Ci sono dei post trasparenti, spesso privi di segni di lettura o con commenti che parlano d’altro. Come ci fosse un imbarazzo sul tema e lo scritto esaurisse il dialogo. Succede ai criptici, agli allusivi, che nel gioco del dito e della luna ammiccano col dito, ma in realtà parlano della luna. Nel dar per scontato ciò che sembra stia sotto gli occhi bisogna accettare il rischio di non essere capiti, oppure d’ essere ritenuti troppo bizzarri per rientrare in qualche categoria significativa ai più. E’ un rischio accettabile perché lo scrivere è anzitutto utile a chi scrive, ma se deve comunicare qualcosa il problema dell’altro se lo deve pur porre.
Oppure anche no …
Mi affascina lo scrivere sul vetro: permette di vedere altro. L’ho fatto materialmente, non solo col vapore ed il dito, ma anche con le matite grasse. E’ un esercizio da solitari che vogliono essere visti ed al tempo stesso far posare l’attenzione altrove. Persone bizzarre per l’appunto.
L’anticamera dell’assessorato è uno stretto corridoio con 5 sedie, vicino alla fotocopiatrice. Sembra un’ astanteria da medici ad inizio carriera, dove la malattia sopprime l’accoglienza. Ma questa è una regione diversamente opulenta; attenta alla sostanza e all’evidenza dei bisogni, porta le sue attenzioni altrove. Solo che di questi bisogni non ne ho, e forse non ne ho neppure mai avuti e anche l’attenzione non può essere di maniera, perché le idee e la fatica hanno valore. Mi viene in mente il destino delle pietre scartate, utili da fondamenta, ma inadatte all’apparenza, reggono il peso con una libertà responsabile. Mi piace questa accezione di libertà, ricca di problemi, nell’esserci con aggettivi a larga gamma, imprevedibili per contiguità. Disponibile, riottoso, responsabile, fantasioso, solitario, socievole, comprensivo, caparbio, allegro, meditabondo, consapevole, ecc.ecc.
Insomma un pessimo individuo da anticamera , ma mi piace aspettare, lo considero un regalo a me stesso, ai pensieri liberi.
Alla fine entro, scrivanie d’epoca, qualche bandierina di partito decisamente fuori posto, un quarto d’ora a disposizione. Capisco che sa chi sono, spiego, non ho problemi, presento opportunità, ragionamenti di crescita. Il risultato non poteva che essere conseguente: inconcludente, senza alcuna prospettiva, francamente noioso.
Arriva l’inverno del nostro scontento. ma i rapaci quando si stancano di volare alti?
Lo scroscio è arrivato improvviso, ha acceso le luci degli uffici, portato qualche figura alle finestre. Sull’altra corsia, due incidenti in rapida successione, scie di luce blu e sirene. Vita da tangenziale. Il traffico si blocca, chi guarda rallenta. E’ sempre vero, succede anche nella vita. Viviamo per segmenti: qui il lavoro, qui i problemi, qui gli affetti, qui la casa, qui il trasporto, qui l’urlo supplichevole del riposo, qui la consapevolezza, qui la passione. Tutto si mescola in un contenitore che alla fine ci contiene.
Enucleare, mettere in fila, accompagnare, essere dentro-fuori: un mantra buono per tutte le stagioni della vita. Almeno da quando gioie e tristezze ragionano. Privilegio la lentezza di questo vivere per tragitti, spegnendo la radio, ascoltando il ronzio di fondo, annullando la fretta. La sovrappongo all’altra lentezza: quella del gesto curvato sul pensiero, sincroni entrambi, misurati con la misura di sé. Cosa da ricchi, la seconda, è danza per momenti di grazia.
Sento l’eco delle vite sovrapponibili, ci penso col me ritmato da questa pioggia che allaga ovunque, e vorrei rivoluzionare i tempi musicali della vita, l’ assomigliarsi armonico che segue l’umore, gli accadimenti, il ripetersi dei cicli. Con pudore, azzardo la sequenza tassonomica dei movimenti : un finire, un interludio con speranza, una marcia greve, quasi funebre, un silenzio (difficile e musicale come chi lo conosce), un preludio, un mattino che si apre.
Servirebbe un Mahler od uno Shostakovich per tracciare i pensieri di tangenziale. Avrei pronto il titolo dell’opera: è lunedì e neppure si vede il martedì.
Via via, in fuga dai proclami, dalla banalità del sentir dire-ritrattare-ridire-ritrattare.
A cosa dobbiamo la sua presenza?
E’ solo curiosità, ma mi passa subito.Lo so che non mi riguarda, ma le chiedo, perché questo lasciarsi maltrattare, questo accettare le entrate a gamba tesa, in una confidenza senza creanza?
