Che università hai frequentato?
Ho frequentato le università di Padova e di Trento, ingegneria chimica e sociologia. Poi il lavoro è stato altro.
Che università hai frequentato?
Ho frequentato le università di Padova e di Trento, ingegneria chimica e sociologia. Poi il lavoro è stato altro.
Hai buone capacità di giudicare il carattere?
Ottime, con elevato margine di errore












Nella caserma abbandonata da 50 anni è nato un bosco, ricco di vita, di uccelli e animali che prima fuggivano dalla città. Erano in quel luogo gli antichi orti delle monache Benedettine e le costruzioni della caserma, erano sorte su aree che avevano resistito a invasioni e distruzioni restando fertili e curate. Caserma di cavalleria poi artiglieria ma anche i cavalli avevano contribuito a tenere memoria di vita nei terreni. Con il tempo e l’incuria, nelle stalle, nei magazzini, sono crollati i tetti e poi le travi, ma mentre per terra antichi legni si disfacevano in humus, uccelli e vegetali indomiti hanno rotto il cemento, alberi delle antiche macchie di pianura hanno fatto breccia, diventando rifugio di vita. Il corpo della città è fertile, si fa spazio e se ora anziché tenere il bosco, donare ossigeno e vita alla città e ai giochi dei bimbi vogliono realizzare un parcheggio, bisognerà ricordare che le cose si sistemano, che in un modo o nell’altro l’ordine torna.
Dobbiamo tenerlo a mente.
In fondo bisogna esercitare la pazienza e la speranza, non scivolare nell’ansia che impedisce alle cose di avere un loro senso. Usare la passione per impedire il peggio, sentirsi partecipi di un futuro che ci appartiene attraverso altre vite, capire che nulla, nulla, giustifica lo scempio che compie il denaro quando esso diventa dominio, differenza tra vita e non vita, coercizione a vivere in un conformismo e una solitudine che divora il tempo di ciascuno. E siamo parte di un tutto che ha infinite risorse, con cui bisogna trovare un accordo, perché siamo parte e se diventiamo nocivi, il resto, pian piano si rivolta contro di noi.
La città è invasa dai cantieri, nessuno è coordinato e così le interruzioni, le code immani, lo smog si accumulano nei corpi. I soldi dell’Europa dovevano essere un bene ma il modo di spenderli diviene una fatica per il corpo esausto della città. Si è caricata di costruzioni, le strade strette aperte nella città medioevale servivano per poche auto, ora sono troppe, ma anche nella città nuova gli spazi comuni sono sempre insufficienti agli appetiti immobiliari. In un’altra caserma dismessa e distante dalla prima costruiranno condomini e, dicono che il terreno cementato e offeso diventerà vegetale per farne in parte un giardino. Nella prima caserma la natura aveva già provveduto per suo conto e aveva fatto un bosco che si vuole abbattere, nella seconda si disselcerà, si porteranno alberi nuovi, si eserciterà un dominio che fatto di appalti e di colture importate. Dov’è la logica di tutto questo?
Bisogna ricordarsi, anche nel governare cosa significa vivere nel giorno e nel futuro. Rincorrere l’attimo, la sensazione, l’emozione, trovare il proprio tempo interiore, il battito profondo della nostra vita che accompagna il presente e lì capire le radici del futuro, della specie, del tutto. In questa freccia positiva del divenire, c’è un senso all’ansia di ogni passione delusa e rinata. La fretta viene ricondotta al suo posto: attraversare le strade, inseguire un amore che parte, cercare una cosa che serve davvero subito, riposare gli occhi e il corpo nell’aria e nel verde, ascoltare le grida felici dei bimbi e i bisbigli dei giovani. Occuparsi di sé e degli altri, affidarsi. Avere fiducia nelle cose che sempre trovano un loro posto, nelle persone che guardano con semplicità, nel caso che assomiglia alla natura e al vento.
E fare ciò che si può (che non significa tutto il possibile) lasciando che le cose si posino tranquille e indifferenti anche senza il nostro “decisivo” intervento.
In questa notte che spinge sui vetri, che volteggia e danza col vento. In questo silenzio di parole gonfie di buio, di sogni interrotti, di piccole luci accese su comodini carichi di libri, parlami d’amore mariù. Parla con le parole umide di te, con l’accento che ti piace, con le sintassi frenate, gli aggettivi arditi, i silenzi eloquenti.
