si sta ancora troppo male, i muri hanno addosso il fresco della notte, sono ancora amici: se l’aria non è gonfia d’aliti rotondi di calore, si può camminare senza sudare troppo.

Andare, lavorare, pensare. Lo facciamo tutti, non ci pensiamo più di tanto. E’ questione di essere in posto anziché in un altro e se siamo lì, il caso irrompe violento e muta chi prima del fatto, era immerso nella sua vita, nelle abitudini, nei pensieri usuali e di colpo lo espropria della sua realtà. Mi chiedo perché nasca una discontinuità così violenta, per noi che consideriamo la continuità come la freccia del tempo.  Del nostro tempo normale. Siamo noi sbagliati nelle sicurezze, precari che ricacciano il pensiero della precarietà?

Quel 2 agosto di 32 anni fa, seppi dall’ autoradio della strage alla stazione di Bologna, era caldo, intorno avevo la campagna bella del delta del Po. Correvo piano per godere di ciò che vedevo e tutto di colpo divenne marrone sporco di polvere e afa e angoscia. Mi fermai, nel bisogno di capire, di fare. A quei tempi sembrava sempre necessario reagire. Gli attacchi si percepivano come rivolti a tutti: bisognava esserci, essere uniti. Ci sentivamo un corpo, che pareva unico nei momenti gravi, con mille divisioni ed indifferenze, come adesso, solo più unito. Bisognava fare qualcosa, la piazza, il grido, il silenzio, la rabbia. Bisognava. Attorno c’erano campi di granoturco, pannocchie e segni di trebbiatura, stoppie. Vedevo il marrone, l’oro e il verde onnipresente, come se la natura fosse altro da noi, immersa nell’estate sua diversa dalla nostra: summertime.

Stamattina ho sentito una testimonianza che diceva: per dimenticare, per seppellire, abbiamo bisogno di verità. C’è qualcosa di ancestrale in questo perdono che si esercita a partire dal colpevole, non può esserci oblio senza giustizia, non può esserci giustizia senza verità. 

Non so perché l’estate eccitasse così tanto i golpisti e gli attentatori, era d’estate, per loro, che la coscienza sembrava ottundersi? Non capivano che così facendo, venivano rigate le coscienze, e segni indelebili restavano, tanto da reagire, reagire sempre? Comunque fosse, qualcuno che credeva nella morte, non nella vita, la progettava per insegnare ai vivi, la paura. Ed il coraggio, allora, era vivere con la paura, non soggiacerle, reagire.

Oggi si reagisce meno, forse non ce n’è bisogno, oppure ci siamo abituati a più sottili e molto meno cruente manipolazioni di libertà e verità. Ma di quegli anni, di quelle estati mi è rimasta l’inquietudine, la sensazione di essere oggi meno forte di allora, assieme al pensiero che la verità dev’essere chiesta da molti, incessantemente, per emergere, per fissare una memoria e solo poi seppellire un’epoca, un’ingiustizia atroce.

Oggi non è solo caldo, è il 2 agosto .

l’esercizio della memoria

Fuorviante. Il titolo può riportare a seiconsiglisei sull’esercizio del ricordare ad uso di studenti, manager, enigmisti, perditempo, ecc., ma oggi nell’era delle memorie a 80 euro il terabyte perché ricordare? Qualcuno uniforma la memoria, la formatta, la infarcisce di fotografie che saranno viste, al più, una volta, inserisce citazioni, testi che non si apriranno mai perché pensati in un’epoca in cui esisteva la memoria umana ed ora distorti nel mezzo che non creerà mai la voglia di consultarli. Solo le parole crociate a schema libero ci salvano, con il loro concludersi in un tempo accettabile e con il test di memoria (?) anti Alzheimer, sotteso, che fornisce una moderata considerazione di sé. Per poco, ma tanto basta, fino al prossimo: dovevo dirti una cosa, aspetta non me la ricordo, ma viene