…
Lei mi vuol conoscere? Abbia la pazienza e la curiosità necessaria, poi scoprirà che non la interesso, ma non arrivi alla conclusione prima del tempo. Vede, il non interesse non è la banalità del disinteresse, valuta, è attenzione, e solo alla fine conclude che non è il caso. Parta dal fatto che sono una persona difficile, ed è difficile avermi davvero.
La signora Libby Latrina, in una mail molto professional, mi propone l’Oxicodone a 191,70 $. Mi pare una proposta intrigante (che schifo di parola), l’oxicodone per un maschio attempato dev’essere il massimo, toglie ogni tipo di dolore, è un oppiaceo sintetico con un nome arrapante (userei priapico, ma chissà che si pensa) da esibire: sai, ho l’oxicodone, ne vuoi? Dà quel fascino dark da dipendenza alla dottor House. Forse fa pure claudicare. Mi piacerebbe andare in giro, pensando che ho un oxicodone adeguato allo standard americano e che la signora Libby è contenta di me e del mio oxicodone. La farmaceutica aiuta già con le parole e le assonanze, impone una visione guarita della vita e della sessualità adulta, di qua aiutina (voce del verbo aiutinare, se serve chiedere alla signora Daddario), di là mette il dolore alla porta, rende consapevoli delle proprie prestazioni illimitate, della giovinezza che non finisce.
Già, ed invece io penso che il dolore abbia un senso, che si debba confinare quando non se ne può fare a meno, che la prestazione non si esaurisca in sé. Penso che molto si faccia senza una ragione forte, che il perché venga accantonato a favore dell’esistere (scópo dunque sono), che il significato si dissolva nella dimostrazione di potenza. Non è questo il modello proposto per il successo? Il maschio dev’ essere adeguato alla funzione che aveva a 20 anni, così esaurisce il genere. Eppoi quanta intelligenza si risparmia in una dimostrazione di potenza, quante domande in meno sui rapporti, sui perché delle relazioni, sul comunicare tra persone. Fatta questa si passa alla prossima, con il mio oxicodone and friends, posso andare ovunque. La mia è, invece, volontà d’impotenza, di acquisizione dell’essere, oltre i limiti della chimica. Del provare senza cilicio, non per mortificare ma per capire me oltreché l’altro. Forse è segno di un’età avanzata pensare che altrimenti non m’interessa, che le domande che mi vengono fatte non sono prive di effetto profondo, che del piacere individuale, già Tommaso d’ Aquino aveva tracciato il limite, sostenendo che l’uomo/donna è autosufficiente a sé. A sé per l’appunto non all’essere davvero con altri.
P.s. La signora Libby Latrina potrebbe usufruire di un pratico servizio anagrafico in Italia che consente di modificare i nomi che possono arrecare nocumento all’immagine. Mi pare che quel Libby sia francamente eccessivo, un po’ osceno, puzza di rifatto e si presta a denigrare la qualità di quanto propone. Chissà quanti lazzi avrà dovuto sopportare la poveretta per quel nome così esplicito. Lo cambi, signora, quel Libby e si tenga la Latrina; quella serve sempre.
P.s.1 adesso che ho lanciato un messaggio subliminale di impotenza per scelta, mi sono giocato la carriera ? 🙂
La plastica esiste sul serio da 50 anni, prima c’era la bachelite, la celluloide, quelle che oggi sono plastiche da gourmet, di cui i vecchi conservano memoria e qualche vecchia azienda adopera per penne stilografiche di pregio. Quello che è nato a partire dagli anni 50 è stato, invece, usato per fare qualsiasi cosa e deriva essenzialmente dal petrolio. Pensate alla singolarità di questo miscuglio di catene di carbonio, ossigeno ed idrogeno che, nato da vegetali ed animali variamente combinati dalla pressione e dalla temperatura, viene estratto liquido, in parte bruciato ed in parte ricombinato a formare prodotti assolutamente nuovi e mai visti in natura, ma talmente stabili che la plastica prodotta, è quasi tutta ancora in ambiente. Residuo del benessere e dell’opulenza, è in gran parte negli oceani e forma enormi distese di detriti che le correnti concentrano a profondità diverse. E siccome la natura non sta ferma a guardare, dai microorganismi sino ai grandi mammiferi, tutti si stanno dando da fare per capire se questi oggetti multicolori sono commestibili, immettendola plastica nella catena alimentare. Un ciclo che torna all’ inventore, che piano piano se la divora, nel sushi, nel pesce, nella carne alimentata con farine di pesce, nell’acqua con microparticelle in sospensione, nel latte, nei formaggi, ecc. ecc. Le catene dei polimeri si rompono sotto l’azione della luce, formano polimeri più piccoli, anche se, per ora, non si arriva facilmente ai monomeri, e questo è un freno all’irrompere massiccio nei corpi