Ci sono quelli che non si voltano mai indietro. Hanno una grande coscienza di sé, lasciano uomini e cose e pensano al nuovo. Altri, più incoscienti, sono incollati alla propria storia, l’hanno ficcata dentro uno zaino che è diventato pesantissimo. Pensano di conoscerne a memoria il contenuto e così ci guardano di rado. Ma se lo facessero scoprirebbero cose interessanti. In compenso lo portano in giro rassicurati dal ricordo e dai fili che sembrano tener aperte comunicazioni. Dall’altra parte dei fili ci sono esigenze ormai spente, oppure altre che non s’accontentano. Intendimenti diversi che si erano incontrati. Ora che resta? Per fortuna pesi diversi.
Qual è il limite di peso consentito per volare davvero con la mente e la fantasia? E quale è il peso tollerabile del vivere se in un momento di quiete, oppure di passione, venisse voglia di andare e basta. Di togliere senso al tempo non proprio e camminare? Si sarebbe fatta la pace con ciò che non è accaduto, e vuotato lo zaino, riprenderebbe la storia dall’incipit evitando quelle noiose prefazioni che spiegano tutto e tolgono gusto. Capire il limite del passato non è accontentarsi e neppure farsi una ragione.
Nell’adattarsi il corpo si piega e si chiude, lo si vede nella postura che a volte si ribella; soccorrerebbe allora l’immagine del risveglio felino, che si stira e si guarda attorno stupito. Per un attimo, solo per un attimo, prima di una nuova mobile indifferenza.
Inattesa, una luce calda è entrata: solleva lo sguardo, e lo conduce sul muro poi verso il cielo, rosso di tramonto interrogando ciò che separa la luce dal buio.
È stato un momento, ignoto eppure atteso, e prima che un raggio accarezzasse il pavimento, la gamba, il braccio, il cuore già era colmo del rosso, che avvampa le nubi, ed è solo attesa del blu che chiama la notte.
Non è più novembre, è solo vita che vive, del suo tempo incurante, forte e libera di sé, e delle foglie non sente Il distacco e la morte ma il crepitare nei passi e l’odore del fuoco come usano, talvolta, le sere d’autunno, prima delle luci sguaiate di festa.
Poi la luce è scivolata nel grigio il fioco abbandono dell’aria che già odora di gelo, è il primo e già si smarrisce, chiede alle cose, non sa dove andare, s’aggrappa alle case, chiude balconi e persiane, accende piccoli led nei bar. Lontano un telefono chiama, con l’antico suono di chi ha perduta l’età, e tutto gli scorre attorno, il chiarore che impregna muri, ed è già un lampione che da solo s’è acceso mentre, la sera, fioca di piccole paure, circonda.gli umani.
Che noia il vivere senza certezza d’amore, che vuoti scava la parola quando si perde vibrando nell’aria, come fa la luce prima d’un buio, o forse quella luce non è mai stata e la parola mai detta, l’abbiamo solo immaginata: ci è sembrato, ed era solo una telefonata per dare una voce alla malinconia. D’autunno le voci interiori, prendono gli scuri toni, che sciolgono capelli intrecciati, attendono la notte mentre il primo freddo si fa strada e rossa e poi bruna è la sera quando il cuore non si fa sentire appieno.
Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove erano finiti. Morti come gli altri. I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta. Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare sui reticolati, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.
Mia nonna ricordava il primo cimitero, la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione e l’odore di morte che riportavano alla necessità di seppellire subito, che non pensavano alla pietà o al sentimento di chi avrebbe cercato un nome caro.
Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva, si riposava in attesa della roulette russa degli assalti. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti. Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.
Quattrocentomila sino al ’17, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.
Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Sacrario, luogo inviolabile che lo conteneva. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era più alto dell’uomo. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. Sacro. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti, mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,
Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo soprastante, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.
