Grandi sono i piccoli amori che si muovono con dolce rispetto, non fanno rumore, non alzano la voce, però con mano ferma correggono traiettorie infelici. Insegnano senza sapere, vivono con la leggerezza degli uccelli, si posano, partono, poi torneranno, ma intanto lasciano l’acuminato veleno dell’assenza. In ogni porta che si chiude c’è una promessa, una vita che prosegue, un pianto che non s’asciuga: solo lo stesso amore piange lacrime uguali.
Ci sono case che attendono un ritorno. I balconi, non tutti, sono socchiusi. Qualcuno ha tagliato l’erba davanti alla porta di casa. Una tenda estiva è raccolta da un lato, il vento la disturba appena con movenze di ballo.
Il cancello è chiuso, ma attende una mano che lo muova con le accortezze che chi è di casa conosce : bisogna tirarlo a sé e poi spingere come fosse assopito. Aprendolo tutto c’è quel piccolo cigolio che il padrone di casa ha intenzionalmente lasciato, come fosse un saluto, un affettuoso riconoscersi tra uomini e cose. L’aveva sentito, nel sole di ottobre e allora ha ripensato al colpo di tosse del Padre all’ultimo gradino, la chiave che girava, poi il saluto, la corsa, l’abbraccio.
Le case attendono e ricordano. La calce assorbe la traccia dei suoni, li sovrappone con cura, come i cotoni nei cassetti. Li profuma, persino, con gli antichi sentori di pulito: la soda, il sapone di Marsiglia, la lavanda che ancora s’appoggia alla casa, il profumo del sole intriso nel bucato disteso.
Ci sono richiami conservati con cura: il calore che ha tenuto a bada gli inverni, il lampo dei vetri aperti alla buona stagione, il profumo del sugo a mezzogiorno, il caffè del mattino, la prima sigaretta nella luce nuova che esce dal buio e la brace che arrossa la notte.
Le case attendono con piccoli rumori di legni e d’insetti, si fanno compagnia con gli uccelli che posano sulle grondaie, becchettano i semi e i frutti non raccolti e fedeli rinnovano i nidi e i nati negli anni.
Nelle stanze, nel telefono, ci sono parole non dette. Attendono, assieme alle frasi con le sintassi leggere degli abbracci, le cantilene del dialetto, i racconti colorati d’affetto. Nella sera, che rimbocca la notte, qualcosa racconta, è l’indefinibile che resta. Bisogna lasciar scorrere i pensieri e si sente col sussurro delle stelle, allora lo sguardo si alza e il cuore rallenta, mentre l’umore della notte inumidisce gli occhi.
Non è ricordo è l’attesa; quella pianta che mette radici profonde e ascolta. Senza dire, ascolta.
Dovremmo essere fedeli alla nostra piccola pazzia. Della nostra libertà interiore e profonda è parte vera e dovrebbe essere coltivata (e vista) come tale. Confina con quella verità che non è sovrastruttura e che toglie la scorza della convenienza dai gesti, dalle parole. Li rende scabri, essenziali alla comunicazione, trasparenti. Adamantini. Limitare il motore di tanta preziosità offerta, travisa il suo senso perché essa pensa di non offendere, di essere vista nella sua nuda bellezza. Ma è possibile non toccare sensibilità, non essere fraintesi quando si è liberi di essere se stessi? Cosa ci rende liberi oltre alla piccola pazzia del dire e dell’essere?
La con fidenza, la fede nell’altro che è accettazione della sua verità profonda, che toglie gli eufemismi e le metafore, le comparazioni che diminuiscono la forza delle parole adatte al sentire. Nella piccola follia scompaiono i “come” perché essa rivendica la propria unicità. Anche nel tacere che perde ogni timore o giudizio ma è interruzione del dire, pausa che riflette e cerca nel profondo chiarezza e ciò che non appare.