Non sono un buon fruitore di manuali, di nessun manuale, i manuali non incuriosiscono, fanno il loro onesto mestiere di accumulo di notizie, però, come per tutti, anche per me, l’età dei manuali c’è stata, e in parte c’è ancora. Allora dovevo cercare un manuale che aiutasse a leggere il manuale: tecniche di lettura rapida ad uso dei politici, uomini d’affari, studenti, insegnanti, lettori di frodo. La rapida lettura del manuale, in oggetto, rivelava, allora che il computer non c’era ed era, casomai, un fantasmagorico insieme di lucine, odori, rumori (ebbene sì, ho lavorato per molti anni in informatica, alcuni -pochi per fortuna- addirittura con il sacrale camice bianco), che quello che abitualmente facevo, e ancora faccio, ovvero leggere in piedi in libreria, faceva restare in testa pezzi di libro. E con alcuni pezzi di libro, se ne possedeva il senso, e ciò valeva per un documento, per un romanzo, per un saggio. Per un manuale no, ma questo lo scrivevano a fine libro, ed era una fregatura. Lì era questione di fortuna (o di culo come si diceva allora, quando, oscuramente, l’uso della parte anatomica veniva connesso all’evento positivo e fortuito) e se l’esame o quant’altro, veniva superato era più per il metodo Churchill ( si raccontava che il nostro grande statista, nonché duca di Marlborough, e qui l’affinità fonetica con le sigarette rendeva simpatica una figura, altrimenti molto controversa, avesse studiato un solo capitolo la notte prima dell’esame, ignorando tutto il resto e considerando che la bella vita fatta fino a quel momento, era comunque stata ben spesa, ed il giorno successivo, proprio su quel capitolo si fosse svolta l’interrogazione, promuovendo lui e il caso ad alti destini), che per l’abilità nel leggere a salti. Ma tutto ciò, sublimato nella mistura di brivido e incoscienza  che portava ad affrontare prove (trascinando nel retrobottega pesantissime catene di colpe e propositi a scadenza rapida: non s’era fatto un cazzo per troppo tempo), dalle quali, quando si riusciva ad emergere moderatamente vittoriosi, era la prova provata che quel contenitore, definito sterile, svagato, incostante, fannullone, roccioso, inconcludente e svogliato, dagli insegnanti, per qualche oscura proprietà propria aveva sviluppato una singolare attitudine al ricordo dell’inutile, del superfluo, dello scoordinato. Come vi fosse stata una formattazione dei neuroni che li portasse ad occuparsi di ricordare pezzi di divina commedia, uno dei principi della termodinamica, Carducci e Ungaretti, gli stati oscillatori dell’elettrone, qualche soluzione stechiometrica ai problemi di scambio ionico, un paio di leggi di ottica, molto Bulgakov, Hemingway sparso, Calvino e Montale, i simbolisti russi, ecc. ecc. 

Avevano ragione, gli insegnanti, e quindi volendo riassumere, della scienza e letteratura restava solo l’esercizio della memoria associando l’odor di caffelatte con il ripasso dell’ultima poesia di Carducci, le paure delle notti prima degli esami senza le piacevolezze del film, ma anche quell’informe gomitolo di cose variegate e simpatiche che erano niente e tutto. Niente agli altri e tutto quello che si aveva per sé. Sarà pur valso a qualcosa il leggere vorace e senza sistematicità dalla fantascienza alla scienza, transitando per la letteratura, e se alla fine si   era ottenuto il risultato del ricordare per sé, non per altri che esigevano ordine, sistematicità, senso comune. Ecco, miei cari, di tutto questo procedere per salti, delle dimostrazioni di ricordo-random, cosa resta oggi che posso ordinare sul mio hard disk esterno pezzi di vita formattati? Moltissimo, se rifiuto che quello che è al massimo un mezzo affascinante (molto meno di un mezzo, il notes dello snobbettino, conterrà cose che nessun computer riuscirà mai a riprodurre), ma poco funzionale alla capacità di ricordare per il sé in evoluzione, essendo al più sostitutivo: io ricordo quello che tu ricordi di me, che ti ho detto di ricordare cristallizzando un momento in cui mi pareva che l’universo fosse quell’insieme di ordine e in realtà parlavo di un pomeriggio di felicità o da cani. E’ evidente che attraverso questi ricordi, si tornerebbe all’ipse dixit, ad un momento perenne che esclude uno dei grandi fasti fascinosi della memoria, ovvero la riemersione del ricordo, ed anche quell’esercizio del ricordare che non inficia il presente, ma anzi lo modella e lo porta a muoversi. Quando mai una poesia o un teorema che ci torna in mente ed alla fine rivela la solarità della dimostrazione, hanno mai prodotto cristallizzazione nel percepire, nel movimento, nel vivere? In questo l’esercizio della memoria utile a sé, prescinde dall’offerta scontata del grande magazzino, riporta nella lettura rubata in piedi, alla consuetudine di rileggere per mantenere a mente una folgorante sequenza di parole ed immagini, al guardare con sei sensi a disposizione un luogo, un evento e al fissarlo in mente prima che con la macchina fotografica, a volte addirittura rinunciando al pezzo di bravura, per non confondere l’esperienza con l’immagine. Sconclude in quel rimescolare, accettabile se non viene detto, di pensieri, ricordi, spinte, voglia di fare e d’essere e fornisce quell’unicum che siamo. Non la memoria esterna e i diari, ma l’esercizio della memoria come fatto costruente, personale ed utile solo a sé. Come questo scrivere che altri fini non ha se non seguire il sollecitare d’un pensiero che, volutamente, non sistematizza in quando perderebbe fascino, soavità, fragranza di nuovo. E’ un esercizio inutile come una carezza e rassicurante come una carezza: si è sbagliato tutto, quello che sembrava contare, per fortuna è rimasto l’amore. 

