La sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico è un mandala costruito con la pazienza dei giorni, dei pensieri prima del sonno, a cui le intemperanze e il ribollire dello sdegno, non hanno fatto offesa. Qui nessuno t’obbliga a capire, è ciò che d’altri non si conosce sapendo di sapere. Come l’intelligenza nascosta nella stupidità.
Forse è vero,tutti siamo gatti curiosi, e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera. Un soffio che si spande e fa girare il capo, come qualcosa che ci riguarda ed è già sfuggito.
È un progetto nato per passione e scherzo, poi diventato cosa vera. Due ragazze, ma potevano essere ragazzi oppure un po’ per genere, bastava (non basta mai come in ogni amore), la passione per il teatro, per ciò che pare e diventa vero con la voce, il gesto, la movenza del corpo. E così è nata una stanza bianchissima, grande, uno spazio pieno d’aria, di sussurri che sono parole ripetute, di pulviscolo sollevato trafitto dalla luce, di talco attraversato e di sguardo attonito nel vedere il silenzio che si posa dopo una perfetta frase di pensiero pronunciata. Sopra c’è un cielo di tulle e foglie, uno strano albero volante sotto cui è dolce sostare, l’attesa è bene detta, forma un quieto posare d’armi e pregiudizi. Lo sfondo, indeciso s’essere sipario dell’altove o quinta, avvolge l’indefinito, mentre attende l’ingresso dell’attrice che compirà il rito. Tutti ne intuiscono l’alchimia che avvolge le parole dipanandole dal dito in cui sono messe in fila. Forse a ricordar qualcosa, come s’usava da bambini e i pensieri nei giochi fuggivano veloci oppure perché le frasi hanno una musica che si perde se non viene fermata in una riga, un nodo, un filo. Per dar forma al silenzio, s’attende lo sbocciar del gesto, la parola che pastelli il bianco, il suono, la lacca dell’accento, tutto nella fusione dei sensi per la mente di chi ascolta. Chi assiste, partecipa chiedendo d’esser preso per incantamento, vuol essere accompagnato nella realtà che si crea assieme. Ha il cuore e la mente aperti, accoglie e già nelle parole vola socchiudendo gli occhi. Vede lei, che ora, fuma nel suo vestito rosso, vede il suo sogno, assieme lo condivide, sorride, il tempo, il luogo sono svaniti, è rimasto l’incanto e la scoperta d’esser belli. Appena oltre la porta, c’è uno. Spiazzo di cemento, potrebbe essere erba su cui è bello sedere, ignari i ragazzi giocano a pallone forte, a loro modo felici di quei gridi che ricamano il cielo.
Anna sta appoggiata a uno di quei passeggini da vecchi che hanno sostituito il bastone, una mano si tiene, l’altra si solleva e fa gesti aggraziati di richiamo. Anna è davanti alla sua casa, sul marciapiedi stretto della via, chiede per favore di seguirla, entra nella porta con l’architrave in pietra e il fiore scolpito; c’è un piccolo corridoio, a destra una cucina grande, quadri e fotografie alle pareti. Anna mostra una seconda entrata, larga, con la legna tagliata e bene accatastato, racconta che i ragazzi l’hanno portata dentro, disposta per bene in quel disbrigo che va verso il fazzoletto d’orto. Mi mostra la sua camera, Anna, il letto ben ordinato, il cassettone, l’armadio, la finestra verso il verde, la tenda che non c’è. Ha bisogno che qualcuno le appenda la tenda che ha lavato e ora è sul cassettone, usciamo e scende una scala erta e stretta che porta in una cantina. È fresca, illuminata dalla finestra alta, a livello di terreno, ordinata come il resto della casa, lì c’è la scala. Anna si inerpica mentre risalgo con la scala, è agile sui gradini, con la consuetudine che il corpo mette assieme alla mente e rende facile il muoversi familiare. Le sistemo la tenda della sua camera, riporto la scala in cantina, mentre Anna non cessa di ringraziare, vorrebbe offrirmi un caffè, un liquore. Le chiedo notizie dei visi che vedo nelle foto alle pareti, Anna sorride, questo è il figlio in California, questi i nipoti in Alaska. Tutti sorridono e guardano la mamma e la nonna, con quell’amore lontano che porta il pensiero ogni giorno verso chi è caro. Anna è contenta, racconta che i nipoti telefonano ogni sera. Vive da sola Anna, il mondo è diventato a sua misura, è indipendente, ha il termosifone ma la sera accende la stufa economica e pare di sentire l’odore della legna, il calore secco che si spande nella casa, l’attesa della telefonata e la camera con il letto ben dotato di sogni, il bagno vicino, la giornata ben vissuta. Anna vorrebbe sciogliere il vincolo di una cortesia ricevuta, ma è lei che ha fatto un dono, profuso serenità, nell’accettare un aiuto che la rende libera. La strada, prima anonima, ha ora un luogo su cui posare gli occhi, rallentare il passo, sperare nella vista e in un saluto. Quand’è che abbiamo smesso di essere noi e siamo diventati soli?