degli animali e dell’uomo, ma non durerà. Si calcola che sinora siano state immesse in ambiente un miliardo di tonnellate di plastiche varie, polimeriche. Considerato che non si è decomposto quasi nulla, ne abbiamo già per i secoli futuri. In qualche laboratorio si allevano microorganismi disponibili e voraci, in grado di aggredire le lunghe catene chimiche, ma quale effetto avranno queste bestioline sulle catene alimentari e sull’ambiente in generale, non è dato conoscere. Troppe variabili, troppa ignoranza, troppo distacco tra apprendisti stregoni e l’interconnessione che regola il pianeta. Si assume un atteggiamento fatalista, ci si ripete che in fondo è proprio la stabilità della plastica a salvarci, certo non è lo stesso con i pigmenti così mutageni e cancerogeni, e neppure per le molecole ad alta tossicità, ma per ora quelle fanno parte di una vita statisticamente più lunga e quindi tanto male non faranno. Con questi pensieri si lascia passare un effetto di mitridatizzazione che dovrebbe abituare gli organismi, ma non sappiamo se tutto questo diffondersi di ignoto genererà qualche mostro. La paura si arresta davanti alle oltre 6000 nuove molecole chimiche prodotte ogni anno e destinate a finire in ambiente. Cosa faranno? Non c’è risposta. Sarà un male sbilanciato, oppure le nostre cellule troveranno un bene che le equilibri. Chissà; è un ignoto talmente grande che ” il cor …si spaura “, ma non cessa di battere, semplicemente si distrae e quando non si sa, si rimuove e si spera.
Analizzare i rifiuti racconta tante cose. L’imprevidenza, la prodigalità, il tenore di vita, le abitudini, i vizi, le buone pratiche. In un’epoca apparentemente senza classi, i rifiuti definiscono i confini sociali. Hanno cominciato gli americani in sociologia, a scavare nei cassonetti per anni, prima per definire la middle class, e poi per fornire i dati alle aziende, oltreché alla comunità scientifica. Le abitudini e la capacità di reddito hanno un notevole valore nel programmare i consumi di massa ed i livelli di accesso al censo. Ma la plastica è trasversale, non definisce un confine di classe o di censo. Le borse di Vuitton dei cassonetti sono quelle napoletane o cinesi e non si era prevista la Cina, il vero re della plastica e dei nuovi consumi di massa. La plastica conformerà gli uomini, il mondo lo sta già conformando. E sarà un mondo fatto di plastica cinese, di bassa qualità, imprevedibile nella sua decomposizione e nella sua azione sugli organismi viventi. Ma in fondo a noi non è mai importato troppo degli organismi viventi e tantomeno dell’ambiente. E in fondo a Gea non è mai importato molto dell’uomo. I prossimi 50 anni saranno interessanti da questo punto di vista, ma in questa progressiva riconduzione degli individui dal sociale al personale ognuno se la vedrà da solo. Al massimo si medicalizzerà anche la plastica, non i comportamenti o la produzione. Solo la fine del petrolio permetterà un argine, ma manca ancora molto a questa svolta e quello che si produce, intanto finirà negli oceani, ad attendere, sornione, il morso del primo pesce o che il plancton lo ingoi senza decomporlo. E’ una spirale che con un balzo d’ingegno si ricondurrà all’inizio e ad ogni giro ciò che troverà sarà mutato. Ma nessuno ci pensa troppo, non sono gli anni di plastica questi? Facciamoci un Campari, và…
Hai compiuto novant’anni, non ti ricordo vecchia. E neppure stanca. Annoiata del tuo troppo tempo, forse, ma così comprensiva da capire che la mia fretta è voglia di fuggire dal poco tempo che mi dedico. Comprendi anche la mia testa tra le nuvole, forse perché insegui la tua immagine di me, quello che dovrei essere: sereno quanto basta, attento, ma soprattutto felice di esserci. Hai la capacità di sorprendermi. Non posso dire ancora, perché non hai mai smesso. Non sempre mi è piaciuto tutto tra di noi, i mondi dei figli devono essere diversi da quelli dei genitori, ma hai avuto la debolezza di amare anche quello che non capivi. Prova a farlo, sembra che tu mi dica.
In questi giorni particolarmente persi, pensavo che la nostra vita è un perenne rincorrere quell’età del completo dipendere ed amore che si ha prima della nascita. Quell’amore senza reciprocità e senza obblighi. E quello che viene dopo è la vita, percorsa con quel fondo di ricordo, che è unità di misura senza possibilità di confronto. Mi hai sempre avvolto, segno che te lo ricordavi anche tu quell’amore che si formava allora tra noi, e questa esperienza ci segna. Piacevolmente e definitivamente: ognuno per la sua strada ed intrecciati come giunchi al vento. Buon compleanno Mamma, a te novanta sembrano pochi e anche a noi fanno lo stesso effetto.