tilt

Il dottore la prendeva mettendole le mani ai fianchi, lei ferma sulle gambe e lui, sinuoso, muoveva le anche, la assecondava, con le spalle che assumevano un ondeggiare di danza. Non si girava mai, a volte si stendeva su di lei, alla fine soprattutto, e l’impressione era quella di un rapporto intonso, esclusivo. Il dottore, studiava medicina, giocava malamente a poker, fumava e tossiva molto. Il suo amore per il flipper era assoluto, e nel flipper versava gran parte del suo mensile di studente fuori sede. Eravamo in tanti innamorati di quella macchina, ma non con lo stesso trasporto e infatuazione, Il nostro era un amore a singulti, alimentato dal fascino sensuale che partiva dall’immagine, dal cinguettio dei rimandi elettromagnetici, dalla neghittosità che la pervadeva nell’essere violata. A noi piaceva vincere subito, di forza, e si vinceva una o più giocate, per il dottore, invece era un coito che aspirava ad essere perennemente sospeso. La sua passione era condurla sino ad un momento prima del limite che sospendeva la partita, il tilt, come fosse una questione di danza, di movimenti accompagnati. Nel bar c’erano due flipper, lui giocava sempre con lo stesso, quello che aveva una bella ragazza in mostra, vestita da cowgirl, con le luci in posizioni strategiche. Quando si giocava a poker, i flipper disturbavano, spesso li staccavamo, ma se c’era lui, ci si adattava. Credo per rispetto e per imparare. A volte si sospendeva la partita per guardarlo. Chi ha giocato con i flipper elettromagnetici mi capisce, non era solo questione di rimandare una bilia d’acciaio con le palette, ma di controllarla, accompagnarla facendola partire per trajettorie diverse. L’abilità consisteva nel far scorrere la bilia sulle palette sino al punto giusto e poi farla schizzare. E il sogno era che i funghi, si illuminassero a ripetizione suonando, che la bilia restasse imprigionata in un gioco di rimandi, che oltre ai punti, vorticosi di suoni, le trajettorie la tenessero in gioco. In eterno. Il dottore era un asso, nel trovare un accordo con la macchina, nel far volare quella bilia, tra funghi, ostacoli, molle, lampadine, elettromagneti, come fosse sospesa, fermando il tempo, mentre tutto avveniva con una velocità incredibile. Raccontavano di tarature delicate dell’interruttore del tilt, e pareva l’aggeggio, fosse una goccia di mercurio sospesa tra due  contatti, che chiudeva la partita, se agitata troppo, quindi bisognava muovere la goccia, senza vederla o sapere dov’era, sino all’ attimo prima del contatto. E si diceva, che per lui, per il dottore, dovessero tarare ogni volta con più precisione, per impedirgli di vincere troppo spesso. Favole da bar, quel che è vero, è che lui ci parlava davvero con la macchina, a bassa voce, non con le nostre imprecazioni, con gli scossoni e i pugni, lui, aveva la macchina sui polpastrelli, sui palmi, nella testa e la muoveva con forza gentile, suadente. Preso, presa.

Tilt è stata la prima parola inglese di cui ho capito davvero il significato profondo. Mi è tornata in mente, qualche giorno fa, quando ho letto della morte da centenario, di Steve Kordek, uno degli inventori del flipper. Era una parola, allora, molto usata per definire uno stato in cui spesso precipitavamo davanti alle difficoltà, ma non era definitivo, era un momento e poi la partita ricominciava. Anche nella vita, cosa non da poco.

Il dottore si è laureato, un po’ tardi, uno sfigato direbbero adesso, ha fatto il cardiochirurgo, il primario. Mi piace immaginare nella sua casa, un vecchio flipper in soggiorno e che le sue mani abbiano ancora lo stesso amore.

giulivismo

Mi piace l’allegria naturale che sfiocca verso l’alto, spinta dal vento dell’assurdo, e si spegne in un sorriso. Se riprende è per abbrivio e magari riscoppia in una risata, ma non è condizione forzata ed è cortese con la propria intelligenza e sensibilità.

Mi piace l’ottimismo, che rovescia il reale banale, lo prende in mano e lo guarda sotto, sopra, di lato, si meraviglia del nuovo che non era notato, e lo rispetta, ma non teme di porre da canto la polvere e lo scontato. Mi piace perché è una conquista attiva, perché strattona la vita per tenerla sveglia.

Mi piace il sorriso che assomiglia al lampo, che riporta al bianco inatteso, agli occhi senza velo. Mi piace perché quando scompare lascia nell’aria una sensazione priva di sguaiatezza, una vibrazione che accarezza.

Non mi piace il giulivismo che deborda in molte parti del quotidiano, la fiducia acritica sulle progressive sorti senza impegno. Non mi piace vedere l’impressione del sé senza autoironia, sentire la coda cattolica che serpeggia ovunque, dalla politica ai comportamente individuali, perché il pensare positivo cambia il mondo, perché la tracotante fiducia di sé allontana il dubbio e la paura. Che stupidaggine, essere giulivi non è l’esercizio della speranza, è un esorcismo superficiale che banalizza quanto accade davvero, per rifugiare in una considerazione del mondo come propria estensione. A te è stata data la terra, adoperala. 

