famiglia e pensiero pornografico

Il pensiero pornografico del potere:

E’ immaginare che la famiglia sia quella che non c’è.

E’ incentivare le nascite e non pensare ai bambini.

E’ dire che si difende la vita e negarla ogni giorno nei fatti.

E’ impedire che una persona cresca con le stesse possibilità fondamentali.

E’ incentivare il precariato come elemento di moderno schiavismo lavorativo.

E’ sacrificare i figli degli altri a sè stessi. 

E’ parlare della famiglia e non chiedersi perché i ragazzi non si sposano.

E’ dire che esiste un futuro quando si pensa solo al proprio.

E’ negare nei fatti la vita e dire che è inestimabile.

E’ usare due pesi e due misure nel sesso distinguendo gli ambiti di consumo.

E’ adoperare la morale come una clava contro l’uomo, non per l’uomo.

La famiglia è la scelta di stare assieme, con i modi possibili, che si esercita comunque e dovunque, con chiunque condivida un progetto, una necessità, una speranza. Aiutare la famiglia significa aiutare un pezzo della società, senza perdere quella parte che è sola. Aiutare la famiglia significa consentirle di essere tale e non la somma dei problemi propri e altrui. Aiutare la famiglia significa vedere le persone e non i certificati anagrafici, significa aiutare i sentimenti, non le convenzioni e le convinzioni, significa mettersi dentro i problemi, non evocarli.  

Si nasce soli e si muore soli, ma è importante essere bene accompagnati.  A che mi serve uno stato che non mi considera, che nega la mia esistenza, che mi chiede e mi toglie, ma non dà ? Rispondere a queste domande toglie l’eticità allo stato, quel sentimento devastante che nutre le radici malate di morale esclusiva, che hanno accompagnato le coscienze in occidente.

Lo stato aiuti le persone, dia loro dignità e diritti, aiuterà le famiglie.

 

delusioni

Da tre giorni piove senza convinzione.

Non è caduto nessun nuovo argine e l’acqua ci abbandona, queta e paga.

Trapela delusione tra i curiosi, le nuove disgrazie di chi ha già patito, sbiadiscono. Già sono stati ignorati prima, adesso perché si lamentano?

Restano le distruzioni, gli sfollati, i danni immani, le aziende che non apriranno più, il pericolo prossimo venturo. Poca, inutile cosa per la voglia di sangue che gira.

In fondo la natura è più misericordiosa, non ha bisogno di verifiche per sentirsi viva.

 


i viaggi con la stilografica

Ogni mia penna stilografica ha una personalità. Ci adattiamo entrambi ai rispettivi caratteri, e se voglio cambiarla quando non mi segue, la devo trattare con dolcezza. Alla fine so che lei sarà l’impronta della mia mano. Per imparare a convivere bisogna sperimentare assieme gli aggettivi, le parole obese di vocali che aiutano i repentini cambi di tratto. Chi scrive con una biro non sente che la mano accompagna le anse, le curvature. Con la stilografica e ancor più con il pennino intinto, è come usare un pennello, bisogna dosare la forza per trovare la giusta dimensione del segno. Quando giocavo a biliardo qualcuno mi spiegò che per essere bravi, bisognava avere la geometria e la fisica dentro, la mia testa immaginava traiettorie, la mano seguiva effetti, il braccio misurava la forza ed i risultati erano spesso deludenti. Solo quando lasciavo che la mia parte zen prendesse il sopravvento, subentrava lo stato di grazia e le palle seguivano il fine trascurando i mezzi. E allora la partita non m’importava più, m’interessava il gesto armonico con il risultato e il momento diventava l’assoluto. Così mi accadeva con la scrittura: riconquistavo i pennini senza averli mai davvero abbandonati come se gli anni della prevalenza della biro fossero stati un interludio dettato dalle competizioni che regolarmente perdevo. Continuava  a vivere quella parte di me che si ostinava a conservare i ricordi, che metteva da parte la comodità. Anche se ne posseggo diverse non ho l’animo del collezionista di penne stilografiche e di strumenti di scrittura, semplicemente ho il senso dell’inchiostro. Delle carte che assorbono ed amplificano il pensiero, dei pennini che sono al servizio delle parole. Viaggio quando scrivo e scrivo quando viaggio e mi piace viaggiare, scegliere il mezzo. Ci sarà pure una corrispondenza tra il mio piacere nel camminare e nello scrivere con la stilografica. E come tutti quelli che amano qualcosa, ho preferenze, non mi piacciono le personalità facili in ciò che comunica con me, alcune penne le usa da 40 anni, di loro conosco tutto, ma quelle che mi sfidano sono quelle che non hanno ancora un’impronta. Pennini aristocratici troppo duri e pieni di sé, con tratti indecisi per scarsa fluidità, oppure pennini senza personalità, macchine da consumo che non vogliono dire chi sono. Con questi scrivo, trascuro la tastiera, faccio doppie scritture, guardo la pagina alla fine, cercando di cogliere l’ordine complessivo. Il testo sono io, ma anche le righe, i caratteri. Lì si nota una stanchezza, qui un furore, le t non sono state tagliate, le asole delle g trascurate, gli accenti si confondono con i punti.

