quelli che

inattesa la luce

Inattesa, una luce calda è entrata:
solleva lo sguardo,
e lo conduce sul muro
poi verso il cielo, rosso di tramonto
interrogando ciò che separa la luce dal buio.

È stato un momento,
ignoto eppure atteso,
e prima che un raggio accarezzasse
il pavimento, la gamba, il braccio,
il cuore già era colmo del rosso,
che avvampa le nubi,
ed è solo attesa del blu che chiama la notte.

Non è più novembre,
è solo vita che vive,
del suo tempo incurante,
forte e libera di sé,
e delle foglie non sente
Il distacco e la morte ma il crepitare
nei passi e l’odore del fuoco
come usano, talvolta, le sere d’autunno,
prima delle luci sguaiate di festa.

Poi la luce è scivolata nel grigio
il fioco abbandono dell’aria
che già odora di gelo,
è il primo e già si smarrisce,
chiede alle cose, non sa dove andare,
s’aggrappa alle case,
chiude balconi e persiane,
accende piccoli led nei bar.
Lontano un telefono chiama,
con l’antico suono di chi
ha perduta l’età,
e tutto gli scorre attorno,
il chiarore che impregna muri,
ed è già un lampione che da solo s’è acceso
mentre, la sera, fioca di piccole paure,
circonda.gli umani.

Che noia il vivere senza certezza d’amore,
che vuoti scava la parola
quando si perde vibrando nell’aria,
come fa la luce prima d’un buio,
o forse quella luce non è mai stata
e la parola mai detta,
l’abbiamo solo immaginata:
ci è sembrato,
ed era solo una telefonata per dare una voce alla malinconia.
D’autunno le voci interiori,
prendono gli scuri toni, che sciolgono capelli intrecciati,
attendono la notte mentre il primo freddo si fa strada
e rossa e poi bruna è la sera
quando il cuore non si fa sentire appieno.

Redipuglia 3 novembre

Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove erano finiti. Morti come gli altri. I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta.  Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare sui reticolati, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.  

Mia nonna ricordava il primo cimitero, la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione e l’odore di morte che riportavano alla necessità di seppellire subito, che non pensavano alla pietà o al sentimento di chi avrebbe cercato un nome caro.

Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva, si riposava in attesa della roulette russa degli assalti. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti.  Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.

Quattrocentomila sino al ’17, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.

Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Sacrario, luogo inviolabile che lo conteneva. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era più alto dell’uomo. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. Sacro. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti, mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,

Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo soprastante, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.

Ecco, era un lenzuolo di pietra.

appunti sull’ordine

Ammiro l’ordine tuo rigoroso,
lo continui in pareti pastello,
nei libri in attesa,
ben distinti da quelli già appresi.
ti accompagna una scelta corte di cose
che attendono il tuo cenno e volere.
Ammiro la tua agenda nel tavolo, sola,
le caselle con i nomi accennati,
gli orari di color lineati,
in obesi caratteri, a margine, note.
Sono annuncio di appuntamenti già dati,
giorni che scorsero e riposano quieti:
li penso governati ed amati.

Il mio ordine sparso
è luogo di tempeste furiose,
di colpe notturne,
di bulimiche scritture sconfitte,
i libri s’accumulano, le pile si sorreggono mute,
rifletto, respingo le ragioni sensate,
convivo con geometrie di senso
dai desideri create.
Non si può chiedere troppo all’ingegno
comunque ci è stato donato,
e non trovo colpa
nell’innamorarsi del volo e dello scavo,
nel correre l’insaziabile orizzonte,  dischiudere porte,
vedere luci mai osate    
capire,
sapere che tutto il poco raggiunto
è meno di quanto ci sarebbe bastato. Aggiungere desideri
a quelli non ancora esauditi
e poi non trovarsi smarrito.
Ma nel tuo pensiero mi riposo,
riconosco le geometrie del governo
delle cose e dei cuori,
le penso come le carte di Alice:
i battaglioni affiancati della regina di cuori che avanzano lieti
e divorano il tempo.
Il tuo che ordinato si offre
con un piacere che azzurra i pensieri,
mentre il mio s’attorciglia e nasconde,
d’infinito s’illude
esagera, ride, dispera e rispera.
Un sasso che s’arrotonda nel flusso,
a volte è felice, di tanto inconsistente sentire,
e nel curioso conoscere
abbandona piccole parti di sé,
all’acqua e all’aria senza nulla richiedere.
In questa sera che accumula notte
e genera stelle
mi chiedo se a te accade
di donare il tuo ordine
lieta di riceve scomposte parole.
O forse è nei tuoi sogni che succede
di lasciare che l’ordine fugga
e come un cane d’autunno
possa godere delle foglie in cui rotolare.

per chiudere l’estate

minori vanità

In quell’attività dell’anima,
ch’è scrutare nel mio specchio,
vedo segni del tempo,
un lampeggiare d’occhi,
i tratti che conosco,
ma anche il me che m’è sfuggito.