E neppure il giulivismo catastrofico mi piace, il vivo alla grande perché non dura, altra coda del cattolicesimo d’antan, la reazione al pulvis est, con la reiterata sopravvalutazione del presente come costruzione positiva nel negativo delle storie.

Solo la digestione lunga del sauro supera il giulivismo, ma almeno quest’ultimo dorme finché si pasce di sé. 

viandante

Mi stendo. I piedi sono su un tappetino persiano steso di traverso sul sommier.

Potrei addormentarmi, tanta è la stanchezza. Forse sarebbe meglio.

Silenzio. Sento la sua presenza seduta dietro la mia testa. Quasi lo vedo che si accarezza la barba corta e bianca. Potrebbe dormire anche lui. Chissà, forse a volte lo fa, oppure si rifugia in quello stato di coscienza che non è sonno, ma neppure è realtà, è solo presenza vigile e mente altrove.

La realtà. Questo dovrebbe essere il regno della realtà. Od almeno della sua approssimazione. Chi viene per aiutarsi, è perché vuole capire com’è e com’essere nella realtà degli altri. E poi scrivere una storia nuova. Qui c’è il nuovo da scrivere nel proprio presente e futuro. Mi torna in mente Rashomon, e il Mackbet, quando la foresta camminerà ci sarà la resa dei conti. Gli alberi camminano sulle loro radici? Questa è la vera fatica dello scrivere una storia nuova di sé, far camminare le radici. C’è un gran parlare di deimon, di sequela di sé, di fato e mi sembra, nella difficoltà, tutto più facile che far camminare le radici.

Silenzio. Chiudo gli occhi, non so mai dove mettere le mani, le tengo unite a scaldare il chakra manipura dell’addome. E’ un buon posto, significativo.

Silenzio.

Lo so che devo iniziare. Lui non parlerà. Parla sempre con parsimonia e dice le cose sensate e sorprendenti che sospendono il giudizio sulla fine di questo rapporto iniziato da poco. Mi fa tornare e gli do un’altra possibilità. Credo che lo sappiamo entrambi che può finire in ogni momento. Potrei alzarmi e salutarlo, iniziare a scrivere la nuova storia senza questo angolo di riflessione. Non ho vincoli particolari che non dipendano da me, lo sento ed è il bello della diretta conquistata: non faccio per accontentare qualcuno e mi sembra così strano aver iniziato un percorso freudiano, da non averne dipendenza. 

Parlo. Comincio a raccontare delle ultime notti con poco sonno, della stanchezza delle situazioni in cui vivo da troppo tempo. E poi gli servo la ciliegina, i sogni. Ultimamente sogno molto e ricordo i sogni. Parto da un sogno erotico, accenno, poi passo al punto, per me nodale. Non fornisco interpretazioni, lascio a lui la palla. Inizia il suo ragionare, è un po’ scontato, troppi i riferimenti impliciti al suo mestiere, comunque è interessante.

Ascolto, penso, è un confronto tra noi. La realtà dal sogno che si rinnova e scambia. In fondo la sua abilità è nel farmi collegare cose che conosco e che non sono nella sua testa, ma nella mia.

Siamo entrambi svegli. E non è poco.

un gigante nel vicolo

Nello scuotere improvviso, c’è un singulto di stupore e di paura, poi la comprensione subitanea: terremoto. Dei pensieri successivi, parlerò, ma l’immagine che si forma in testa, e che si ripeterà nella scossa successiva, è quella di un gigante, ben piantato nel vicolo, che con le sue mani enormi ha abbrancato le pareti, e comincia a scuotere la casa. Chissà perché lo fa, c’è stupore, forse vuole misurare la sua forza, forse, oppure vuol far cadere qualcosa per sé, o ancora è per allegria sua. E’ l’una di notte, nel vicolo c’è il solito silenzio notturno e quel frullo che si sente ed accompagna la scossa, è un ansito soffiato del gigante, è il suo alito sulla nostra paura. Nostra? Mia, che sono in piedi a quest’ora e sento il pavimento scorrere, libri cadere e guardo inutilmente il soffitto alla ricerca di lampadari oscillanti che non ci sono. Ho messo faretti dappertutto, e adesso mi mancano i lampadari, come servissero i segnalatori di terremoti, guardo la pendola: si è fermata e l’altra,  ferma, si è messa in moto, ma intanto il gigante si è stancato.

Ci sono troppi libri in questa casa, è il pensiero principale adesso, pensiero aiutato dai tonfi delle cadute dei volumi sul legno. Questo pensiero mi assorbe, distoglie dalla sensazione di vuoto che sentivo sino a poco fa. Intorno non accade nulla, c’è un senso di sospensione calma, e l’inquietudine si rintana, è quella che attende la scossa successiva, quella che non arriva. Sono determinato a stare in casa. Ragiono sui 4 piani di scale da correre, troppi se c’è un disastro, e sull’età della casa: è vecchia quel tanto da aver visto e sentito altri terremoti. Queste sono case tirate su con quello che c’era, in anni di ricostruzioni dove c’erano i bravi e le canaglie, posso solo sperare che chi ha costruito non abbia unicamente recuperato materiali più antichi, ma sapesse cosa faceva. Concludo che non è l’ora, né per lei, né per i miei amici dei piani inferiori: possono continuare a dormire, loro. Non si muove nessuno. Guardo le finestre attorno, è tutto bujo, a parte il solito nottambulo cinefilo che si è affacciato. Solo io e lui siamo svegli, questo mi fa sentire più sicuro sull’entità del terremoto, ma sono anche, inequivocabilmente, solo nella notte. Guardo su internet e già ci sono le prime notizie: l’epicentro è vicino a Verona, la scossa è stata forte, ma senza danni.

