In pile riordino libri, allineo oggetti. A sinistra le pagine bianche, ciò che attende di esistere, a destra il fare, l’essere, lo stare. Eppure mi sembra strano questo movimento che ondeggia dall’una all’altra parte come acqua in un catino e che, tutt’attorno, di sé spande tracce. Io vorrei bagnare solo chi davvero voglio. Bisognerà allora fare un passo indietro, guardare l’opera, i colori allineati, gli oggetti e se ancora resta una scontentezza senza nome, l’ordine non ci è stato amico Ma c’è sempre una via d’uscita, basta rovesciarsi nel vedere. Reversibili sono le macchine della mente che funzionano davvero, a sinistra ciò che si è fatto, allora, e a destra il divenire.
E’ sera e sono stanco di tanto muovere le cose, ma ora, nei miei scaffali, le pagine bianche, gli oggetti che saranno, puntano ad est, nel cuore del sole ancora nuovo, e così una transitoria tranquillità m’ha preso.
Alla cassa dell’autostrada, seguendo i pensieri, dissi ad alta voce: non basta mai. E il casellante rispose, a chi lo dice? Non parlavamo della stessa cosa, a me venne da ridere e lo ricordo ogni volta che non basta mai, perché ci sono stati dell’essere, così felici che non si saturano, bisogni che restano tali e sono un modo singolare della vita. Gli innamorati conoscono bene questa furia necessaria d’altro, una sete che lascia sempre il senso dell’insufficienza. E così ogni saluto è una piccola disperazione, l’attesa prolunga il tempo, lo sfilaccia in frange di vissuto indifferente.
Tu mi basti e non basta mai. Chi può dirlo è fortunato, eppure non lo sa davvero, sente l’assenza e non la magia della mancanza, del vuoto che significa bisogno, desiderio che non si esaurisce. Merita il cibo chi ha fame, per questo il bisogno, il desiderio dovrebbero controllarsi a vicenda, non essere in noi un tumulto che vuole uscire e gridare la sua diversità, ma un fiume che spinge. Torno spesso su quest’idea del flusso, mi è cara perché è ciò immagino della vita e siccome si vive per antinomie ed ossimori (anche), cos’è più singolare del provare sete dell’altro sinché si è all’interno di un fiume?
Non basta mai è ancora scevro dalla proprietà, è il bisogno della conoscenza e dell’amore. Che strano, vale per qualsiasi passione questa bulimia del possedere senza possesso, il bisogno di essere più compenetrati dall’altro, di avere di più per essere di più. E si percepisce l’altro come illimitato, non si esaurirà mai, è un continente che si apre. Se ci pensate vale ovunque ci sia una passione vitale, è indifferente alle classi sociali, alla condizione, lo sente l’uomo di cultura e l’illetterato, l’adolescente e il vecchio, lo scrittore, l’artista, lo scienziato, insomma l’uomo che è nella passione. Questo bisogno, per gradi, s’ insinua e genera una richiesta ulteriore, di vista, di parola, di senso, di profondità. Sensibile e immateriale assieme, soddisfa e genera bisogno.
Non basta mai, dopo l’impeto del tumulto diventa placido nella pianura del vivere, gonfio e sorpreso di sé, e scopre il suo bisogno d’altro. Che sia questo ciò che si confonde con il per sempre? Il non basta mai non si esaurisce, confluisce in una conoscenza fatta di consapevolezza e si trasforma. E’ diventato altro, si guarda, e nei casi migliori è conscio di non possedere perché ha trattato e tratta la bellezza. E’ felice di avere ciò che gli consente di procedere, di riscoprire nei dettagli, e ciò che prima era sfuggito nella voracità diventa prezioso. Quanto è stato lasciato indietro, incluso nello sfolgorio del bisogno, come riluce adesso che con la calma si vede ciò che sembrava celato. Eppure era alla vista, chiedeva d’essere solo riconosciuto. Dal non basta mai alla meraviglia del continente che non si scoprirà tutto, la sensazione che mai si riuscirà a percorrere una passione interamente. E’ la consapevolezza dell’ignoranza che toglie la fretta al non bastarsi : ce n’è fin che vuoi e vorrai.
Non ti basterò mai finché mi cercherai. Non funziona sempre così, spesso è il presente, la passione, l’abbaglio a prendere per mano e ad esplorare con furia. Altra modalità del vivere. Coesistono, a volte accade l’una, a volte l’altra, a volte assieme, ma è il tempo a fare da crivello, ciò che resta non basta davvero mai. Sbaglia chi pensa che i ricordi, le persone si esauriscono in sé, c’è una porta rimasta aperta, una luce che filtra, un percorso che è continuato, ciò che siamo è la somma di ciò che non è stato assieme al poco che davvero è stato. E’ ciò che non è bastato che ci ha segnato e ci segna. Beato chi davvero chiude, il sazio che incurante si abbevera e poi continua immemore. Beato oppure monco di una sensazione di infinita dolcezza qual’è quella di guardare nel vuoto e vedere altro? Il bisogno e la sua soddisfazione, l’opera d’arte come metafora della vita, e quale opera si può davvero sentire conclusa? Per questo anche quando basta, ciò che conta non basta mai.