Devo confrontare due pagine, nell’una il mare di caratteri si è gonfiato, ha preso la mano, è scorso mentre le guance s’arrossavano. La scrittura ordinata si è mossa con folate di vento interiore che la spostavano, per confluire in un golfo, dove si è quietata. E’ rimasta in attesa, non conclusa dopo il punto. Pronta a ripartire. Segno che il pensiero dipanato ha evocato altro e sollecitato nuove curiosità. Nell’altro foglio la scrittura è fluita, ma trattenuta. Si vede che pensieri laterali l’attraggono. Deve conservare un ordine, portarsi verso una conclusione. Potrebbe essere una relazione o un racconto a tema, il suo percorso è circolare, punteggiato di pensieri, i caratteri si staccano netti come se le parole fossero funzionali e non creature guizzanti. Guardando da distante, i fogli senza rigatura rivelano ordini diversi. Cerco il senso degli spazi, i silenzi che alimentano il mistero. Nel primo foglio gli spazi sono irregolari, in alcuni punti la scrittura si è arrampicata di lato per non passare alla pagina successiva. Dei rimandi interpolano le parole, ma gli spazi evidenziano una crepa che segna il foglio dall’alto verso il basso, come una discesa nel proprio deimos. Nell’altro foglio gli spazi sono più larghi, silenzi direzionati per raccogliere le forze verso il passo successivo. Come per le nuvole si può leggere una faccia, un animale, un sogno: era quello che veniva tenuto a bada e che esce come può.

Gli inchiostri diversi hanno marcato la differenza iniziale, il nero blù per la scrittura a tema, il tabacco per quella più libera. Il tempo ossiderà entrambi e scivoleranno verso quel grigio che mi piace così tanto ed è il colore del ricordo leggibile, ma che non pesa.


l’autorottamazione

Stanotte mi sono regalato un sogno molto lungo: l’intera notte in una storia unitaria, tessuta di passione e di quotidianità, con la politica al centro, come avrei voluto fosse per me cioè fatta di persone e di ragioni. Era il sogno d’un viaggio, bello e stancante come tutti i viaggi, insostituibile come tutti i sogni, privo di vincoli ed al limite del verosimile, un viaggio in cui si poteva discutere e capire, vedere la vita in mutande oltre che paludata. Il sogno sembra altro da noi, ma forse non si possono sognare sogni diversi da quello che si è davvero. Al risveglio, pensando al sogno, a quanto accade a Firenze, alla mia vita politica, ho capito che quando mi sono autorottamato non sono uscito dalla mia storia, ma l’ho continuata.