2 agosto 1980

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Il due agosto 1980, prima di mezzogiorno, ero da poco fuori Adria. In macchina con me, mia moglie e mio figlio. Avevo una 128 blu che correva nella campagna d’agosto verso Rovigo. Lì, tra il verde ed il giallo dei campi, in quella campagna così bella di sole e d’acqua, sentii dell’attentato alla stazione di Bologna. L’istinto fu quello di dire: andiamo. Non per vedere, ma per dare una mano. I militanti, ci chiamavamo così allora, c’erano, non avevano paura. Poi pensai all’inutilità, quanto stava accadendo a Bologna, poteva essere l’inizio di qualcos’altro. In quegli anni il timore di un colpo di stato era forte. E non era accaduto in un posto qualsiasi. Bologna. Un simbolo, un baluardo.

Non avevamo capito nulla, abbiamo vissuto in quegli anni, ma eravamo altrove pur essendoci, pur restando nell’occhio del ciclone. Sembrava fosse nell’ordine delle cose, vivere nell’insicurezza, Pensare che il treno non era poi il mezzo così sicuro che ci consigliavano i genitori.

Parlavano di alcuni morti e di feriti, al Gr2, ma col passare del tempo, il racconto, la cronaca rendeva l’atto per quello che era: un gesto di guerra. Credo che il fascismo, così come lo intesero gli estremisti di destra estrema, i golpisti, avesse lo stesso segno delle stragi che si sono consumate poi in Europa. Ultima questa di Oslo, che il dato fosse il gesto eclatante, la risonanza, lo scuotere l’albero dalla radice per troncarla e sradicarlo. Non successe perché nel conto, non entra mai la reazione positiva, la disperazione che supera la paura, non il dolore.

Ciò che venne da Bologna fu l’orrore che le stragi sui treni non erano riuscite a portare così in alto, Fu la consapevolezza che eravamo paese, comunità e il resto, qualunque fosse il motivo, era barbarie.

Non ci sono state verità, come in quasi tutte le stragi, e in molti attentati. I processi si sono conclusi con condanne, ma resta l’impressione che non tutto si sia detto. Ogni volta che passo in stazione a Bologna guardo quella breccia, mi interrogo su quanto sia stato fatto e quanto si poteva fare per sapere, eradicare, impedire dopo la strage. Mi chiedo cosa valga la memoria civile, Quanto la misericordia si debba esercitare dopo la giustizia. Però prima la giustizia, poi, forse, il perdono. E quel prima non è ancora concluso, quella breccia è ancora aperta, Ogni commemorazione la tiene intatta. Spero che un presidente della Repubblica, un capo del Governo, un vice presidente del Csm, vada prima o poi in quella piazza ed assicuri che si chiuderà quella breccia.

E che non si riaprirà mai più.

