provinciali

L’unica città che assomiglia alle grandi città americane in Italia, è Milano, il resto, nel nostro Paese, è altro.

Spesso ciò che non si conosce si immagina, ma questo non impedisce di viverlo, così il mito dell’occidente è il fare. Il fare come essere, il muoversi continuo, il rispondere ad una legge più alta che è il mercato e che si muove sul principio depurato calvinisticamente, del piacere. Quindi non il benessere, la “roba”, ma quella cosa estremamente dinamica, che fa coincidere il successo personale con il movimento e la perenne innovazione. Un’interpretazione dinamica della  Grazia ad uso dei nuovi atei religiosi devoti alla finanza.

Credo che da questo derivi lo stereotipo del movimento come progresso e crescita: fare, essere, coincidere con la modernità.

A questo si contrappone la provincia, sempre un po’ assonnata come i rettili al sole, con la capacità disincantata di lasciar accadere, di lasciar andare, tanto, prima o poi ci si ritroverà. Ma non nelle luci ossessive della città, piuttosto nella stanchezza dopo la corsa, nella riflessione che accompagna la pausa e nelle domande che ne conseguono, finalmente non represse.

I provinciali vanno in città, ne sono affascinati, sentono il ribollire delle occasioni. A volte si fermano, magari ricreando il borgo attraverso le amicizie, le abitudini, chiudendosi in un sottoinsieme di città che li faccia sentire meno soli, altre volte non ce la fanno proprio, ne sono rigettati e tornano sconfitti. Nella città, i provinciali, trovano qualcosa che li tiene e li estrania. In fondo, loro, hanno una storia , una stratificazione di vissuti, di percorsi fisici, e mentre la città è immemore, si sovrappone cancellandosi, loro, hanno immobilità del ricordo che il movimento non avrà mai. Ecco perché i provinciali nella grande città diventano pensierosi: manca loro un pezzo, che non è il passato codificato nei libri, ma è proprio il ricordo della loro storia.  E quando restano, possono anche correre una vita col sogno di fermarsi, ri abitare luoghi che intersecano vite, non solo storie di condominio, sognare la semplificazione del verde, della campagna, del piccolo spazio per sé, magari riprodotto in città.

Ma questi, di cui parlo, sono i provinciali, gli altri, quelli adeguati nella città che corre, vivono, sguazzano, non si pongono domande che generano desideri statici. Vedono la vita come agglomerato competitivo di vite, consumano il tempo, e si nutrono di luce e calore, non come i provinciali che hanno città grigie, strade semi deserte la notte e buio fuori delle case.

C’è chi ama la luce e il colore di notte e non lo vede di giorno, chi vive con il buio e chi non lo sopporta. Perché anche il buio è statico, è il passato, e rallenta, il buio, anche nel far l’amore. Ecco un’altra differenza, per i provinciali, il buio esiste e a volte è un abbraccio, non solo una minaccia da spingere fuori dei propri occhi.

p.s. La rapsodia in blu per me è la città come mai era stata descritta.

la civiltà del bere

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Con l’aperol va bene, è da femmine, ma va bene. Con il Campari va bene, è il suo, niente acqua, grazie, solo il ghiaccio, abbastanza ghiaccio e una fetta d’arancia. No, il limone no, non mi piace con lo spritz.

Il Cynar andava bene, il Bianco Sarti pure, anche il Punt e Mes funzionava, ma adesso non sanno di cosa parli, se li ordini. Questo è un paese di figli con i padri rovinati dal rosso antico, l’aperitivo che si beveva in coppa e che ha traghettato un popolo dalle ombre agli aperitivi. E noi, duri, ci davamo un tono di ribelli all’ordine televisivo costituito, e andavamo a Bianco Sarti liscio, magari corretto Campari, per far colore. O con i Negroni, con gli spaccabudella a base di gin e Campari rosso, con le disquisizioni che s’impastavano di panini con il salame e sarde in saor. Per smaltire, bicicletta, ovvero spritz nella versione con vino e mezza acqua e poco poco, Cynar.