“Gli uomini cercano il bello, perché la bellezza ricorda loro vagamente il buono. L’arte racchiude una bontà che rischia altrimenti di sparire.” Ulf Peter Hallberg: Trash europeo.
E’ più facile cercare la bellezza nelle cose, nei ragionamenti scritti, piuttosto che nelle persone o nelle situazioni. Anche la razionalità solo nell’attimo acuto della dimostrazione del vero oggettivo ha una sua bellezza assoluta, ma poi degrada nelle singole verità e nella competizione. Diventa brusio del vero. C’è molta più bellezza in dialoghi che evocano e che all’apparenza sono sconclusionati piuttosto che in ragionamenti che cercano di portare la ragione da una parte per interesse, arroganza, intrinseca debolezza.
E ci doveva essere del bello in ciò che accadeva, nelle cose che venivano dette, nel succedersi di parole così piene di umori gettati contro qualcuno, contro un’idea, contro le pareti, il soffitto, visto che anziché guardare negli occhi spesso veniva fissato ciò che stava oltre. Doveva da qualche parte esistere una bellezza che ricomponeva uomini, parole, conseguenze. Se si fosse fermato il momento in una fotografia si sarebbero guardati i visi, i gesti, la noia, la tensione di alcuni, il disinteresse di altri. Ciò che portava quelle persone in quel luogo, e le teneva assieme, era uno scopo comune. Solo che ciascuno aveva una propria idea dello scopo, idee e obbiettivi, anche personali, differenti. Il legante era che altrove la possibilità di un successo, di un riconoscimento della giustezza del proprio sentire, si sarebbe affievolita, sarebbero tutti diventati singoli e soli.
Se c’era una bellezza in quell’esile tenere assieme era difficile farla emergere. Forse per questo sentivo l’ineluttabilità del decidere l’altrimenti da ciò che pensavo, e così speravo finisse presto. Perché comunque la fine è un inizio, comunque è una consapevolezza maggiore, comunque se non insegna, almeno riporta ordine alla possibilità e riapre al sogno. Perché prima di ogni cosa che contenga bellezza c’è un sogno, e nel farsi quel sogno deciderà se contenere ancora il bello oppure attraverso la delusione, puntare oltre. Sognare di nuovo e riprendere il bisogno di una bellezza che si vorrebbe tenere, ma sfugge, com’è giusto sia, perché non c’appartiene. Non appartiene. Il massimo a cui possiamo aspirare è condividere la bellezza. Nulla di più, il resto è al suo servizio.
Credo che per una parte non piccola di persone acculturate, per le quali il benessere è stato parte del vivere vissuto o desiderato, vivendo l’età media, sia per esse, più facile sapere ciò che non vogliono anziché ciò che vorrebbero. Prese da un conflitto semi permanente tra desiderio e stato, che si alimenta di convinzioni che nascono e si sciolgono, cercano di capire l’inquietudine e i suoi sbocchi.
Magari è sempre stato così, ma la caduta dei dogmi e dei principii, che tali non erano, credo abbia facilitato questa condizione e che le età dell’uomo, sempre meno definite, l’aiutino. Certo è che l’indugiare, il restare nella zona grigia dell’indecisione diventa un modo d’essere. La realtà s’incarica di risolvere poi per suo conto le domande sospese, ma nell’attesa tutto sembra possibile. E penso che, pur senza gli stereotipi così cari al pensiero di genere, a vivere di più questa condizione, siano gli uomini. Forse perché la società e il comune sentire è nei loro confronti, genericamente, sottrattivo. Si tolgono giustamente ruoli, punti che sembravano solidi cessano di esserlo e le parità, così naturali, sono terre sconosciute, anzi l’uomo viene sollecitato ad essere differente. E non sapendo bene il da farsi, o l’essere, fa i conti con una situazione di anomia crescente. Anomia e confusione, ma la vita nel frattempo continua, apre e chiude porte, sollecita senza dire una direzione. Eppure tutt’attorno, il lavoro, gli impegni, i ruoli restano e chiedono determinazione, decisioni rapide. Ma dentro che accade? Come in ogni apprendere c’è una fase di passaggio, un ignorare che prepara ad altro, e come in un treno che corre, i passeggeri portano ad un fine sé stessi, mantenendo sentire e battaglie interiori.