Lei, non risponde caro dottore. E come potrebbe dai vicoli pomeridiani del suo sapere, dalle analogie che interpretano, confinano, restringono in scarpe strette l’andare innanzi. La stessa meta, anche se la scelta (atto benevolo di libertà e di servo arbitrio che abusa di causa ed effetto) è comunque lasciata non alla risposta, ma alla sua interpretazione e quindi alla responsabilità di chi la compie. E la scelta raramente risponde alla piccola personale follia ma è un compromesso tra volontà condizionate piuttosto che rappresentazione delle spinte interiori.
Alle mie domande lei, ne pone altre ed io mi perdo in difficili, ulteriori equilibri. Ciò che si nega è esso stesso silenzio del profondo e ogni libertà porta con sé lo stigma di una ritirata. Basterebbe ricordare che non le battaglie perdute ma la continuazione di esse in altro modo e luogo alla fine consentirà la vittoria di essere se stessi.
Dietro ogni porta che si è chiusa non c’è il ricordo ma una possibilità che è continuata e che è definitivamente altro dalla magia che ha permesso, un tempo, di scambiarsi doni fragili e veri. Ad essa si è sommata tutta la materia che sembra polvere e strada ma è stata essa stessa verità cristallizzata in altre infinite scelte. Avessimo ascoltato le piccole follie, ora le smagliature dello spazio tempo conterrebbero una piccola rappresentazione di sé. Una mappa, un portolano della profondità che si è raggiunta e che ha rifiutato il determinismo sociale ed è ora aiuto per ogni scelta successiva.
Questo le risulta difficile dottore ma ognuno di noi, lei, io stesso, conteniamo una perpetua ucronia quando non ascoltiamo la nostra piccola follia: il mondo prosegue indipendentemente dalle nostre scelte e se ci pensa, non è il conformismo che lo rende migliore.
Ora la violenza del silenzio, della riprovazione, della presenza muta che toglie il sonno al potere cieco.
Ora la consapevolezza che porta l’amore altrove, lo schierarsi senza reticenza e senza passaporto, l’esserci perché non si tollera più la distruzione del presente e del futuro.
Ora la fuga dal servilismo, l’ostentazione muta del diritto violato.
Ora la forza anarchica della risata che confina i potenti nella solitudine del ridicolo.
Non meritano le nostre canzoni, i nostri slogan e allora silenzio, esecrazione. Ogni giorno finché non cambia.
Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. C’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione, oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E ben pochi guardano i fiori delle scarpate, neppure li colgono. Forse questo fa loro bene ma è strano, perché sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.
C’è una parte della vita in cui l’amore sembra essere nelle nostre mani. Pieno di incertezze di timori, ma come forza sorgiva e necessaria cerca corrispondenza. E’ allora che emerge cosciente il bisogno inesausto d’essere amati, con la presunzione che la sua soddisfazione possibile sia collegata a noi, accade nell’adolescenza e della prima giovinezza. Forse per questo ricordo, in altri modi, con spirito eguale o profondamente diverso, in molti c’è il sogno di rivivere quell’età. Come si esprimerà questo bisogno dipenderà da chi lo prova. Non di rado si concentra sulle cose, oppure sull’idealizzazione dell’attimo vissuto come unico, o ancora sulle idee, o sulle persone, ma non è ancora “solo” il bisogno d’essere innamorati, ovvero d’essere amati e amare? Che poi tutto questo bisogno significa uscire da ciò che sembra ormai conosciuto, e desiderare, e perdersi, anche se ora si sa chi si è e dove si è.
Non è vero per tutti, non so quanti si adattano, non ci pensano più, se la mettono via. In fondo quasi tutti parlano e vivono quella che, per decisione comune, sembra essere la realtà effettuale. E non sognano che di rado. L’età dei sogni sembra definitivamente archiviata, ma a scavare tra i gesti e le parole si scopre che c’è un rimpianto e che esso assume le forme più strane: dalla cineticità del vivere sino al cinismo. Come se il confronto con una propria possibilità d’essere (felice) esistesse anche nella sua negazione, e fosse sentire un’assenza per qualcosa che c’era e si è perduto.
