mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Bisognerebbe dirlo prima dell’uso che l’apprendere è una droga. Che non basterà mai, che quando si comincia non si smette..
Bisognerebbe dirlo ai ragazzi che non è vero che apprendere gli servirà per avere denaro o chissaché. Invece si mentirà dicendo che sapere è utile ad essere felici, che servirà ad essere qualcuno, che si avrà un ruolo e successo.
Bisognerebbe istruirli sul rischio che porta con sé, l’apprendere. Sul fatto che genera pensiero critico, che saranno scontenti, e che capiranno se gli viene sottratta la vita.
Bisognerebbe parlare sinceramente loro sul rischio del sapere, sul senso di ignoranza che genera, sulle sicurezze in cose inutili e le incertezze in cose “utili”.
Bisognerebbe dirgli che intelligenza e apprendimento vanno nella stessa direzione, ma che non è necessario essere intelligenti per vivere in questo mondo, e che non rende automaticamente felici, anzi, ma che quando si sente qualcosa, lo si sente di più, che capire diventa un’abitudine e una frustrazione quando non accade.
Tutto questo e molto d’altro bisognerebbe dire all’inizio di ogni anno scolastico. E anche che solo in alcuni casi la scuola gli insegnerà ad apprendere, anche se questo sarebbe davvero il suo ruolo oggi, e che apprendere dipende da chi insegna e da chi frequenta, ma nessuno lo dice e si parla d’altro.
Le pile accumulate di libri senza ordine, oggetti che seguono ed evocano discreti. Persone animate da sentimenti diversi passano, qual’è il filo, le parti comuni che metteranno assieme un ordine profondo e segreto?
Nel rispetto per noi troviamo senso profondo ai nostri segreti, le parti che con fatica guardiamo e non mostriamo, se non in una intimità assoluta.
Sono cifre preziose che lasciamo uscire con-fidando, e comprendiamo davvero nel timore del mostrarsi e vedersi riflessi.
Questa è la strada più breve per sciogliere la complessità della comunicazione. Come se la semplicità fosse solo nei meccanismi del piacere, e in questo o nella sua assenza, si muovessero gli uomini.
E’ una riflessione generale e naturalmente semplifico, però sento che nei rapporti qualche pezzo di pazienza si è perso per strada, e che la religione del fare come dimostrazione del vero, ha ripreso il sopravvento sull’interesse. Una visione utilitarista degli altri che si traduce nel: se mi servi mi interessi.E il resto sembra perdita di tempo.
L’ estate ha invaso le stagioni, gli uomini, i rapporti. Se davvero fossimo perennemente in vacanza, e non ci fosse la difficoltà del capire/capirsi, sarebbe l’età dell’oro. Ed invece siamo solo nell’era della soddisfazione dei bisogni accessori che diventano principali. La nostra fragilità ci rende invincibili e semplici, solo quando non pensiamo, non comunichiamo, non ci confrontiamo.
Mia madre mi metteva in mano due forchette e faceva incastrare i rebbi. Non sapevo si chiamassero così, già il fatto che dall’incastro nascesse una nuova forma, era una scoperta. Le mie erano mani piccole, allora. Lei aveva una pazienza chiara, veloce, mi mostrava come fare e guidava le mani in quel movimento ellittico continuo. Poi cominciava a rompere le uova, separando tuorlo e albume ( per me il tuorlo, era il rosso, quello che, diventato giallo di zucchero, avrei avuto il permesso di leccare dalla terrina, poi si sarebbe mescolato con il bianco, l’albume, altro nome strano, per finire il tutto, sempre mescolando, nella fecola). A me toccavano gli albumi, sostanze gelatinose, appiccicaticce, che non ispiravano al tatto, e che al gusto sapevano leggermente di sale. Una schifezza, mi pareva, eppure la mamma, riempiva senza posa il piatto fondo in cui adesso riposavano le forchette. Poi mi prendeva le mani e mi insegnava, come si sbatteva. Sembrava facile, ma quel movimento, dopo poco, faceva dolere i muscoli del braccio, e continuava, continuava, e non ci si fermava mai e la gelatina diventava spumosa, poi sempre più solida. Salendo la fatica, con i muscoletti contratti, chiedevo: basta così? Lei prendeva le forchette, le immergeva e mi diceva: vedi, cadono, Devono stare in piedi. Dev’essere solida. E riprendevo a sbattere, non mi sarei mai arreso, era una cosa mia, la difendevo.
