oltre l’apparenza

Ci sono almeno due casi in cui si argomenta/giustifica troppo: quando la realtà è diversa da ciò che appare e quando la realtà è ciò che appare, ma si vuole venga percepita diversamente.  In entrambi i casi si vuole agire su ciò che appare e per farlo si spiega troppo. 

Nel primo caso, quando dovrei dire ciò che in realtà è, spesso taccio, lascio che ci sia una percezione distorta. La fatica dello spiegare, dell’essere creduto, mi pare troppo grande per il risultato che lascia sempre un’ombra di dubbio in chi non si fida. L’apparenza è un buon crivello e se qualcuno va oltre le apparenze, dimostra fiducia, amorevolezza. Credo che la differenza tra chi ti vuole davvero bene e gli altri, sia proprio in questo cogliere la persona, andare oltre l’apparire, se necessario.

Dizionario personale:la raccomandata

Tra le cose d’altri tempi, vagamente circonfusa di minaccia, vive ancora la raccomandata. Già nel nome è fastidiosa e melliflua, nasconde qualcosa che chi scrive vuole gettarci addosso, ma essendo un’anticaglia da molto ormai ha perduta quella potenza inquisitoria che il postino esercitava in conto terzi: c’è una raccomandata, bisogna firmare! Adesso il postino suona (forse) e mette direttamente l’avviso in buca. La raccomandata è un articolo del tempo in cui c’era qualcuno in casa, scendeva una signora asciugandosi le mani nel grembiule, firmava e poi aspettava che arrivasse il destinatario per sapere cos’era accaduto, adesso in casa non c’è nessuno, tutti sono al lavoro e poiché i postini si ostinano a non venire di notte, la probabilità che qualcuno risponda al citofono è estremamente bassa.

Credo che il postino soffra di solitudine, che mediti molto su sé stesso e che sopratutto abbia coscienza del suo decadimento sociale. Nei tempi in cui la letteratura, le canzoni, l’immaginario collettivo gli assegnavano  il ruolo che già fu di Mercurio, la sua fatica era un canto collettivo, un inno alla circolazione delle notizie e degli affetti, ora suona campanelli senza risposta, recapita pubblicità e riviste che sono esse stesse pubblicità con qualche articolo. Resta la raccomandata e il telegramma, ma né l’uno né l’altro hanno ormai un interlocutore, quindi credo che i postini siano ormai dediti alla meditazione e al filosofare sulla solitudine umana e sull’estraniamento da sé con un carico notevole di melanconia esistenziale.

Il gestore vero delle raccomandate è l’ufficio postale centrale dove queste tornano in giacenza e così ogni volta mi armo di pazienza e di tempo, prendo un numero, aspetto un tempo variabile tra mezz’ora e un’ora e dopo essere stato identificato da un impiegato, che non può amare quel lavoro in conto terzi e quindi è annoiato e vagamente inquisitorio nel suo scrutarmi : ma lei dov’è la mattina, dove va?, finalmente mi consegnano la raccomandata.

Solitamente è un nostalgico malfidente del servizio postale che mi scrive, che notifica qualcosa e spesso impone di pagare. Questo non aiuta la mia opinione sul mezzo anzi mi verrebbe da non ritirarle più le raccomandate, lasciare che macerino nel loro livore perché non m’hanno trovato. Tanto chi conta davvero sa dove raggiungermi, mi scrive, telefona, incontra, gli altri sono solo anonimi minacciosi che si firmano: agenzia delle entrate, corpo dei vigili urbani, ente di qua, ufficio di là, tutti uniti dal fatto che qualcosa gli devo.

La raccomandata insomma è un oggetto poco gentile, adatto a tempi e toni differenti in cui l’autorità pesava davvero e sparirà la raccomandata, oh sì che sparirà, ed io non la rimpiangerò affatto. Se devo pagare o vogliono chiedermi qualcosa, lo farnno in altro modo ed io vorrei lo facessero con gentilezza, senza alzare la voce, sorridendo, tanto pagherei lo stesso e tutti saremmo più contenti.

 

scirocco

Soffia forte lo scirocco dal mare, schiocca la tela degli ombrelloni, spinge onde e livella la sabbia. Pivieri e gabbiani volano di lato, a volte, con rabbioso sbattere d’ali, si guadagnano il cielo, altre veleggiano, poggiando queti, su correnti d’aria calda.

Nel meriggio arrivano barche bianche: l’acqua pulita e la tranquillità attraggono dai porticcioli vicini, ma sono distanti la spiaggia. Solo una moto d’acqua volteggia al largo. Speriamo si stanchi.