Ho troppi libri, e giornali e carta, è la mia bulimia che ha accumulato e che non so come affrontare senza un dolore di perdita. Il terremoto, anzi il gigante, ha rimesso in evidenza questo problema di oggetti e spazi a disposizione. E qui comincia una riflessione sul mio modo di vivere, non riesco a fermarla neppure a letto, è un sonno difficile, con l’ inconscia attesa della prossima scossa. Non so che arriverà il giorno dopo alle 16, sono vigile, potrebbe esserci subito e più forte. Eppure tra “troppi” libri, terremoto incipiente e casa vecchiotta, il sonno arriva, segno che alla fine prevale la fiducia. Tanto che posso fare?

Del senso ironico del tempo della terra che si scuote, capisco il giorno successivo: è il nostro fragile umano tempo cronologico in discussione, la terra si muove di continuo. Le nostre serie storiche, limitate dalle nostre attese di vita, sono cronologie ridicole per il mondo. Sono ben attento a non scivolare nel relativo: ciò che vediamo e sentiamo è il nostro reale, siamo noi che scriviamo le storie che la terra scrive altrimenti. La sensazione della nostra pochezza annichilirebbe le sconsiderate volontà del costruire sul poco e sul breve e proiettare all’infinito, toglierebbe voglia di futuro all’uomo. Non è un gran valore, ci occupa di grandi personali considerazioni il tempo, ma è la nostra incauta misura, com’ è misura il ricordo, le serie storiche dei terremoti in val padana, rari per gli uomini, molto frequenti per la terra. Del resto non conosco forse, fin da bambino quell’abside interrotto di santa Sofia, rimasto incompiuto, dopo che un sisma aveva raso al suolo i resti dell’impero romano nella città. 800 anni sono un batter di ciglia per la terra, uno sbadiglio nei suoi milioni di anni fatti di brividi che noi annotiamo diligenti nelle nostre storie. Come fossimo osservatori di un’altro pianeta, attenti a questa palla color blù e fango, ma anche distaccati conservatori d’altre memorie.

E i miei affetti, i miei libri, le mie cose, mi riportano a me, al contingente che dilata nel tempo, non voglio vivere solo nell’attimo per fuggire il senso di morte che questo porta con sé, voglio il giorno come un mantice di fisarmonica che si dilata e suona, perché questa è la mia musica, la mia vita, di cui fa parte anche il terremoto e il rispetto per il gigante che mi lascia vivere, ma mi ricorda che qualche conto, non con lui, ma con me devo rinegoziarlo.

E magari saldarlo.

‘a frito’a

A fine gennaio, veniva preannunciato con piccoli conciliaboli di donne: se fa doman dopo pranso, bisogna ‘ndare comprare pinoi, uveta, sedrini ( si fa domani dopo pranzo, è necessario comprare…). E mia mamma o mia nonna compravano pinoli, uva passa, cedrini e lievito di birra.  E noi capivamo che si preparava la gioia vera del carnevale. Era l’altro versante delle mascherine di cartone portate sul viso, dei coriandoli sul cappotto, delle stelle filanti multicolori, di tutto quel fingere dei bambini votato all’esterno, alle corse, al fatto di non vedersi davvero, ed invece essere ciò che ci pareva, quell’essere altro che cessava sulla porta e mutava in casa, perché il carnevale continuava con i grandi e i piccoli assieme a tavola davanti alle frittole, o meglio in dialetto: ‘e frito’e.

La ricetta di casa era quella veneziana modificata, conservando quel tripudio di uva passa, cedrini e pinoli che venivano incorporati nell’impasto di farina, zucchero, lievito, un rosso d’uovo e un bicchierino di grappa (e qui interminabili discussioni se aggiungere o meno il latte), lievitati e lasciati riposare la notte nella terrina coperta vicino alla stufa.  In campagna, e anche a Venezia, ‘e frito’e si friggevano nello strutto fresco del maiale macellato a dicembre, spesso mescolato con dell’olio di semi. In città, da noi, solo nell’olio. Era una magia vedere che da un cucchiaio di pastella prendeva forma una palla che si gonfiava, prima bionda e poi bruna, rigirata e tolta prima che scurisse troppo e messa su carta paglia ad asciugare. Spolveravo di zucchero grosso, e mangiavo ancora bollente. La nonna mi allontanava con una frittella per mano, le frittelle dovevano aspettare i grandi. Solo a volte si mangiavano calde, ‘a fritola xe bona calda, e giù che i grandi ridevano, noi non capivamo visto che eravamo gli unici a mangiarle appena cotte e ci chiedevamo perché non le facessero al pomeriggio per gustarle calde. Allora spiegavano che non si poteva, sia per la quantità e le attese, perché era bello offrirle e c’era il problema dell’odore di fritto da non regalare agli ospiti A noi invece lo regalavano l’odore ed eravamo felici portatori de spussa de fritoin,  che ci avrebbe seguito su abiti e cappotti per un paio di giorni. Mica mi dispiaceva, pur zitto, l’odore avrebbe testimoniato al mondo che avevamo mangiato fritole e galani.