Quella schiuma sembrava davvero solida, di un biancore assoluto, sarebbe entrata nei tuorli tirati a spuma con lo zucchero, l’avrebbe diluito prima di unirsi alla fecola. Il segreto della torta margherita era questo, non c’era lievito, solo colore e leggerezza. Doveva lievitare da sé, raccogliere la forza e mutarla in una nuvola gialla che saliva e restava leggera. Essere altro, per riempire la bocca e saturare di gusto.
Da allora penso che la leggerezza sia questo montare dentro, questo cangiare colore e sostanza, conservando sé. Fatica, altro uso delle cose, costanza, obbiettivo, trasformazione. Sembra un mantra del mutamento, un far lievitare senza lievito la parte di noi che vola e cammina.
A volte pare che la differenza tra vecchio e nuovo, tra principii e contingente, debba sempre propendere verso il secondo, come si vivesse sempre nel giorno ed il futuro non fosse determinato proprio da ciò che facciamo oggi.
Non è solo un invito a togliere dalla nebbia queste generazioni future che, come disse un parlamentare democristiano, quando ancora il debito pubblico veniva generato per spese sciagurate: ma chi cazzo sono questi posteri, che neppure votano. Ma la necessità di salvare il salvabile perché la miseria dei giovani sta traboccando, invade il paese e dilaga sulle altre generazioni. Il problema della crescita diviene tanto centrale che è la misura della adeguatezza di chi governa. Invece si preferisce, o con la modifica all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, o con le misure che mettono le mani in tasca a chi non ha più tasche, dividere sindacati, forze attive, generazioni. Il monologo di Agrippa applicato al contrario, ovvero disgiungere le membra per cibarsi del corpo.
Cannibalismo sociale, ecco quello che sta avvenendo nella coscienza indotta. La Cgil è stata fortunata, il consenso allo sciopero è cresciuto con la dissenatezza di quanto avviene politicamente con la manovra, quando è stato proclamato lo sciopero la modifica sui contratti di lavoro ancora non c’era. Però c’è un messaggio che non viene colto in questo sciopero, come in molti lamenti, proteste che vengono derubricati come routine: il paese si sta sgretolando. Politicamente, socialmente, prospetticamente. Manca un mare comune in cui salvare la barca. Non è la solita questione tra apocalittici e integrati, è l’uso della parola modernismo che è usurata, che nasconde altro, il confronto dialettico tra cambiamento e conservazione deve essere chiaro, poi vinca il migliore. Invece si confonde tutto per trarne vantaggio e si occulta la centralità del produrre e della crescita e del suo fine sociale. Ci si può scannare sui modi, sulle teorie, sulla ragione, ma la relazione tra ciò che accade e ciò che sarà, non può essere consegnata ai mercati.
Vedete, e qui concludo, nella crisi dei sub prime, molte banche e i mercati finanziari, sono state salvate dagli stati sovrani che si sono indebitati per questo, sono gli stessi che adesso, stanno attaccando gli stati sovrani per fare profitto sul fallimento degli stati. Tanto che mi auguro che una nuova bolla, una nuova crisi metta in ginocchio nuovamente le banche, i fondi, la finanza per distogliere l’attenzione dagli stati. Ciò che muove tutto non è la concezione etico protestante del profitto, ma la sfrenata crescita del far denaro senza corrispettivo sociale. In questo la Cgil è più moderna degli altri sindacati, difende principii, realtà sociali che devono valere erga omnes, non fabbrica per fabbrica, generazione per generazione. Nella cultura del lavoro il denaro è uno strumento, un mezzo, nella società del profitto, il denaro è un fine.
La bambina bionda avrà tre anni, porta un caschetto rosso in testa e sta sul marciapiedi, a cavallo della sua bicicletta. Con un braccio tiene una bici, eguale alla sua, in equilibrio. Passa un mezzo dei pompieri. rosso come il suo casco, si distrae. Saluta con la manina, viene ricambiata da un pompiere che sorride. Cade la bicicletta.
Dalla porta esce un bambino, ha un anno più della bambina. Il suo caschetto è blu, raccoglie la sua bici, senza protestare e sale. Aspettano e intanto si parlano, additano, sorridono. Forse lei gli racconta dei pompieri e del saluto. Adesso esce un uomo, avrà 35 anni, anche lui con una bici, un caschetto. Parla con i bambini, istruisce, accarezza. Partono, lui davanti, i bambini dietro. Sono sulla pista ciclabile che scende verso il lago. Lentamente, nel pomeriggio, sfumano verso il sole.