Per tutte le Guernica che mettono uomini e città in una rete del dolore senza ragione.

un giorno sull’altopiano

 

 

 

Strafen expedition, cercate nei vostri ricordi scolastici, emergerà qualcosa che non ha la dimensione del vero. Doveva durare pochi giorni, spezzare in due un esercito, quello italiano, dilagare nella pianura: prima Thiene, poi Vicenza, poi Padova e Venezia. Si sarebbero ripresi il Veneto, poi il Friuli e forse gli sarebbe bastato per chiudere la guerra. Invece, infornate immense di contadini gettate al fronte, tamponarono la falla. Oltre gli errori e l’impreparazione degli ufficiali, oltre il morale maltrattato dei combattenti, oltre lo sprezzo delle vite, tennero. Per chi e per cosa, forse non era chiaro, ma tennero. Solo l’Ortigara, 19.600 morti in 10 giorni. Asiago bombardata per anni, ogni giorno e ogni notte. In continuazione. Quello che piacerebbe alla lega, non riuscì all’Austria. Chissà perché? Se non si conosce l’altipiano, è difficile immaginarlo come un luogo di guerra. Adesso gli alberi, il turismo, la speculazione edilizia, hanno modificato profondamente i luoghi. Lussu vedeva un paesaggio molto diverso da quello che vediamo oggi. Però anche lui, vedeva la pianura, vedeva le città appena sotto la foschia. Chissà quanto agiva nella volontà, questo legame tra civili e combattenti, come si muoveva l’idea che, poco distanti, c’erano case, campi, lavoro, donne, bambini, vecchi. Nell’epoca classica, si sospendeva la guerra per mietere, forse ancora una traccia dell’umanità del lavoro di pace restava anche nel 1916, nella testa dei combattenti contadini. Oltre gli affetti, la vita. Forse.

Da 15 maggio al 27 giugno 1916, sull’Altipiano ci furono, più o meno equamente divisi, 27.000 morti e 160.000 feriti. Le posizioni a luglio erano di poco diverse rispetto all’attacco, ma era successo il finimondo nella testa delle persone. I suicidi da licenza, le condanne sommarie, la pazzia furono l’altro aspetto della guerra passato sotto silenzio; prima per non intaccare il morale, poi per non guastare il trionfo. Sarebbe importante calarsi nella percezione di questi vinti-vincitori che subirono la guerra e non godettero della vittoria, e in un effetto domino trasmisero gli effetti sulle famiglie, ai luoghi, modificando destini collettivi, villaggi, cultura. Nulla fu uguale dopo e quella diversità non era stata voluta, solo subita.

C’è una lettera al museo di Asiago, scritta da un giovane ufficiale che, il giorno successivo, sarebbe morto nell’assalto. C’erano anche più assalti al giorno, solo il tempo di rimpiazzare i morti. Questa lettera fu fortunosamente ritrovata leggibile, oltre 50 anni dopo la fine della guerra, in un portafogli che era vicino ai resti di un caduto. Di questi ritrovamenti d’ossa, nei boschi ne avvengono ancora adesso, ma senza nulla di intatto. Questa è la fortuna assieme alle parole conservate. La lettera parla alla famiglia, ai genitori e ai fratelli, parla con precisione, in un italiano molto bello, di cosa sarebbe accaduto di lì a poche ore. C’è amor di patria (cosa difficile da definire oggi), si sente un ambiente borghese alle spalle, un pensare che ci siano destini alti, dovere, fedeltà. Cose di complicata comprensione, adesso, soprattutto se paragonate all’ esperienza quotidiana. Non c’è giudizio nelle parole, anzi molta serenità ed immenso amore. Questo giovane a 20 anni, ha capito molto, chiude le aspettative con la necessità di essere quello che dice di essere: un italiano. Fa testamento delle poche cose che ha, dà le ultime raccomandazioni e saluta come partisse. Finché sentivo leggerla, ieri, pensavo a com’è differente il vivere nel momento, disgiunto dal sentire di essere parte di qualcosa di ben più grande. Non un consumare la vita, ma collocarla in qualcosa di collettivo. Dare un senso ed un significato al vivere e al morire oltre  sé. La lettera non arrivò a destinazione. Prima di un attacco, le ultime parole venivano consegnate a chi restava in trincea, se la persona non veniva uccisa, la lettera tornava nelle mani di chi l’aveva scritta. Questa lettera fu data ad una persona che morì a sua volta, e fu seppellita sommariamente. Non c’era tempo, in quei giorni, neppure di cercare una piastrina di riconoscimento. La lettera ritrovata, per un caso fortuito, piega nuovamente l’ improbabilità e ritrova, storia nella storia, l’ultima delle persone a cui era stata indirizzata. Una signora che era bambinetta, quando quel fratello morì. La vita è circolare, aveva aperto sull’altipiano la catena, la rinchiude a Torino, proprio da dove era partita. E la signora adesso riposa nel cimitero vicino al fratello che aveva appena conosciuto. 