Mi faceva riflettere una frase di Ulf Hallberg su “…quanto ridicolmente poco sappiamo del mondo, a quanto ogni attimo sia immerso nella complessità dei sentimenti, nei veli delle illusioni, e con quanta forza è intrecciato alle catene e ai vincoli della quotidianità.”
Ne ho colto il senso di una stagione che portava dentro i limiti propri, accettava le decisioni e sfumava il sentire. Stagione diversa da questa, un passare che parla per parole senza futuro, agisce con non poca rozzezza e pensa per sentire acuto. Così mi pare ci sia necessità d’ apprendere con pazienza, e leggere almeno la direzione in cui avverranno le decisioni. Occorre tempo, insomma.
Le guance si sfregano tra i saluti, sin dalla porta, i baci sono all’aria. Non si posano. Roberto non vuol baci, se non da chi vuol lui, si usa mimare. Si mima. Gli addobbi ovunque. Predomina il verde dell’abete e il rosso. Meglio se intenso, quasi laccato. Candele. Buon umore che si distende. Abbraccia. Il camino è acceso, la fiamma scalda e rallegra. Su un lato, vicino all’albero, i doni. Pacchetti translucidi, fiocchi, carte colorate che finiranno in camino, ma dopo. Quando è esaurito il cibo e le chiacchiere languono, entrambe si ravviveranno nell’attesa e nello scambio dei doni. Come diceva quella pubblicità? Un maglione, ah bello… ma Io volevo una Nikon. A Natale si è tutti più sinceri. O più buoni. Forse né l’uno né l’altro, ma più disponibili di sicuro, va bene il maglione.
E’ un’attesa che si conclude. E che si apre. Possiamo trovare significati e contiguità tra il laico e il religioso, tra l’antico e il moderno, perché alcentro c’è sempre lui, l’uomo. Con i suoi bisogni, attese, slanci e una necessità incoercibile di amore e speranza. Attorno ci sono le icone del natale. Le icone stratificate delle nostre culture così mobili in queste cose. Un po’ di nord, di pubblicità, di sentire medio, di moda. Un po’ di religioso, di consuetudine, di film visti, di coca cola. Però si festeggia l’essere assieme. Il cibo, le guance un po’ rosse, le luci, la casa, il chiudere fuori il freddo che è fuori assieme al disamore sempre in agguato. Forse per questo chi è solo, a Natale, è più solo. Ammenochè non sia religioso e trovi altri motivi di vicinanza, la solitudine in questi giorni aggredisce. Si riempiono i servizi psichiatrici, chi è solo e non ha modi di trovare dentro una casa, lo è davvero. E guarda gli altri, che pensa amati e in compagnia, e torna a sé con poca speranza. Il pensiero può andare alle tante solitudini appena fuori le case, almeno rendersene conto, con una stretta di comprensione. E’ parte del nostro essere in questo mondo, vederne la parte che sta male, rendersi conto di ciò che si ha e almeno capire.
Ciò che si desidera in questi giorni, dopo tanto correre è il fermarsi. L’amore tranquillo, la vita che scorre con una direzione, i problemi che acquistano una dimensione più lontana e risolvibile. Non ci sono urgenze oltre a noi. Non sempre si vuole la tranquillità, ma in questi giorni serve. Anche a chi ha la testa altrove, vorrebbe altro, ha bisogno di una pausa, di equilibri, certezze, calore, di amore definito.
Poi verranno i regali, anche se si usano meno di un tempo. Il senso del bambino che ci accompagna ha bisogno di essere sorpreso, di credere in qualcosa di buono, di trepidare finché apre un pacchetto. La giornata si chiuderà dopo e l’attesa e il suo senso saranno consumati. Trasformati in altro. Per qualcuno semplicemente si è passata una festa, per qualcun altro un pensiero in più apre al nuovo. Quello che vorrei, non solo per me, è che in tutti questi bisogni che confluiscono nel Natale, ci fosse una continuazione. Qualcosa che prosegue e lavora con noi, amichevolmente, dentro e fuori. E così l’attesa e la sua soddisfazione fossero luoghi del vivere, con la chiarezza dei bisogni che abbiamo davvero. Non solo un ricorrere e un evocare che lascia perplessi. In fondo il bisogno di luce, è il bisogno di calore, di amore, di nascita.