Chi ha fatto politica sul serio, sa che è cosa difficile l’uscire, che la voglia di far emergere il proprio sapere è incontenibile, che smettere davvero non succede quasi mai, che la droga dell’interesse altrui, dell’essere al centro delle decisioni, del cambiamento non ha dosi terapeutiche. Tutto questo quando non è il potere stesso la droga, l’essere importanti a sé perché si conta per gli altri. Comunque sia la decisione di uscire è difficile, genera domande, rischia di trasformarsi in rancore, di far pensare in modo antagonista, non oggettivo. Lo dico per esperienza personale, anche se non mi sono pentito d’essermi autorottamato. Mettersi in disparte è come chiudere una storia d’amore, spesso peggio, perché la somma di passioni che l’hanno generata, sorretta, alimentata coincide pienamente con lunghi periodi di vita, con l’aggiunta di confronti, lotte, vittorie, sconfitte che l’ hanno trasformata da storia personale a storia pubblica. Il futuro sembra chiudersi in una domanda: che farò? Che significa: come occuperò il mio tempo e chi sarò. La malinconia dei reduci, la disperazione degli sconfitti è cosa diversa dal non essere che provano i messi da parte.  E’ per questo che capisco la difficoltà, ma il mettersi da parte, l’autorottamarsi, ha una grandezza verso di sé. Non è un favore fatto a qualche nuovo candidato, a quello che a sua volta farà fatica a mettersi da parte perché sentirà la propria indispensabilità, no, piuttosto è il pensare che si vale comunque, che la vita non si esaurisce in un solo modo d’essere. Ho messo a disposizione un tempo non banale per sentire questa nuova libertà, ma alla fine posso dire di non aver rinunciato a me stesso e di poter agire senza secondi fini. Cosa molto difficile quando si persegue una strategia. Passare dal dovere al piacere del far politica è libertà. Il potersi incazzare illimitatamente senza il vincolo del possibile, della responsabilità collettiva. Il vedere e capire gli errori e non doverli giustificare, è una libertà che il politico non possiede, e che magari neppure desidera, preso com’è dalla necessità, dal compatibile. Per questo lo considero l’autorottamazione un valore per sé, magari la parola è brutta, negativa, ma se diventasse una categoria dell’etica della politica fatta in modo diverso, aiuterebbe a percepire che si può governare senza tempi supplementari e quindi più vicini alle necessità temporali dei governati. La gestione del vecchio in politica, è un problema di tutte le democrazie e non è solo un problema di potere e di ruoli, ma proprio di vite e dispersione delle competenze. Ma dopo Bach la musica non si è fermata e credo sia più facile gestire la fine del genio in politica che nell’arte o la scienza. Forse aiuterebbe sapere fin dall’inizio che finisce, che i due mandati parlamentari o regionali o comunali (10 anni) sono la regola senza eccezioni, che andare in parlamento non ha pensione pubblica, che chi sceglie di governare non può avere una vita morale peggiore di quella dei governati, che non c’è immunità, che si può vivere e fare politica senza essere pagati dalla politica, ecc, ecc. Aiuterebbe, anche se penso che l’autorottamazione sia una libera scelta e che il senso del proprio relativo è fondamentale prima per sé che per gli altri. C’è molto d’altro che si può fare.

Utili e basta, potrebbe essere il nome di una corrente di pensiero politico.

 


the end of the affairs

Se avessi un cane andrei d’autunno al mare

a correre insieme sulla sabbia dura,

soli e felici di crollare ansanti,

nel freddo che morde come una felicità inattesa.

Se avessi un cane andrei d’autunno al mare,

nei giorni senza nome tra le settimane,

persi ciascuno nei pensieri sulla riva,

prima d’essere carezza e poi ricordo grato.

Noi soli, a giocare,

davanti alle vetrate,

dove spuntano occhi dai fumanti cappuccini.



l’esercizio

Tutto questo tempo di palestra,

passato nell’imparare altri sudori,

tra astrusi docciashampoo,

e nudità mostrate in altre vesti.

Inutile tempo di fatiche mute,

ed ora sono esperto

nell’esercitar arti banali.


 


silente, come l’acqua

E’ arrivata da sud. Una rottura d’argine e silente ha iniziato a risalire. Prima i campi, poi le case, e dalle 4.30 di stanotte caccia le persone. Ormai gli sfollati sono più di mille. Lungo la strada i curiosi delle catastrofi, intasano inutilmente, sugli argini i preoccupati. Tutti guardano quell’acqua bruna, veloce, che scricchiola quando frange rami e canne contro i piloni. Terrà l’argine? E il ponte? L’ interrogativo si ripete. Si fanno confronti col passato. Come servisse a qualcosa il ricordo: di più, di meno, mai come adesso.  Non si dice, ma la disgrazia di alcuni può salvare altri: se l’acqua defluisce rompendo argini a valle, chi sta nord non verrà toccato.

