Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure a parlar male di politica.
Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.
Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.
Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?
Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.
Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?
Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.
Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.
Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.
In questi giorni di giuste proteste della mia vecchia frattura alla colonna, penso di essere fortunato di vivere qui ed ora. In fondo ho solo dolore e neppure sempre. Certo a tratti è lancinante, ma è per poco e perché faccio qualcosa che non dovrei. Vivere con questa compagnia esigente significa smussare le punte del dolore e non obbligarsi a fare cose incompatibili con l’acuzia del momento. Non è per farmi consolare che ne scrivo, piuttosto per il pensiero che se fossi nato un secolo fa ed avessi fatto il minatore o l’operaio, sarei stato licenziato, senza tutela, destinato alla miseria, alla fame. O peggio, nato qualche anno dopo, essendo dissidente, sarei finito in qualche campo di concentramento per motivi politici, e in quanto non utile, semplicemente eliminato. C’è una civiltà nel dolore, nella tutela dello star male che è sintomo di un tempo, di un’alta concezione dell’uomo. Se non possiamo tenerci in sintonia, se non per brevi tempi, con il dolore altrui, possiamo sapere che esiste il dolore, smussarne le punte, considerando la natura etica della sua esistenza nelle scelte personali e civili.
Lasciar soffrire, perché anche il dolore ha una sua libertà, ed al tempo stesso operare per diminuire la sofferenza, è espressione di quel prendersi cura civile che contraddistingue una società partecipe. Se ci si pensa, quando non viene rispettato e lenito il dolore, a qualsiasi livello, è l’uomo a non essere rispettato. Vale per i deboli, ma in fondo, anche per chi sta bene e si pensa forte, perché il dolore come le radici, pesca e si dirama dappertutto.
Se non capisco chi sta soffrendo, far soffrire non mi costerà poi tanto. Lo sa chi riceve violenza, qualsiasi forma di violenza. Dovremmo pensarci anche in occasione delle tante ricorrenze, domani ce n’è una dedicata al dolore della violenza sulle donne, che scorrono via senza lasciare traccia, come vi fosse un rifiuto del dolore altrui, della sua evidenza che non diviene fatto educativo. Se non veniamo educati all’esistenza del dolore, lo rimuoviamo, come la morte, pensiamo che solo il piacere e l’attimo siano le dimensioni della vita.
Il mio dolore è acuto, ma breve, banale nella sua genesi e poca cosa. Posso curarmi, un massaggio gentile mi farà bene, qualche antiinfiammatorio, e passerà. Anzi come occasione di riflessione mi è pure utile. Ci sono dolori sordi e diffusi, che non hanno analgesici, sono privi di comunicazione, tutela e solidarietà. Dolori che a volte solo la fuga può allontanare, ma quanti generi di fuga contempla la nostra mente?
Sono fortunato perché vivo qui ed ora, perché posso dire, se voglio, condividere. E bisognerebbe pensarci a questa fortuna, quanto si smarriscono le coordinate di dove si è e si guarda distrattamente altrove, dolore altrui compreso.
La giovane psicologa mi conduce nei laboratori dell’interrato della facoltà. Mi spiega che sta facendo il dottorato, ma che vorrebbe fare la terapeuta. La guardo con attenzione come potessi misurarne la capacità d’introspezione. Faccio qualche domanda sulla scuola analitica che l’ attrae, sulle preferenze. Le chiedo se davvero pensa che si possa guarire da se stessi, oppure se questi lunghi percorsi di scavo non siano altro che un tirar fuori continuo di materiale e che fare il minatore sia, alla fine, lo scopo. Consapevolezza, introspezione, analisi, tutto gestito con una mano che accompagna, ma davvero servirà per camminare da soli, per essere felici, oppure s’impara un “mestiere”?