Parlami della mia vita, incagliata tra scogli, che attende la marea, del tuo orizzonte che mi cerca, del tuo navigare insicuro e fidente. Parlami del mare e del salso che bagna i capelli, dell’odore forte dell’estate quando s’appiccica alla pelle. Parlami dei salti temporali, delle primavere passate, degli scrosci d’acqua costellati di risate, del piacere d’allungare il corpo nel letto avvolti nei sogni sognati.
Sosta un poco presso il mio cuore e perdona ogni striscio sul vetro, la tazzina versata, le parole consumate in cerca di significato. E perdona quel dire sconclusionato che gridava alla luce d’ essere presente, lì in quel momento, tra noi.
Ancora parlami d’amore mariù e poi fammi dire delle nuvole bianche che non vedo nel cielo. E sorridi, come sai fare tu, senza un motivo apparente, perché la realtà non è mai come appare, eppure l’abbiamo dentro, mariù, anche se non coincide mai con le ore. Sempre in ritardo sul tempo e sempre in anticipo nell’attesa. Parlami sempre d’amore mariù, e tieni stretto ogni pensiero che non dico. Leggimi a fondo e poi raccontami, che mi piace sentire la tua voce che spiega nella notte. Che dice e poi si ferma, che s’assopisce parlando con i sogni, e poi si gira, s’avvolge e si sveglia e mi guarda.
Parlami sempre del tuo amore mariù, con la voce bassa che risuona nelle giornate che attendono, nelle sere che verranno, nei sogni che stentano, eppure si fan largo, aspettando d’essere capiti.
Se ti viene, usa con me l’entusiasmo della pazienza che capisce, prendimi d’assedio con le braccia, estrai il dolore dell’assenza dalle parole. E dai silenzi, soprattutto.
E col tuo sorriso dammi dimensione delle cose. Io ricambierò come so, come imparo, come viene, mariù.
Sensazioni impercettibili di fastidio. Rapprendono senza chiedere aiuto alla ragione, sono il facile ricoprirsi d’altre ragioni. La domanda a cui rispondere è: con chi ce l’ho davvero e perché mi dà fastidio il suo interferire con me? Poiché la risposta neppure s’accenna, su croccanti modi di dire che sostituiscono le frasi, viene spalmato un sentire che mescola assieme la mancanza della giusta cura con la certezza di una incomprensione profonda. Una piccola colpa viene attribuita e il tutto è mescolato in crema da racchiudere sotto altri croccanti modi di dire. Si può continuare a lungo, anche perché il gusto dolciastro dell’essere incompresi alimenta non poco la considerazione di sé, fa sentire la propria differenza persino negli ambiti in cui ci si sente amati e protetti. Quella crema che si crea diviene appetibile giudizio, una sorta d’offesa lieve che tiene un po’ in disparte e accende l’attesa delle domande che si riferiscono allo stare. Tutto si misura tra ciò che verrà intuito e quello che resterà in ombra. In fondo è un gioco che lascia sempre la porta aperta al recupero. Un broncio del bimbo che è in attesa dentro i gesti, le attenzioni. E come bimbo è egoista, chiede d’essere accudito mentre non si prende cura. Non ha la leggerezza che sarebbe necessaria, però fa i conti con la ragione e il sentimento e questi sono nani forzuti che riportano le cose in un ambito dove ciò che c’è davvero emerge. Che stai facendo? Di cosa t’Incupisci? Non ci sarà la forza per sorridere e neppure per accantonare del tutto, ma il limite è già chiaro e tutto ritrova un posto d’importanza propria. Come nascono, i piccoli wafer di risentimento, vengono consumati, digeriti e scompaiono nei modi del vivere che di ben altro hanno bisogno. Non farli evolvere ma considerarli parte del silenzio è una pratica salutare. Neppure dovrebbero nascere, ma la perfezione attribuita è intrinsecamente fallace perché è bisogno d’altro, non libertà. E sul bisogno d’amore non si riflette mai abbastanza, ma neppure lo si lascia cadere se esso esiste davvero. Se è bene solvibile nel conto acceso tra anime che hanno innumeri ragioni d’essere insieme e che neppure devono attingere alla ragione per capire le alchimie profonde che le lega. Nella ricerca del benessere facciamo i conti con noi stessi e il mondo, quando siamo meno in equilibrio, insoddisfatti, preoccupati, giochiamo a chi risolverà la fatica che ancora non ha dimensione, per farci star bene. In questa sfera nascono dolcetti che tali non sono, che scompariranno dal ricordo ma fotografano un momento, una immagine in cui siamo a centro e attorno tutto è sfuocato, c’è e attende di essere riconosciuto. E’ solo stanchezza, tutto si rimetterà a posto. Riconoscere d’essere stanchi è già capire che il problema è in noi e che costruire silenzi è fatica inutile.