Vicino alle case l’acqua sale, è risalita per almeno 4 km, percorrendo a rovescio canali di bonifica e campi, ed ora mancano meno di 50 cm al bordo strada. Negli scantinati ha già invaso. Anche chi aveva isolato sente il rumore silente dell’acqua. Lo sente sotto di sé: due dita, tre dita che premono, trafilano. Il confine con il disastro sta nei tappi che isolano le sentine. Reggeranno, non reggeranno? Sacchi di sabbia, davanti alle porte, alle finestre basse. L’acqua sale più lentamente. Bisogna superare indenni la notte. Bisogna che cali lo scirocco perché l’acqua defluisca in mare. Bisogna avere fortuna. Bisogna, bisogna…

Dicono che se occorrerà faranno saltare gli argini dove c’è campagna, ma stanotte non è stato così, il fiume c’ha pensato da solo. Ha aperto varchi prima a Vicenza, poi a Veggiano, ha inondato le golene prima della città, Non contento è tracimato in più punti, allora la città che si è chiusa  a riccio nelle sue opere idrauliche, come nel medioevo. Ed adesso preme a valle, con l’acqua bruna, veloce, indifferente. Occupa ogni spazio, altera i tempi, riordina le priorità. Non distanti dal ponte, i supermercati hanno le luci accese, due donne escono chiaccherando con le borse della spesa. E’ un giorno come altri, abitano distanti dal fiume. Chissà di che parlano.

L’acqua sale più lentamente, ma sale. Il cielo è grigio, piove. Acqua limpida che diventa bruna, ma questa non fa male. Quella che esonda è acqua caduta altrove, a molti km di distanza, verso nord ovest e ha già inondato, travolto, ucciso. Questa interconnessione degli eventi dovrebbe farci sentire più uniti, invece la calamità circoscrive. La protezione civile qui è fatta di volontari, sperimentano fatica e scortesia, la rabbia di chi ha subito l’acqua. I volontari sono in piedi da stanotte con sacchetti di sabbia, pale, famiglie da portar via, animali da salvare. A Roncajette sono morte 30 mucche, la casa e gli abitanti sono isolati da un giro d’acqua. Attendono. Penso al cuore scavato di chi vede la propria fatica , il lavoro perduto. Non sono solo bestie per loro.

Stanno peggio a Caldogno, anche 2 metri d’acqua nelle case. La testimonianza di un’amica che è riuscita ad abbandonare la casa solo stanotte, stringe il cuore. C’è un peggio? Certamente: cose vecchie, cose nuove, cose care, animali, persone. Come una scala da esibire a noi stessi: dove ci collocherà il caso? L’acqua continua silente a scorrere nella direzione della forza. I moti lamellari, il trafilare tra interstizi, i flutti così cari a Leonardo, una fisica elementare che descrive moti, cause, effetti. A dar conto e senso, di quanto accade, invece, ci pensa il cuore.

La notte viene, alle due una nuova ondata di piena.

Speriamo.

l’anticomunista

Era il parroco d’ una chiesa inesistente, ridotta ad un cumolo di macerie da un raid alleato che aveva polverizzato il Mantegna più bello fuori Mantova, Guariento, Padovanino e chissà quanto d’altro. Mi raccontavano da bambino, che c’erano scaglie di colore dappertutto e che gli uomini di cultura della città, raccoglievano assieme a chi appena sapeva di quegli affreschi, inseguendo la speranza di conservare e ricomporre chissà come e quando. Ne fecero decine e decine di casse di pezzi d’affresco e calcinacci, in attesa d’ un miracolo che ricomponesse quello che era definitivamente perduto. Mi raccontavano anche di chi si portava a casa un tòco del Mantegna, un pezzo di testa, una mano e chissà cosa. Tanto ormai erano solo ruinassi, rovine.

