per tutto una misura

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Abbiamo bisogno di una misura, per ciò che vediamo, per ciò che sentiamo. Ovunque.

Stamattina il prato è inondato di sole, secchiate di luce buttata per ridere, per fare felici.

L’aria corre sulla grande piazza, tra gli alberi, le statue, l’acqua, l’erba, i ponti di pietra. Quanta aria tiepida e nuova? Volumi, fiumi, correnti come i flutti di Leonardo, ricchi di ricci e piccoli vortici.

E tra questo fiume di luce e d’aria che non si vede, ma si sente, persone che parlano, prendono il sole in costume, sorridono sedute sull’erba, sulla pietra porosa del bordo d’acqua, sotto gli alberi. E non sanno perché oggi stanno più bene del solito, ma lo vivono.

Come si misura lo star bene? E la felicità? Il primo quando si riempie il contenitore che abbiamo dentro e che dice ad ogni cellula di vivere senza pensarci troppo. La seconda quando qualcosa che ha buon sapore, trabocca.

Passandoci in mezzo vedo l’allegria inconsapevole che corre, e sembra non avere misura, ma io la so: è essere lì, adesso, ora e così fischietto.

E ho anche fame.

colmare di vita ciò che si scinde

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Nel percorso sghembo tra severità (con me anzitutto) ed eccessiva tolleranza, c’è una crepa. Una di quelle belle crepe che spaccano l’una dall’altra parte. E lì è cresciuto di tutto, si sono annidati animaletti da compagnia, il muschio ha reso piacevole ciò ch’era scabro, persino un albero ha messo radici. E cresce.  E ciò ch’era monolitico si è scisso per una interna tensione: intollerabile tirare avanti a quel modo. O più banalmente perché gli è mancata la terra sotto i piedi. Una terra presunta, supposta forte e invece labile al vento. Comunque sia stato, quel che è strano è l’accorgersi che la vita non è divisa o spostata in varia misura dalle due parti del monolite (questo non esiste più anche se lo si vuol considerare tale), ma invece ora cresce nella crepa, nel mezzo.

Così amica mia, tu così permissiva e inflessibile, come me od altri, sei stata percossa dalla vita, ingannata da ciò che ti pareva di dominare, ed ora non approfitti della crepa che si è creata nella tua rapida e polita vita. Non cogli il piacere del dubbio, per capire che lì sei, esattamente come molti di noi, che viviamo le nostre scissioni e raccontiamo di vivere per contrasti ed ossimori.

Dicono che in Giappone quando un vaso prezioso si rompe, esso venga saldato con l’oro che così evidenzia  la crepa e lo rende prezioso perché la vita l’ha percorso. 

via via

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Ci sono quei giorni in cui ti prende il ghiribizzo, come un salto di gatto che poco lo scompone e appena un attimo dopo cammina indifferente. Ma dopo. Ed è voglia di andare. Di andare senza tregua e senza troppa meta per un po’. Arrivare e ancora non sapere. Com’è quando entri nella stanza d’albergo di una città che non conosci. E’ notte, non hai visto nulla, solo le luci in cui affogano le strade e nascondono le case, viali sconosciuti, muri affiancati, gente che cammina e guarda. Non te, guarda e basta. E’ proprio gente, e almeno per un poco lo sarà, poi ti sembrerà d’averne un pezzetto d’anima, sarà quello che porterai con te. Ma non adesso che la mano cerca l’interruttore, mentre lo zaino pesa e la valigia preme sulle gambe. Finché scopri che per avere luce bisogna infilare quella stupida chiave elettronica in una fessura per il giusto verso ed ecco allora che il tuo piccolo regno ti appalesa impudico alla luce, con le cose ben ordinate, i colori della “casa”, il tocco che lo differenzia. E già ti chiedi quale cifra oscura contenga quell’ordine che ha rassicurato una cameriera al piano, dato tono a una direzione, identità miserrima ad una impresa, ed è stata pensata in qualche creativa riunione anche per te. Ma in fondo le stanze d’albergo sono tutte uguali, al più suscitano qualche sentimento iniziale di scoperta e meraviglia per una piccola differenza, ricordi quella strana doccia in camera, ma proprio in camera appena oltre il bastone degli attaccapanni, che ti ha colpito così tanto da tornarci ogni volta che potevi. Ti sembrava allegro questo circolare senza schermi e senza muri. Però sai che non sono quelle la vere differenze, non lo è mai da nessuna parte per quanto particolari possano essere le stanze. E’ quello che vedi oltre la finestra l’interesse che ti ha portato qui. L’acquario è fuori e adesso è notte, il vedere polisemico, si svuota e rimanda a te, al perché sei fuggito e attendi il giorno. E mentre guardi la luce degli stop delle auto, spegni quella stupida luce che ti preme alle spalle e lasci che l’oscurità colorata si ricongiunga a quella che ti porti dentro. E ti pare che tutto questo fondere e risucchiare, con tutte le similitudini ch’evocano il sesso in una notte stanca e vogliosa d’altro, è scendere caldo nella paura che ha bisogno d’amore, trattenere tepore e sentire che dopo un brivido, a cui altri sono seguiti, infiniti, sino a non poterne più, ti sei ritrovato squassato e inerme. Sì nell’amore, qualunque esso sia, si è inermi, per questo quando la coscienza ti prende, vien voglia di fuggire dove l’inermità non si vede, dove amore è attendere che una luce fughi il buio e mostri la novità delle cose. E allora via via fino al senso. Se c’è un senso c’è speranza.