Il rancore è un veleno serio, modifica dentro e toglie luce, è una lama che scende e taglia la percezione. Produce disastri a chi lo prova e non di rado a chi ne è oggetto. Lasciamolo da parte, non ci riguarda.












La bellezza ci cerca, ovunque, basta non essere offuscati dalla stanchezza, dalla serialità d’un sentire obbligato, e ci trova. Se diventa estetismo non ci coinvolge davvero, parla con quel narciso che ci accompagna, lo conforta e gli fa credere di appartenergli. Certamente è un sentire concreto la bellezza, è un equilibrio e un imprevisto, ma qui mi fermo perché voi ne sapete più di me e ognuno sa di cosa parla quando parla di bellezza, della sua bellezza.
Mi piace meno la “letteratura” del brutto, dello sporco redento, la povertà non è mai bella per chi è povero e neppure la bruttezza lo è per chi è brutto. Può essere una spinta a riconoscersi, estrarre virtù nascoste, ma costerà fatica. Altra cosa la mediocrità, la miseria interiore e la bruttezza sguaiata senza pensiero, che si distribuiscono ovunque secondo una gaussiana indifferente al censo. Magari più diffuse dove ci si aspetterebbero i migliori talenti. La politica, a esempio, oppure gli alti ruoli di lavoro, pubblico o meno, dove conta più il millantare che la capacità vera. Se la bellezza è un aiuto formidabile a crescere, l’imitazione del mediocre condanna a vedere il peggio come normale.
Però l’umanità c’è ovunque, in centro come nelle periferie e credo che portare la periferia in centro sia un atto di bellezza, come pure far vivere le persone in modo più decente. Lasciarla dov’è, nel bisogno è letteratura e divisione sociale. Quando si parla di mobilità sociale di questo si intende, ovvero del cambiare condizione di partenza.
Infine quando si scrive la propria storia non importa molto da dove si viene, l’importante è scriverla, possibilmente con meno luoghi comuni possibili, e in questo avere una direzione è importante. Ma forse nella mia testa c’è un’ icona del bello interiore che è lo star bene nell’equilibrio mobile, mentre il bello esteriore è un urlo che trascina, spesso è apparentemente statico mentre genera pensiero nuovo e acuisce i sensi. Modelli di sentire, che mescolano esperienza, vita, letture, viaggi, sono parte di me, motivo per la mia, di storia.
La bellezza è una direzione, una guida, in realtà cerco me stesso e la mia storia.









Suono di campanello, si apre la porta.
“Buon giorno, posso avere una confezione di essenziale?”
Da dietro il banco, un camice bianco si volta e sorride.
“Mi spiace, signore, non ne vediamo da mesi, le ordiniamo e i magazzini neppure ci rispondono. Pensiamo finiscano tutte alla Caritas o a Medici senza frontiere.”
Imbarazzo del cliente, ma anche stizza.
“Questo è il terzo negozio in cui chiedo una confezione di Essenziale e le risposte sono come le sue o più fantasiose. Un suo collega mi ha detto di cercarle in Africa o nei centri profughi.”
Sorriso del camice bianco, aggiustatina agli occhiali. Colpo di tosse di uno dei due clienti che seguono quello al banco.
” Non posso che ripeterle quanto le ho detto, signore, dovrebbe provare da qualche collega di campagna, forse hanno qualche fondo di magazzino in scadenza. Qui abbiamo solo Superfluo, di varie confezioni e prezzi, ma di Essenziale, nulla.”
Mormorii alle spalle del cliente, proteste sottovoce, un cliente guarda l’orologio, riapre la porta. Esce.
Il cliente insoddisfatto fa per voltarsi, è visibilmente contrariato, poi ancora si rivolge al camice bianco.
