Sfolgora nel meriggio l’anello d’acque,
ferma il passo
e lo sguardo dimentica l’erba,
il canto delle rane,
persino il sinuoso ballo della serpe
non segue,
tutto scorda e resta vibrante di luce.
Segno di compassione
per noi dal sole,
l’anima ne è attratta e piccola:
la luce è misura e dimensione.
Ai vecchi lagrima il vedere del mondo
e gli affetti sono infinita passione e amore,
l’abbraccio che stringe è desiderio
d’un vivere bello che indefinitamente continui.
Nel pensiero difficile del mondo,
negli anfratti della paura di chi capisce
e conosce come s’aggiusta la vita,
il giorno consola in ciò che accanto si ama,
e lo sguardo cerca un segno che dica,
che parli dell’uomo e del buono,
e che da esso sgorghi futuro e speranza.
Sono anelli d’acque lucenti,
pozze in cui ferve la vita,
che gli animali di terra dissetano
mentre riluce a loro il mantello
di mille gocce d’infinito.
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nuove solitudini
I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, ma anche i propri compromessi tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. Oggi, come spesso è accaduto, fuori, nella storia grande, c’è bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere ciò che non ci appartiene per rafforzare la propria coincidenza con il noi che sentiamo giusto. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato per noi? Non ne vale la pena, ma se non accade maturano fratture che fanno dire cose assolute in un mondo all’etica ballerina e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Così i nomi, gli anti seguiti dai popoli e dalle religioni si mostrano per quello che sono: ovvero privi di senso di fronte all’umano e a ciò che non lo è. Allora guardare ai fatti e alla loro atrocità comporta tornare a noi, che conteniamo i problemi e le soluzioni su dove e con chi stare. E così uscire dalla solitudine delle parole violentate a giustificare sembra l’unica cosa davvero giusta.
mantra per i giorni che sembrano inutili
Del sonno e dei sogni bisognerebbe essere degni,
non accampare stanchezza nel creare la vita.
Lasciare che il giusto invada il presente
perché le idee danno a noi dimensione
e ogni fare attorno s’assomma.
Togliere all’abulia l’atrocità del disamore
che consuma in silenzio i corpi e le menti.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge,
mentre attorno tutto scivola e viene immolato,
nella postura d’una frana d’indifferenza.
Serve un nuovo equilibrio che raccolga desideri, principi, ideali,
dall’immensa discarica dei valori umani.
Ora prevale il cinismo e il piccolo interesse,
l’incapacità di affrontare la fatica di essere uomini,
dare consenso a ciò che umano
è ciò che di buono c’è nei cuori.
No, non era questa la vita che avremmo voluto.

1917 agosto
Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti e i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù, fino alle orecchie dei soldati. E le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in prima linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in prima linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti del Carso, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà a cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone, i fatti, tutto si sovrapponeva nel rumore degli scoppi. La corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina: fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappava a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui. Lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprimeva e dilatava, e nell’essere lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre e di paura.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, la sera a casa, che dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano e quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.
sera d’agosto
Fa abbaiare i cani, il temporale ancora lontano,
e apre nel cielo squarci di nubi contornate dai riflessi dei lampi.
Rotola giù dai monti, il tuono,
diceva mia nonna quando lo scuro invadeva il cielo e la stanza
e i monti erano cornice per noi di pianura.
Immaginavo allora i fulmini come grossi fagotti di luce,
che scendevano rimbalzando su alberi e case
fino ad esplodere nella pioggia e nel suono. Stasera c’è l’annuncio di cio che verrà nella notte
ma il cielo è ancora quello del Tiepolo quando sovrapponeva agli azzurri, il grigio
e il bianco
per rubare luce all’immensità sconosciuta
e donarla all’attesa.
Chi verrà da quello squarcio ad occhieggiare gli uomini,
i loro pranzi e parole dei riti d’agosto?
Corrono adesso le nubi e nuovi azzurri si aprono
mentre i cani continuano ad abbaiare
e nel silenzio che viene dalle tavole sfatte,
parlano tra loro di qualcosa
che noi più non capiamo.
il prato