Era diventato parroco di quel disastro, con la pena di vederlo ogni giorno. Cumoli di detriti, legno, vetri a piombo e mattoni, il soffitto a carena di nave rovesciata distrutto e incendiato, i muri perimetrali implosi. Ma intorno era peggio, la guerra era finita ed aveva distrutto anche dove le case erano integre; la città faticava a ritrovare un senso comune. C’era la miseria del dopoguerra, la prova della speranza che ogni giorno se inzegnava a mettere insieme la settimana. Fedeli poveri accanto ai professionisti che avevano conservato i patrimoni, famiglie che erano solo nei registri parrocchiali, presenze punteggiate di assenze.

Mio padre era comunista e quando chiese cosa dovesse per il mio battesimo, il prete gli rispose : gninte, el xe el me mestiere. Mio padre ne fu colpito, era lo stesso motivo per cui lui, che vedeva il mondo ingiusto e irreformabibile, che aveva respirato l’ineguaglianza prima e dopo il fascismo, pensava che ci fosse un ruolo per ciascuno, che il lavoro era dignità ed andava fatto bene. Questa impressione di prete diverso si accrebbe quando mia madre riferì in casa che all’arrivo della madonna pellegrina, che passava di parrocchia in parrocchia come argine al comunismo, il prete prese con sé la madonna e la portò in chiesa e poi disse alle donne: ‘ndé via, casa, le donne poe pregare anca casa, xe note, basta cussì. E si chiuse in quel poco di chiesa che gli era rimasta. Erano solo le nove di sera.

I poveri venivano ogni giorno, dava tutto quello che aveva, le tonache erano sempre più rattoppate, la perpetua c’era a tratti, anche i cappellani duravano poco: problemi di sostentamento. Insomma anche il prete era povero nonostante fosse una parrocchia del centro. Ed era anticomunista.

Lo ascoltavo nelle prediche, parlava della minaccia atea, gli uomini di azione cattolica distribuivano giornaletti ferocemente anticomunisti. Io leggevo il Pioniere, anziché il Vittorioso e non mi vergognavo per niente. Non provava a cambiarmi, si accontentava di questo ragazzetto che aveva i calzoni troppo corti d’estate e che combatteva battaglie con le pigne nella chiesa, dentro al cantiere. Capivo che tra lui e mio padre, avrei scelto mio padre, ma m’ incuriosiva questo anticomunismo del prete povero. Mio padre non parlava e quando proprio doveva, diceva che era un bon omo. Era il massimo, includeva la stima ed il rispetto. Avevano solo idee diverse, ma il prete non si approfittava del ruolo che gli dava la società. Capivo che c’erano due società che si compenetravano, che il comunista e l’anticomunista si potevano rispettare. Che il prete faceva il suo mestiere e che in questo aveva incluso l’anticomunismo, ma contava quello che faceva più dei pochi dubbi che mi creava.

Ero andato via da poco quando un giorno, mi dissero che anche lui se n’era andato. La chiesa era stata ricostruita, gli affreschi erano definitivamente perduti (adesso c’è una ricostruzione che fa capire cosa si sia davvero perso), il delitto perpetrato non aveva possibilità di essere ricomposto, ma pur vuota, la chiesa era davvero bella e la gente della parrocchia aveva ritrovato un benessere da città. Il suo mestiere di prete lo portava altrove, aveva chiesto di andare a passare i suoi ultimi anni, non in una parrocchia più ricca, ma al Cottolengo per dare una mano.

Me lo sono portato dietro così, anche negli anni furiosi, anche nell’ateismo ostentato, come una traccia buona nel mondo, come un anticomunista senza tornaconto, come la dimostrazione che l’idea non toccava l’uomo e non bastava appartenere ad una parte, bisognava essere uomini. Na degna persona, diceva mio padre. Ed ho imparato più sensibilità per gli altri da quell’anticomunista che nei periodi di occupazione dell’università. Da lui e da altri distribuiti su fedi molto pratiche, ho capito senza smettere di appartenere, come il separarsi dalla politica per riunirsi nell’uomo era il modo per riconoscere davvero gli altri. Testarli dove il bisogno annullava la definizione di parte e restava solo l’appartenenza al genere: quello umano.

