Certe sere sto zitto, guardo l’ombra che si prende l’erba, mentre l’anima scrolla il peso del puledro che vuol correre da solo. Il cielo distilla acqua mescolata a luce, la dosa sulle foglie, in gocce la rapprende, e lo sguardo vede gli attimi di tempo che scivolano nell’erba. Libero è il pensiero, dolce entra nel ricordo, che mai è lo stesso, ma nel piatto non muta la pesata. L’erba, a volte la luce riflette, altre l’accoglie e la trattiene così d’ottobre s’affolla ciò che è stato e si riordina in ciò che innanzi viene. Star zitto è bisogno di rispetto e quiete, assomiglia al gatto sazio e al suo riposo che non chiede. Verrà la stagion che viene più lenta, forte, chiara e gentile a noi e ciò ch’è stato in essa spero sia fertile seme.
I gesti che si ripetevano erano aria smossa che subito si ricomponeva, ma serbava memoria come accade alle cose e ai suoni. Gli anni chiedono dell’amore, delle sue occasioni, a chi accumula tenerezze e malinconia, e ne tesse abiti per la notte quando gli occhi guardano il soffitto e i minuscoli chiarori sembrano lampade che rivelano il senso di ciò che è stato. Nelle stanze, sulle pareti e nelle parole che piano si rincorrono stanno viottoli nell’erba, strade senza pretesa che conducono lontano, vicino è tutto ciò che è pace nel cuore inquieto il vero si nasconde ma interroga e conta le albe passate. e i giorni e le vie percorse, tra pietre divelte dalla furia del nuovo. Sui muri il segno aggiusta l’inquietudine di tante proteste, e il luogo dove tornare ha perduto le tracce dei colpi di tosse, gli scalini scavati, il profumo di caldo e di cibo, la sera. Il passo ha il presente e il futuro e i particolari s’affollano, vociano e mostrano istantanee su cui scorre il pensiero e morde l’assenza.
Ci sarà un tempo per l’irrilevanza con il colore che estenua I visi e fugge dalle cose Ci sarà un tempo in cui si sgrana l’acqua e cadono le pietre, i nomi sciolgono le labbra e cio ch’era solido si disfa per suo conto. Ci sarà un tempo di luce grigia in cui l’esecrare non avrà più senso, dei nuovi popoli sarà pronta la memoria e del vecchio solo polvere per vento. Ci saranno notti che negano all’anima la luce, solitudini nel buio che ricama domande accantonate, e mentre i cani abbaiano lontano, occhi aperti attenderanno una fede che cancelli la ragione.
Penso al tuo autunno così eguale e così diverso, qui gli alberi ancora sentono l’estate quella che da te rifulge piena. La città si è scrollata la calura, corre nelle gambe degli scolari, allegri per l’aria e per gli amici. Nelle strade troppe auto visi sempre tesi di ritardo, più tardi aprono i negozi, ma chi cammina ha una meta, un luogo, e il passo dell’affanno. Ci sono da te i ragazzi in strada? Qui escono alla sera mentre il rosso nel cielo già s’estenua, si siedono nei bar, ridono, passeggiano, I baci non attendono la notte ed è un scivolar di passi indifferenti al traffico, mentre fervono attese e parole sussurrate, nelle strade colme di chi torna. Nella mattina I ragazzi erano in piazza, le bandiere sventolavano, cartelli e slogan ritmavano l’andare, loro sentivano le grida da lontano, l’autunno a Gaza, l’omicidio che non rispetta l’età e le stagioni. Avevano Il cuore colmo, che traboccava rabbia, compassione e pianto, e hanno camminato a lungo, gridato e chiesto pace sino ad essere afoni maltrattati mai muti. Con loro camminava l’amore, felice di aver chiesto vita.
Mettere a posto un particolare, una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale, seguendo un pensiero, soffermarsi guardando l’aria. Accanirsi nel riparare un oggetto, che non vale nulla, eppure è una sfida. Cose che raccolgono, preghiere laiche per dare tregua all’amarezza, si celano nella mania di pensare. Qual era il fiume che ci avrebbe fatto grandi, quello che avrebbe colmato il desiderio e sanata la crepa dell’assenza? Era la felicità immaginata e condivisa, la gioia del sollevare le foglie d’autunno e ridere, si ridere di tutto e di nulla. Trovata e subito perduta, attesa al risveglio, costruita con il lento caffè e la sua prima quiete, portata nella fatica ilare del giorno, nella porta che s’apre e non pensa alla sera. Della somma felice, d’ogni vissuto restano succedanei, e la quiete del rompicapo che si ritrova nel solo ordine nostro, una tranquillità e un deporre le armi. Quisquilie e coriandoli d’anima, e a fatica si scrive il futuro.