Spesso tagliano l’erba,
il verde diventa tappeto,
perde i fiori, la voglia d’essere seme.
Le api cercano, ma solo per poco,
poi vanno altrove.
I bambini scendono tardi,
giocano sull’erba con palle colorate,
non ascoltano i richiami,
proseguono discorsi che parlano a sé,
o fingono mondi che loro soli vedono,
ma non hanno ricordi.
Attorno si ripetono i suoni,
e in una bolla l’universo rapprende:
il prato, le grida gioiose,
i piccoli pianti, la casa che accoglie.
Cos’è il sentire se non un animale scacciato,
un cane che rincorre la palla,
che non conosce il gioco
ed è il correre felice il suo senso,
così questo tempo e luogo si ripetono
e noi abitiamo la differenza.
Il sentire che interroga e si finge,
che cerca nel colore bellezza,
come usavano gli antichi nei templi,
per stupire la grandezza
e allontanare i presagi.
È il futuro che si apprende:
nell’età felice la conseguenza non esiste,
così il dispiacere transita veloce,
e la felicità è una corsa,
una palla che vola,
il sudore che vela la pelle,
sciolto nella certezza di un abbraccio
e di una voce amata.
Nel prato che il verde nasconde,
il tempo sussurra,
storie indifferenti a chi non le coglie,
le stagioni attendono,
si ripetono mai eguali,
sanno che solo il bianco e il nero
sono la scena,
la sostanza dei fatti,
il luogo e il tempo,
in cui cogliere il senso
e mutare d’ accenti.
Guardo e sono erba e albero
che recitando invecchia,
e mentre altri,
i loro mondi stupiscono,
siedo nel prato,
con la mia nuova parte,
che m’invento, attingo al ricordo,
penso e poi taccio.
In silenzio sono così dolci le voci,
il muoversi armonico dei corpi,
le loro storie che riempiono la vita e la scena
del mio piccolo mondo.
l’imprecisione dell’amore
Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
che poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Così, da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri
a tacere e dire assieme.
Un colore ad ogni cosa, pensava,
con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ecco cos’era il connubio
tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso amore.
quanto è un lungo un bacio?
È salito allegro dal sottopasso di stazione,
verso un abbraccio stretto e un bacio. Sorrideva e li aveva attesi
e allora ancor più sorrideva.
Quanto è lungo un bacio?
È il tempo infinito delle bocche che si cercano,
si trovano, si premono e si vogliono,
finché c’è fiato
e poi si staccano per guardarsi gli occhi,
a cogliere le parole che non dicono le labbra.
E si riavvicinano per ascoltare,
esitano, ma poi si stringono.
L’una sull’altra mescolano sorrisi e desideri,
e ciò che non si dice, verrà in altro modo detto,
perché il bacio non finisce il desiderio
che tutto si unisca e condivida, .
e così continua sempre insufficiente e nuovo,
ancora perché mai basta.
Ma quanto è lungo un bacio di stazione
pieno dell’allegria dell’incontro atteso?
Quando scosta il viso, lui guarda,
e mi chiede: amico, un sorriso?
Allora capisco che si vede la stanchezza,
che in me la vita è altra,
e se la bocca s’alleggerisce e piega
per mostrare la mia speranza d’allegria,
il loro bacio continua nell’auto
che s’allontana.
E so quanto è lungo un bacio
che non t’appartiene.
epifanie

La risacca ha lasciato legni sulla riva,
accade anche a noi dopo le tempeste
e non sappiamo che fare degli antichi naufragi,
già poche scaglie d’azzurro commuovono.
Sono segni del viaggio compiuto
e della vita perseguita,
nella vischiosita che cresce,
i ricordi che si divorano.
Mai come adesso sono la somma dei miei errori,
delle passioni che tutto hanno riscattato,
dei compagni che hanno creduto
dissolvendosi nel fiume
che pensavano di guidare.
Il cuore ritorna a dove si vive
ma altro speravamo,
Tra il successo e fallire spesso manca poco,
si confondono i significati nell’ultimo sforzo,
ma in fondo se s’impara la bellezza
mai si è perduto,
chi strappa un fiore la malintende
perché non si possiede
né il bello né la verita
e se poi una rosa illumina una casa,
è sua la bellezza
gli altri forse ne vedranno la fatica
d’essere ancora vita
che accompagna la luce.
sempre
Sei sempre oltre l’orizzonte, eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
Ed io di me sorrido quasi sempre.