Le vite proseguono normali, ovunque, in lingue diverse, equivalenti e sovrapponibili. Fatte di affetti, consuetudini, piccole gioie e dolori, chiuse in cerchi ristretti di idee, prima che di cultura e di case fortilizi d’essere. Sfumature di caratteri, qui prevale l’ordine, altrove la fantasia. E’ lo stesso per ogni nuovo incontro. Si confrontano i caratteri, c’è curiosità, si capisce, spesso poco e male, poi la vita continua, a volte si intreccia, quasi sempre scivola via. Per caso, noi tocchiamo una vita, ne siamo toccati. Quando si segue il filo dei pensieri e si osserva, non occorre parlare. Questo vedere-sentire ci modifica, aiuta a sentire la singolarità nostra e l’eguaglianza di gran parte delle vite. Un brusio enorme dell’universo, che tocca leggero. Nelle modalità dell’essere, scegliamo cosa e con chi, il resto è appena meno importante, come le iterazioni deboli, tiene assieme l’universo e noi. Il nostro universo che è importante per noi, scorre a lato delle vite, nel flusso. Di me non resterà traccia negli occhi di quella bambina bionda, ma lei resta nei miei. E’ la percezione che la vita continua, tendenzialmente lamellare, su piani che hanno velocità differenti, si muovono assieme e solo dove c’è un ostacolo-occasione si mescolano. Lì si può accettare il confondersi, oppure riprendere a scorrere, non dipenderà solo da noi.
E’ una percezione forte quella che mi prende: la vita continua dove me sono andato. E’ una tenera verità che genera una sensazione di pace, di continuità. Anche sul lago è sera, anche nelle case e nelle persone che conosco, e per cui sento cose importanti, è sera.
La rivoluzione vera è allegra, anche l’opposizione vera lo è. Si prende sul serio nelle cose fondamentali, ma il resto è ironia, auto ironia.
Prendere sul serio l’avversario, significa combatterlo, e il riso è un’arma terribile. Introduce il dubbio, la sfiducia nella sua forza, va ben oltre la nudità del re, ne vede il pisello ridicolo, i fianchi flaccidi, la caducità del corpo e della mente.
Il ridere è sempre stato una difficoltà della sinistra, ci siamo sempre presi troppo sul serio, avevamo cose importanti da fare. Salvare il mondo, modificarlo positivamente, ad esempio. Questo impediva di vedere il limite delle cose che si facevano, tutto era importante, serio, definitivo. Cosa ci può essere di talmente serio in un’alleanza con la lega, con Casini, con Fini? Si sa che dura poco, è funzionale a un risultato tattico, ma non cambia nulla del mondo che volevamo. Semplicemente mette in luce la nostra insufficienza, incapacità di essere convincenti. Le persone vogliono speranza, leggerezza, libertà di non credere al messia di turno, qui aiuta il ridere, il lato comico delle cose e del potere. Non occorre essere sguaiati, basta conservare l’ironia, capire il limite, denunciarlo allegramente. Nella crisi economica che stiamo vivendo quanto cambierebbe il mondo se alle facce serie che ci impongono i sacrifici che loro non faranno, una risata crescesse. Non li prendesse sul serio, si opponesse, consumando meno e diverso, per non pagare tasse su consumi che non ci appartengono. Se esaminando le nostre vite, la parte allegra emergesse, le gioie e le tristezze diventassero davvero il centro del vivere, rifiutando i palliativi, le sostituzioni che si pagano, quando cambierebbe la galassia delle cose importanti?. Queste manie dell’eccezionale, dei vini costosi e rari, dei miti del cibo a tre stelle Michelin, della vacanza in luoghi esclusivi ed esotici Le vite eccezionali, senza limiti di spesa e di sensazione. Lo spettacolo, lo sport come storia del meraviglioso, ma cosa c’è di meraviglioso in tutto questo? Vivere, far l’amore è bello in sé, perché il contesto dev’essere indimenticabile? Se guardo le mie ciabatte sono ridicole, ma mi mettono allegria, mi fanno stare bene, sono me.
Ridere del lusso, del potere, dei propri tic e ancor più di quelli dei potenti, riporta meschinità della miseria vista dai maggiordomi, la vita è fatta di funzioni corporali, pensieri incerti, cedimenti resi abitudine, età. Passano. Passano come tutti. Sono uguali a noi, spesso peggio, perché tanto rispetto? Non permettiamo loro di modificarci le vite, togliendoci la libertà di ridere, di noi stessi e di loro.
Bisogna ripeterlo ogni giorno: siete ridicoli, noi siamo importanti e non ci sottometteremo. Ci fate ridere e una risata vi seppellirà.
Qualche anno fa, affrontando, allegramente, un sottopasso in Catalogna, un amico, incaglio’ il tetto della roulotte e semplicemente, la dissolse. Si fermo’ dopo 100 metri e, guardando la scia di abiti, stoviglie, coperte, oggetti, disse: Giovana, ma quanta roba gheto porta’ via. Poi raccolto il raccoglibile, la vacanza continuo’ in albergo. Nell’evoluzione della specie, i neuroni e il dna, si sono specializzati. In una dialettica tra forma e contenuto, all’uomo e’ stata destinata la forma. E quindi una particolare abilita’/acuzia nel trattare i volumi. Questa innata capacita’, ormai 2 milioni di anni di viaggi pesano sulle predisposizioni, fa si che il momento dello stivare il bagaglio, sia momento sacrale della parte maschile del genere. In quel momento, l’uomo si ricongiunge con tutti gli appartenenti maschi della sua stirpe. Ascende in linea retta verso gli antenati, ne ascolta sciamanicamente il consiglio e dispone, impila, allinea, assicura l’immenso bagaglio, ovvero la casa appresso, che l’altra parte del genere ha preparato. C’e una fiducia estrema del maschio nei confronti della femmina, a lei si affida, lascia che intuisca pensieri, necessita’ ipotetiche, ma soprattutto le delega, la soddisfazione dei bisogni.
E’ questa fiducia che farà scoprire, a posteriori, la diversità della visione del mondo tra generi, sia nelle necessita’, come pure nella percezione e nel concetto di numero. Come considerare equivalenti gli insiemi, se da una parte troviamo in tutto due camicie, una maglietta e un pantalone, da confrontare con 8 vestiti, 3 gonne, quattro shorts, sei pantaloni, 5 camicette, 2 maglioni,4 paia di scarpe, il tutto con dovizia di creme, unguenti, boccette e foularini sparsi? Gran parte degli abiti faranno un giro turistico senza toccare corpi. Creme, attrezzi, sandali resteranno nelle loro buste, ma il senso di sicurezza che infonderanno nella proprietaria sarà impagabile. E lui, il maschio, che sa tutto questo e soffrirà alternativamente caldo e freddo (ma non faceva caldo in medio oriente? Si, cara, ma siamo a gennaio, non in agosto), ad ogni ritorno cancellerà il ricordo, e la volta successiva, si affiderà con immutata, bambina, fiducia a chi ben meglio di lui, sa, cosa serve. E’ la presenza della madre provvida che continua, introiettata nell’ adulto che trova così bello affidarsi. Se fare il bagaglio e’ caratteristica somma dei viaggiatori, dobbiamo pur dire che e’ gene ballerino e recessivo, che la sapienza accumulata in innumeri migrazioni, si disperde ad ogni generazione. L’uomo si fida dei contenuti e dispone i volumi, con talento geometrico, impila verso la forma principe del bagaglio, ovvero il parallelepipedo. Incastra come in un puzzle tridimensionale, assicura e poi rimira l’opera che terra’ conto della velocità, dell’incidenza dell’aria, dei moti di Bernoulli, della teoria dei gas applicata ai moscerini.