Certe sere, dopo tutto questo aggiungere gradi, veniva dal cuore il: mejo ‘e ombre, meglio tornare al vino. Ma non era quello di adesso, di bottiglia, fruttato, annusato, degustato, no, era quello di bottiglione. Sul banco ce ne stavano due. Rosso o bianco? Mezzo litro e due bicchieri e giù, a sorsate, ingollando per saltare le papille gustative, puntando poi subito al mezzo uovo sodo dai riflessi multicolor per correggere l’impressione. Petrolio il vino e inquietanti quei riflessi, dammi un’acciughina, va, che correggo la bocca. Volevamo fondare un movimento per la liberazione dell’acciuga col cappero. Avete presente cosa significa stazionare fianco a fianco con innumerevoli sorelle, tutte arrotolate sul proprio cappero, dentro una scatola di latta, immerse in un olio che a malapena arrivava ai fianchi?  Significa annoiarsi e ossidarsi, cambiare colore dal biondo al marrone scuro, rinsecchire e far spuntare le spine maltolte senza possibilità di depilarsi, insomma imbruttire senza scampo. Ecco la vita dell’acciughina. E c’era sofferenza tra le acciughine così le coglievamo in libera uscita, sull’uovo o sul crostino col burro, che sembravano dire: chissà che qualcuno mi mangi, lì dentro non ci voglio tornare, e ci si sacrificava per il movimento di liberazione: un boccone e via per togliere quel fondo di vino da bottiglione che avrà avuto pure un nome, ma era meglio non indagare. Era tutto merlot, leggero o pesante, merlot. Bah!

Per questo la civiltà è arrivata con lo spritz, un bel nome, tedesco, un passo avanti che ha abolito i mezzi litri, i bottiglioni. Lo dobbiamo allo spritz se sono arrivate le bottiglie e i nomi dei vini. Ma a tutto c’è un limite, anche alla civiltà, infatti è durata poco e se non ci sono più i bottiglioni, il prosecco adesso lo pescano da un fusto sotto il banco e lo spinano come la birra, aggiungendo anidride carbonica. Liscio o frizzante? Ha nuovamente perso il nome, l’identità.

Voglio prosecco vero, aprimi una bottiglia ogni tanto, correggi bene il colore col Bitter, né troppo né troppo poco, lascia che si sprigioni il gusto, non ammazzarlo con l’acqua al più uno spruzzo di seltz e dammi bagigi, arachidi, noccioline salate, lo so che costano più delle patatine, ma sono più buoni e soprattutto non sono fritti.  

Ecco la civiltà dello spritz. Si parla, si ascolta, si guardano le ragazze, si fanno discorsi alti, altissimi, cazzate paurose, si ride. Ho sentito più successi e malinconie di ricercatori teorici e applicati, bevendo spritz al bar che nei convegni specializzati.  Ma qui, parlo dei posti vicino all’università, c’è intelligenza che gira e che ha sete di conoscenza, ma non solo questa sete. Anche in osteria c’è intelligenza che gira, solo che si applica ad altro. E poi all’osteria, o dal bacaro, si procede per gruppi attrezzati: ci sono quelli del posto, gli stanziali, che si trovano ogni sera e ogni mezzogiorno e sanno cosa dire, di chi dire, come ridere per sott’ intesi. Poi i migratori, quelli che arrivano e non si sa chi sono,  foresti, anche se parlano in dialetto tra loro. Però a volte i discorsi s’ intrecciano, specie se ci sono ragazze, se si ha creanza nessuno perde l’identità, ma almeno ci si riconosce. Solo che come si entra, si esce.

Osterie, bacari, osmitze, frasche, occorre tempo, per la civiltà del bere occorre soprattutto tempo. Anche per chiamare per nome chi sta dall’altra parte del banco, occorre tempo. Poi tutto diventa facile, non si è mai soli in osteria: mutuo soccorso.

Dopo la civiltà è venuto lo spritz di massa , con i bicchieri in plastica, con le caraffe già pronte.