Allora indugio nei pensieri,
le tracciate mappe, i solchi,
ricordo e seguo:
è lieve il dito e sfiora,
ascolta ancora il dire,
delle oggettive vanità.

Chi mi vede, scivola su tutto questo,
chissà che cerca,
ma anch’io mostro l’ardire,
d’esser sopra il ripiegar la schiena
e tengo per me, e per pochi altri davvero,
il senso di quelle strade
che costante indago.

Di tanti anni, e ripetuti errori,
un po’ per volta m’è uscito il riconoscere
(il ricordo è così mutevole e creativo),
che a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Il pensiero si sospende e più non guarda,
sente il sapere
che una mano ancora lascia impronte di calore sulla mia.

Ed è un andare,
nel guardare ancora,
andare in scelta compagnia,
andare e restar qui,
in cerca di me stesso.

quasi sera

Un pomeriggio d’autunno,
come tanti d’allora,
nell’adolescenza piena d’indecise voglie.
Tra riottose stanchezze,
si formavano furori,
passioni, proterve libertà,
bisogni d’amor nuovo.
Il prima era casa,
vincolo e certezza,
ma c’era dubbio, rossori e vampe al viso.
Pomeriggi percorsi di febbre,
d’inutile pensare e di rimorsi a sera.
A noi spesso vengono dati
ripetuti segni,
non li riconosciamo
per creare speranze prive di volontà.

Ora come allora, la luce spegne rami e cose,
liquida attraversa i vetri,
costruisce il ricordo su tracce di ferite.
Ciò che non è stato detto
nessuna memoria aiuta.
Restano lembi di sentimenti lacerati,
a sventolare nello scirocco della sera,
orifiamma dei tempi sciupati,
delle sequenze dei giorni
d’insoddisfazione eguali.
Nella sera incauti uccelli,
cercano briciole nell’erba,
suonano nel tepore della casa
voci amorevoli
e nel cuore le malinconie d’allora.

della necessità dell’irrazionale

a Te che sei

Per Te il vero e il suo simile erano indifferenti, solo nelle cose trovavano forza di parlare. Ti piaceva il colore, ma evitavi il marrone, però l’autunno ti era simpatico perché c’eri nata e la sagra in paese era una festa per te. Questo capire le cose e indossarle nei pensieri ti faceva sempre sentire  in sintonia con ciò che ti accompagnava nella vita. Così diventava Te e si nobilitava. Era una tua magia. Dicevi ciò che credevi perché era Te, si poteva non condividere, pensare che c’erano forzature, ma il tuo candore rendeva plausibile ciò che dicevi, anche per noi che, dissenzienti a volte, lasciavamo che l’amore prevalesse ed eravamo teneri a modo nostro. Mi piaceva che la tua capacità di leggere la realtà fosse il segno dell’irruenza del vivere, del tuo vivere, che riordinava per sé ciò che stava attorno, oppure lo ignorava. Una forza vitale che in cambio non chiedeva nulla di particolare, solo amore come tutti, ma non da tutti. In questo m’hai insegnato che c’è una aristocrazia dell’amore e non bisogna mai mendicarlo. 

Oggi sarebbe il tuo compleanno, ma anche questa data non ti andava bene, per questo ti scrivevo e l’abbiamo sempre festeggiato quando dicevi Tu. Pochi giorni di differenza, una allegra dimenticanza del nonno. Fosse stato vero o meno, quella era la realtà, la Tua realtà, e non ce n’erano altre tra noi. Non è forse così che funziona davvero il mondo quando si libera da chi gli vuole imporre qualcosa e punta su se stesso?

Questo l’ho imparato da Te, ovvero che tra le molte libertà, quella di avere il proprio mondo è tra le più grandi e che questo non impedisce di vivere con gli altri, anzi genera generosità improvvise e partecipazione fuori d’ogni calcolo.

Con naturale coerenza e a tuo modo, hai vissuto e sempre fatto ciò che ti sembrava giusto, buono, piacevole. Hai lasciato che la vita ti scorresse dentro e l’hai accompagnata con grazia. Non per te sola e per chi amavi, ma per chi viveva attorno, rendendo agli altri una identità, il piacere di conoscerti.

L’amore e la gratitudine si fondono e non bastano mai, buon compleanno Mamma.

un’attesa indeterminata senza oggetto