Mi spiega i limiti, i ruoli, s’infervora, poi s’interrompe, non sono un suo paziente, sono qui per fare la cavia, non domande. Già, faccio la cavia: ho visto un foglio appiccicato ad una bacheca in strada e ho telefonato. Come volontario mi sottoporrò ad alcune batterie di test. Devo dire che la cosa mi diverte, di analisti e psicologi di varie scuole ne ho conosciuti in vita mia, e m’ ha sempre impressionato che nel colloquio terapeutico si trasformavano, non erano più uomini, ma contenitori pensanti ed era bello duellare d’intelligenza con loro. Ma non è questo il caso, qui niente confronti umani. Mi viene spiegato il fine dei test, firmo qualche liberatoria, inizio. La cosa è rapida, pensavo peggio, ma l’impressione è che i test non siano congrui all’obbiettivo enunciato. Osservo alla giovane psicologa che i test sono incompleti, che trascurano cose importanti, che dalla pratica clinica chi li ha fatti dovrebbe sapere che …
Non sono fatti miei, finisco e taccio.
La giovane psicologa, ribadisce che vuole fare la terapeuta, che la parte di ricerca è un complemento che le è stato imposto, qui, sottoterra, tra cemento e bocche di lupo che guardano tubi e grate. Osservo che qui dovrebbe nascere il rapporto armonico tra l’uomo che apprende, capisce, studia la testa e le motivazioni delle opere dei suoi simili. Invece questo posto è alienante, castigante, inadatto, pur essendo stato partorito dall’ufficio di progettazione dell’università, ovvero da chi doveva ben sapere cosa serviva per insegnare, imparare e trovare il nuovo. L’impressione che ho, è che ci sia un che di punitivo nello studiare, che qualcuno voglia fargliela pagare agli studenti. Anche i docenti non scherzano, non manca la spocchia, il pregiudizio d’ignoranza ed incapacità, e si respirano in battute tagliente, risate velenose, nella scortesia del superiore. Un sistema malato dove si pratica la vendetta della condizione precaria, spesso insoddisfacente.
Le chiedo se vuol fare carriera universitaria oltre che la terapeuta. Mi guarda giustamente come un deficiente: all’università? impossibile, dovrei attendere una vita, fuori avviene tutto più in fretta. E’ compatibile fuori …
Il pensiero del freddo, prende lento il campo. A pennellate larghe d’azzurro, oggi nel cielo terso con il sole. Stanotte era una luna nitida, dai contorni stagliati tra stelle. Morbida luce bianca di bellezza algida ed indifferente. Poi il giorno ed il sole, caldo e senza promesse: scalda a termine, fino al ciglio della notte.
Lascio definitivamente il pensiero dell’estate, in fondo è stato un regalo cullato nella consapevolezza della ciclicità del tempo. Lo so che il tempo lineare ferisce, mentre quello circolare è solido, lenitivo, con speranze certe e concrete. Ci racconta che si ritroverà la bellezza se la cogliamo ogni giorno in quello che ci viene offerto. Anche in ciò che non si ama. M’affeziono al tempo circolare che fa irrompere la natura in noi, che promette ciò che manterrà, che tornerà il caldo, il nuovo che ha piedi sull’antico solido che si ripete, ma non è mai eguale.
Ora è il tempo dei colori dell’aria, delle pennellate dense che trascolorano nel blù, ma non disdegnano il grigio. Ier sera un rosa giallo colorava nubi grigie, poi le nuvole se ne sono andate ed il nero della notte è sembrato annullare ciò che stava attorno. Sembrava il predominio dell’artificiale, degli stop rossi delle auto, delle luci gialle al sodio per pozze di luce nei marciapiedi, delle lampade inutili in strade deserte, ma è bastato attendere la calma della cena e poi della notte piena perché la luna rifulgesse e rendesse tutto meno importante.
La bellezza ha una sua ragione interiore, non ha bisogno d’essere riconosciuta, si offre e trova in sé la sua spiegazione. Questa è l’indifferenza della bellezza della natura, forse la stessa che nel nostro profondo non vogliamo indagare, paurosi che un suo riconoscimento ci renda soli, autosufficienti, mentre vogliamo il calore dell’essere riconosciuti, amati per quello che vediamo di noi e per quello che intuiamo, ma vediamo solo attraverso gli occhi degli altri. Debolezza? Non credo, probabilmente, direbbero gli analisti, quel legame tagliato alla nascita ci impedisce di vedere, più che di sentire. Com’era nell’utero materno? Si udiva e sentiva attraverso in un calore animato. E’ qui che il freddo ha acquisito una sua realtà negativa di vita che sfugge, da allora lo associamo alla solitudine, all’assenza di contatto, e quindi al bisogno d’amore insoddisfatto.