Un giorno sull’altipiano, mi imbevo di verde, di pietre, di ricordi che arrivavano dalle storie di casa. C’è una umanità che non se ne va da questi posti, che non è stata scalzata dalle seconde case, dalle piste da sci e dagli alberghi. Ci sono i piccoli cimiteri di guerra che ricordano cos’ è avvenuto. Quello della foto, è piccolino, non ha croci, ma alberi mozzati a 20 anni. Se ne sente il significato, soprattutto guardando gli altri abeti, enormi, lasciati crescere attorno. Sotto quegli alberi mozzati, oltre 3000 giovani, tutti ignoti. Con la mia generazione si spegnerà lentamente il ricordo, ma ieri c’erano giovani che si fermavano, che si chiedevano perché, in certi posti, i caduti erano dell’una e dell’altra parte, mescolati. Ed erano ungheresi, scozzesi, tedeschi, austriaci, francesi, americani, italiani. Ragazzi che avevano la loro età, ma erano già pieni di passato e privi di futuro. Con una voglia di vivere infinita che nessuno avrebbe spento. Questa sensazione di qualcosa di interrotto che non muore, di sofferenza e di vita assieme è quello che mi commuove ogni volta che percorro questi luoghi. E’ quello che prende gli occhi e la gola e fa rabbia, una immensa rabbia che quelle morti vengano rimosse, che tutta quella vita venga cancellata.

 

 

è compatibile

Stasera ripulisco occhi e testa dalla ricerca del positivo e neppure voglio trovare la poesia.

E’ bello questo posto, indipendentemente da ciò che penso.  Due poveracci hanno appena fatto passare la bottiglietta di succo di frutta da un cestino di bici ad un altro, è piena di dosi. Intorno ho studenti, aperitivi, loro chiaccherano, io scrivo, mi interrompo, parlo, fotografo. Ma non i pusher. Non è solo una questione di rischio, a Tirana, a Kerem, ho rischiato di più, è che inquadrerei situazioni, invece mi interessano i volti, gli occhi e le pieghe del viso. Cosa sta dietro a quel continuo muoversi e guardarsi attorno. E qui non potrei farlo.

Si vedono le tecniche di passaggio delle dosi, l’acquisto. Tutto in scivolata, tutto sulla fiducia, oppure sulla capacità di contare e di valutare in un’occhiata. Tanto se mi freghi, ti trovo.

Guardo, sposto gli occhi. E’ come vivessimo due realtà contigue e incomunicabili. Sulle scalinate dell’antico porto fluviale, i ragazzi si sbaciucchiano, io bevo e scrivo, il mondo si muove assieme al tempo. Dall’acqua bassa emergono le bici rubate e gettate. Chissà perché: per spregio? per indifferenza? Bastava appoggiarle alla spalletta del ponte. Eppure…

Ho storie di questo posto che non interesserebbero quelli che mi stanno attorno. Neppure a quelli con cui parlo. Cose vecchie, ubbie, fantasie: la realtà è altro, è successo, non interessa più.

I fischi si susseguono nell’aria. Avvisi. Polizia ed esercito fanno la ronda e i pusher parlano la lingua degli uccelli, sembra d’essere in una foresta dove gli occhi non si vedono, ma le presenze si sentono. Uccelli che non volano, senza piume e senza cielo.

Non c’è poesia. Sono poveracci, che fanno un male enorme, senza sentirne colpa. Come diceva l’evoluzionista? Dio ama i coleotteri: forse sette-ottocentomila specie, di uomini solo una. Una variabile impazzita e sfuggita al controllo attraverso biforcazioni che dovevano portare a vicoli chiusi ed invece sono emerse vie d’uscita. Un culo pazzesco e imprevedibile. Ecco chi siamo. I pusher si riuniscono e sciamano con una mobilità nervosa da amebe, chissà cosa pensano oltre l’odore della paura. La specie non è così recessiva da includerli, non è così forte da espellerli. Compatibili!