Piccoli dolcetti al cacao si accompagnano al fernet e caffè nella larga tazza. Tra le strette piazzette e nel viale, passano ragazze con vestiti estivi corti e leggeri. Parlano con parole che si di stendono pigre le une sulle altre, ridono spesso. Qualcuna gesticola e si tocca i capelli e il corpo: sta raccontando qualcosa di sé. Gli uomini si fermano rallentando il passo in sincronia con le parole, tra una boccata e la successiva parlano e ridono, ma è una risata meno leggera, pesante di sottointesi.
Il mio sigaro è di dolce Kentucky, poco invecchiato. Lascia un fumo denso e l’ aroma corre nell’aria come un flusso, un ricciolo d’acqua da codice atlantico. Lo seguo con lo sguardo e mi pare un bel momento.
Appena oltre le case, tra i balconi pieni di gerani rossi, s’annida il rumore di chi va di fretta perché ha esaurito l’estate. La città, che è nata dal gioco di un gigante, si incanala tra linee sempre un poco curve, quando è stata scritta, dalle dita possenti di forza e sorriso, ne è venuta una spirale logaritmica e io sono al centro di quel dipanarsi di luoghi che sembra correre verso la periferia e perdersi in un verde confuso con l’azzurro, ma sono anche sulla retta del corso. E lì vedo staccarsi le ore come rintocchi pieni di identità e pensieri compressi in attesa di espandersi nel futuro immediato. Ma è cosa d’uomini e d’animali tutto questo affollarsi di possibilità e accadimenti… mi prendono pensieri quantistici, risuonano le discussioni di Bohr e Heisenberg. Che belle le parole usate per definire ciò che diviene reale solo se osservato, chiamato ad esistere nel momento, in quel luogo e poi liberato da ogni determinismo sino a diventare un tessuto inconsistente che regge la realtà. E penso ai giochi di bambino quando tenendo per i capi un telo si faceva rimbalzare la palla verso il cielo ed essa andava, per una imperscrutabile somma di forze e indecisioni, da una parte oppure da un’altra o da un’altra ancora. Infinitamente indecisa prima di balzare e al tempo stesso pronta verso una nuova possibilità. Così immagino la folla di pensieri e di direzioni non ancora prese attorno a me e le mie stesse, mentre il cielo scurisce e si carica di elettricità. L’aria non vuole cedere al temporale. È così limpida e piena di tanti piccoli suoni tiepidi conosciuti, che si basta. Tutto si accorda nell’attesa di qualcosa, il deciso e la possibilità. E tutti, quelli seduti e quelli che passano, presumono di sapere cosa accadrà tra poco o tanto, ma allo stesso tempo sono attenti ai segni, anche se ostentano una distratta noncuranza. Forse per questa arroganza lieve di un determinismo vitale, o per aggrapparsi a qualcosa di ben noto, si ude il cigolio degli ingranaggi del campanile e si sollevano ironici commenti di sollievo perché le cose sanno far ridere se proseguono nelle parole. E qui c’è un eppure che distrae e si scioglie in uno di quei pensieri che sembrano importanti e si vorrebbe appuntare da qualche parte ma che già nell’indecisione del come farlo, si perdono. Sono schiuma d’onda che disegna e ridisegna, senza lasciare traccia definitiva, ma tra il rumore secco delle chicchere nel secchiaio del bar, le voci dei passanti e il tintinnare di bicchieri, inopinato risuona alto un evviva! con quel tono squillante che hanno i tenori di coro. Tutti si voltano verso l’indeterminato qualcuno che brinda al momento, alla presenza, a chi paga, e forse anche ai seni della barista. Qualunque sia il motivo si scioglie nell’aria il pensiero d’una carta voltata e mostrata, un arcano maggiore, mentre cadono le prime gocce di tiepida pioggia.