Torna il freddo, lo sapevo e non lo volevo, con esso le luci al neon dei bar di periferia virano verso lo sfacciato, cerco luoghi gialli di calore, luoghi da cui vedere passanti radi e frettolosi scorrere verso case. C’è già un indeciso preannuncio di festa, dobbiamo collocare scadenze allegre in tempi che consentano di valicare il colle del freddo, ma lo sappiamo che le feste imploderanno nelle nostre teste d’adulti lasciando il vuoto, un tempo era la meraviglia e l’attesa a riempire quel vuoto. Basta saperlo e sapere la ciclicità del tempo della bellezza, non attaccarsi al nostro povero tempo lineare. Quanti anni ho? Sto invecchiando, sono già vecchio, ho bisogno di parole dense per commiserarmi della fatica di vivere? Tempo buttato nella ricerca di un retrocedere del tempo lineare, solo il tempo circolare contiene la bellezza e la sua sussistenza in sé, nel suo ripetersi mai eguale c’è l’indifferenza rispetto alle povere cose del momento, la certezza che la bellezza esiste e si mostra ai nostri occhi. Sentire e vedere, ecco il nascere.
Di tutto questo, confondermi, avere sottili refoli di sensazione, tenerli stretti, farne sostanza e sguardo che fa scorrere la sabbia tra le dita e intanto guarda oltre, attendendo.
E’ ora di mettere lane per il corpo e colori per l’anima.
Fino a stanotte speravo di ridacchiare dei metereologi, perturbazione dal Portogallo, dicevano, con forti venti ed abbassamento delle temperature. I soliti pessimisti, pensavo, ma se è tiepido. O almeno, quasi tiepido, sì è vero, la pioggia insiste a scrosci, ma il forte vento non c’è. Poi stanotte la bora ha riacceso il ciocco nel camino, ha flagellato gli alberi scuotendoli per far capire che la stagione è cambiata davvero e che le foglie è ora di lasciarle. Adesso i giuggioli, i cachi, il mandorlo mostrano frutti tardivi non raccolti, molte foglie resistono, ma la battaglia è perduta. Tra poco sarà la rugiada e la galiverna ad ingentilire ciò che rimane. L’erba vira verso il verde spento, tanto vale adattarsi. Guardavo le bandiere che indicano la forza e l’indecisione della bora. Sembra un vento circolare, da queste parti dovrebbe venire da est-nord est, siamo pur sempre nel grande golfo che da Trieste si chiude a Venezia, invece ci sono raffiche da ovest, refoli da sud (refoli si dice da queste parti; è una bella parola refoli, sono rivoli di vento, forti e consistenti, ma limitati di ampiezza, come ruscelli impetuosi d’aria che prendono ed avvolgono), che improvvisamente tacciono e vengono soverchiati da ondate di vento da nord est. Attacchi e calma, la bora è così. La penso a Trieste dove le barche non s’azzardano d’uscire, che chiude gli uomini nelle case o nei caffè, al caldo, e all’uscita prende i foresti come me, li blocca increduli, attaccati ai corrimani nelle salite, come in ferrata, mentre vecchiette sottili risalgono tranquille verso casa. La penso a Venezia dove oggi c’è acqua alta, mica cose importanti, 125 cm, ma quanto basta perché ci si incolonni sulle passerelle, la laguna sciacqui san Marco, la città prenda, fuori dai percorsi affollati, il suo carattere malinconico e lamentoso. I turisti ridono, hanno una Venezia insolita, ne hanno sentito parlare della minaccia del mare che vuol riprendersi la città, gli sembra di vivere qualcosa di irripetibile, una nave che affonda. Non sarà così, la città si salverà, ma come? Ecco sul come e su cosa resti della città e dei suoi abitanti ci sarebbe molto da dire. La bora spazza tutto, anche i discorsi, rende la pioggia quasi orizzontale, inutili gli ombrelli, lava uomini e palazzi, indifferentemente.