I galani, erano un complemento, rispetto alla regina frito’a, (la frittola era il dolce veneziano per eccellenza, diffuso dall’Istria a Milano, aveva seguito la Repubblica e la confraternita dei fritoini, che diventavano tali e potevano smerciare il fritto solo per diritto dinastico, ma questo l’avrei saputo molto dopo ) più rapidi d’impasto, tirati sottili come sfoglia da tagliatella, tagliati a rombi e fritti in poco tempo, subito tolti e messi a cedere anch’essi olio alla carta e spolverati di zucchero.

Due scuole di pensiero si dividevano nel pomeriggio arroventato dalla stufa ben carica e come per le permutazioni, si frangevano in molte varianti che consideravano con convinzione od orrore le alternative. I veneziani non mettevano latte e uova nelle frittelle, vino bianco al posto della grappa, ma noi eravamo di terra, non d’acqua, da noi esistevano, sia pure in campagna  galline e mucche e vigne, per cui, sia pure i quantità modiche, venivano aggiunti tutti questi ingrdienti, quasi a dispetto dei veneziani che avevano tolto la libertà ai padovani 500 anni prima.

Anche i galani (qui la grafia dialettale è inesatta, la tastiera non soccorre perché servirebbe la l tagliata essendo aspirata, e poi ci sono posti dove si aspira di più e altri meno, per cui grande è la confusione sotto il cielo piccolo del Veneto,  ma un veneto non dice galani, ma ga’ani e così fa scoprire da dove proviene), finché si gustavano, suscitavano discussioni non da poco, e c’era chi apparteneva alla scuola della bolla piccola e fitta su pasta sottile e invece altri di parere opposto che sostenevano la bolla grande e friabilissima su pasta leggermente più grossa, infine altri ancora invertivano lo spessore della pasta con le bolle di preferenza. Si diceva, se ciacolava per asserzioni, più che per opinioni.

Su queste discussioni e molto d’altro si perdevano i grandi, io asciugavo l’olio delle dita, sui quaderni e sui libri di scuola e nell’unto da ceffoni perdevo me stesso.

p.s. allego la ricetta di casa:

250 g di farina 00

15 g di lievito di birra

50 g di uva passa ammollata nel latte

50 g di pinoli

una manciata di cedrini (questa cosa della manciata mi piace, facciamo 50 g per capirci)

poco zucchero, 50 g sono sufficienti

un rosso d’uovo

scorza di limone grattuggiata

un bicchierino di grappa

Si scioglie il lievito in acqua tiepida assieme allo zucchero mescolato con il tuorlo d’uovo, si aggiunge la grappa e la farina con poca acqua. Si mescola a lungo finché le bollicine in superficie ci dicono che sta lievitando. Si lascia riposare coperto in un luogo caldo. (a casa mettevano la terrina vicino alla stufa tutta la notte)

Quando è lievitato bene, circa il doppio del volume, si incorpora l’uvetta, i cedrini il limone grattuggiato, i pinoli e il poco latte dell’ammollo, si impasta tenendo la pastella abbastanza fluida. Si frigge in olio bollente lasciando colare a cucchiaiate, si gira e quando è marrone non troppo scuro si toglie e si scola su carta assorbente. L’abilità è il cuocere dentro e fuori senza bruciare.

A casa si spolverava con zucchero grosso, adesso si preferisce lo zucchero a velo, a me piace quello grosso.

sfigato

Sfigato è chi accetta questo mondo e non pensa possa cambiare. Sfigato a se stesso e non ad altri, prigioniero di una decadenza che lo precederà, dell’insoddisfazione nascosta sotto strati di conformismo, tronfio e cieco.

Sfigato è colui che non vede e non si vede, che non si cura di chi ha vicino, che si pensa realizzato perché ha un biglietto da visita e un curriculum.

Sfigato è colui che si convince che i fatti gli diano ragione anche quando sa che non ce l’ha.

Sfigato è chi irride gli sforzi altrui, chi non si sforza di capire che esistono altri modi di vivere e di essere.

Sfigato è chi invidia la felicità, chi si bea della propria, chi capisce solo chi gli da ragione.

Sfigato è chi perde un amico piuttosto che un’occasione, chi non sa stare zitto se non ha nulla da dire, chi parla pensando che il suo sia il parametro del mondo.

Sfigato è chi non ha dubbi, chi possiede e non serve il potere, chi pensa di avere più diritti perché se li è meritati.

Sfigato è chi pensa di sapere, di avere, di essere, perché è finito il tempo della curiosità e adesso c’è solo quello della concretezza.

Sfigato è chi non più i sogni, chi non ha un tempo da condividere con chi gli vuole bene, chi pensa di non avere qualcosa da donare.

Sfigato è chi non capisce la solitudine degli altri, e pensa che è solo questione di volontà per stare bene.