Ma anche questa capacità è ormai in disuso, almeno in occidente, ha raggiunto il massimo della sua espressione tra gli anni ’60 e ’80, per poi lentamente è confluita in forme fisiche aerodinamiche, facili e prive di cognizione e intelletto. Infatti a partire dagli anni’90, il parallelepipedo fu, gradualmente, sostituito da quei siluri di derivazione germanica che ancora oggi occupano i pochi portabagagli in circolazione. Qualunque cosa abbia sopra la testa (non fate i maliziosi), ad ogni sosta, il maschio della specie evoluta, scenderà e verificherà. Dopo aver congruamente ammirato l’opera ed essersi silenziosamente congratulato con il motore ansante, controllerà la tensione e lo sfibramento dei cavi, la forma e l’equilibrio del parallelepipedo sovrastante l’abitacolo,oppure la tenuta del siluro, questo, invero assai stabile e poco dipendente dalla sua perizia, ma nonostante questo, per riflesso condizionato, almeno le chiusure a scatto, le verificherà. La vera novità, per la specie migrante, è stata la station wagon, in questa il maschio trasferisce il talento aereo della combinazione e dell’incastro. La forma nirvanica del bagaglio nella s.w. e’ la calma orizzontale della superficie composita. Ovvero il piano assoluto e li per un attimo, ad ogni sosta, il nostro si bea, di tanta varia forma ricomposta nella superficie piatta, un luogo geometrico su cui una sfera potrebbe correre, se ve ne fosse gioco o necessita’. Ecco quello è il momento in cui una voce più acuta di un’ottava e mezza, dice soavemente: caro, potresti prendermi, per favore,…
Qualunque cosa sia, sta sotto, e per prenderla, il caro, dovrà infrangere quella superficie costruita con tanta cura, disseminare attorno una quantità inverosimile di contenitori, non trovarla e disperarsi, perché quello che prima si incastrava, stava e ricomponeva l’ordine universale, adesso è cresciuto, E caso unico di contraddizione alla termodinamica, senza aumentare l’entropia, enfatizza il volume, lievita. Insomma non ci sta più.
Di fronte a questa domanda terribile, il genere maschile dei caro, si scinde in due grandi tronconi, quello militare che risponde: adesso no, non si può, dopo all’arrivo. E resiste impavido ad ogni: ma ne ho bisogno, ma cosa ti costa, è proprio lì.
Di questi uomini sono stati costruiti gli imperi.
L’altro troncone è quello remissivo, che scava, cerca e quasi mai trova, perché l’oggetto cercato non stava lì, e nella quasi totalità dei casi era dentro l’abitacolo sul sedile posteriore.
Se l’abolizione della schiavitù,la democrazia, l’istruzione di massa hanno fornito basi solide per nuove grandi eguaglianze, hanno però sottratto una libertà, prima incondizionata: i ricchi avevano chi faceva, pensava, trasportava i bagagli, e non erano le mogli, i poveri non avevano nulla e quindi il problema non esisteva. Questo dimostra che, nell’evoluzione della specie, l’uomo si fa carico non solo di creare la democrazia e perseguire l’eguaglianza, ma ne porta anche il peso. E di questo se ne farà carico non solo nell’andare, ma anche nel viaggio di ritorno, con rinnovato impegno, visto che nel frattempo il carico è raddoppiato. (tanto porta la macchina).
Assioma del maschio viaggiatore:
non esiste un viaggio di ritorno, a parte i naufragi, in cui la quantità di cose, abiti, cibi, monili, suppellettili, da trasportare, sia eguale a quella dell’andata.
Via dalle giustificazioni e dalle colpe che poi, alla fine, esprimono solo bisogno.
Via dai meccanismi in cui si è sempre un poco meno di ciò che si è davvero.
Via dal chiedere e dallo spiegare.
Se non c’è sforzo per capire, il dialogo sfuma, la comunicazione s’arresta, restano le impressioni. E che ce ne facciamo delle impressioni, delle sensazioni? Utili per il pericolo, per la foresta, ma sapendo che il loro tasso di errore è elevato, ad ascoltarle troppo, si gettano molte possibilità della vita. Vivere è una bella fatica, non priva di rischi, ma a questo soccorre l’intelligenza, la comunicazione, ovvero il mettere in altri un pezzo di noi e ricevere qualcos’altro di ritorno. E il fidarsi, perché se non ci si fida non c’è scambio.
A tutto questo serve l’intelligenza applicata e attiva, la fatica di capire perché lo si ritiene utile, interessante, vantaggioso. Ed è inutile giustificare, il cercare altrove le colpe per ciò che non va. Come a nulla serve spigolare nel passato.
Lo spiegare ha un limite, non può scivolare nel giustificazionismo, ovvero in quella necessità di dire in più per essere benvoluti. Il crivello della comprensione è un buon selettore per l’interesse, non occorre capire tutto e subito, basta aver voglia di capire e comunicare.
Questo modo di pensare potrebbe sembrare snob, forse a volte lo è, ma parte da una disponibilità di comunicare, e il tutto facile, come gli stimoli e le sensazioni, sono solo una parte del trasmettere/ricevere. Credo che ci sia una selezione naturale, facciamo fatica solo nei confronti di chi ci interessa davvero, per il resto si lascia perdere.
Per vivere di stimoli pavloviani non occorreva evolvere il genere.