C’è più coraggio in un riconoscimento di insufficienza e quindi nel ripiegare sulle posizioni più sicure, oppure nel tener testa, combattere oltre quello che si pensava e non recedere? In entrambi i casi se c’è onestà c’è anche coraggio e ognuno ha una sua risposta che vale sempre in quella vita che non è solo battaglia e tanto meno eroica. Penso alla vita quotidiana, alla difficoltà di fare il proprio lavoro, alla necessità di dire se si ama o meno una persona, al mettersi contro chi aggredisce portando idee trite e ritrite e che magari approfitta del becero conformismo. Il coraggio è una scuola dove si rafforza la coscienza di se6e la dignità, e non vale il teorema di don Abbondio che chi non ha coraggio naturalmente, non se lo può dare. Se si viene incoraggiati a dire ciò che si pensa, al tenere fede alle promesse, se si ha l’educazione a non compiacere ma a dire la propria verità, sopratutto nei sentimenti, non si è più felici, ma di sicuro più forti e coraggiosi.
Nei nostri tempi interessanti e ricchi di nebbia, il coraggio non è buona merce perché val più chi fugge, chi è un tartufo, chi assente al più forte e si mimetizza, chi non dice la verità. E bisognerebbe rispondere a questa domanda: perché il coraggioso alla fine sembra un visionario, un illuso, spesso un imbecille che non bada al suo tornaconto? Ma allora, se così fosse, perché il coraggio non viene derubricato dalle azioni possibili e semplicemente si elogia unicamente la fuga, che poi riassume tutti i modi dell’ignavia. Si fugge per salvarsi, non per restare ed evitare le difficoltà, l’impegno, la fatica, e così pensare che ci sarà qualcun altro che la farà al nostro posto. Perché questa non è fuga ma codardia. E non raccontiamoci che nel mondo è normale che qualcuno si sacrifichi al nostro posto, un mondo che va avanti sul sacrificio di chi rispetta se stesso. Se così fosse sarebbe un mondo di ignavi, dove ciascuno pensa a sé e se c’è bisogno di essere presenti, si sta zitti perché aiutare, fare ciò che non è richiesto è comunque una forma di coraggio. Questo mondo assomiglia molto a ciò che stiamo diventando, chiusi nella furbizia e nell’individualismo, pronti a conformarsi anche attraverso l’assenza, il cinismo del tanto tutto è uguale. Bisogna pensarci almeno tra quelli che ancora avvertono il disagio di non essere a posto con sé stessi, tra chi si emoziona davanti a un fatto tragico che poteva essere evitato e pensa che l’uomo è portatore di dignità assoluta ma non sempre è così per la legge. Bisogna pensarci perché sulla strada dell’ottundimento siamo avviati da tempo, perché non vediamo che intelligenza e umanità devono accompagnarsi e che una qualsiasi intelligenza artificiale sarà spietata con noi. Abbiamo ancora la risorsa del sentimento, facciamola crescere in modo che i coraggiosi non vengano trattati da imbecilli.
p. s. Ho messo un brano (non casuale) di Maria Gudina, la pianista che ha attraversato lo stalinismo continuando a suonare musica “proibita” e che nei concerti portava una pistola sotto la gonna come soluzione al suo possibile arresto.
La coda di auto ha tetti che riflettono la luce. Dall’alto non ci sono colori solo specchi argento che celano al loro interno vibrazioni, così la coda diventa corpo di luce che si snoda, come quei serpenti giocattolo di un tempo fatti di tanti pezzetti collegati tra loro. A guardar bene non sono collegati, ognuno dei pezzi si muove covando uova di rancore, mescola la musica che esce dalle radio con le sue paure, frulla con fruste di tempo, ne esce una fretta senza misura, l’ansia, la voglia di essere altrove, quell’altrove che l’auto davanti non gli concede e che ormai occupa l’intero campo visivo. Così non vede i boschi fitti, non sente il fresco che odora di resina., non immagina elfi tra le fronde. L’aria odora solo di scappamenti, si spande sui primi abeti il sentore acuto e acido delle miscele incombuste. Dentro le auto si aspira e respira, si mette la marcia, si fanno due metri, poi si rimette la folle e si preme il freno. A volte il motore si spegne per lo stop and go, altre volte non accade, miracoli dell’elettronica che non eliminano i desideri comuni, che non allargano le strade e che portano sempre negli stessi posti. Partono le ventole di raffreddamento e un pensiero di prigionia, c’è bisogno di vuotare la vescica. Perché non si è provveduto al bar, forse per la brioche di cartone e il cappuccino con il latte a lunga conservazione ? Prima incazzatura, qui ci sono solo mucche e vitelli e latte a lunga conservazione, chi lo beve il latte delle mucche? Le mani stringono il volante, sudano, bisogna soffiare tra le dita, imprecare, togliere le mani e vederle gonfie. Ognuno di questi pezzi di serpente, ha una storia, una vita vissuta, la nebbia su ciò che vivrà oltre i desideri. Ciò che unisce le vite è ignoranza e disperazione, l’incapacità di determinare un presente che sia madre di un futuro. Dove sei libertà che ora manchi, sei un nome che contiene solo desideri, nulla che costruisce identità profonde, bisogni inesausti, con la tua essenza intuita frutto di disinganno, di scelte, di pazienza portata oltre il limite delle vite, sembri vivere e muori in una coda, in un pensiero, in un guardare nello specchio e vedere la realtà riflessa. Dall’alto il serpente si snoda, accelera, decelera, si ferma. Quando è fermo vorrebbe azzannare.