l’anima gemella e perfetta

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http://www.lastampa.it/2014/05/04/blogs/cuori-allo-specchio/caro-angelo-esiste-pi-di-unanima-gemella-DBQliLQhFbbRrawTo7OP2H/pagina.html

Ho letto nella rubrica di Gramellini (lo trovate qui sopra ciò che ho letto), la proposizione dell’eterno dilemma della scelta tra diversi amori. Che poi è la riproposizione della domanda se possano amarsi più persone contemporaneamente e cosa dare a ciascuna di queste che riesca a soddisfare entrambi e alla fine scegliere oppure farne a meno. Tema difficile se affrontato solo sul lato sentimentale, meno complicato se esso viene aiutato da una serie di strumenti che si chiamano morale, società, religione, ecc. ecc.

Le risposte in calce all’articolo sono tutte condivisibili, sagge, acute e corrette. Direi anche rispettose della persona e del probabile esito delle storie amorose, come vi fosse una casistica e una conseguente tassonomia che aiuta a risolvere i problemi della vita amorosa, ma in realtà sappiamo che non è così e che il fattore umano è, per sua natura e vocazione, poco incline alla logica e soprattutto apprende dopo e non prima che si verifichi qualcosa che lo riguarda. La coazione a ripetere non sarebbe così diffusa se così non fosse.

Con molto meno acume, qualche anno fa, mi ero messo a fare un flow delle storie che accadevano attorno a me, ne ricavai un post che non venne ben capito, in quanto ciò che per me era materia di discussione fu preso, invece, per una sorta di tracciato razionale (e quindi cinico) dell’affettività mutevole del maschio. Con tutte le negative conseguenze del genere, che pare non goda di buona fama. Dopo, ho maturato che le cose sono ben più complesse, che ogni storia fa per suo conto, che nessuno vuole assomigliare neppure a se stesso e che, in realtà, a far da argine alla bizzosità dei sentimenti e al bisogno d’amore, sono sostanzialmente tre forze: la società con i suoi vincoli economici, la paura di sbagliare, la perdita di consenso sociale e di status. Ci sono indubbiamente altri elementi, ma se escludiamo il possesso della persona amata, credo che altre spinte a decidere nel senso conservativo si possano includere nelle tre forze principali.

Parlo di senso conservativo perché in realtà c’è una singolare dicotomia tra quanto si dice e quanto si pratica, infatti pur essendoci letteratura, arte, poesia, film, racconti, emozioni condivise ecc. ecc. che spingono verso una interpretazione libera dei sentimenti, una simpatia e riconosciuta forza all’amore, infine si lascia la persona a decidere senza un supporto esterno che aiuti a scegliere una nuova storia sentimentale in modo equilibrato. Insomma si fa carico a quest’ultima della decisione e relativa responsabilità di infrangere tutta quella serie di forze di cui accennavo sopra senza avere equivalenti forze che la sorreggano in senso contrario.

Nella società occidentale il nomadismo sentimentale non è gradito, è permesso ob torto collo, confinato in certe età o classi sociali, ma non ha uno status sociale se non attraverso elementi patrimoniali risarcitori. Il divorzio è uno di questi. Non è dappertutto così, cambiando culture cambiano atteggiamenti e alcune delle forze che spingono verso una conservazione diventano più labili, o diverse e in alcuni casi, ce lo dice l’antropologia, non esistono proprio. Quindi il principio di natura che la società e la chiesa invocano non sono così universali, ma sembrano piuttosto rispondere ad un medio star bene dell’individuo, ad un farsene ragione, accontentarsi, lasciare che passi e, in attesa che ciò avvenga, conservare quello che di buono c’è. C’è molto di positivo in questo, che porta a scoprire lati dell’altro che si erano trascurati oppure dati per scontati, anche se non passa la convinzione che l’elemento ancestrale della conservazione del patrimonio inteso come sostentamento e status, faccia capolino in tutto ciò.

Eppure mai come in occidente c’è tale e tanta letteratura che va verso la valorizzazione del sentimento come discrimine principe per una decisione. Ma se si passa dalla teoria alla pratica sociale si conclude che questo vale solo per evitare un male maggiore: il disamore, i maltrattamenti, lo star male. In questi e altri casi negativi è consentito passare ad una nuova esperienza piena di sentimento con altri ed essere ben accettati socialmente. Una sorta di male minore che diventa bene, insomma.

Lo scopo di queste righe è dire ciò che sommariamente penso, non altro, ovvero i miei dubbi che tutto questo sia stabile e naturale. C’è talmente tale e tanta felicità, energia, infelicità connessa ai rapporti umani amorosi che ciascuno ha molto da dire sull’argomento, a partire da se stesso. Ciò che mi preme è aprire una riflessione che considera come poi ciascuno trovi un equilibrio e una condizione vitale, e come questa presupponga una durata, breve o lunga che sia, un farsi, e non un’eternità. Mi chiedo quanti sentimenti vengano uccisi o piegati nel possibile e cosa sia davvero questo possibile, se si supera il senso comune. Me lo chiedo non perché non condivida quanto scritto nell’articolo, ma perché penso che questa parte della nostra società occidentale sia ancora monca di riflessione e pensa di racchiudere nei termini: anima gemella, ciò che gemello per sua natura e sentire non può essere, occultando il vero fiume impetuoso e sotterraneo, ovvero il rapporto amoroso. Non ho risposte, ma argomenti per riflettere e se qualcuno contribuisce, sono felice. 

 

 

Indignez-vous !

Il vecchio partigiano Stéphane Hessel c’aveva chiesto di indignarci, ma nessuno non s’è indignato davvero abbastanza a lungo per cambiare il mondo. E’ morto, il vecchio partigiano, senza saperlo, forse sperando che le parole potessero mettere in moto cuori e cervelli, com’è stato molte volte. Ora non funziona, o almeno non sembra.

Confesso che ho vissuto e attorno a me vedo molta difficoltà a vivere. Forse per questo mi confondo, ho l’impressione di avere verità e idee comuni, ma la realtà mi contraddice. C’è sofferenza e non c’è protesta. Il mio secolo è a cavallo tra un secolo che non finisce ed uno che non inizia. Hobsbawm l’ha definito il secolo breve per contrapporlo al lungo secolo 19° , ma chissàà se lo pensava davvero vista l’opulenza di cui si è nutrito il ‘900. Un secolo bulimico la cui voracità si estende a questo secolo. Un secolo che ha divorato e divora, tempo e vite. Non si è concluso nulla o quasi, un secolo inconcludente, abitato da tragedie e persone inconcludenti, da ideologie mutate nel loro peggio, da lotte che si sono placate non nel cambiamento, ma nella stanchezza, forse per questo si è vissuto così tanto.

Indignatevi. Per la velocità che nasconde la ragione. Il secolo breve era cominciato con l’ideologia della velocità.

Indignatevi per tutto ciò che vi lasciate togliere. Oggi fate la spesa la domenica e lavorate sempre.

Indignatevi perché il giusto non è ridurre uno stipendio abnorme, non solo, è abolire il privilegio che l’ha permesso, che discrimina, tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha. E’ questo il confine del potere e c’è chi sta una parte e chi dall’altra, io scelgo quella che non ha privilegio.