Guardo tatuaggi e corpi che si consegnano all’acqua ed al sole, i rumori sono ovattati, rispettosi, e c’è una pace che lo sciabordio d’acqua e di tele, rende respiro del mondo.

In questo mare antico, così pieno di legna, di sabbia, di detriti d’animali e d’uomo, l’acqua si rinnova e vince. Terra d’uccelli e di pesci prima che d’uomini e c’è maestria in entrambi, di saperi trasmessi.

Lo scirocco fa volare alghe seccate, costruisce piccoli grovigli marroni da impigliare tra i fiori delle valli tra le dune.

Basta chiudere gli occhi e il tempo si spegne paziente.

fine agosto

La città, al ritorno estivo, si mostra intorpidita. Alcune cose lasciate a mezzo attendono, ma il caldo permane e le giustifica: potrebbe essere luglio con il tempo dell’estate ancora nuovo.  Così non si bada troppo al lavoro sospeso nel corso, all’ arsura, lasciata alla partenza, delle piante nel vicolo, al bar ancora chiuso. Più in là l’edicola davanti al bar ha riaperto, ma è spoglia di copertine recenti ed attorno s’aggirano persone lente, almeno così mi pare, che camminano sotto i portici in cerca di fresco.

Eppure qualcosa sembra sul punto di iniziare, forse è solo una proiezione d’un bisogno. Sono convinto che, distante, altre braccia si stiracchiano e rientrano in città, altri occhi vedono le stesse cose e chissà che pensano dei loro vicoli ed abitudini appena smosse dal caldo d’agosto e dai giorni senza impegno. Delle mie vacanze “intelligenti” d’un tempo non ho nostalgia, e se accumulavo stimoli per il resto dell’anno, adesso semplicemente mi riposo e lascio scorrere i pensieri, gli “stimoli” arrivano anche così, solo che sono più inattesi.

Mi sembra ancora presto per dire che è finita l’estate. Sarà che attorno, nelle cose usuali, ancora un po’ estranee, il leviatano del lavoro, delle urgenze, delle incombenze autunnali, non s’è risvegliato appieno, è ancora torpido e mi guarda interrogativo, quasi non mi conoscesse.

Buon ritorno ai viaggiatori, facciamo che l’estate buona continui dentro e fuori di noi.

la notte di san Lorenzo

L’acquazzone di stanotte ha regolato il caldo. Non dentro le case, prigioniere di muri arroventati, ma fuori, tra marciapiedi e portici, nel verde giallo dei prati di città, nelle strade dove l’ombra è più fresca tra aliti di vento. Il cielo stanotte sarà terso e le luci della città non basteranno ad offuscarlo.

Con gli occhi rivolti ad un mio intimo cielo, seguo presenze care che vanno e tornano, in rotte d’estate. Ciascuno ha una traiettoria, ciascuno percorre la stessa volta celeste, tutti c’incrociamo, pensandoci, nei vincoli d’una nostra gravità. Le libertà sono questo rammentarsi del limite, nel percorrere strade nuove sapendo che ci sono nostre armoniose scie che portano dall’uno all’altro lato del nostro cielo. E così, è bello pensare in queste notti, che per la scia di luce, e l’attenzione partecipe, i desideri s’avverino.

Il bagliore delle Perseidi nella notte, cercato, imprevisto, ed atteso, val più d’ogni fuoco d’artificio destinato a riempire gli occhi di luce e la bocca di meraviglia, ma a spegnersi nella meccanicità d’un fatto previsto. Stanotte, invece, guardando il cielo, gli occhi saranno pieni d’attesa e di buio, in una notte magica di desideri di cui conosciamo già la forma perché sono in noi da molto, prima d’essere pensati.

I nostri desideri siamo noi. Loro c’interpretano, così domestici nel loro ripetersi, così tenuti al riparo dalle paure che, a ben vedere, li motivano, così lasciati fluttuare nel cielo perché siano silenziosi di sorridenti segreti. Se ci soffermassimo, oltre il nostro ridiventare bambini, troveremmo in questi pensieri senza parole, il riassunto del nostro vivere: le gioie che non si dicono perché non svaniscano, le presenze su cui contiamo. Non è questa la magia del sapere chi si è ? Per una notte siamo più vicini a noi, a ciò che davvero vorremmo essere.

Buoni desideri per voi, che amate la meraviglia ed alzate gli occhi al cielo. 