Sfigato è chi si crede invulnerabile, al di sopra d’ogni giudizio, padrone del presente e del futuro.

Sfigato è chi insegna e non apprende, chi non capisce quando è ora di star zitto.

Sfigato è chi non capisce quando è ora di mettersi da parte, e si crede indispensabile.

p.s. aggiungete pure che c’è posto

il rating delle capre

In questi giorni passati in Senegal, mi chiedevo come le agenzie di rating giudicherebbero la banca delle capre: tripla A, A+, oppure perenne rischio di default? Credo opterebbero per l’ultima opzione, abituati come sono sono a pensare che la crescita sia indipendente dagli uomini. In questo caso, donne, perché loro sono le correntiste della banca. Loro devono trovare i 4000 CFA, i circa sei euro che saranno il loro investimento sulla capra. E possono essere tanti o pochi per chi ha poco o nulla. Loro, i bambini, porteranno le capre al pascolo, ricaveranno il poco latte, i bambini lo berranno. Servono tre o quattro capre per un litro di latte, c’è poco da mangiare anche per le capre. Il meccanismo che riconsegna alla banca alternativamente ad ogni nascita, le capre prelevate (una capra comporta riconsegnare una capra riconsegnata ogni due parti), allarga il credito ad altre donne, che stanno creando una microeconomia basata sull’orto e le capre. Oltre al baratto, in questi luoghi c’è il piccolo commercio che assicura l’accesso alle piccole cose che servono in famiglie con molti bambini. Una penna, un quaderno, i bambini sono affascinati e cercano le biro, ma soprattutto prosegue una crescita verso la scolarizzazione. Un’altra ong si occupa di sostenere e diffondere la necessità di studiare, di esserci nel mondo e a scuola si mescolano bambini e bambine. Siamo in un paese musulmano, non è così scontato, ma qui non ci sono veli, le donne vestono magnificamente senza obblighi, e sono orgogliose della loro bellezza. Le capre non crescono mai troppo, vengono vendute per carne oppure consumate nei periodi di carestia. Questo risponde anche ad un equilibrio dell’ecosistema che non tollererebbe troppi animali onnivori, che mangiano germogli, foglie, tutto quel che trovano, cartone compreso, quindi come nelle nostre campagne gli animali, sono amati, nutriti e poi consumati. Attualmente il flottante della banca dovrebbe, scrivo dovrebbe perché in quelle parti, mai nulla è davvero certo, dovrebbe essere superiore alle 4000 capre, suddivise su 12 villaggi, che dovrebbero aver generato almeno il doppio di animali viventi, quindi in totale circa 12.000 capre. Il che significa un 2500-3000, donne coinvolte. Non oso calcolare il numero di bambini, visto che sono 4-5 per famiglia. In questo viaggio i nostri aiuti specifici, per le sole capre permetteranno di acquistare subito una sessantina di capre a 20-22 euro l’una, poi con i due progetti che stanno andando avanti, altre ne verranno. L’obbiettivo è di incrementare di 150 capre all’anno il flottante. Il progetto delle capre è il più appariscente, ma altri sono ben più pesanti. Le sementi ad esempio, con questa occasione di visita sono stati forniti i mezzi per acquistare subito 60 quintali di sementi, con la promessa di ricavare ulteriore finanziamento da alcune iniziative che già a febbraio verranno fatte in Italia, m’illumino di meno, ad esempio, per acquistarne almeno altrettante prima della semina di marzo. Poi ci sono progetti sui pozzi, i mulini, ecc. ecc. Sono piccole cose, ma per 23 villaggi stanno giocando un ruolo di affiancamento nella crescita e nell’autosufficienza che deve vedere protagonisti gli abitanti.

Ci sono state diverse riunioni nei villaggi, tutte piene di festa per noi, da parte di persone che a volte neppure sanno bene dov’è l’Italia, in tutte si è parlato dei progetti di cooperazione e in ognuna ci è stato offerto il cibo. Offrire cibo, indipendentemente dalla capacità economica di chi lo offre, fa parte del principio immutabile della sacralità dell’ospite. I villaggi in cui eravamo, sono nel sud della provincia di Kolda, una parte povera del Senegal, confinante con la Guinea Bissau, paese ancora più povero, e sono luoghi in cui la carenza di cibo si manifesta con periodicità quasi annuale. Dipende dal tempo, dalla stagione delle piogge, dall’impossibilità di conservare derrate alimentare senza l’attacco di topi e uccelli e gli altri animali che considerano il territorio altrettanto loro quanto gli uomini. Nella savana il terreno coltivabile viene gestito nell’equilibrio che non può superare un certo limite per fornire legna per il fuoco, assicurare rifugio ed alimento ai predatori, frenare la desertificazione in continuo avanzamento. Non tutto si può coltivare e infatti l’ong 7A con cui collaboriamo, si oppone alla piantagione intensiva di Jatropha per fare bio diesel da esportare, ed invece propone di usare la stessa pianta per radicare il terreno e fare olio da usare sul posto per sapone, autoconsumo come combustibile per preservare legna o altro. Il problema è molto presente, perché il governo tende a dare concessioni trentennali ad aziende, alcune italiane, che pensano di mettere a coltivazione di Jatropha, migliaia di ettari, ripetendo quello che già i francesi hanno fatto, ovvero produrre arachidi destinate all’esportazione, mentre la gente muore di fame.