Caraffe già pronte? Ma siamo impazziti? Voglio vedere cosa ci metti dentro, lo spritz è mio, mi assomiglia, lo devi fare per me. Ma queste sono pretese da ramo nobile del bere, di chi beve meno e pretende di più. Anche i bagigi pretende, sennò li porta da casa.

E’ un percorso circolare, siamo partiti dai bottiglioni e finiti nelle caraffe e così adesso per bere bisognerebbe saltare di nuovo le papille gustative e sorseggiare, parlare, in piedi, fare tutto senza pensare a quello che c’è nel bicchiere e perché si è lì, ma così si capisce che non si è lì per bere, che è per solitudine, per parlare, sbronzarsi e vomitare. E’ diventata una moda di massa, riempie le piazze di voci, di rumore, ci si trova, si saluta e bisogna pur avere qualcosa in mano a cui attaccarsi per parlare.

Non è per me, devo bere seduto e avere tempo.

di calzari, polvere, strade, cuori, cervelli

Mi pesano molto più le cose non fatte che il passato o le occasioni perdute. Credo che se ci guardiamo indietro ci sia un’infinita distesa di abbandoni. Morbidi i più. Persone e cose che ci hanno accompagnato per una parte, piccola o grande, della vita e ora sono parte di noi, incorporati in qualche impercettibile modalità di essere, in un trasalire oppure nel fermarsi davanti a qualcosa che abbiamo conosciuto. Se restano gli affetti importanti, i pochi amori (sono convinto che l’amore che sconvolge non sia così frequente), che accade del resto che vive con noi silente? Quei legami del passato che di rado emergono e velano gli occhi solo per un attimo, per poi sparire, dispettosi, in un loro posto, non dove li avevamo messi. Legami che hanno tessuto fili insospettabili e tenui per loro conto, e per questo dolcemente inquietanti a noi, che pensavamo di averli definitivamente vissuti. Cose agé, da pomeriggi dei giorni di festa quando la stanchezza del troppo abbatte qualche barriera.

Cose che accadono nei giorni canonici quando si è deciso da molti anni di non fare più il bilancio della vita, ma di andare avanti e accettare i zig zag della rotta. Al più un punto nave, sapendo che neppure quello serve a molto perché l’oceano in cui navighiamo lo creiamo noi e arenarsi o vivere di vento dipende solo da noi. Quello che mi sorprende è avere così tanta compagnia, che non scrive, non manda sms, non ha più un telefono o un indirizzo, mentre invece si susseguono i segnali degli auguri che arrivano, ci sono tracce dappertutto di un mondo coevo in cui vivo. E gli altri, dove saranno, cosa staranno facendo? Chi è stato quello che per un moto d’orgoglio non ha scritto quando ne aveva voglia? Sono stato io o l’altro? La distanza fa capire tante cose, non è perdono è comprensione, un vedere oltre l’emozione di allora. E quando l’emozione è sparita il bene prende il sopravvento, ciò che aveva ferito non ha più cicatrice a cui appellarsi. Quel ricordo non significa nulla se non riconoscere la propria vita, che è importante perché un tempo è stata importante anche per altri, ha sollevato emozione. Ci sono momenti in cui i calci hanno sostituito le carezze, ma mi viene da pensare, nell’inermità del pomeriggio di festa, che le seconde siano state, alla fin fine, più importanti. E che non è un peso cercare la meraviglia del futuro assieme a tutto quello che siamo stati, ma è bello ora, adesso. Così come siamo diventati.

il telefono la tua voce, ma il tuo cuore e il cervello dove sono?

In treno il telefono è davvero pubblico, si sente perché non si può fare a meno e chi parla, spesso, vuol proprio farsi ascoltare. Sento parlare di economia, di euro, di vincoli di bilancio, di Europa, di spread. Si capisce che chi parla deve convincere l’interlocutore su una proposta politica, il nome di Monti viene ripetutamente evocato. Non una parola sulle persone, su chi adesso è davvero in crisi più del Paese perché nessuno gli fa più credito e scivola verso l’indigenza. Non passa giorno che qualcuno non mi chieda aiuto, cosa dovrei raccontargli, dei vincoli del debito sovrano?