Avevano ragione i metereologi è autunno, anche se non fa il freddo previsto, restare nelle case e al caldo porta un tepore interiore, pigro, di luce e pensieri. Nelle pasticcerie che hanno la creanza di ricordarsi dove sono, le favette dei morti fanno bella vista con i loro colori. Il loro sapore si scioglie sul palato, si sente la mandorla, che non invade (siamo a nord), lo zucchero a granelli, la consistenza morbida e croccante. E’ possibile avere una consistenza morbida e croccante? Certo se c’è la bora che è un vento circolare, saranno pur possibili diversi sapori nello stesso tempo.
E’ la bora che ha preso la scena e scuote gli alberi, è la bora che rinchiude nelle case, è la bora che ricorda che l’estate è andata, che ci saranno mesi in cui il sole sarà un dono da cogliere, prevarrà il grigio, il marrone e l’azzurro intenso, quando il cielo vorrà donare il suo occhio agli uomini. Si vive d’autunno e s’attende, imparare la pazienza dà molte soddisfazioni in quello che verrà.
Collegato al vedere senza essere visti, il gioco dell’invisibilità lo portiamo con noi. Da bambini guardare tra le dita semi aperte ci mette in una capsula di protezione, un luogo dove noi spiamo senz’essere veduti. Invisibilità bambine, come il gioco dell’apparire e scomparire, il cucù-ciàa che tanto fa ridere i piccoli. Questo gioco prosegue anche da adulti, tra uno scomparire e riapparire fatto di fughe, supposizioni fasulle, impressioni.
Ma c’è uno scomparire che non si tollera, che mortifica, ovvero quello in cui ci pare d’essere diventati trasparenti. Chi vorremmo ci vedesse, ci ascoltasse, si accorgesse di noi in realtà guarda attraverso, attorno, sopra o sotto, comunque non noi. La sensazione è quella del non esserci più e la considerazione che abbiamo di noi se ne va. Semplicemente sparisce, tanto che non si strepita o si batte i piedi per far capire che ci siamo. Piano piano le parole si spengono sulle labbra, l’atteggiamento diventa remissivo e si vorrebbe davvero sparire, o meglio non esserci stati.
Passa, ci si dimentica e si riprova ad esserci, ma ogni volta si sbiadisce un poco e ci si chiude un po’ di più. Così quando mi fanno sparire, faccio sparire. Lo so che non va bene, che è infantile, ma mi serve per recuperare consistenza.
Bisogna ricordarsene, foss’altro per le nostre invisibilità patite, che l’attenzione dovuta a chi si rivolge a noi dovrebbe essere quella di vederlo, di scrutarlo per la sua importanza e corporeità. Non è questione di gentilezza o sensibilità, non solo, ma il modo di restare noi e di esserlo di più proprio perché non si fa sparire la prova che noi esistiamo, siamo importanti, amati, cercati: l’altro che abbiamo davanti.
p.s. alleggeriamo un po’ con una lezione di tecnica sull’interesse
Si parla del tempo, di ciò che si vede (preferibile), di ciò che si sente (meglio non eccedere e farlo solo tra intimi, perché non di rado si è noiosi), di affari, di lavoro, di politica, ecc.ecc. però delle cose necessarie per vivere non si parla mai. Volevo intitolare queste parole: filosofia del bidè, ma non fa fino, eppure gli equilibri della nostra vita si reggono su quanto accade in luoghi riservati, con pensieri altrettanto riservati. Bukowsky era un grande nell’esporre l’altro lato della luna, mica posso rivaleggiare, allora le mie considerazioni si fermano sul destino del cibo e poco più.
Comunque la si senta, la serenità sul destino del cibo è un problema dell’umanità, specialmente dove di cibo ce n’è troppo, dalle altre parti la ricerca dello stesso è talmente spasmodica che non c’è tempo per pensare alla sua fine. Se noi siamo ciò che mangiamo, in senso di umore, abitudini, soddisfazione e non solo, dobbiamo concludere che il bilancio personale tra entrate ed uscite dell‘attività, è un fatto desiderato, personale, importante, da programmare accuratamente nel budget giornaliero ed attuare in tranquillità. Almeno si spera, perché il luogo della contabilità sopraddetta, soprattutto quando ci sono bambini in casa, ha più ingressi ed uscite di un saloon.