Comunque qualcosa sta mutando e questa è buona cosa. Dove andrà questa ondata di richiesta di cambiamento, che è anche un po’ speranza, dipenderà sia dai protagonisti della politica sia dai cittadini. Renzi in primis, ha una grande responsabilità: non deludere, ha vinto, ha il consenso dovrà dimostrare la diversità. Ma in misura diversa anche le altre idee in campo, quelle di Civati e Cuperlo, diventano fondamentali, proprio perché il cambiamento è confronto e chiarezza di posizioni, maggioranza e minoranza e soprattutto rottura dei vecchi, incrostati equilibri. Gli elettori, i cittadini saranno adeguati a questo mutare possibile o preferiranno la palude di questi anni? Questo è da dimostrare perché tra i grandi mali emersi in vent’anni di berlusconismo, poco contrastato, c’è stato l’individualismo come modalità dell’essere assieme. E per questo e altro la politica ha seminato tali e tanti elementi di sfiducia sulla sua possibilità di cambiare davvero la vita delle persone in meglio, che ogni spiaggia è l’ultima, nel senso che di naufragio in naufragio da qualche parte pur si arriverà, ma ridotti come?
Per me è stata una bella esperienza quella di questi mesi. Fare politica vicino ai giovani fa bene, pone domande, riscopre la voglia di discutere, di non arrendersi, andare oltre l’apparato di un partito che era nato già vecchio e senza la giusta memoria. Di questo spirito giovane che scopre le cose che conosci, a volte le disvela mostrando l’intrinseca futilità di riti, avevo bisogno, ed era libero dal grande difetto della politica e dei cittadini, ovvero quello di saltare sul carro del vincitore per interessi ben diversi da chi lo conduce. Questo è accaduto, e accadrà ancora, ma con Civati non c’erano aspettative personali ed essere a contatto con persone che sin dall’inizio hanno lavorato sulle idee e non sull’interesse, ha fatto bene. Davvero bene. Per chi ci crede inizia un nuovo tempo interessante. Ieri una persona in fila per votare ha detto: Sono qui perché è giusto reagire, chi non fa niente si merita ciò che sta accadendo. Ecco credo che in quelle parole ci sia tutto, anche per chi come me, potrebbe dire, stiamo a vedere, e non sarebbe giusto perché in realtà non si finisce mai di dare e di ricevere. Ed essere secondi nel Veneto, partendo dal nulla di mezzi e dal molto di spirito e idee, è una soddisfazione immensa. Si può lavorare, fare, sperare e si comincia ora.
Nel Pd, finalmente libero dalle incrostazioni di tutto ciò che l’ha creato, ci deve stare l’affrancamento dalla supponenza, arroganza e protervia di chi se n’è giovato fingendo di supportarlo. Il dibattito di questi giorni a partire da Repubblica, giornali nazionali vari e testate televisive, rubriche e talk show, insomma i vari radical pop dei giornali e tv anziché vedere -e far vedere- finalmente una competizione a tre candidati, far emergere le idee di chi comunque rappresenta un terzo dei voti ed entrare nei problemi del paese, si sono semplicemente schierati e sono saltati sul carro del presunto vincitore: Renzi. Salvo poi, se ne diventerà segretario, tirarne fuori tutti i limiti che già ora potrebbero appurare e criticare. Insomma partecipano alla creazione dell’evento e si creano il lavoro futuro. In realtà questo agire non riguarda il Pd e basta, ma fa parte del giornalismo italiano a cui non si può rimproverare di avere opinioni ma di spacciarle per oggettività. Questo è uno dei Mali d’Italia, perché sconfina nell’infingardaggine di chi non rischia mai, non scava nelle cose per far emergere ciò che è spiacevole, salvo la Gabanelli. Avete visto Civati, invitato da Fazio o dall’Annunziata? Avete sentito qualcosa che mettesse davvero a confronto le idee di futuro di queste persone o piuttosto, ancora una volta sono stati usati i cliché del vecchio e del nuovo. Ieri in mezz’ora di dialogo tra Annunziata e Cuperlo, Civati è stato citato una sola volta, quindi lo si è eliminato dal dibattito, anzi si è eliminata una alternativa di idee. A me tutto questo non sta bene e non è questione di Civati o altro, ma di un sovra potere che vive anche perché lettori e ascoltatori gli permettono di farlo e questo è quello contro cui vorrei che in molti domenica votassero alle primarie del pd, ovvero contro un risultato già scritto e a favore delle idee di rinnovamento vero della politica.
La supponenza è un problema della sinistra, presume di aver ragione, Dategli torto a questi grilli parlanti, toglieteli quest’aria di oggettività che non hanno e non hanno mai avuto, guardate le loro storie, sono uomini. Un paese diverso ha bisogno anche di una informazione diversa, che aiuti il diverso a emergere, a essere una possibile opzione di scelta. Questo che è naturale altrove, è il nuovo in Italia.
e mettiamoci pure l’ironia dell’intervista che non è mai avvenuta: