je pense

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Credo che per una parte non piccola di persone acculturate, per le quali il benessere è stato parte del vivere vissuto o desiderato, vivendo l’età media, sia per esse, più facile sapere ciò che non vogliono anziché ciò che vorrebbero. Prese da un conflitto semi permanente tra desiderio e stato, che si alimenta di convinzioni che nascono e si sciolgono, cercano di capire l’inquietudine e i suoi sbocchi.

Magari è sempre stato così, ma la caduta dei dogmi e dei principii, che tali non erano, credo abbia facilitato questa condizione e che le età dell’uomo, sempre meno definite, l’aiutino. Certo è che l’indugiare, il restare nella zona grigia dell’indecisione diventa un modo d’essere. La realtà s’incarica di risolvere poi per suo conto le domande sospese, ma nell’attesa tutto sembra possibile. E penso che, pur senza gli stereotipi così cari al pensiero di genere, a vivere di più questa condizione, siano gli uomini. Forse perché la società e il comune sentire è nei loro confronti, genericamente, sottrattivo. Si tolgono giustamente ruoli, punti che sembravano solidi cessano di esserlo e le parità, così naturali, sono terre sconosciute, anzi l’uomo viene sollecitato ad essere differente. E non sapendo bene il da farsi, o l’essere, fa i conti con una situazione di anomia crescente. Anomia e confusione, ma la vita nel frattempo continua, apre e chiude porte, sollecita senza dire una direzione. Eppure tutt’attorno, il lavoro, gli impegni, i ruoli restano e chiedono determinazione, decisioni rapide. Ma dentro che accade? Come in ogni apprendere c’è una fase di passaggio, un ignorare che prepara ad altro, e come in un treno che corre, i passeggeri portano ad un fine sé stessi, mantenendo sentire e battaglie interiori.

Mi faceva riflettere una frase di Ulf Hallberg su “…quanto ridicolmente poco sappiamo del mondo, a quanto ogni attimo sia immerso nella complessità dei sentimenti, nei veli delle illusioni, e con quanta forza è intrecciato alle catene e ai vincoli della quotidianità.”

Ne ho colto il senso di una stagione che portava dentro i limiti propri, accettava le decisioni e sfumava il sentire. Stagione diversa da questa, un passare che parla per parole senza futuro, agisce con non poca rozzezza e pensa per sentire acuto. Così mi pare ci sia necessità d’ apprendere con pazienza, e leggere almeno la direzione in cui avverranno le decisioni. Occorre tempo, insomma.

3 pensieri su “je pense

  1. Verissimo,almeno per ciò che mi riguarda. Quando lasciai Roma, apevo quello che NON volevo nè avrei più fatto. Solo questo sapevo e tutto era ignoto. Ora che sto per ritornare nuovamente a Roma perchè ritengo conclusa l’Esperienza che mi condusse in Emiliai,so cosa NON voglio esattamente come allora e la “spinta” (misteriosa) verso l’ignoto è la medesima di quella d’allora. Sono lenta e precipitosa insieme, ma quando ho deciso NON torno mai indietro e il nuovo mi mette nelle vene,quel giro di valzer come quello della fotografia se NON fosse per la pesantezza d’organizzare il tutto. Mirka

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