Invece servirebbe raccoglimento per meditare su ciò che grava sul bilancio, sulla congiuntura, sui consumi e ritrovare un equilibrio, una forma canonica, quello che la suora di “foto di gruppo con signora” elevava a modo di interpretare la persona e financo lettura del suo destino futuro. E questo equilibrio è talmente personale che, pur parlandone con la dovuta discrezione, resta una contabilità segreta di cui solo l’interessato conosce vincoli, difficoltà, usi e importanza. Insomma un’economia individuale, non di rado ansiosa, difficile, che spesso viene assunta a specchio delle difficoltà del Paese, tanto che si dice un paese asfittico o di m…, proprio perché mette assieme la legittima attesa con ciò che accade davvero. Si può dire che questo rapporto interiore sia la madre di tutte le attese e di tutte le impazienze, almeno dal momento in cui si è davvero integrati nella società, ma di questo si parlerà poi.
Il bidè è lo strumento contabile della transizione esterno/interno, una sorta di prospetto illustrativo sulla accettabilità del bilancio nel più vasto ambito della società e sana quel rapporto difficile, compulsivo e segreto, rimette in ordine le apparenze contabili, si potrebbe dire che rinobilita il corpo dopo la transazione diradando le oscure pulsioni che, da tempo immemore , facciamo coincidere con questa funzione oltremodo necessaria. Quindi il bidè è il traite d’union tra un prima e un dopo, come quei prospetti che fanno luccicare le società quando vogliono essere ben viste dagli investitori, quindi ci riporta ad un ruolo pubblico, insomma ci rimette in società. Riequilibrate le contabilità interiori, il rapporto societario, corpo, mente, umore, rassettate le apparenze, torniamo tra gli altri. Se il lavoro sporco è stato fatto ci attende un luminoso avvenire, altrimenti il bidè è solo un pallido palliativo che imbelletta l’impresa, ma non la rende tranquilla e porta nostalgia dell’infanzia, dei tempi in cui questi problemi non esistevano e l’orsetto mangia e dormi era pienamente inconsapevole, cioè felice e sociale oltre ogni limite contabile.
E qui riprendo il ragionamento sull’età anarchica sopra accennato, un’era felice senza rudimenti di conto personali, che conosce la sua prima spinta verso una disciplina di bilancio proprio a partire da quella funzione contabile. forse la vera spinta verso l’indipendenza, prima personale e poi economica, e quindi contiene il germe dell’autosufficienza e del pensiero singolo, insomma il cogito regolato, nasce quando ci viene insegnato a trattenere, regolare, lasciar andare, fluire ed essere soddisfatti dei risultati. C’è un’educazione così incidente che attiva volontà, intelligenza, muscoli, sistema simpatico, spranga porte nella mente (alcune non verranno aperte mai più, neppure dall’interessato), instilla meccanismi di vergogna (il fallimento, ovvero la perdita assoluta dell’immagine esteriore, quindi devastante per quella interiore), modifica l’architettura dei bisogni, l’immagine e la funzionalità del produrre, ecc. ecc. ? No, questo dimostra la forza dei numeri, e non solo, e quell’epoca in cui si perde la prima innocenza, la popò diventa cacca e poi si trasformerà in m…., fa nascere un rapporto con il proprio corpo che in nessun’altra parte riceverà tanta disciplina ed impossibilità di derogare le regole. Alcuni ipotizzano lo stato di natura, un’anarchia perenne che prescinda da luoghi, abitudini, regole, tempi. Tracce di questa oscura confraternita si trovano ovunque, segno di una sua diffusione poco studiata, spacciano, i congiurati, i prodotti propri come attività animali, destituite quindi da responsabilità, ma non cadete nel tranelli, uno spettro si aggira per l’europa e dopo aver colpito non si fa il bidè.
Ma torniamo ai buoni cittadini, c’è un rispetto, una buona norma che dovrebbe essere instillata assieme all’educazione contabile interiore, ovvero: almeno in quei momenti di meditazione, di riesame della propria vita recente, bisogna lasciare l’individuo con se stesso, farlo riflettere sulle difficoltà contingenti, portarlo verso una sana pianificazione del suo futuro più intimo, insomma lasciatelo c…. in pace e tutti ne avremo benefici.