 

nel web il liceo non finisce mai

Il web ha certamente un’azione rafforzativa per quella che, in occidente, è stata la generazione più fortunata della storia dell’umanità: niente guerre, una longevità crescente, benessere diffuso, mobilità sociale, scolarità disponibile e gratuita, ecc. ecc. Se una caratteristica di questa generazione è quella di non farsi da parte, in questo non poco favorita non solo dalla predisposizione naturale, ma anche dai provvedimenti dei governi, si può rilevare che anche questa è un’anomalia storica sia per le dimensioni, che per i modi, infatti precedentemente si facevano invecchiare precocemente i giovani (l’età della ragione e del conformismo) per sostituire la generazione precedente, piuttosto che mantenere giovani i vecchi. 

In questo il web, con la sua carica di liberazione e di alterità, è specchio e rafforzativo di una tendenza. Aiutati da questa rivalutazione dello scrivere come mezzo comunicativo, non pochi riscoprono vocazioni poetiche che sembravano finite con l’esame di maturità, altri liberano lo spirito critico proprio dell’età della discussione, per molti, emergono interessi e passioni insospettate, anche una leggerezza di sentimenti diventa possibile, amori che in altre età si sarebbero scartati, prendono consistenza e si svolgono mescolando reale ed immaginario. Insomma abbiamo i sintomi caratteristici dell’età nascendi, dove tutto è possibile, e tutto si sente, si scopre, si vive.

Questa virtuale età liceale ritrovata, soffre, o ha il vantaggio, di convivere con l’età cronologica: grandi speranze, grandi sensibilità, grandi dolori rimescolati con una vita svolta.  Nel riportare consistenza nelle vite, conta il discernimento, lo spirito critico, il fatto che la realtà irrompa costantemente, che l’intorno, la crisi dell’occidente tiri la camicia che spavaldamente si era lasciata fuori dei calzoni, però questa sensibilità ritrovata è un elemento del vivere, non l’unico cosicché, seppur prepotente, media, e il bagno di realtà mantiene aperta una porta di leggerezza, poesia, sentimento, speranza e malinconia. Non è poco per ora, poi le tecnologie e il cambio generazionale, comunque avverranno e la nuova generazione userà l’immateriale e il materiale, non come prosecuzione di una stagione della vita che non conosceva queste possibilità, ma piuttosto integrerà il tutto. Cosa ne verrà fuori è difficile da capire, se restasse più leggerezza, se la realtà intesa come duro confronto quotidiano che spesso esita in sopraffazione, si mitigasse, forse alla generazione più fortunata ed immemore, ne seguirebbe una consapevole della propria fortuna e perciò disponibile ad essere migliore. Potrebbe essere, speriamo.

Ogni tanto mi sogno la maturità, non ho paura dell’esame, non troppa almeno, mi pare solo una fatica immane che sembra non finire.

la ricerca del telefonino come mezzo di socializzazione di massa

Suona un cellulare con una musichetta soffocata, le mani cominciano a rovistare, con frenesia crescente, dentro una borsa taglia XL, alla fine aprendo una cerniera di una tasca interna, estraggono un contenitore di stoffa? plastica? pelle?, cercano freneticamente l’apertura, non immediata del contenitore ed estraggono il telefono che adesso suona a pieni polmoni. Le mani cliccano il tasto di risposta e finalmente un pronto? instaura la comunicazione.

Ho alcune domande da porre ai fabbricanti di cellulari e gestori di rete:

1. la durata in secondi del tentativo di comunicazione espresso  dalla suoneria, è funzionale alla ricerca del telefono da parte dell’utenza femminile all’interno della borsa, oppure risponde ad altri dettami di mercato?

2.si ritiene utile considerare la ricerca del telefonino come una componente della comunicazione e quindi facilitarla, oppure è un esercizio manuale/mentale già perfetto e funzionale che non dev’essere toccato?

3. la suoneria, considerati gli stati di tessuto, di coibente, di materiale in cui viene seppellita, può essere incrementata all’inizio e poi decrementata, oppure si considera che il primo pigolio sia già di per sé sufficiente all’individuazione?

4. considerati i rivestimenti, i contenitori telefonici che spaziano dall’uncinetto alla paglia naturale, il kitsch telefonico è un inalienabile diritto individuale oppure viene semplicemente subito dal fabbricante che ha trasfuso enormi quantità di denaro per creare forme stilisticamente nitide?