l’italiano medio

L’italiano medio :

  • non gli interessa se il premier gioca con le minorenni, anzi ci giocherebbe anche lui,
  • ama la famiglia e va a puttane, ma distingue bene gli ambiti. A volte.
  • il sesso lo racconta, agli amici e al bar,
  • pensa che la pena di morte a volte ci vuole,
  • pensa che qualche ceffone non ha mai ammazzato nessuno,
  • è religioso perché non si sa mai,
  • non va in chiesa perché i preti non fanno quello che dicono,
  • non va in chiesa perché i preti fanno quello che dicono,
  • pensa che tutto è uguale, e che tutti sono corrotti,
  • pensa che tutti sono corrotti e che il premier ha tanti soldi quindi non ha bisogno di essere corrotto,
  • pensa che se uno che ha tanti soldi compra un’altro, è colpa di chi si lascia comprare,
  • pensa che i giudici ce l’abbiano con il premier e che del lodo non gliene frega niente,
  • si chiede, ma cos’è questo lodo?
  • pensa di aver scampato un pericolo terribile con i comunisti,
  • pensa che i comunisti ci siano ancora e adesso si chiamano la sinistra per depistare,
  • pensa che i comunisti si sono messi insieme con i democristiani perché vogliono solo il potere,
  • pensa che non ci sia nulla di male a farsi governare da ballerine e igieniste,
  • pensa che la politica è utile se gli procura dei vantaggi,
  • è solidale, basta che non gli rompano i coglioni,
  • ama gli extracomunitari a casa loro,
  • si commuove per i bambini che muoiono di fame in Africa, ma  gli danno fastidio in Italia,
  • non si preoccupa se “il trota”, zero tituli, è consigliere della Lombardia, anzi se fosse possibile anche per suo figlio…
  • ride alle barzellette del premier e non gli piacciono nè gli arabi nè gli ebrei,
  • mica crede a tutte le storie che gli raccontano, ma solo a quelle che gli piacciono,
  • è stanco di lavorare per quei quattro terroni che mangiano e basta,
  • pensa che la mafia è in Sicilia e che se la tengano,
  • vuole vivere sopra le proprie possibilità, tanto qualcuno pagherà,
  • voterà per Berlusconi, perché è sempre meglio dei comunisti e poi non ci penserà più fino alla prossima volta,
  • non è antifascista perché il fascismo non c’è più, e poi Mussolini non aveva mica tutti i torti,
  • chiede agli altri il rispetto della legge,
  • cerca di non pagare le tasse e giustifica chi ci riesce,
  • è furbo, perché furbi si vive meglio,
  • infrange i divieti basta che non lo vedano,
  • vota gli inquisiti, tanto in Italia nessuno è davvero pulito,
  • è favorevole al nucleare a casa degli altri,
  • è favorevole alle discariche ed agli inceneritori a casa degli altri,
  • non ne può più, non capisce di cosa, ma lo devono risolvere gli altri,
  • non vota Bersani perché non gliele canta chiare, e anche se lo facesse non lo voterebbe perché è comunista,
  • pensa che la costituzione mica si mangia,
  • pensa che la cultura mica si mangia,
  • pensa che la ricerca mica si mangia,
  • pensa che la fuga dei cervelli lascia più posti a chi resta,
  • pensa che gli insegnanti non fanno niente e che suo figlio non è capito,
  • pensa che i dipendenti pubblici non lavorano e che se Brunetta li lascia tutti a casa, fa bene,
  • pensa che è tutto un magna magna,
  • pensa che tanto non cambia,
  • si commuove quando sente l’inno nazionale, ma non lo conosce,
  • non conosce neppure va pensiero, ma è così bello,
  • pensa che è stanco di politica, che lui saprebbe come cambiare,
  • pensa che non vale la pena…
  • pensa  che non è medio: è lui l’italiano,
  • quando vuole comunicare con gli altri italiani mostra il medio e piega le altre dita, così per amicizia…
  • ha ripensato all’unità d’Italia e all’ Italia, e ha concluso che non gliene frega nulla.