Con la distanza le ferite non fanno più male, ma non si dimentica, l’indifferenza non è possibile. Se qualcosa colpisce chi ha ferito, si generano sentimenti ambivalenti, una triste soddisfazione ed una comprensione, altrettanto triste. E’ la misura dell’imperfezione, ci hanno raccontato storie sulla perfezione, credo che solo accettando ciò si è, sia possibile cambiare. Un’altra storia a doppia faccia che è comodo credere, è che si possa cambiare sempre oppure che ormai non si cambia più. Già l’esigenza di porre il problema, in realtà pone una questione che riguarda non la necessità di cambiare, ma come affrontiamo la cosa, ovvero se si vogliono mettere le mani in ciò che ci fa male, che non ci piace, oppure se ci si rassegni a tenerci, non la parte migliore di noi, ma quella meno faticosa. Credo che questa sia la scelta e che l’una o l’altra opzione non abbia un valore morale, che visto che il dolore è una faccenda personale alla fine ognuno avrà vissuto come voleva vivere.
Nei rapporti tra persone ci si può scambiare, e fare, molto bene, ma anche ferire in profondità. Non di rado entrambe le cose. Se il rapporto è stretto, forzato o meno, una strada si trova, magari molto costretta e fatta di necessità. Se il rapporto è una scelta, allora le conseguenze delle ferite hanno un aspetto che dovrebbe essere valutato guardando dentro e fuori: ricevere una ferita è un bagno di verità, aiuta a vedere l’altro nella sua realtà, quella che abbiamo accuratamente evitato di vedere perché ci faceva comodo fosse come noi lo volevamo. Si pensa fino a prova contraria: sei come io ti voglio. Quindi una ferita aiuta a vedere, ma aiuta anche a distaccarsi, sia fisicamente che mentalmente, perciò ha una sua positività di cui faremmo volentieri a meno. Infatti l’essere feriti è comunque un tradimento di fiducia in sé, anzitutto, e questo provoca un secondo effetto, ovvero ci mette davanti alla scelta: andiamo avanti, teniamo il rapporto anche se non sarà più come prima perché il velo è caduto, oppure rompiamo il rapporto e senza vivere in ciò che non sarà, si procede, ritornando a noi? Credo che in entrambi i casi ci sia un cambiamento, il che significa che si può cambiare sempre, e che accade anche attraverso la gioia e non solo la tristezza, ma quanto profondo sia il cambiamento dipende da noi. L’errore, in chi lo riconosce, è il più potente motore dell’apprendimento.
Non c’è nessuna idea di perfezione in quanto penso, gli errori insegnano molto, ma non a non farne e neppure l’accettazione di sé, se non vogliamo diventi una mortificazione, è un fatto statico, è tutto dinamico e riportato a noi che esaminiamo, comprendiamo, viviamo anche le emozioni negative, magari cercando di non permettere che queste aggiungano male al vivere. Quello che non è utile, penso, è non capire che il dolore può cambiarci, renderci migliori a noi e che per questo è un fatto personale. Tornare sui propri passi, rifugiarsi nei porti tranquilli, pensando che sia sempre tutto come prima, è chiudere gli occhi, raccontarci una storia che testimonia tutta la nostra debolezza e la non volontà di utilizzare il dolore della ferita per vederci davvero come siamo. E cambiare.
p.s. voglio spiegare la scelta del filmato: Farinelli è un castrato, credo che poche violenze per il piacere altrui abbiano avuto, per secoli, meno riprovazione morale. Quindi ferita doppia, non sanabile e in più giustificata. Persone costrette a soffrire, accettare la sorte e cambiare. Ma lo stesso si potrebbe dire per molto d’altro che conculca l’espressione del sé, la costringe e mortifica. Fino al quotidiano più piccolo, che si vive, nelle nostre piccoli, grandi ferite.