Non c’è poesia. Nessuna. Non oggi che è l’anniversario della morte di Falcone. Forse mai.

Ragazzi fanno jogging lungo il fiume. Magari ogni tanto sniffano anche loro. E’ compatibile. Un tempo si pensava che lo sport salvasse, poi il dooping amatoriale ha spazzato via le illusioni. Certo c’è un mondo pulito. Noi siamo puliti. Guardiamo, stiamo attenti, capiamo, è un mondo compatibile. Solo che non c’è poesia, neppure un poca. Non qui.

I ragazzi parlano attorno, si sta bene seduti a bere, c’è aria che trascina l’afa, il fiume, i pensieri.

La droga fa, da tempo, vittime silenti. Sembra che, a differenza dei miei anni giovanili in cui prevaleva il cupio dissolvi, il bruciare speranze e vita nell’abisso, adesso ci sia scissione e coesistenza. E’ compatibile. Qualche volta, non sempre, basta non prendere il vizio, solo la scimmia. Non al posto d’altro, come fosse parte della normalità. Penso al mondo che ci sta dietro, alla sequenza di disperazioni che porta su, su, fino ai tappeti persiani, gli attici, le mazzette di contanti che confluiranno in edilizia, azioni, attività lecite. Al capo finale della corda che si srotola verso il basso, due morali disperate, due bisogni che si incontrano per sopravvivere, ma ciò che genera tutta questa normalità disperante dovrebbe essere tagliato. La testa dell’idra dovrebbe essere recisa senza pietà. Né scusa.

Non c’è poesia, né positività stasera. Non è necessario che ci sia sempre.

Attorno, cani, genitori giovani, bambini, colombi, studenti, professori. La storia dentro, e davanti, una porta della città. Il leone è una riproduzione, l’originale è a Piazza Venezia a Roma, simbolo delle Generali. Prima, orgoglio e baluardo della Serenissima contro la lega di Cambray, contro l’imperatore. Adesso una copia: il passato è stato venduto. L’iscrizione sulla porta è omnium sanctorum, ma non basteranno tutti i santi a togliere questo posto dall’orlo dell’inferno. L’orlo, solo l’orlo. Chi sta indietro guarda con curiosità l’abisso, bene attento a non fissarlo, ricorda Nietsche, ed allora parla, beve, pensa ad altro. Non è un suo problema. Tollera la diversità finché non diviene minacciosa o da fastidio. Non chiedetemi un giudizio morale. Non è il mio mondo, eppure è lo stesso mondo. La testa è una casa, a volte sicura. Basta chiudere una porta e quello che sta fuori, mi riguarda, ma non così tanto. Basta lasciare che due tempi e due realtà scorrano, l’una dentro e l’altra fuori. Come in Sicilia, ai tempi di Falcone e dopo. Come adesso in Africa, come sempre nel quartiere a fianco. Per favore non chiedetemi di trovare poesia in tutto questo. Possiamo salvarci, dobbiamo salvarci, vedere il bello e l’indifferenza che ci sta attorno. Assieme. Il resto cascherà dal percepito come polvere dalle scarpe. Lo sapete cosa significava scuotere la polvere dai calzari? Considerare morto ciò che s’era attaccato, persone comprese. Si cammina e si chiude la vista, per vivere, per sopravvivere. E allora guardiamo i cani, le ragazze che fanno jogging, i bambini, gli studenti che parlano d’esami e ridono. Ridono perché la vita è bella. A volte è bella. Spesso è bella.

Il pensiero torna a Falcone, a quello che ci stava – e che ci sta dietro- e lì, il pensiero si ferma.

Mi fermo su quei 1000 chili di tritolo e non mi muovo.

saturazione

Il silenzio interiore non è pratica facile, ma è : 

Terapia, per sanare le ferite ricevute o provocate.

Meditazione per lasciar entrare qualche consapevolezza.

Riposo dopo i si e i nò che costano fatica.

Coesione per rabberciare quello che tende a disperdersi.

Espiazione per lasciare che i rimproveri interiori emergano.

Allegria per ri trovare le ragioni del sorriso.

Attesa per lasciare che decanti il rumore ed emerga il suono.

Bene per non dire ciò che non si pensa.

 

Il silenzio interiore è il vuoto scelto consapevolmente.