” C’è una legge, anzi la Costituzione, la madre delle leggi, che mi assicura l’Essenziale, deve essere rispettata, sono un cittadino, pago il dovuto, esigo…”
Il camice bianco non sorride più.
“Cosa può esigere, caro Signore, quello che non c’è non c’è, si rivolga alle assistenti sociali del comune, alle associazioni di beneficenza. Ma lei non guarda la televisione, non legge i giornali, non consulta internet, ha mai visto una pubblicità dell’Essenziale? Ha colto qualche invito all’acquisto o alla sua ricerca. No, c’è solo Superfluo che viene offerto in quantità e qualità differente secondo le ricorrenze e stagioni. Perché anche il Superfluo ha cicli produttivi e una domanda variabile, quindi auto, profumi, orologi a Natale e cibo in grande quantità. Tutto in eccesso per poi alimentare le patologie che assicurano altro spazio ai farmaci di moda. Il Superfluo è ciò che muove la società, che la differenzia al suo interno, che stabilisce l’ordine e le gerarchie. Il Superfluo fornisce autorevolezza e potere, può essere gettato, tenuto in gran conto ma è la libertà, se lei non ha questa libertà, non esiste. “
Ormai i clienti in attesa sono molti, le proteste sono ad alta voce, si sovrappongono, si rafforzano, se non ha i soldi per il Superfluo perché deve intralciare gli altri… sarà il solito ecologista… di persone che vogliono limitare la libertà di consumare ce ne sono troppe… basta, esca e lasci che possiamo acquistare.
Entra un poliziotto.
“Cos’è questa ressa?”
Il camice bianco spiega succintamente i fatti mentre consegna una confezione variopinta di Superfluo al cliente successivo.
Il signore che aveva chiesto l’Essenziale, cerca di sgusciate tra le persone. Lo trattengono. Lo consegnano all’agente. Ci ha fatto perdere un sacco di tempo…è arrogante… pretendeva di avere dei diritti… e ha allungato una mano verso camice bianco, l’ho visto io.
L’agente lo prende in consegna, gli stringe un braccio, l’uomo cerca di divincolarsi. L’agente gli dice che dovrà rispondere di resistenza, mentre escono, gli chiede i documenti.
Persone: non gliela faccia passare liscia… attento sta mettendo una mano dentro la giacca… ha una pistola. L’uomo protesta che sta cercando i documenti. Le voci si alzano, viene immobilizzato, l’agente lo ammanetta.
Commenti entusiasti dentro al negozio.
Aumentano le vendite di Superfluo. Le persone vanno verso casa, sorridendo soddisfatte.
In questo paese c’è ancora una legge…








la vita immaginata è un presente quando la si immagina, ciò che poi si determina è il convergere di un poligono di forze dove c’è la nostra indole, i desideri, i fatti, la narrazione interiore che ci facciamo, le attese e la costruzione di ciò che ci riguarda. La vita approssima il nostro interiore più profondo, quanto più ci riusciamo tanto più apriamo la porta a ciò che ci soddisfa e al tempo stesso crea il nuovo. No, non è la vita che immaginavo ma è migliore ed è mia.
Quando il covid infuriava, teneva le persone in casa, riempiva i telegiornali ci si ripeteva in una l’indeterminatezza felice che finita la pandemia, nulla sarebbe stato come prima. E si intendevano i rapporti sociali, l’affannarsi per fare mille cose, la competitività esasperata, tutto questo è molto d’altro, sarebbe mutato in un mondo in cui gli affetti avessero più importanza, certamente più attento alle persone, alla cura, ai servizi comuni, alla salute. Il regno dell’inutile dannoso e del vano brancolare nel buio di una corsa senza meta, sarebbe mutato in un guardarsi attorno e nell’ assaporare le cose che pazientemente ci rassicurano e attendono di essere apprezzate. Tutto poi è mutato come sappiamo, in una ricerca spasmodica di recuperare vacanze, produttività, tempo che libero non è.