Anche la politica di questi giorni è titubante sulla perdita del benessere, perché di questo si tratta: perdita di tutele e di benessere. Queste cose non entrano nel discorso del telefonista anonimo, forse sono banali. Come le categorie di destra e di sinistra, l’ha ripetuto più volte, semplicemente non esistono più, adesso ci sono i problemi. Vorrei dirgli che i problemi hanno approcci diversi a seconda da dove si affrontano e che la diversità è tutta lì. Ma questo mi ricorda che non pochi amici, che da sempre sono stati più a sinistra di me, mi dicono di essere in dubbio se votare Pd o la lista Monti, questo mi fa riflettere che molte posizioni di sinistra sono strutturalmente minoritarie, e sono state espresse da chi comunque una posizione l’aveva. Da chi, nella sostanziale stagnazione del sistema, non aveva una perdita di status e di privilegi se governava la destra, ma adesso che la valanga è iniziata, un buon conservatore che mantiene la parola è più affidabile per mantenere i privilegi di chi potrebbe metterli in discussione. Perché di questo si tratta. Vorrei dirlo al mio vicino che continua a parlare, che senza l’uomo il denaro non è nulla e che la ricchezza di cui parla è virtuale, se non si traduce in vita, in possibilità di partenza eguali, in redistribuzione attraverso il welfare. Ma la cosa non credo verrebbe capita perché adesso sta parlando del fatto che la politica si deve far carico dei vincoli del denaro. Parole inoppugnabili, ma la politica ha la responsabilità delle vite, dei destini, dell’infelicità indotta dalla società ineguale, qual’è la responsabilità civile del denaro, delle banche, dei mercati?

Il discorso continua sull’inopportunità di una campagna elettorale, parla delle difficoltà dell’Italia di essere credibile (forse vuol dire solvibile), come se la democrazia delle elezioni fosse un’optional, qualcosa che compare e scompare a seconda dei risultati del Pil. Credo che questo sentimento si stia diffondendo anche nella parte del Paese abituata ad analizzare ciò che accade, ovverossia che stabilire una maggioranza sia un lusso da correggere, che la politica debba essere comunque soggetta ai mercati. Credo che questo sia la genesi delle demagogie e dei populismi, delle falsità e delle balle che vengono raccontate, e che fanno finta di occuparsi delle persone, ma in realtà nascondono i veri interessi di una parte e all’interno di un condizionamento economico cercano di trarre un vantaggio per pochi.

Dovrebbe essere forte la richiesta di verità, anziché credere e ascoltare le sirene, chiedere perché si fanno le cose, quali sono i vantaggi per tutti, che privilegi verranno ridotti e tolti. In realtà ho già sentito altrove cose stravaganti, come il non riconoscere più il debito o abolire l’industria, oppure tutti i disoccupati a lavorare nel turismo, ma non è quello che sta dicendo il vicino. Adesso è arrivato alle difficoltà dei tecnici, alla sofferenza che hanno dovuto patire nell’assumere provvedimenti impopolari, al premier che fatica a mettersi al giudizio dell’elettorato perché quest’ultimo è volubile.

Sono arrivato, mi volto, voglio vedere il telefonista: è un ragazzo giovane, avrà 35 anni. Non è un operatore di borsa, da come è vestito non sembra neppure un rampante in carriera. Non ha detto una parola sulla disoccupazione e precarietà dei suoi coetanei. Non capisco, mi viene da pensare che quelli che sono tra i più bistrattati dal sistema, debbano essere difesi dai padri, dai vecchi. Continua a parlare, numeri, dati inoppugnabili, quelle cifre che t’inchiodano all’evidenza: va bene, vorrei dirgli, ma come se ne esce tutti assieme, senza cacciare nessuno, senza far pagare a chi non ha colpa? Oppure la colpa è proprio da quella parte che ha sempre pagato?

 

il giorno dopo

Si è consumata un’occasione di riflessione sul perché ci sia il desiderio di fine. Lo thanatos che accompagna la razza umana, che gira in negativo gli impulsi, le opportunità.

A parte i giulivi, il rimettere in ordine le cose, eguagliando e spianando il passato, che significa? Tutti abbiamo molto da perdere,  eppure questo desiderio occulto, scacciato, è presente nel profondo. Forse è l’esorcizzare la paura di ciò che è accaduto un tempo e di cui portano memoria i geni, o forse un senso di colpa atavico che vira verso l’oscuro, oppure ancora l’infanzia dell’umanità che è  giovane e pur parlandone molto, non conosce bene il valore della vita. Forse.

In realtà ogni giorno il nostro mondo finisce un po’, demolito da noi con costanza e leggerezza degna di ben altre imprese. Eppure è bello dire ai bambini: oggi hai un giorno tutto nuovo da vivere, vivilo, non curarti troppo del ieri. E’ bello questo pensiero e incompleto, perché ogni giorno realizziamo una piccola fine  di un pezzetto del nostro mondo, quello che serve a noi umani e a qualche altra decina di migliaia di specie mute.

Perché lo si faccia con sistematicità, smemoratezza e fiducia infinita di farla franca, non so, però accade e continua ad accadere.  E se lo si insegna ai bambini, un qualche divertimento ci dovrà pur essere. Credo sia per questo che ci si preoccupa di una fine del mondo subitanea: ci serve tempo per distruggere tutti i giocattoli che ci hanno regalato.

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Ci sono passaggi, zone grigie, momenti, in cui tutto -o quasi- sembra sovrastruttura, ma solo ad un infelice disattento potrebbe sembrare un momento negativo, perché è proprio allora che emerge il fiume carsico che abbiamo dentro. Quello che è il vero nostro fluire, con il suo tempo così poco lineare, con le attese tutte spostate e “sbagliate” nel loro improbabile accadere. Questo  flusso sotterraneo è orientato alle risposte, ai significati: cosa significa voler bene, quanto bravi siamo nell’accudire il bambino che è in noi, come evolve la vita e come, essa, ci faccia adulti e piccoli assieme.

Perché quanta più esperienza e conoscenza s’accumula dentro di noi, tanto più essa rivela il suo limite e non sappiamo che farne se non gettarla in quel fiume e mescolarla a quel noi che non è sovrastruttura. E’ allora che diventiamo piccoli e ne siamo coscienti, magari con un sogno da grandi: riuscire a parlare a chi è come noi.

mi piace non mi piace

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Sembra si risolva tutto nel mi piace o non mi piace. Fellini, una palla, non mi piace, anche Dante, buono quando lo fa Benigni o Neri Marcorè, ma poi… e Visconti, mi ricordo solo il Gattopardo, quello che tutto cambia perché nulla cambi. Morte a Venezia? ancora con queste storie e basta… E gli scrittori che ci facevano studiare a scuola? per fortuna è finita. Musica classica? un mortorio, ma anche i Beatles hanno fatto da tempo il loro tempo: due ere fa.  Meglio… Mi piace.

E’ necessario avere preferenze, buttare per aria quello che ha polvere, ma cosa resta dopo quel mi piace o non mi piace? Non è forse un passare ad un successivo giudizio senza appello in una logica di consumo dove, alla fine, non resta nulla di solido, di durevole?

La mia impressione è che dalla società liquida si stia passando alla società gassosa, che il riconoscimento di valore comune si dilegui mentre subentra la logica del movimento, del consumo, del passare sempre al nuovo, all’odierno. Chi leggerà i classici, chi farà fatica su uno scrittore ostico, su un filosofo, chi si occuperà di musica passata oltre la curiosità? Andraas Schiff ha sintetizzato bene il concetto dicendo che non ci si preoccupa se le discoteche non hanno anziani, ma ci si preoccupa se non ci sono giovani all’opera o ai concerti. Doveva aggiungere che amare la musica classica o leggere Dante sembra più uno sfizio da spostati e che il non saper ascoltare o leggere modificherà la musica e la lettura rendendole sempre più un patrimonio individuale, privo di rigore o senso critico comune. Magari non è un male, però ho l’impressione di vivere in una pioggia permanente di lustrini, coriandoli, immagini che scompaiono, film di cui non si ricorda il nome, note soverchiate da altre note. Insomma un diluvio di mi piace e non mi piace che non fa una cultura comune, che non distingue ciò che è solido da ciò che è transitorio. Una sorta di percorso in cui è bandita la fatica, si soddisfa il desiderio, si passa al successivo.

Confesso che questa sensazione mi confonde, magari non è vera, magari non riesco a leggere bene ciò che sta accadendo, però una domanda si materializza: cosa sta rimanendo di questo secolo, di queste vite, cosa resta del precedente passato, cosa viene trasmesso, e soprattutto come questo influenza il futuro e il vivere ? Perché cultura comune è questo, è memoria condivisa, avere una direzione, un paradigma da demolire e da sostituire con un altro altrettanto solido, ma se manca la conoscenza comune, a chi resterà il compito di cambiare, di mandare innanzi il tutto, tenendo ciò che è bagaglio da portare?

la casa dei matti

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Sono piene di verde le vecchie case dei matti, rimesse a nuovo nei colori pastello, che quasi non c’è traccia dell’abisso di sofferenze che hanno contenuto. Solo in vetrine chiuse nei corridoi di rappresentanza, giacciono in mostra vecchi strumenti. Evocano elettricità e mente, scosse elettriche, dolore, guance incavate, denti radi, bruciature (erano proprio bruciature, le ustioni sono troppo impersonali), distruzione progressiva, richiesta d’annientamento, dolore. Sembrano diagnostica di un tempo, curiosità asettiche ricche di manometri e fili, ma da qualche parte saranno pur finiti i letti di contenzione, le camicie di forza, le apparecchiature per l’elettroshock. Anche se non si mostrano, c’erano.

Ora ci sono molti alberi alti, molti uccelli, molte presenze, molte auto. Servono ad altro adesso gli edifici, eppure le alte mura, i cancelli, i tavoli di cemento e le panche ormai marce nel parco, ricordano altre presenze. Venivo per lavoro, quando questa era la casa dei matti, e loro, dopo la riforma Basaglia, in gran parte se ne stavano andando o se n’erano andati, ma c’erano presenze stabili, quelli che nessuno poteva o voleva accogliere, definite con due parole terribili: residuo psichiatrico. Erano più di 300 allora, che s’aggiravano per il parco senza essere più nessuno, se non la loro malattia.

In una di queste mie visite incontrai, per caso, una conoscenza d’infanzia. Magro allampanato come allora, ma senza quella bici da corsa rossa che da ragazzo lo accompagnava ovunque. Ricordo che correva con il calzone destro alzato con una molletta, veloce, indifferente se non ai suoi pensieri, pronto a bloccarsi solo per quella cerimonia che ogni tanto officiava quando gli veniva l’attacco: si fermava, scendeva e, in silenzio, scuoteva furiosamente la bici finché non si calmava. Per questo lo chiamavamo mambo, ma non faceva altro di particolare. Se aveva voglia discuteva con noi di calcio, di ragazze, con un eloquio curato. Parlava un buon italiano a noi che rispondevamo in dialetto e se pur aveva qualche anno in più, i suoi pensieri erano simili ai nostri. Insomma c’era e sembrava come noi. La domenica suonava l’organo in chiesa, era bravo, trovava musiche adatte ad un pubblico che apprezzava maestria e cantabilità, possanza ( se un organo non è possente che organo è ? ) e pianissimi da trattenere il respiro. Chissà perché era finito dentro alla casa dei matti, forse non aveva più nessuno. Quando chiesi se suonava anche lì l’organo, mi dissero di sì e che il prete capiva se accanto ad un corale di Bach o una toccata di Widor, c’ infilava l’internazionale o bandiera rossa. Anche qualche canzonetta c’infilava, ma i suoi colleghi erano contenti e spesso cantavano in coro durante la messa. E se era: in ginocchio da te, pur sempre in ginocchio erano. Mambo era comunista, questo me lo ricordo bene, chissà se significava qualcosa lì dentro. Credo servisse solo a discutere molto.

Incontrai altri durante quelle visite, ne ricordo due, in particolare : un amico d’infanzia che non rimase molto. Entrava ed usciva, poi alla quarta o quinta volta si stancò e prese la scorciatoia della tromba delle scale. Era bravo a scuola, un anno avanti, anche nella laurea, studiava molto, e aveva già un buon lavoro assicurato in famiglia, gli mancava la forza di vivere quel futuro. Trovai anche una ragazza che m’ era piaciuta quando avevo 20 anni, era strana anche allora, e non s’era combinato niente. Era lì su sua richiesta, per poco, mi disse. Parlammo di amici comuni, davanti a un caffè, con la familiarità che si trova quando si ha voglia di sentir l’altro. So che poi è finita  bene ( ma finiscono davvero queste cose, nella presunta normalità ?), in fondo era solo una pena d’amore, eccessiva come quello che le stava attorno.

Adesso il residuo non c’è più, anche il ricordo di ciò che c’era prima svanisce. Si scioglie un poco per volta con gli anni del prima e del dopo. Qualcuno più vecchio, fuori, rimpiange il passato, i matti sono un problema e la società, noi, non amiamo i problemi, ma non si torna indietro. Intanto qui e’ rimasto il verde, più curato di allora. Un poliambulatorio, laboratori, diagnostica, uffici, attività di formazione, del prima restano le panchine tra gli alberi, alcuni edifici sbarrati e transennati. Forse erano finiti i soldi per ristrutturare o non hanno pretendenti.

Se l’edificio non fosse stato vincolato, forse sarebbe andato all’asta per farci appartamenti o trasformato in scuola. Forse.

E adesso vorrebbe essere altro, è così anonimo, però è inconfondibile nella sua struttura di casa dei matti. Cerca di mutare, e qualunque sia il suo futuro quelle teche disseminate nei corridoi non dicono tutto.

Ma a chi interessano davvero i dolori altrui del passato quando già quelli dei presente sono difficili da sopportare?

p.s. sono stato fortunato qualche mese fa: per due volte, in momenti diversi, ho ascoltato, su radio tre l’intero monologo recitato da Giulia Lazzarini, semplicemente strepitosa, Lei è Mariuccia Giacomini che scrive il suo diario, un’ infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, prima travolta poi conquistata dalla riforma Basaglia. Semplice e così intima, nel suo triestino, dolce e terribile, fino a rovesciare totalmente il proprio modo di vedere e la propria vita. Due volte l’ho ascoltato e per due volte non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Peccato non sia disponibile interamente su you tube, bisognerebbe farlo sentire nelle scuole, passarlo alla tv, far capire cosa c’era prima di Basaglia e della legge 180..

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

i migliori anni della nostra vita

La pioggia cade a gocce fredde e rade, il ritorno è sempre meglio del prima dopo una cena ufficiale. Mi piace andare in auto nella notte verso casa, c’è in sottofondo la musica di radio tre, i pensieri si svolgono pieni e liquidi, con una direzione e senza tempo. Le nostre storie sono ricche, ma è passato, ce lo portiamo dietro in ciò che siamo, in come ci siamo costruiti. Per questo le occasioni e le ricorrenze canoniche le sopporto malamente. In quei tavoli ricchi di cristalli, décolleté, abiti scuri, camicie bianche e cravatte serie, non si parla di nulla che scavi un poco. Qualche notizia, osservazioni che già conosciamo, le vacanze prossime e passate, quel minimo di ostentazione derivante dal ruolo.  Bisogna essere brillanti per passare la serata, anche per bilanciare qualche piccola perla che ci vien buttata qua e là a ricordare lo status. Sembra ci sia la necessità di fare il punto su chi si è, in queste occasioni, di complimentarsi con se stessi per dove si è giunti. Un vecchio vizio della borghesia sapere chi è, dopo che non adorna più di ritratti le proprie case. Un modo per chiudere i cerchi di chi conta: poco, molto, davvero.