Ammiro l’ordine tuo rigoroso, lo continui in pareti pastello, nei libri in attesa, ben distinti da quelli già appresi. ti accompagna una scelta corte di cose che attendono il tuo cenno e volere. Ammiro la tua agenda nel tavolo, sola, le caselle con i nomi accennati, gli orari di color lineati, in obesi caratteri, a margine, note. Sono annuncio di appuntamenti già dati, giorni che scorsero e riposano quieti: li penso governati ed amati.
Il mio ordine sparso è luogo di tempeste furiose, di colpe notturne, di bulimiche scritture sconfitte, i libri s’accumulano, le pile si sorreggono mute, rifletto, respingo le ragioni sensate, convivo con geometrie di senso dai desideri create. Non si può chiedere troppo all’ingegno comunque ci è stato donato, e non trovo colpa nell’innamorarsi del volo e dello scavo, nel correre l’insaziabile orizzonte, dischiudere porte, vedere luci mai osate capire, sapere che tutto il poco raggiunto è meno di quanto ci sarebbe bastato. Aggiungere desideri a quelli non ancora esauditi e poi non trovarsi smarrito. Ma nel tuo pensiero mi riposo, riconosco le geometrie del governo delle cose e dei cuori, le penso come le carte di Alice: i battaglioni affiancati della regina di cuori che avanzano lieti e divorano il tempo. Il tuo che ordinato si offre con un piacere che azzurra i pensieri, mentre il mio s’attorciglia e nasconde, d’infinito s’illude esagera, ride, dispera e rispera. Un sasso che s’arrotonda nel flusso, a volte è felice, di tanto inconsistente sentire, e nel curioso conoscere abbandona piccole parti di sé, all’acqua e all’aria senza nulla richiedere. In questa sera che accumula notte e genera stelle mi chiedo se a te accade di donare il tuo ordine lieta di riceve scomposte parole. O forse è nei tuoi sogni che succede di lasciare che l’ordine fugga e come un cane d’autunno possa godere delle foglie in cui rotolare.
In quell’attività dell’anima, ch’è scrutare nel mio specchio, vedo segni del tempo, un lampeggiare d’occhi, i tratti che conosco, ma anche il me che m’è sfuggito.
Allora indugio nei pensieri, le tracciate mappe, i solchi, ricordo e seguo: è lieve il dito e sfiora, ascolta ancora il dire, delle oggettive vanità.
Chi mi vede, scivola su tutto questo, chissà che cerca, ma anch’io mostro l’ardire, d’esser sopra il ripiegar la schiena e tengo per me, e per pochi altri davvero, il senso di quelle strade che costante indago.
Di tanti anni, e ripetuti errori, un po’ per volta m’è uscito il riconoscere (il ricordo è così mutevole e creativo), che a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi. Il pensiero si sospende e più non guarda, sente il sapere che una mano ancora lascia impronte di calore sulla mia.
Ed è un andare, nel guardare ancora, andare in scelta compagnia, andare e restar qui, in cerca di me stesso.
Un pomeriggio d’autunno, come tanti d’allora, nell’adolescenza piena d’indecise voglie. Tra riottose stanchezze, si formavano furori, passioni, proterve libertà, bisogni d’amor nuovo. Il prima era casa, vincolo e certezza, ma c’era dubbio, rossori e vampe al viso. Pomeriggi percorsi di febbre, d’inutile pensare e di rimorsi a sera. A noi spesso vengono dati ripetuti segni, non li riconosciamo per creare speranze prive di volontà.
Ora come allora, la luce spegne rami e cose, liquida attraversa i vetri, costruisce il ricordo su tracce di ferite. Ciò che non è stato detto nessuna memoria aiuta. Restano lembi di sentimenti lacerati, a sventolare nello scirocco della sera, orifiamma dei tempi sciupati, delle sequenze dei giorni d’insoddisfazione eguali. Nella sera incauti uccelli, cercano briciole nell’erba, suonano nel tepore della casa voci amorevoli e nel cuore le malinconie d’allora.