Si è dissipata la paura (ed è un peccato perché siamo stati male per niente) che ci aveva indicato il nostro malessere in un parlar d’altro, in un essere come ci vogliono, scevri di dubbi, pronti a dire si, incapaci di una reazione che muti la condizione che in fondo, nessuno ha scelto. Come accade in uno stagno, l’improvviso rumore ammutolisce le rane, non capiscono, la memoria si cancella e riprendono a gracidare. Magari una serpe d’acqua ha mangiato una di loro, un luccio ha fatto il pranzo, ma finito il rumore sono rimasti cerchi d’acqua che s’allontanano verso le rive. Come non fosse accaduto nulla e così è bastato che le notizie scomparissero dai telegiornali, che la scienza tornasse nei laboratori e tutto è ripreso come prima, sostituito dal brusio delle guerre che basta si pensino lontane perché non esistano.
I politici che ora governano avevano detto cose importanti durante la pandemia, ma la campagna elettorale è venuta quando è sembrata tornare la normalità che è più precaria di prima, però è sempre normalità. Così non è cambiato nulla se non in peggio, meno sanità, meno attenzione al sociale, più povertà, una crisi alle porte, però chi poteva è andato in vacanza, è tornato a fare mille lavori, a competere, a essere insoddisfatto pensando che questa sia la normalità.
Siamo soli perché quello che ci viene raccontato non solo spesso non è vero ma perché non vogliamo vedere ciò che conta davvero, non sentiamo le altre persone come portatori di problemi uguali ai nostri, vuotiamo il mare con il nostro cucchiaio mentre esso ci minaccia. Sono tutti segni quelli che ci colpiscono per poco tempo, la nostra mente dovrebbe metterli assieme. Una alluvione non è una fatalità, una guerra non è una necessità, un servizio vitale che non funzione non è una normalità. Se non si cambia perdiamo pezzi, persone, umanità, ma soprattutto perdiamo speranza di avere tempo futuro, di durare. I figli che non nascono non sono un problema demografico, ma la disperazione di non essere all’ interno di una società che non lascia soli, che si prende cura, che rende liberi perché possiamo amare non amazzarci di lavoro e di solitudine. Doveva cambiare tutto e non è accaduto nulla o quasi, se non in politica, non nella vita vera e il 50% che va a votare si è stancato, della sinistra e ha dato la maggioranza della minoranza degli italiani alla destra. Anche questo è un segno quando la maggioranza di chi può votare si fa guidare da meno del 30% dei voti. E ora quelli che negavano la pandemia l’hanno cancellata insieme al cambiamento, basta non parlarne più e non è accaduto mai.
Non so se sia la stanchezza di un vagare senza meta che cancella i nuovi segni ci appaiono, oppure la fatica di decrittarli nella loro evidenza perché indicano una strada in cui assieme si può crescere e star meglio, ma costa fatica. Come sempre nella vita, sta a noi mettere insieme la grammatica di ciò che accade, scegliere se stare in pace, con un mondo diverso oppure sperare in una salvezza che qualcuno ci regali e non voler vedere che già ci viene preclusa perché chi ha il potere salverà i pochi che per lui contano. Non lo fanno tutti i giorni? Nello stagno spariscono gli indifesi, quelli che non si rendono conto che in molti possono mutare le cose che li riguardano e il racconto del mondo, così la biscia d’acqua e il luccio ingrassano, ma almeno, loro, non sono ingordi e lasciano le rane cantare.

Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.
Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco).
Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite alla lacca nera che li rivestìva come i nostri grembiulino. Erano irti di intagli, di schegge, di storie passate: avevano fatto la guerra e ne erano usciti liberi e malconcio. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me, avevano lasciato unto, sedili lisciati e pensieri in forma di simboli. L’odore d’inchiostro era lo stesso, la continuità generazionale, il primo ricordo oltre a quelle carte geografiche incerte sui confini. Un profumo acuto, una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde, occorre stile e le macchie qualche volta mi facevano piangere, altre volte mi fermavo ad ammirare nelle loro curve perfette, nei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.
Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava subito Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca, cioè mi chiedeva cosa stava dicendo, come soffrisse di amnesie o di improvvise incomprensioni. Se non lo sapeva lui cosa stava dicendo come potevo io, nella mia cosciente ignoranza aiutarlo. Ma insisteva e attaccava il mio cognome alla richiesta, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Volevo chiedergli se l’accento fonico andava sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba e mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.
Finiva sempre male, non riuscivo ad aiutarlo a ricordare quello che stava dicendo e così si confermava il mio assioma, ovvero che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva.
Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e mai comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.
Buon primo ottobre.