 

 

 

25 aprile

Ieri c’era il sole, la maratona del santo, lunghe file di auto che andavano verso il mare e davanti all’università, unica in Italia, decorata di medaglia d’oro, la celebrazione del 25 aprile. Era difficile arrivare, il percorso dei maratoneti ha transennato l’intero centro, ma alcuni determinati sono arrivati a sentire i discorsi, la banda dei vecchi bersaglieri, il cerimoniale imcomprensibile delle bandiere.

La liberazione non è la festa del Paese, non di questo paese, almeno: è una festa di parte. Ed è giusto che assuma questa dimensione. E’ giusto che non si mischi tutto, che il sindaco leghista che vuole festeggiare con la canzone del Piave, festeggi con questa se ci riesce. E cosa festeggerà, la liberazione dall’Austria Ungheria già avvenuta all’entrata in guerrà, i morti cafoni, mandati a tappare le falle dei generali sabaudi, oppure i contadini sardi, abruzzesi, siciliani, macellati sulle doline del Carso? Cosa festeggerà col sangue di chi vuol mettere distante da questa terra ?

La liberazione non è la festa di tutti, non può essere la festa di chi considerava la libertà un’optional, di chi impediva l’espessione delle idee, la democrazia una jattura. Non può essere la festa degli omofobi, degli antisemiti, degli anti tutto ciò chenonpensacome me fino alla soppressione del fastidio.

La liberazione non è la festa di tutti, si deve celebrare in pochi, tra chi crede che alcuni ideali non siano carta straccia, deve riguardare i giovani e gli anziani che sono di parte, partigiani, per l’appunto. Sono stanco della retorica, dell’unanimismo, la maggioranza di questo paese non crede che le ragioni per cui ragazzi neppure ventenni si immolarono sia importante, bisogna prenderne atto, capire che occultare questo fatto è irresponsabile. Non sentite il sottile senso di fastidio, quando vengono nominati i luoghi delle stragi: Marzabotto, Sant’Anna, Ardeatine e basta , non se può più. Sono cose passate!

Questo è un paese diviso, che persegue e perseguirà la divisione, la solidarietà non esiste più nei posti di lavoro e tra le persone, si è cancellata la povertà perché il suo pensiero infastidisce, le libertà individuali coincidono con le capacità di consumo. La liberazione parlava di coesione, di libertà inalienabili, di accoglienza e tolleranza, di democrazia rigorosa, di servizio disinteressato al paese. Questi sono problemi, angustie di una minoranza e quella minoranza deve riflettere e commemorare. Riflettere su cosa intende fare, commemorare chi ha creduto e sacrificato. Ma non è un patrimonio comune, forse lo è stato, oggi è stato seppellito nella retorica e tolto dalla prassi. Sparirà dalla memoria e dall’insegnamento, restando in una minoranza che ancora ci crede. Che questa festa resti solo di questi, che cessi d’essere festa nazionale, che ridiventi un giorno di lavoro. Chi ci crede si prenderà un giorno di ferie, porterà i figli in piazza, gli parlerà dei ragazzi che lasciarono il liceo e l’università per farsi impiccare a Bassano o fucilare davanti un muro di caserma e gli spiegherà perchè. Allora la riunione del paese diviso si rimetterà in moto, così è solo una giornata di sole.

n.b. Due anni fa non avevo idee diverse, solo speravo un po’ di più.

l’aereo di carta

 

Il mio piccolo aereo di carta non vola,

s’ appoggia svogliato sul vento,

e neppure si sforza:

uccello senza senno, è immeritato custode di folate.

Così si finisce ovunque, non c’è destino allegro, forse

è stanchezza d’aver udito troppi canti viandanti,

o l’ebbrezza del nuovo che guarda e non si posa.

Mentre mio è il sogno dei vecchi piloti,

divenuti elica che scava nel cielo

 e sfida per la sorte nell’ebbrezza d’una nube:

avrà ancora una carta in più, la vita?

Perdono i vecchi piloti,

mentre ruotano col passo dell’elica,

il loro bicchiere resta nei bar degli aeroporti

assieme all’odore di tabacco forte;

perdono solo le sfide impossibili non vinte,

ma lottano con forza di vecchi,

stanca e sapiente, quanto basta per beffare la morte, solo un po’.

E intanto il mio aereo di carta non impara a volare,

s’ appoggia al vento,

godendo una primavera che non merita.