Non c’era motivo o forse non lo percepivo, ma le cose, lentamente, si erano voltate e da baluardo delle giornate, assieme alle abitudini, si erano ribellate. Era il mio modo di vivere e ora si ritorceva, riottoso al ragionare fatuo, manifestava una precisione puntigliosa nel mostrare l’inutile più inutile allo star bene. Cominciava dalle cose che si erano accumulate ed erano instancabili nell’esercitare una richiesta costante di scelta e di ordine. Con la loro presenza, un tempo rassicurante, ora richiamavano incontrovertibili logiche generali che non riguardavano me e il mio piccolo mondo, ma una severa dimensione del potere dell’ordine sulle vite. Dicevano che ciò che era stato benevolmente concesso, il tempo posticipato, non poteva continuare ad essere tale, né ritornare ad una dimensione in cui tutto poteva ancora accadere nella misura del desiderio. Quel mondo si era esaurito, era già stato e ora non più.
Non c’è antidoto alla logica che ci portiamo appresso, solo il rifiuto della fretta del decidere e l’attesa del ristoro del sonno, perché non si deve per forza capire tutto subito, né tanto meno razionalizzarlo sempre. Ciò che non si capisce o non si accetta è comunque un peso, ma almeno lascia spazio al mistero, all’apparente inconciliabilità di ciò che ci accade con il mondo di cui abbiamo notizia. Questa inconciliabilità rende estetico l’ordine personale con la vita e ci fa capire che ci può essere un disordine senza colpa grave a cui si contrappone un ordine senza umanità. La misura del nostro piccolo mondo, della nostra sofferenza e del nostro piacere è un fragile equilibrio ma non per questo, l’una e l’altro sono privi di effetti nelle nostre vite. E bisogna capire che non la felicità ma già lo stare bene, il progetto dello stare bene, include la speranza e quindi una mitigazione forte del razionale che ci indurrebbe a non perdonarci.
Quello che non abbiamo e che sarebbe giusto avere, dovrebbe servire a vivere trovando passione e compassione per noi stessi, per le speranze di cambiamento, per non subire la dittatura della logica della necessità.
L’individualismo di cui ci si ammala, fa perdere il senso della misura. Risponde ad altro. Non è logico e asserve a dipendenze di giudizio. Porta in sé l’aporia dell’indifferenza e del lasciare che gran parte delle cose si facciano per loro conto purché ci sia ordine estetico. La colpa poi le concilierà con il voler determinare tutto ciò che è utile. Possediamo davvero un noi, che apre gli occhi, consente di guardare avanti ed attorno e che libera? Non lo so per davvero perché si è prigionieri di un ragionamento assoluto, l’io elevato a discrimine, socchiude gli occhi e scarta tutto ciò che non è razionale a sé.
La filosofia del momento è la razionalizzazione del pessimismo del vivere, del sapere già cosa accadrà e quindi negare nel profondo un progetto personale aperto alla sorpresa, al disordine della logica. Questo ci rinchiude unicamente nel sé immediato e non consente di posticipare perché presume che tutto finirà presto e che nulla sia davvero solido.
Le cose e ciò che accade, mostrano invece che non siamo un progetto razionale; con i costanti bisogni d’amore, di benessere nostro e di chi ci sta vicino. I bisogni non sono razionali e ci dicono che abbiamo necessità di introdurre la speranza, la fiducia nel corso positivo del nostro mondo.
Questo è un progetto poco ordinato e inclusivo, dove la relazione ha un aspetto sostanziale: noi siamo esternamente ciò con cui vogliamo avere una relazione. Questo implica il dare, e in esso c’è un passaggio che ognuno risolve a suo modo: il dare implica una idea di vantaggio relazionale oppure è un bisogno di equilibrio interiore? Se do perché m’aspetto di ricevere, ho già messo un limite, un giudizio, a ciò che riceverò e questo mi toglierà la speranza, l’inatteso dal vivere. Se invece il dare è “solo” un bisogno di rendere concreto ciò che sento, allora è un’apertura senza oggetto. Corro il rischio di essere solo e quindi di fraintendere ciò mi arriva, di attribuirgli significati impropri. Tutti abbiamo esperienza dell’innamoramento, momento in cui la comunicazione si basa enormemente sul dare, ma sappiamo, poi, che se questo dare non è equilibrato diviene un prendere, un pretendere, e il fraintendimento emerge con tutta la sua carica negativa.