Ci sono 12 branchi di lupi che percorrono l’altopiano, di notte fanno anche 30 chilometri, poi attaccano un vitello o un asino, mangiano il necessario e spariscono. Adesso dormono.
La menta di assuan sta facendo effetto: sbadigli a raffica. Prima di dormire racconto cosa ho pensato leggendo (cosa, chi, dove?) : 1. il testo era scritto bene e aveva un ritmo interiore, ho cercato di adeguarmi, non era un tango, qualcosa di più ritmato come quei balli irlandesi e greci. 2. il sentimento del cambio dell’età così contestualizzato è una mia autoanalisi, non c’è nel testo. Si tratta di capire la cesura del mutamento. 3. la lettura non ti prende per mano, le parole, le frasi corrono avanti e poi oscillano indietro, trattenute da qualcosa che non è stato e non potrà più essere. 4. c’è il tema del procedere del tempo, il suo trattenere e lasciare, gli amici che a volte se ne vanno, ma per fortuna si vedono reali. Nel ricordo comune c’è un prima e un dopo, come le sciocchezze fatte assieme allora. Tutto era buono, forse l’età, poi in un divergere è mutato. Si spera sia presupposto del buono che ci sarà. 5. il buono che ci sarà, si farà fatica a sentirlo tra le dita, questione di artrosi.
Non ho più strumenti d’analisi del presente. Quelli della mia formazione scientifica sono arrugginiti, inattuali, difficili da usare dopo tanto tempo e comunque mi lascerebbero vaste pozze di buio. Mi resta la letteratura e la poesia, un poco l’immagine fotografica per analizzare la realtà, come io sono in essa. Consequenzialità determineranno il futuro, sempre più ricco di mistero come s’usa nei tempi in cui correnti e flussi di fatti s’incontrano e si mischiano Ciò che adopero, distratto indovino, sarebbe sufficiente per un analista ma per un dilettante di auto analisi è il regno del pressapoco e del dubbio. Non disprezzo nessuno dei due, ben conosco il loro limite, eppure contengono molta più verità della manipolazione materiale e immateriale in cui, come tutti, sono immerso.
Il cuore degli uomini, dev’essere in continuazione costruito e confermato.
E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre. Da essa è inutile trarre subito dinieghi, basti pensare a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine e quanto si misura con tempi che non sono nostri per desiderio e che neppure, forse, vorremmo. Basta guardare quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno costante e necessario. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà, per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia precario, a una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze della ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che cerca di plasmare il tempo e darsi priorità, un prima e un dopo, una valenza nelle persone e nelle cose. In questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere il nostro tempo e ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto e vivremo.
Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.
La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che si conforma al proprio tempo interiore e c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano.
Il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che si è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo e continuando a crescere.
Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.
Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.
Parlare di lavoro oggi quando, pensando fosse altro, ci è mutato tra le mani e ora la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che a quello che essi contengono, ci porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro difficoltà diventano di immane difficoltà realizzati va. A questo si aggiunge la crisi climatica e ambientale che le aziende non hanno capito e non capiscono, ma essa muta il lavoro e la sua condizione oltre che la vita comune. Deaglio analizza da tempo il lavoro com’è e dice che bisogna partire da come esso è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione e quest’ultima dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo. Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Mutare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL. Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, diventa più semplice se questo è un problema europeo. Quello di cui si parla senza soluzioni è che il lavoro, anche quando c’è, spesso non è sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Questa esistenza tutelata solo a parole dalla Costituzione e di fatto negata, anche ora, dai governi, avviene solo per una parte dei lavoratori e segmenta chi è attivo nella popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco. Troppo o poco, in a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata, è che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.