Nel consueto persiste una luce e non si coglie se non viene mostrata, è l’intorno che l’aiuta, un riflesso, un cremisi, un indaco, qualcosa che tolga mentre si versa e riempie. Guarda nello specchio, oltre te posa lo sguardo e vedi ciò che da dietro muto ti osserva. Non è silente, ti scruta, in te cerca la luce e ciò che la mostra. Come fa la roccia prima d’esser capita, dall’acqua che distrattamente la lucida, e tra altri infiniti sassi, non s’accorge che tutti le danno qualcosa avanti l’esser limacciosa. Intanto si concede e scorre spensierata, felice d’essere sapore e densità, fresca come il nuovo che si scarta e ci sorprende ciechi al suo sguardo. Così ho visto te che bevevi la luce e il volto troppo schiariva, pur sorridendo ha i suoi diritti la pelle e non merita la consuetudine del vedere. L’acqua era poco distante, aggiungeva un lampo al pensiero, e cadeva nel silenzio ch’è prisma del sentire mentre scompone suoni e colori: tenevi il rosso nelle gote Il carminio delle labbra e posavi in essi la fiducia del cuore.
Nella mattina di luce, l’aereo non scendeva, volteggiava tra Roma e il Tirreno, gli dicevano la terra infida e nemica. Ma può essere nemica la terra che accoglie, il suo fiorire, la sua solida certezza che rende l’aria leggera? Eppure, a terra il buio venne, e in esso mancava la sostanza del giusto, ma fu per ciascuno a suo modo. Molti anni prima, il giorno era lo stesso, qui era sera e mattina nel Cile, anche allora parve morisse un mondo. Un altro mondo, pieno di amore, non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa e senza sapere per cosa e da chi continua a tagliare vite e speranze. S’era aggiunta all’ansia la paura, ma oggi ancor più, l’11 settembre ci chiede dov’eravamo negli anni e dove saremo in futuro, mentre il timore storce le bocche scuote capelli e teste. Non nobis Domine non basta più, dove siamo noi quest’oggi?
Si sente il respiro lungo del sonno e l’irrompere dei sogni nel reale, sono giorni in cui il sole scava nelle cose e genera piccoli grani per danzare nei suoi raggi. È allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo, e il suo scorrere sembra interrogare il senso. Come sarà l’autunno, che scandisce di impegni le giornate, e i suoi progetti riprende con fatica? Ancora starà zitto il cuore mentre si commuove in una foto, e piano scompone l’aritmetica d’assenza chiedendo conto dell’andar dove? Tutto cheta nel dirsi: c’è la noia di chi ha visto e non s’è seguito, ma non basta, perché ci saranno i pomeriggi disarmati, il senso che non acquista la profondità del rosso e nel blu si perderà pensoso. Così si ascolta, si sente, e il ricordo va all’instancabile rimescolar di conchiglie e sassi, mentre si vuotano scogli e sabbia. I perditempo stan seduti a sentire il pensiero del tramonto, perché ancora una volta è sera e poi notte e poi sogno. Ancora. Di nuovo.
Una giornata implume, senza creanza, tagliata di forza e di noia, scolpendo il tempo con malavoglia.
Le cose cominciano al mattino, dopo che si è pulito il viso dai sogni della notte.
Con questa consapevolezza scorrono le ore, il dissipare che galleggia come schiuma sulla birra, e necessita il passare attraverso l’inconsistente per giungere al fresco, al frizzante che raschia la gola, al dolce amaro che disseta e placa.
Sulle labbra resta la schiuma,
così è il sapore di questo giorno
ch’è scorza da sfogliare e togliere,
per trovare linfa e tagli dritti di luce,
nuvole e vuoto da colmare.
Villano il tempo a noi
che scorriamo i giorni con sagacia di colore,
mentre è lo scontento che ribolle,
e così si è prigionieri d’un bisogno.
Villano il tempo
nel dire la molla che sospinge,
nel tacere al giudice che, muto, dinega il capo.
Utile sarebbe usare i polpastrelli per modellare pensieri acuminati, ricoprirli d’ironia, farli ridere spesso. Bisognerebbe, sarebbe, si dovrebbe, condizionali pieni di bisogno invece possiedo solo un mantra che mi ripeto tra le ore.
Che sia il giorno per noi efficace.
Che le ore siano senza colpa,
senza traccia,
senza righe per scrivere ordinato,
senza saluti inutili,
senza parole gonfie di vuoto.
Che sia una giornata senza,
scavata di bellezza,
non lo scorrere rozzo,
non questo buttare tutto avanti,
non le mani annegate nella timidezza delle tasche.
Serve al giorno un cuore gentile che alla notte si nega, il coraggio leggero della corsa breve. l’incoscienza della distanza per raggiungere la vita utile a sé.
Per placare la sete bisogna attraversare l’impalpabile diverso.
Che finiscono cose, situazioni, amori e odi ed emozioni, bisogna pur saperlo, e anche leggere l’ora che ne precede la fine, per non trascinare nebbia nella notte mentre attorno il colore già attende. Ma chi coglie il mutare, e sente dissolversi quell’eterno passato comprende l’incapacità dell’agire e in sé ne dibatte e patisce e si chiede. Davvero tutto si sfalda, oppure c’è un’età in cui chi è leggero, vola mentre altri sentono pesi che non ci sono e vivono il tempo che scivola e ingabbia come un gesso d’anima che frattura. E si chiedono se la malattia sia ciò che non è stato, , o il possibile che ora non nasce. Poco importa ai fatti, e sembrano oziosi pensieri se si guardano i merli felici che saltellano e cercano cibo. La terra fradicia di pioggia, per loro è una festa, vivono del tempo e non lo subiscono, mentre per noi è corsa che vela la cura e fa sentire sconclusa l’attesa quando non compie il desiderio d’essere altrove.