Aver derubricato la lotta di classe, non ha tolto le classi, ma ha fatto perdere l’idea di eguaglianza. Ha tolto sostanza al rapporto tra le forze che dovrebbero gestire l’equilibrio tra economia e società, tra diritti e ricchezza. Così si è vanificato il diritto comune all’eguaglianza sciogliendolo nell’acido della finanza e della speculazione. Non il lavoro, ma il denaro è diventato il soggetto che riguarda l’uomo. Basti pensare che ciò che si ritiene un diritto non negoziabile, quello alla vita, è ogni giorno, in occidente, come nel resto del mondo, messo in discussione dall’esistenza di un lavoro, di una sua continuità, oppure di una pensione, di un sussidio. La Grecia insegna molto, ma non s’impara nulla.

Indignatevi perché si è accettata la povertà come funzionale, la diseguaglianza come elemento strutturale e come motore della mobilità sociale, seppellendo la possibilità di un’eguaglianza vera di base, di una valutazione del merito. La perdita di diritti ne è conseguenza perché in questa visione, sono stati monetizzati ed era naturale quando si è affidata alla sola parte del capitalismo, all’impresa e alla sua proprietà e non al lavoro, il compito di condurre il mondo. Il denaro compra i diritti e gli effetti si vedono con le diseguaglianze che crescono, con la democrazia che diminuisce.

Indignarsi qui, oggi, ha un significato ben diverso da ciò che abbiamo attorno, è la protesta che analizza, lotta e cambia la società, ecco cosa manca oggi all’occidente. E ciò che manca contiene la speranza del cambiamento vero, permanente, contiene la maggiore equità, ma nel lessico comune invece, la speranza si è trasferita nella crescita economica. Per questo mi confondo e vedo che i migliori ingegni, la meglio gioventù sente l’estraniazione dall’occidente. Non pochi scelgono di esercitare un cambiamento nel terzo mondo piuttosto che a casa propria, nelle situazioni al limite, piuttosto che nella normalità. Mai come ora la normalità ottunde, e addormenta la speranza. Mai come ora è necessario che sia il quotidiano a verificare se ciò che ci attornia ci va bene oppure no.

ogni persa è lasciata?

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Twoo mi comunica che mi sono persa una Alessandra da Scorzè. Con periodicità quotidiana mi rimprovera il signor Twoo che mi perdo persone. Sempre donne, con una serie di Marie, Sabrine, Jessiche, Anne, Giovanne, ecc. ecc. Non passa giorno che non me ne perda qualcuna, tanto che sono ormai seriamente preoccupato per la mia memoria, chissà dove le metto… Ma torniamo ad Alessandra, forse l’ho lasciata e non me ne sono accorto perché non mi pare di conoscerla. Da queste parti si dice, memori delle carestie, che ogni lasciata è persa e quindi si sta bene attenti… Ma forse l’ho proprio persa e se vale la dimostrazione al contrario, cioè che ogni persa è lasciata, l’ho lasciata prima di conoscerla. Questo induce non poche speculazioni sulla vita e sui filtri che le mettiamo: quelli che non conosciamo li perdiamo più o meno coscientemente ? E al contrario dovremmo conoscere tutti? Questo sarebbe leggermente faticoso, ma forse è questo che sott’intende Twoo? Cioè che invece di perderle le devo conoscere tutte?  Oppure mi dice che l’ho conosciuta e me la sono persa? Preferisco pensare che sia una mia disattenzione e che non l’ho proprio conosciuta e magari era in mezzo alla folla del 25 aprile e io me ne sono andato senza salutare. O che l’ho incontrata per il corso a Padova e come al solito ero perso nelle mie elucubrazioni e non l’ho vista. Oppure che lei fosse a Venezia quando mi sono fermato alle zattere a guardare un palazzo che passava in canale, ed era una nave.  Comunque sia, mi spiace essere stato scortese con Alessandra, che pure è simpatica e bella.

Anche con Twoo, mi spiace essere scortese, lo disabilito perché non gli ho chiesto niente e continua ad offrirmi un campionario di persone che non conosco e neppure ho voglia di conoscere. Si trova ciò che si cerca, così mi hanno insegnato in analisi qualitativa, e vale pure per la vita. Se non cerco, ciò che arriverà sarà una sorpresa, non un catalogo.

credere per vivere

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Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Lo sapevi? Eppure affascina e rende tranquilli. Almeno sembra.

Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescerti assieme, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere ciò che c’aiuta e ci fa bene, anche quando si sbaglia è una gran cosa.  E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza grandi per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dice di noi, di ciò che sentiamo e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva, con il loro leggero rumore metallico: non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Rumore piacevole, appunto.

Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (senti la similitudine?) abbacina e scalda, e muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.

(c’è l’anima? non è importante basta sentirla)

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più di una parte che si chiude e già una finestra si apre. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

il nome cambiato

Dei Lorenzo che apprendevo,

col procedere degli anni,

mi piaceva il nome

prima delle imprese

e il muovere labbra, lingua e bocca

nel dirlo. 

E fosse la gloria della della nascita d’un regno,

oppure il difficile dipingere

tra grandi che offuscavano il grande,

o anche solo il chiamar l’amico,

che d’estate risplendeva al mare,

nei crocchi desiderosi d’altro che d’azzurro,

quel suono l’ associavo al mio

e lo ascoltavo dalla voce 

pronunciarlo prima del cognome, 

ma poi, infine, tornavo sul suono mio usato,

e mi dicevo che al più l’avrei sostituito con Andrea, 

che pur privo di gloria aveva un fascino 

di sensuale attendere, 

come se il riposo oltre l’amore

fosse già inscritto nel nome

e aspettasse d’esser sussurrato piano 

tra i rossori che imperlavano i corpi

dopo l’estasi sognata:

così pensavo sarebbe proseguito il piacere

nel solo essere chiamato con amore.

Erano pensieri di quell’età in cui tutto è possibile

eppure arduo,

dove il giorno ancora non ha abitudini

e il nuovo suscita scontata meraviglia,

e così anche il nome mutava

per diventar davvero mio,

nel gioco serio del riconoscersi, 

tra l’irrompere di nuovi desideri.

 

le libertà s’usurano

Il proprietario del bar, ieri, si è messo a ridere quando gli ho chiesto, se oggi era aperto.

Festeggio la liberazione, mi ha detto, e pure sabato e domenica, e vado al mare. Ho un gran rispetto della mia libertà e pure della liberazione. E rideva.

Gli ho risposto che quella libertà c’era anche durante il fascismo, anzi …

Non parlavamo della stessa liberazione e neppure della stessa libertà. La sua è di fare quello che il portafoglio gli permette, magari con qualche spericolatezza, difficile a chi vive di stipendio. Bisognerebbe chiedere ai suoi dipendenti se condividono la stessa libertà. Forse è per questo che la politica non gli interessa molto, se non per conservare questa possibilità di agire al limite. Ed è quella che lui chiama libertà economica, e ne vorrebbe tanta perché non gli basta mai: meno vincoli ci sono e più è contento. Le altre libertà, quelle di cui gli parlo, lo riguardano poco, non gli sembrano così preziose, né tangibili per la sua vita. Si vede che lo annoio, ma non è cattivo, neppure ha in spregio la libertà, solo che è al più una parola e si limita ad usare quella che gli serve, lasciando arrugginire le altre libertà e senza pagarne il costo. Come facciamo più o meno tutti, senza chiederci se le libertà si usurano. In realtà è proprio così, le libertà bisogna usarle, esercitarle, come si diceva un tempo, ma questi sono discorsi da professoroni, come ha detto, facendo molto ridere il presidente del consiglio. La velocità, il transitorio, che poi è transeunte, cioè finisce presto, non ha tempo per le libertà vecchie. Quelle di parola, critica, religione, riflessione. Adesso servono libertà veloci, usa e getta, libertà che consentano di non capire dove si va a finire e soprattutto che siano prive di responsabilità. Invece le libertà vecchie sono intrise di responsabilità. Sono le libertà dei padri che pur nate fresche di giornata dopo una notte infinita, si proponevano di dare sapore alla vita, di renderla un noi anziché un predominio dell’io. Oggi ci si cura poco della mancanza di gusto delle libertà, al più si dà colpa alla politica che le ha sciupate disseminandole di scandali. Ma quelle non erano libertà, erano soprusi e noi ce le siamo lasciate sottrarre, sino a dire che in fondo non contavano poi tanto. La libertà ha un sapore e non serve una dittatura per sentirlo, basta chiederci perché stiamo assieme e cosa ci tiene assieme, anche quando siamo soli, e allora si vedrà che quello che toglie libertà attraverso il sopruso, ci riguarda, ci rende meno liberi. Non di andare al mare ma di vivere davvero.