5.considerata la ricerca nelle capienti borse, tagli XL,XXL e maggiori, che naturalmente contengono di tutto, l’esposizione di particolari intimi relativi ad abitudini, relazioni, biancheria o altro della proprietaria si considera un incitamento alla socialità ed alla condivisione/conversazione facilitato dalla ricerca del telefonino oppure un semplice incidente di percorso?

6. il coinvolgimento degli astanti nell’angoscia del ricercatore, si considera manifestazione di partecipazione di massa oppure è considerata come normale stress collettivo sociale?

7. Visto che la partecipazione collettiva può indurre ulteriori effetti del tipo, ma non puoi tenerlo in un posto più comodo? hai paura che lo rubino? con il successivo commento, al ritrovamento: quel telefono neppure se lo regali lo vogliono, con conseguenti risate e commenti, di questa iterazione, con gli effetti sui rapporti personali, nel motivare giudizi, innescare discussioni, è stata considerata come un incentivo commerciale al ricambio telefonico oppure semplicemente è stata ricondotta ai normali rapporti personali?

8. poiché l’uso di suonerie particolarmente delicate inibisce totalmente la ricerca del telefonino, si è provveduto ad esporre all’utente/cliente, il problema, per cui questo possa tenerne conto in sede di scelta?

9. Al contrario del precedente punto, considerato il volume particolarmente elevato che viene indotto dal seppellimento abituale, nell’utilizzo privo di coibente acustico, tale scelta potrebbe risultare oltremodo disturbante per i vicini, si è spiegato all’utente/cliente di cambiarla a seconda del luogo in cui si tiene il telefono ?

Attendo fiducioso che qualche responsabile del marketing di fabbricante telefonico o gestore di rete mi illumini, nel frattempo mi delizio delle ricerche e se posso le provoco. 🙂

la vita sobria

Il cuore degli uomini, temo, dev’essere in continuazione fatto, confermato. E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre, ma senza trarre subito dinieghi, pensate a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine, quanto si misura con tempi che non sono nostri e che neppure, forse, vorremmo, e quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno necessario e costante. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia arrogante, ad una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze di questa ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere, sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che mette priorità, un prima e un dopo, valenza nelle persone e nelle cose. Ed in questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano. Forse il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che s’è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo, e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua, e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

il piacere

Il piacere finisce, è il suo limite. Ha bisogno di filo di ricordo per essere ricucito, è cornice e non quadro. Non resta nulla, neppure il ricordo se qualcosa non lo lega a noi. Quando mi viene detto che ogni lasciata è persa, non capisco cosa si sia perso. Semplicemente si addiziona, ma la somma è polvere con il tempo. E diviene ripetizione, abitudine, ha bisogno di variare, sperimentare, cercare, mentre si esaurisce nell’abilità. Anche quella, infine, ripetizione.

Ho bisogno di aggiungere senso, altrimenti mi perdo nei miei pensieri, ad ogni pulsione ho bisogno di aggiungere senso e so che è una contraddizione in termini, ma a che mi gioverebbe essere uomo senza saper gestire, e crescere, sulla contraddizione.

verrà la pioggia di luglio

Verrà la pioggia di luglio, asciugherà l’aria, schiaccerà rivoli di polvere nel grigio ferro dei tombini, dalle pareti delle case solleverà l’odore di calcina mescolandolo con l’ozono dei fulmini.

Verrà la pioggia di luglio, segnerà la sabbia di cerchi, consumerà castelli di bambini che il mare avrebbe di lì a poco distrutti, mostrerà infinite bolle sulle pozzanghere ai rifugiati sotto i cornicioni.

Verrà la pioggia di luglio per confondere le carte meteo del caldo, per disattendere appuntamenti, per riportare il desiderio dell’azzurro oltre nubi gonfie di grigio, attiverà speranze di fresco, ricaccerà gli alpinisti nei rifugi.

Verrà la pioggia di luglio a promettere frescure serali e sole ardito di giorno, verrà a raccontarci l’estate, appiccicherà sensuali magliette sulla pelle, farà sorridere i ragazzi e i vecchi, spazzerà le strade dai pensieri grevi di calura.

Verrà la pioggia di luglio a distruggere acconciature strane, fermerà le bici nei garage, nasconderà i bikini in vestiti di cotone, libererà la spiaggia dall’odore delle creme, chiuderà gli ombrelloni in file piene d’attese.

Verrà la pioggia di luglio a liberare le notti al sonno, mostrerà la città fuori stagione, solleverà telefonini per raccogliere stupori, colorerà i tuoi occhi e tu neppure t’accorgerai che lo sguardo sotto la pioggia bagna la pelle.