Ciò che penso è che la necessità di un progetto personale implichi dosi molto misurate di razionalità, che la percezione del proprio ignorare sia cosciente e accetti il mistero, ovvero ciò che non si conosce e non si razionalizza. L’imprevisto è l’apparente irrazionale. Penso che la proiezione in avanti di un progetto personale includa il momento, la soddisfazione del desiderio, ma anche il suo divenire e quindi introduca prepotentemente la speranza come filo rosso del vivere.
Ciò che resterà incompiuto non si doveva per forza compiere ma già l’incompiutezza è un percorso che ha aumentato la consapevolezza. Le cose vanno ricondotte al proprio posto con la benevolenza che ci dobbiamo, sapendo che ognuna di esse pretende l’attenzione del ricordo o dell’incompiuto, ma non è solo l’ordine che le riporta a un rapporto interiore, è la loro carica di irrazionale che deve essere espressa, vista e messa da parte. Chi scarta tutto ciò che ha significato e il rischio che lo accompagna, ha paura di essere privato di qualcosa, si consegna al transitorio, alla mera razionalità e alla sua finitezza immediata. Vuol portare a casa subito un ordine interiore che non è suo. Se tutto è destinato a finire si consuma per la propria solitudine.
Ma non è forse questo il presupposto per impedire una risposta positiva al bisogno d’amore?
Per Te il vero e il suo simile erano indifferenti, solo nelle cose trovavano forza di parlare. Ti piaceva il colore, ma evitavi il marrone, però l’autunno ti era simpatico perché c’eri nata e la sagra in paese era una festa per te. Questo capire le cose e indossarle nei pensieri ti faceva sempre sentire in sintonia con ciò che ti accompagnava nella vita. Così diventava Te e si nobilitava. Era una tua magia. Dicevi ciò che credevi perché era Te, si poteva non condividere, pensare che c’erano forzature, ma il tuo candore rendeva plausibile ciò che dicevi, anche per noi che, dissenzienti a volte, lasciavamo che l’amore prevalesse ed eravamo teneri a modo nostro. Mi piaceva che la tua capacità di leggere la realtà fosse il segno dell’irruenza del vivere, del tuo vivere, che riordinava per sé ciò che stava attorno, oppure lo ignorava. Una forza vitale che in cambio non chiedeva nulla di particolare, solo amore come tutti, ma non da tutti. In questo m’hai insegnato che c’è una aristocrazia dell’amore e non bisogna mai mendicarlo.
Oggi sarebbe il tuo compleanno, ma anche questa data non ti andava bene, per questo ti scrivevo e l’abbiamo sempre festeggiato quando dicevi Tu. Pochi giorni di differenza, una allegra dimenticanza del nonno. Fosse stato vero o meno, quella era la realtà, la Tua realtà, e non ce n’erano altre tra noi. Non è forse così che funziona davvero il mondo quando si libera da chi gli vuole imporre qualcosa e punta su se stesso?
Questo l’ho imparato da Te, ovvero che tra le molte libertà, quella di avere il proprio mondo è tra le più grandi e che questo non impedisce di vivere con gli altri, anzi genera generosità improvvise e partecipazione fuori d’ogni calcolo.
Con naturale coerenza e a tuo modo, hai vissuto e sempre fatto ciò che ti sembrava giusto, buono, piacevole. Hai lasciato che la vita ti scorresse dentro e l’hai accompagnata con grazia. Non per te sola e per chi amavi, ma per chi viveva attorno, rendendo agli altri una identità, il piacere di conoscerti.
L’amore e la gratitudine si fondono e non bastano mai, buon compleanno Mamma.