 

salento

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Di tutta questa pietra gialla bisognerebbe saper che farne. Ora non allora. Allora hanno tirato su chiese, palazzi e case, adesso fanno soprammobili intricati, pigne di pietra tenera scavata, lampade di poca luce e grande sensualità, e sperano che oltre a venderle, magari ci sia un buon motivo d’uso. Nelle case ancora s’usano i lastricati e i rivestimenti, segno di pregio e ricchezza. La mobilità sociale, quella degli anni ’60, ha bisogno di riconoscibilità e i nuovi ricchi restaurano di buona voglia. I ricchi d’un tempo, o vivono in città tra cemento armato e palazzi difficili da mantenere oppure non sono più. Nei paesi, anche quelli che si pregiano dell’altisonante titolo di città, il centro storico tra tre o quattro chiese e palazzi annessi, mostra con orgoglio piazze chiare di lastricature in pietre e marmi, olivi piantati come d’alberi d’ornamento, una fontana e non di rado, una colonna che sale per appoggi e volute barocche verso il santo protettore benedicente. Ai lati panchine, vecchi che le occupano sotto il sole, discorsi laterali, di sguincio, a due, a tre. Sono di più di quelli che parlano, ma gli altri ascoltano zitti. Far compagnia è anche questo esserci ascoltando.

Appena fuori delle vie del centro, dei negozi addossati e fitti, delle motorette, delle auto parcheggiate su entrambi i lati, la campagna spunta e preme. E’ rigogliosa e ordinata, con oliveti tenuti come giardino di casa, piccoli orti, alberi ovunque. Questa parte della Puglia è il regno dell’albero. Dopo le piane sterminate del tavoliere, qui gli alberi sono identità. C’è l’ arcaico dell’ulivo, ma non è solo questo l’ albero perché i lecci, le querce, gli agrumi, insieme a specie che altrove sono piccoli arbusti qui divengono signori del territorio. La città è il luogo dei contadini, degli artigiani, dei commercianti, ma tutti questi dipendevano – e ancora nella testa sembrano dipendere- dalla campagna e dal coltivare. Anche i signori hanno i palazzi in città, ma c’è una masseria dove curano gli interessi di campagna, perché la terra non tradisce. In città avvengono le cose, si dice, si parla, ci si mostra, insomma accade il tempo, ma fuori c’è il tempo vero, quello che conta e non muta. La campagna preme sulla città, sui paesi, rivendica il diritto di primazia sul territorio. Le strade più antiche sono i confini dei poderi, l’ accesso a questi. E a questo servivano non per andare chissà dove. Diversi dolmen tra tracce di fondazioni, testimoniano la presenza prima dei greci, una linea retta da Muro Leccese arriva a Melendugno, 21 km di dolmen che ritmavano agglomerati e piccole comunità lungo un asse. E’ bello pensare che lo spirito riposi sull’asse e che il mondo gli ruoti attorno, ed egli, forte del suo equilibrio divino, lo veda, lo osservi con l’occhio che fa propria la realtà, che la raccoglie in sé come dono, ma se ne distacca e la ordina e la domina. Del resto qui la realtà ha avuto ciclicità talmente stabili da poter generare riti che diventavano sostanza del vivere e attesa. Nulla più della cura dei campi è vita, previsione, attesa e accadere. Nel lavoro della terra c’è certezza anche quando irrompe l’eccezionale e speranza che l’ordine verrà ristabilito. Stagioni per amori, piaceri, fatiche, nascite, crescita e poi di nuovo, ripetendo ciò che non si può ripetere eguale.  In questo il cielo è specchio di ciò che accade nel microcosmo umano e lo ridimensiona, lo rende relativo, accettabile, lo apre ad una infinita nascita e quindi ad una infinità speranza. Così anche cavare una pietra gialla di sole, che s’imbeve d’acqua e asciuga in fretta, è mettere radici nel cielo, come le piante che trovano il loro luogo e lo uniformano a sé. Così immagino il restare in questi luoghi di bellezza, cavare e l’allineare sapiente come lo stabilire un legame solido con il terreno, non la violenza del cemento, ma l’unire pietra a pietra, nella terra, là dove tutto si ripete e mai è eguale.