Le case nelle città medie sono basse, tre, quattro piani e basta alzare lo sguardo perché il cielo entri negli occhi. Nella testa. Nubi grigie, bianche o azzurro. Oppure quei rossi aranciati, impossibili, che solo qui si vedono e che il Tiepolo a lungo ha inseguito e guardava, arretrava, insisteva sugli azzurri, li rendeva trasparenti, si portava sulla pennellata, scuoteva la testa e riprovava. Ma non tentava gli aranciati, meglio i visi, le persone del cielo, quel cielo che lo attirava, ma diventava protagonista, inglobava le persone, ne sapeva qualcosa Jacopo Tintoretto che quasi vedeva le persone risucchiate nell’infinito, tenute solo da quelle nuvole, da quegli azzurri e rossi, che avrebbero divorato ogni espressione e così chiudeva i cieli, li stipava di angeli e santi. Cose di colori, pensieri da città.
L’abbiamo sempre saputo senza impararlo: il cielo consola. E’ un sapere innato nel nascere, ovunque. E nella città o nella campagna, ancor più consola, finito, infinito, in un’oscillare dentro, fuori, che porta a noi con gli occhi persi nelle nuvole, che fantastichiamo, meditiamo, e siamo qui e altrove.
Con sé, mentre sbiadiscono le nostre tracce lievi di ricordo, il cielo porta un senso di equilibrio, di spersa serenità che si diffonde e prende. Certo esistono i cieli di battaglia, cieli collettivi, cieli che fanno paura, ma per noi, fortunati, il cielo domestico riporta a noi. A noi come persona, non più collettività, tanti, a noi singoli, nudi di intenti urgenti in un rimboccare materno che avvolge e permette di crescere.
Nelle città medie il cielo c’è ancora e gli uomini costruiscono, rispettosi senza sapere, ma in qualche fondo c’è memoria della Babele, ovvero del “confondere” le menti, del differenziare e del dividere contrario all’ abitare con della città. Forse per questo, qui, più che altrove, il cielo non è indifferente e fa la parte degli uomini, racconta loro d’un rapporto con sé che non isola; li differenzia in un meditare quieto sulle grandi domande.
E li lascia senza risposte, ricchi di speranza: domani è un altro giorno. E’ una certezza così forte che permette d’addormentarsi, mentre la coscienza lascia il posto ad altre realtà, in attesa d’una nuova luce.
Fino a poco fa le parole si sono mescolate al pranzo, colleghi, forse, comunque cose di lavoro, ed essendoci le ragazze, anche gli abiti rallegravano l’aria. Chissà chi si è ricordata la nebbiolina di stamattina, oppure il cielo coperto di ieri, il grigio ferro delle nubi che trascolorava a sera in squarci d’azzurro. Ma poi è piovuto e di mattina l’aria era fresca d’autunno e del primo vapore dei riscaldamenti anticipati. Attorno al tavolo si sono incrociati cinque pensieri leggeri, cinque discorsi che non lasciavano traccia. Sono andati meglio cinque paia di sguardi spaiati, con qualche maliziosità rubata. Infine lo spegnersi improvviso dell’allegria: è tardi, non c’è altro tempo per restare. Peccato, il dolce era buono.
Così, come una frotta di passeri, sono usciti, sciamando verso le auto al sole. Nella sala in ombra è sceso il silenzio, e ci siamo guardati, ciascuno cercando ragione per il discorso sospeso, impigliato da qualche parte che non si sbrogliava. Era in attesa di quel suono di fondo fatto di voci di donna, risate maschili, silenzi sorridenti, improvvisamente sparito.
Poi, superato il silenzio, tutto è ripreso, e mentre i ragionamenti si contrapponevano quietamente – non si è amici per nulla- un raggio di sole ha illuminato la stanza.
La terra continua a girare per suo conto, a dispetto di chi tutto prevede e controlla, forse per quello la luce s’è messa a giocare con i bicchieri vuoti, riempiendoli di colore: prima c’era stato donato il senso di un’allegria inconsapevole e non ce n’eravamo accorti.
p.s. anche stavolta devo spiegare il video: premesso che sono un innamorato di Shostakovich, il secondo walzer è splendido, in questa edizione è quanto di più squinternato e folle posso immaginare in una sala da concerto (la Royal Albert Hall in questo caso) e mi mette allegria