Capire questo equilibrio di un eco sistema precarissimo, dove non esiste autosufficienza alimentare per gli abitanti di un paese con la stessa dimensione dell’Italia, che è senza montagne ed ha 13 milioni di abitanti, con acqua e terreni fertili, ma anche tantissima savana e deserto che sta crescendo, significa entrare in una delle tante contraddizioni che in Africa sono normalità, perché l’intera Africa, è in realtà il magazzino del primo mondo e come tale non produce per sé, non si arricchisce e finisce nell’indigenza. Superare l’idea dell’intervento sulla fame ed andare verso l’autosufficienza, significa pensare che si possa agire localmente. Con pazienza, cercando di mutare lentamente costumi e rassegnazione verso la coscienza del valore del proprio territorio. Bisogna anche dire che i terreni non sono spesso di proprietà, ma appartengono allo stato e quindi le comunità che li usano  possono essere in qualsiasi momento private di questa possibilità. In Africa ci sono altri parametri, tenderei a dire che è tutto precario, ma è precario per me occidentale, non per chi ci abita e conosce le regole e le tradizioni del vivere. La banca delle capre e quella dei semi sono rispettose delle regole locali, in pratica si inseriscono in un sistema che migliora le sue prestazioni e cambia senza strappi. Come tutte le banche può fallire, quella delle galline è fallita, ad esempio, anche se riproveremo a metterla in piedi, ma ha una azione fondamentale sulla coscienza delle persone che la usano: le rendono protagoniste, responsabili. E’ un passaggio che si inserisce in un mondo che sta mutando con velocità contraddittorie, quasi incomprensibili, nel senso che convive il telefonino con l’infibulazione e il problema non è ritardare l’uso del telefonino, ma eliminare dalle tradizioni, l’infibulazione. Questo passa attraverso la coscienza delle donne del proprio valore. Una cosa piccola come le capre aiuta l’indipendenza economica delle donne, ed è un progetto che cresce, tanto che in una delle riunioni era presente la rappresentante di associazioni di donne di 21 villaggi di confine, oltre 1200 donne, venuta per capire e partecipare alla banca delle capre. E’ bello, fondamentale che questo lavoro si diffonda, che non finisca. Noi possiamo fare poco e molto assieme. Poco perché i nostri contributi sono limitati, anche se crescenti. Molto perché queste persone sanno che ci siamo, che condividiamo con loro lo sforzo di vivere cambiando, che da qualche parte in Italia, progetti comuni crescono.  Sapere che qualcuno mangerà grazie a se stesso, che crescerà bambini con una mortalità infantile minore, che seguirà quel cartello che è presente in ogni villaggio e che vedete nella foto, dà la soddisfazione di fare qualcosa che serve, quindi siamo noi che ringraziamo loro. Questo in qualche modo glielo stiamo dicendo.

p.s. mi è stato chiesto come acquistare una capra. E’ possibile farlo attraverso un versamento di 20 euro sul conto corrente intestato a Gruppo donne ponte san Nicolò, con la causale : credito rotativo delle capre.

L’ Iban è il seguente: IT12 T062 2562 7701 0000000 4258.  Il grazie è anticipato 🙂

Per maggiori notizie sull’ ong, sull’area di intervento e i suoi problemi, consiglio di leggere il sito: http://www.ong7a.org/italiano/2b-kolda.html

 

bevo caffè, alcoolici e fumo il toscano

Tra le tante cose che non sopporto piu ci sono i concerti di capodanno, (plurali perché adesso, oltre a Vienna, li deve fare ogni teatro, teatrino, piazza di paese, fa fino e intelligente, pare). Ma non sopporto neppure la musica classica che comincia a parlare di natale a novembre, la passione secondo Matteo, a pasqua, le major che propongono l’ultimo cd di Lang Lang o Yo-Yo Ma. Non mi piacciono i concerti imbalsamati, con la musica piaciona perché la prima fila o il palco reale, sonnecchiando, possa riconoscerla nella canzonetta che cantava tanti anni fa, insomma non sopporto l’uso distorto della musica per persone che se ne fregano tutto l’anno di lei. Uso il pronome perché, per me, la musica è una persona collettiva, esattamente come la poesia, e va rispettata, considerata, ascoltata. Tutto l’anno, come si vuole e senza occasione, la musica è come la speranza e la razionalità, si esercita ed ascolta ogni giorno. I luoghi comuni anche nella musica, sono perniciosì, illudono gli stupidi e seminano altri luoghi comuni, infine assolvono dal disinteresse e dalla mancanza di intelligenza, e così occultano e devastano.  Per la diretta televisiva, un bel concerto hard rock sarebbe una buona apertura al nuovo, anzi meglio, se spostassimo il concerto del 1° maggio a capo d’anno, qualche milione di persone, tra diretta e presenza in piazza sarebbe felice, parlerebbe di futuro e magari s’incazzerebbe perché è un capo d’anno di qualcosa che, per ora, non promette nulla di buono per lavoro, eguaglianza, possibilità di crescita. Invece si insiste su questa zuppa intelligente, con una coreografia così tradizionale che neppure Zeffirelli saprebbe rendere il tutto, più mieloso e autoconsolatorio, con voci suadenti, che commentano a bassa voce, sempre con le stesse parole: i fiori della riviera, il corpo di ballo, i posti esauriti già l’anno prima. E non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è nulla di nuovo da dire e nella sala del Musikverein si vorrebbe far rivivere un’atmosfera morta un secolo fa, ben consci, gli organizzatori, che molto più del nuovo, il ricordo e il malamente sconcluso sono in grado di spillare denaro. Funziona, ma funziona lì e sarebbe giusto lasciarla in quel posto, con tutti i luoghi comuni che si trascina dietro, con i grandi direttori, con il finto scandalo dell’introdurre nuovi brani rispetto al programma canonico, con la sua storia dal 1939 in poi,  con la Radetzkj marsch alla conclusione e tutti che da allora battono le mani a tempo (chissà se si allenano a casa), con la scelta di Strauss jr. che trascinava al ballo, e ridendo portava sfiga mentre la società scivolava verso la guerra e la sua fine. Insomma è una rappresentazione, un’icona che poco ha a che fare con la musica, il futuro e il nuovo che dovrebbe annunciarsi. Peggio, molto peggio, le copie, gli scimmiottamenti che avranno positività locali, forse, ma sarebbe meglio un concerto di zampognari, una banda in piazza, una sciamanica cacciata degli spiriti cattivi piuttosto di far finta che improvvisamente la musica sia importante davvero.