Conta molto la cortesia. Come sempre, ma qui non si mostra nulla che ci riguardi davvero, perché non è richiesto e sarebbe comunque fuori posto. E’ così, ogni volta mi chiedo perché ci vado, anche se ora le occasioni sono per fortuna ben ridotte, la risposta è: lavoro. Inizia, finisce, si torna.

Si torna nella notte, dopo le molte, troppe luci. Lo spettacolo musicale ha evocato, canzoni erano dell’età di chi festeggiava, ben cantate, le solite sempre belle, e si vedeva negli occhi che riportavano ad altro. Le donne mormoravano le parole, qualche piccola frase le interrompeva, poi riprendevano. Il pensiero scivola, in questi casi, ad un allora, ad un’ occasione, un ricordo, una persona, un momento d’altri anni. Emerge il baco che i migliori anni della vita siano già passati, che ora è il tempo dell’attesa, dello lasciar scorrere. Forse per questo i racconti di ciò che accade ora, sono punteggiati di eccezionale, di memorabile, come se ci dovesse essere qualcosa a cui aggrapparsi perché gli anni pieni di vita sono già trascorsi. Rassegnazione e realtà. In queste occasioni si misurano le abbronzature, il grigio e la quantità dei capelli, la linea che tiene o si corrompe. C’è un allora in cui questo non accadeva, oppure era diverso, era una competizione allegra e tragica, c’era possibilità di mutare anche se ti sentivi un cesso, bastava uno sguardo per rimettere in ordine l’autostima. Adesso invece emerge l’assoluto, ciò che l’occhio non può negare. Rispetto a cosa? Rispetto a qualcosa che non c’è più, che forse non c’è mai stato?

Di notte i pensieri sono morbidi, non hanno concitazione, mi piacerebbe fissarli, ma so che in altro modo torneranno. Non questi, con queste parole, ma torneranno. Non sono forse il prodotto di ciò che sono stato, di come mi sono, con pazienza e rabbia, costruito? Per questo non ci credo che i migliori anni della nostra vita siano alle spalle, che galleggino, già vissuti e relitti,  in attesa di chissà quale terra. Sono in un’età in cui i rimpianti potrebbero uccidere e i ricordi avvelenare i pozzi da cui bevo. Per questo è necessario muoversi in avanti, sentire il buono che verrà, ciò che non si conosce, ciò che si vivrà. No, i migliori anni della vita attendono pazienti di essere vissuti ed essere messi assieme agli altri. Non c’è mai stata un’età dell’oro che non fosse davanti a noi, che non si potesse fare, costruire. Questa è la direzione giusta in cui la vita mette assieme il momento, ciò che piace e ciò che si rifiuta, mette assieme l’incontro inatteso, la meraviglia non vista, con quello che si vive, con quello che non vorremmo, che pesa. I migliori anni sono qui davanti, hanno solo bisogno d’essere riconosciuti. Con l’esperienza accumulata, con gli errori fatti. E dovrei avere la consapevolezza che serve a riconoscerli, a viverli, soprattutto. Così penso e arrivo alle luci della città che sparano la notte verso l’alto, non ci sono molti in giro a quest’ora, chissà chi deve rassicurare tutta questa luce.

Il caldo, ciò che conosco mi attende, nell’allegria dei naufraghi anche ciò che non conosco fa parte di me, chiede di diventare il mio tempo, il mio tempo circolare, il tempo delle stagioni che si rinnova e rinnoverà. Il tempo che promette sempre una buona annata, un’altra che poi andrà nel ricordo assieme alle precedenti.

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