inattesa la luce

Inattesa, una luce calda è entrata:
solleva lo sguardo,
e lo conduce sul muro
poi verso il cielo, rosso di tramonto
interrogando ciò che separa la luce dal buio.

È stato un momento,
ignoto eppure atteso,
e prima che un raggio accarezzasse
il pavimento, la gamba, il braccio,
il cuore già era colmo del rosso,
che avvampa le nubi,
ed è solo attesa del blu che chiama la notte.

Non è più novembre,
è solo vita che vive,
del suo tempo incurante,
forte e libera di sé,
e delle foglie non sente
Il distacco e la morte ma il crepitare
nei passi e l’odore del fuoco
come usano, talvolta, le sere d’autunno,
prima delle luci sguaiate di festa.

Poi la luce è scivolata nel grigio
il fioco abbandono dell’aria
che già odora di gelo,
è il primo e già si smarrisce,
chiede alle cose, non sa dove andare,
s’aggrappa alle case,
chiude balconi e persiane,
accende piccoli led nei bar.
Lontano un telefono chiama,
con l’antico suono di chi
ha perduta l’età,
e tutto gli scorre attorno,
il chiarore che impregna muri,
ed è già un lampione che da solo s’è acceso
mentre, la sera, fioca di piccole paure,
circonda.gli umani.

Che noia il vivere senza certezza d’amore,
che vuoti scava la parola
quando si perde vibrando nell’aria,
come fa la luce prima d’un buio,
o forse quella luce non è mai stata
e la parola mai detta,
l’abbiamo solo immaginata:
ci è sembrato,
ed era solo una telefonata per dare una voce alla malinconia.
D’autunno le voci interiori,
prendono gli scuri toni, che sciolgono capelli intrecciati,
attendono la notte mentre il primo freddo si fa strada
e rossa e poi bruna è la sera
quando il cuore non si fa sentire appieno.

appunti sull’ordine

Ammiro l’ordine tuo rigoroso,
lo continui in pareti pastello,
nei libri in attesa,
ben distinti da quelli già appresi.
ti accompagna una scelta corte di cose
che attendono il tuo cenno e volere.
Ammiro la tua agenda nel tavolo, sola,
le caselle con i nomi accennati,
gli orari di color lineati,
in obesi caratteri, a margine, note.
Sono annuncio di appuntamenti già dati,
giorni che scorsero e riposano quieti:
li penso governati ed amati.

Il mio ordine sparso
è luogo di tempeste furiose,
di colpe notturne,
di bulimiche scritture sconfitte,
i libri s’accumulano, le pile si sorreggono mute,
rifletto, respingo le ragioni sensate,
convivo con geometrie di senso
dai desideri create.
Non si può chiedere troppo all’ingegno
comunque ci è stato donato,
e non trovo colpa
nell’innamorarsi del volo e dello scavo,
nel correre l’insaziabile orizzonte,  dischiudere porte,
vedere luci mai osate    
capire,
sapere che tutto il poco raggiunto
è meno di quanto ci sarebbe bastato. Aggiungere desideri
a quelli non ancora esauditi
e poi non trovarsi smarrito.
Ma nel tuo pensiero mi riposo,
riconosco le geometrie del governo
delle cose e dei cuori,
le penso come le carte di Alice:
i battaglioni affiancati della regina di cuori che avanzano lieti
e divorano il tempo.
Il tuo che ordinato si offre
con un piacere che azzurra i pensieri,
mentre il mio s’attorciglia e nasconde,
d’infinito s’illude
esagera, ride, dispera e rispera.
Un sasso che s’arrotonda nel flusso,
a volte è felice, di tanto inconsistente sentire,
e nel curioso conoscere
abbandona piccole parti di sé,
all’acqua e all’aria senza nulla richiedere.
In questa sera che accumula notte
e genera stelle
mi chiedo se a te accade
di donare il tuo ordine
lieta di riceve scomposte parole.
O forse è nei tuoi sogni che succede
di lasciare che l’ordine fugga
e come un cane d’autunno
possa godere delle foglie in cui rotolare.

un cane abbaia nella notte

Un cane continuamente abbaia.
né vicino né lontano,
da ore è lui la notte per chi veglia.
Instancabile continua,
ferma un attimo,
per illudere silenzio e cuori,
poi ricomincia.
Nella solitudine che lo travolge,
non c’è mattino,
e nessuno lo consola dalle strade.
Sente lontano qualche auto,
fari che scrutano case, alberi bruni,
verde d’erba diaccia,
e un branco di betulle sotto la collina.
Chi veglia con lui scava nella notte,
vede spettri diurni delle cose,
funzioni che attendono il mattino.
Ma ora sono livide e silenti,
attonite nello sguardo che le vede,
impudiche si mostrano
solo per essere parvenza, forma e cosa.
è un attimo,
poi la notte abbraccia
e sparge nella mente il buio.  

per chiudere l’estate

minori vanità

In quell’attività dell’anima,
ch’è scrutare nel mio specchio,
vedo segni del tempo,
un lampeggiare d’occhi,
i tratti che conosco,
ma anche il me che m’è sfuggito.

Allora indugio nei pensieri,
le tracciate mappe, i solchi,
ricordo e seguo:
è lieve il dito e sfiora,
ascolta ancora il dire,
delle oggettive vanità.

Chi mi vede, scivola su tutto questo,
chissà che cerca,
ma anch’io mostro l’ardire,
d’esser sopra il ripiegar la schiena
e tengo per me, e per pochi altri davvero,
il senso di quelle strade
che costante indago.

Di tanti anni, e ripetuti errori,
un po’ per volta m’è uscito il riconoscere
(il ricordo è così mutevole e creativo),
che a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Il pensiero si sospende e più non guarda,
sente il sapere
che una mano ancora lascia impronte di calore sulla mia.

Ed è un andare,
nel guardare ancora,
andare in scelta compagnia,
andare e restar qui,
in cerca di me stesso.

quasi sera

Un pomeriggio d’autunno,
come tanti d’allora,
nell’adolescenza piena d’indecise voglie.
Tra riottose stanchezze,
si formavano furori,
passioni, proterve libertà,
bisogni d’amor nuovo.
Il prima era casa,
vincolo e certezza,
ma c’era dubbio, rossori e vampe al viso.
Pomeriggi percorsi di febbre,
d’inutile pensare e di rimorsi a sera.
A noi spesso vengono dati
ripetuti segni,
non li riconosciamo
per creare speranze prive di volontà.

Ora come allora, la luce spegne rami e cose,
liquida attraversa i vetri,
costruisce il ricordo su tracce di ferite.
Ciò che non è stato detto
nessuna memoria aiuta.
Restano lembi di sentimenti lacerati,
a sventolare nello scirocco della sera,
orifiamma dei tempi sciupati,
delle sequenze dei giorni
d’insoddisfazione eguali.
Nella sera incauti uccelli,
cercano briciole nell’erba,
suonano nel tepore della casa
voci amorevoli
e nel cuore le malinconie d’allora.

della necessità dell’irrazionale

inizia ottobre non sprechiamolo

la memoria dell’aria

caro diario