Scendiamo per prati innevati, la luce è azzurra di freddo e di sera. Oltre il bosco, verso occidente, il tramonto arrossa le nubi e scrive la linea dei monti. Come nel ritorno dalla caccia di Jan Brueghel, torniamo, stagliati sulla neve che riflette un grigio chiarore. Le case sparse hanno i camini che fumano. La sera è meno triste se si ha un posto dove andare. Non distante c’è il ribollire delle luci della piccola città, il corso, la piazza, i negozi pieni di persone, i saluti, i discorsi vacui e leggeri. Bollicine nell’aria e nei bicchieri. Colori accesi e soprabiti imbottiti di piume. Scendiamo a lato, al limite delle luci e delle auto. Guardando verso Orione si dovrebbe vedere una cometa, ma è la luna, grande e piena a dominare il cielo. C’è un freddo che non si placa, ottunde i pensieri, per questo i sogni tornano indietro e ripercorrono gli infiniti ritorni. Quelli nostri e quelli che sono diventati nostri nel vedere, leggere, raccontare. Ciò che si ripercorre è avvenuto e non può più far male. Qual è la differenza tra calma e quiete? Noi, io, che scendo sento la quiete che si fa strada nel muoversi, come se ciò che si è vissuto, oltre il suo carico emotivo, avesse distolto una paura. Quella del futuro, così prossimo da essere nei passi che si succedono. Non siamo calmi, siamo quieti. Per consapevolezza e per obiettivi vicini. Semplici. Accendere un fuoco, fare gesti consapevoli, ascoltare. Dentro una corda ben tesa, a volte per simpatia, risuona. Come animali entriamo nella notte, spinti dal silenzio che ci avvolge, da un grido di rapace, dal piccolo frangere del ghiaccio sotto i passi. Torniamo da una caccia che non c’è più, e neppure nessun successo, non c’è una preda da spennare e arrostire, un vino che ci arrossisca le guance e alzi il tono della voce e le risate. Noi siamo preda se usciamo da questa quiete che ci guida dentro la notte. Senza di essa cadremmo in una solitudine senz’ argini, in un cercare orgoglioso nelle tasche perché qualcosa da mostrare ci definisca: un sigaro, un portachiavi, un fazzoletto, un telefono. Qualsiasi cosa per dire che siamo noi e invece non lo siamo più.
Ogni anno ricevevo un piccolo libro di poesie, conteneva un’ acquaforte ed una dedica su un cartoncino. Era un libro quadrato, di poche pagine, in sedicesimo, semplice nel suo colore pastello e nei caratteri in inchiostro seppia. Le parole a volte colpivano, altre volte scorrevano, leggevo, spesso tornavo a rileggere. Erano poeti che non conoscevo, c’era il piacere della scoperta, spesso l’affinità del sentire.
Non confrontavo mai, né confronto, quello che leggevo con quel mio, che non oso chiamare versi, mi bastava l’idea di capire di più attraverso le parole e il loro disegnare un vedere a me noto e nuovo.
E’ un regalo che non attendo più quello del libro. Faceva parte del ruolo perduto, dismesso. Credo che chi me lo spedì a non sapesse il piacere che mi procurava.
Essere inseriti in una mailing list, in questo caso, è stata una scelta di altri momenti che continua a generare code di felicità. Ormai è strana l’attesa dei rari doni da adulti, incongrua, anche se mi fanno un piacere particolare, come il sapere che qualcuno aggiunge intenzione all’amore dell’altro.
Nel mio passato ho molto da rimproverarmi al riguardo, disattenzioni, frette da ultimo momento, stanchezze, finché le parole fatidiche sono risuonate: non facciamoci più regali, tanto si possono fare tutto l’anno. Ed invece la meraviglia del bambino che ci portiamo dentro, in giorni particolari attende di più. Ma è una sensazione personale senza pretese di generalizzazioni.
Così quando arrivava il mio libro di poesie, ne ero felice e il suo profumo d’inchiostro prolunga a il piacere, tagliavo le pagine intonse, leggevo e dopo l’epifania lo mettevo accanto ai predecessori. Di costa, nel loro cantuccio negli scaffali di poesia, in attesa sono ancora allineati nei colori, sentendo che pure le parole si allineavano dentro. È una bella sensazione che i significati si allineino e un senso d’amicizia antica e fidata, per un attimo, mi percorre.