Dopo questa tirata sul concerto di capo d’anno è meglio dirlo : sono una persona a mio modo strana, non medito su quanto fatto una volta all’anno, non ho buoni propositi   conseguenti, continuo a bere caffè, alcoolici e fumare il mezzo toscano, senza eccedere il piacere nella dipendenza. Più o meno come un tempo, e se non sopporto più la fine d’anno e il suo banale inizio, dopo le epoche dei vestiti da sera, dei fifì, dei mantelli, delle bizzarrie che prescindevano dalle ricorrenze, è perché non conta davvero più. E’ solo una data burocratica, che altrove ha forti significati di bilancio aziendale da aggiustare, ma obbligo da rifiutare, assieme al vincolo collettivo di far festa. Dopo il natale, festa dello spirito per i cattolici, serviva un contraltare laico, qualcosa che incitasse alla trasgressione ludica perché non se ne poteva più e l’anno fosse davvero nuovo, come le missae jouculatores del medio evo, i carnevali a parti invertite, ma non è cambiato nulla della pressione di ciò che non va, si è solo dislocata altrove nella società, con gli stessi invariati meccanismi di subordinazione agli interessi di potere. Se la trasgressione è conformismo, che c’è da festeggiare se non c’è cambiamento, se non inizia nulla d’interiore? Questo sarebbe il vero mutare di tempo, quello che supera la confusione del leopardiano venditore di almanacchi.

L’ ottimismo non mi manca, ir- ragionevolmente cambierà, anche il nero impero della ragione dei vincoli cambierà in una nuova ragione delle possibilità.  Se l’anno si sta chiudendo, è solo un fatto burocratico, ma quello nuovo dipende da noi, dalle nostre fortune e dai limiti che abbiamo e che ci poniamo. Tutto assieme. Se posso farvi un augurio, oltre la salute, le soddisfazioni, la serenità nostra e di chi amiamo, è quello di avere passioni. Passioni di quelle importanti, illimitate, bulimiche di crescita. Passioni che facciano vedere il positivo nelle nostre storie. Passioni che prescindano dal piacere fugace, passioni forti e chete, passioni che restano.

E’ quello che auguro a me.

A 4

Col tempo si cambia anche negli oggetti dello scrivere. Adesso il mio formato di pagina è l’A 4. oppure l’ottavo di folio, il pennino preferisce il tratto medio, l’inchiostro grigio azzurro o l’avana. Sciocchezze, si dirà, eppure non tanto, dipende dalla testa credo, dalla disposizione, luogo, destinazione e dimensione delle parole, dei pensieri da scrivere. I formati più grandi esigono fantasia, libertà della mano, lo scorrere senza tema e fretta, ma soprattutto assenza di paura del bianco e del vincolo del contenuto. Nell’A 1 e ancor più nell’A 0, in assenza di un progetto, le parole si aggiungono in un collage di tratti, pensieri, colori, ma serve un tavolo, un posto fisso dove la carta, come fosse un muro, possa restare a lungo ed attendere interventi successivi. Per l’uso “portatile”, per lo scrivere, disegnare, intersecare appunti, ordinare i pensieri, va bene lo spazio medio del 210×297 .

Anche questo spazio, apparentemente conchiuso, consente notevoli libertà. Si può scrivere una semplice riga a metà pagina, contornandola di bianco, si può segmentare di testi ed intersecare di colori e caratteri, si può immaginarlo come una libertà che dalla testa continua sulla materia, quindi senza grandi vincoli.

Nello scrivere preferisco non avere un angolo canonico d’inizio, spesso inizio in alto a destra ad un terzo di pagina, ma non necessariamente. Ci sono dei rimandi, tratti diritti che traspongono verso frasi in altre parti del foglio, se si leggesse con attenzione si vedrebbe il percorso del pensiero che scarta, si muove a salti, poi si riordina. Non bado molto alla scrittura, ha sue abitudini, a volte la guardo dopo e l’osservo come muta con il tempo e l’umore. Mi piace il tratto più ampio, il carattere non piccolo, ma neppure grande, la mano che scorre libera come dipingesse. Ubbie che costano poco, manie. 

Scrivere sul foglio bianco è bello, com’è bello sentire la docilità del pennino, in queste settimane sto usando una Omas, pennino medio, caricata con inchiostro grigio blù.  Le aste delle lettere sono verticali, il foglio è leggermente sghembo, le righe di parole, diritte. Ci tengo alla scrittura orizzontale, penso rifletta come sono verso l’esterno, il nodo interiore dipanato e steso, le asole e le aste senza fronzoli. Non è una scrittura puntuta, è morbida, un po’ gonfia di parole che si aggiungono, ma che si possono scarnificare fino al limite del senso comunicativo. Togliere parole e aggettivi esige eguale impegno del gonfiare le frasi, in realtà il pensiero è lo stesso, solo che a volte serve una caraffa di succo per dissetarsi e a volte basta il profumo di un estratto. Credo ci sia un adattamento progressivo biunivoco, ovvero le parole, le frasi indossano il pensiero e questo a sua volta si conforma, cosicché quello che alla fine ne esce è nuovo, e se si evita la forma come prigionia, la sostanza ne viene arricchita.

Forse.

p.s. dai miei lontani trascorsi chimici, emergono ricordi: la tintura mi piaceva poco. Era aggressiva, con una personalità serva e forte, esigeva un uso, tingeva la pelle e le superfici, intaccava. Quelle poche volte che ho fatto degli inchiostri, la evitavo perché troppo violenta. E neppure le essenze usavo, pur sapendole generose, restavo sul confine tra vegetale e minerale, e i risultati erano incerti, però unici. Ubbie, appunto.

la rotta

E’ uno dei primi ricordi di cui mi resta memoria, segno che scavò un suo posto senza bisogno di ragionare. C’era un muro di sacchi di sabbia  tutt’attorno la cappella degli Scrovegni. Appena dietro, un lago d’acqua enorme, mai più veduto, che invadeva il teatro dei miei giochi di bambinetto. Con mia nonna, aggirammo il parco, passando sul ponte del corso, guardando attoniti, l’acqua invadeva l’intera luce delle arcate, fin davanti al teatro, sulla riva opposta. Di lì si vedeva l’acqua tracimata, il fiume interno che si era creato invadendo prima la “maresana” e poi le mura. Quelle mura avevano retto alla lega di Cambray ed ora erano impotenti, ma io mica lo sapevo, mi pareva così meraviglioso e naturale che ci fosse tutta quell’acqua grigio/marrone con chiazze arcobaleno, che correva ed allungava le dita, invadendo erba e pietra. Sciacquava piano, senz’onde quasi, e correva dove di solito io correvo, riunendosi più a valle, in posti in cui la nonna non mi lasciava mai andare. Era libera quell’acqua, più di me. Di tutto questo mi è rimasta l’immagine fotografica, il senso di stupore e le parole concitate dei grandi. La sera, a casa, la radio parlava del Po, della preoccupazione che era quasi una invocazione, una preghiera: basta, prima la guerra, poi la miseria di questi anni difficili e ancora disgrazie, basta. Non c’erano punti esclamativi, rassegnazione piuttosto. Quella notte il Po, ruppe, tracimò, invase, uccise, spostò popolazioni già provate in un esodo che per molti non ha avuto ritorno. Si riempirono le campagne e le città, di povera gente, donne, bambini, uomini, per lo più braccianti. Sfollati, loro che avevano accolto durante la guerra, chi fuggiva dalle città, erano adesso, erano ospiti d’altri. Si aprì una catena di solidarietà che coinvolse l’intero paese, anche noi demmo qualcosa, tra poveri ci si capiva allora. Per molto tempo la ferità divenne l’incubo annuale delle piene d’autunno. Poi, come accade per i disastri e le guerre, la memoria degli altri rimosse, coinvolta da nuove sollecitazioni e disgrazie, come se ciascuna disgrazia non fosse un problema a sé. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’ Aquila, che anche senza terremoti scompaiono dall’attenzione comune. A sessant’anni da quella che fu la più grande alluvione del Paese non c’è sicurezza che non possa riaccadere, ma forse non è neppure questo il problema maggiore. La tragedia ulteriore è la rimozione dell’accaduto, del dolore e del rivolgimento sociale che ne conseguette. Molti polesani andarono in Fiat, in Falk, nelle grandi fabbriche del nord, molti diventarono altro da sé, spinti da una forza che non aveva mediazione umana e quello che mi chiedo, anche in questi giorni in cui i giornali non hanno ricordato, e solo radio tre, si è cimentata con l’analisi e la memoria, quanto pesi non avere una memoria collettiva che tenga il disastro e la solidarietà, i singoli e la collettività nel nostro essere uomini. Tutti i giorni uomini, non solo quando qualcosa ci tira per i capelli.

Era il 14 novembre del 1951.