In fondo non abbiamo altri criteri: gli amici, i nemici.
Gli indifferenti a noi, non contano.
Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.
Comunque l’oggi ha dei vantaggi: questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso qualche diritto individuale è spendibile in gran parte del mondo, è più difficile occultare la realtà. Un tempo si andava in un paese ed era folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla, ma se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto. Quando penso ai maggiori diritti, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, dove fare per non sbagliare troppo.
In questi giorni, nel mio territorio, il Pd si sta spaccando sul revamping di una cementeria; gli abitanti dicono: abbiano già dato, basta! Hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respirano aria inquinata. Sono con loro, ma mi devo anche porre il problema di 500 famiglie che resteranno senza lavoro. Sono gli stessi che dentro e fuori al mio partito, sono favorevoli al revamping, sanno che senza lavoro c’è povertà anche nel ricco Veneto.
Ecco, non posso dire mi oppongo e basta, pensare che la soluzione riguarda altri, perché così facendo, sposto la spazzatura ma non risolvo il problema del modo di vivere. Devo offrire il pacchetto intero, troppo comoda la solidarietà.
C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.
Quando penso ad uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E solo perché posso, perché spreco energia? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione che, comunque sia, dà più consapevolezza e diritti di prima, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Mi scordo di tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causa un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro.
E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.
… se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria,ecologica alla nostra vita, se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale…
Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010
Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio tempo-sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto dice Massimo Fini mi trova consenziente, purché non sia un lusso occidentale. Il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla. La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere, rinunciare per avere. Se penso alla mia esperienza di lavoro che cerca di proporre una compatibilità incrementante dell’uso del territorio, una riduzione progressiva dell’impatto, ma che nel farlo, non conosco la velocità del degrado complessivo e che devo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioro l’ ambiente, mi resta il dubbio, che oltre alle parole, vendo un sottointeso, un inganno. E che il solo motivo per cui vengo creduto è nella parola compatibile, e che la mia proposta non altera desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le condisce della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. E che anche una catastrofe non fa paura, perché si pensa che qualcuno si salverà, e questo saranno tra i più forti non tra i più deboli. Meglio quindi appartenere comunque ai primi. La carne da cannone non è mai morta definitivamente e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione? Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento progressivo delle coscienze, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alla suasion che modifica, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione. Resistere significa essere conseguenti, maturare consapevolezze allegre, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza. Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi la crescita, che si alimenti di selezione e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, la deriva moralistica, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km? E in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie ? L’industria ha creato lo stato sociale, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete, usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, esisterà una via aurea per combinarlo con questo mondo senza critica in cui viviamo. La domanda che si pone è : ma davvero vogliamo questa via e questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo?
Ognuno di noi contiene la propria malattia. Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì trovo pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di cazzate e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma è il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di cazzate e m’intrido di realtà.
Li conosco i soddisfatti, i lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: proprio lui ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed ora è pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta. La conservazione li sceglierà, chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccella in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.
Il segretario del pd della Lombardia si è lamentato che la gente non capisce. Sic, anzi sigh. Chi dovrebbe capire si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri 5 stelle e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, noncamminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo. Hanno contratto quella malattia che nel pd si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.
Se davvero cade Berlusconi, cadranno tutti, perché si reggevano sul contrasto e non sulla proposta vincente. Per questo non cadrà davvero, perché regge un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi. Qualcuno si ricorda dopo Berlinguer, Moro, Occhetto e Prodi, qual’è stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? Parliamo per la più recente idea, di 15 anni fa. Ecco il male è dentro questa assenza di risposte che diano un motivo alla sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere. E non mi piacciono quelli che avevano sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.
Devono averne parlato tra loro in Africa, di casa mia. Magari tra un deserto e l’altro, quello di sabbia e quello che creano loro. Anche quest’anno, la cavalletta è tornata a svernare. Immobile da giorni, le zampe e la bocca possenti, ferme. Come ibernata. Una macchina da guerra parcheggiata sul balcone, inquietante annuncio del clima che muta.
Se vi soffermate sulla struttura della cavalletta, ne vedete il miracolo, questo si, dell’evoluzione. Mandibole, zampe, ali, assetto di volo: tutto funzionale, equilibrato, funzionante. Impossibile da riprodurre nell’industria bellica. Non a caso nei sogni di War Stars, le macchine androidi sono insetti meccanici. Ma mentre lì sono goffi e più forti che agili, queste sono in equilibrio indifferente, la maggiore qualità dell’arma letale.
Anche lei tra 5 mesi sparirà, intanto si farà seppellire dalla neve, scuotere da vento e pioggia, esposta al gelo più crudo e sembrerà di legno e morta. Un involucro che invece riprenderà vita. Inopinatamente. Lo so perché l’ho già sperimentato, toccando la sua antenata a primavera e quella invece di cadere dal balcone ha ripreso il volo. Così, senza uno sbadiglio, un caffè.
Devo dire che la crisi di governo prossima non mi appassiona, neppure le escort, altri problemi mi sembrano enormi ed urgenti, primo fra tutti il lavoro. La cavalletta diventa una sorta di unità di misura: il mondo cambia velocemente e l’adattamento umano è incerto. La cavalletta vive in una comunità indifferente ai tentativi di distruzione dell’uomo. Proprio come le formiche, o le zanzare, o l’immenso stuolo di insetti e ragni che già abitano Cernobyl. Forse per la prima volta nella storia dell’umanità c’è una comprensione contemporanea e grande dei pericoli incombenti e l’assoluta incongruenza dei gesti degli uomini. I soggetti più deboli perché esposti a sé stessi alla propria letale insensatezza, sono proprio gli uomini. Resteranno le cavallette.
Consiglio di lettura che non riguarda la mia amica cavalletta: Alan Weisman- Il mondo senza di noi – Einaudi
Per te, che sfiletti le parole, vorrei una nebula notizia,
un magro insieme, privo d’aggettivi, verbi tra bianchi spazi,
e un dire, come uvetta senza senno e luogo.
Questa macelleria celebra la furia di tagliare, scarnificare,
affilando bisturi e coltelli tra dolciastre scie di dubbio,
ma qualche parola scapestrata dev’essere rimasta, se ora s’erge impudica a significare.
Cosa e dove ?
Lì tra spazi e silenzi, qualche rumore, un lampo,
poi il buio tra ruscellare di pioggia che confluisce,
e depura.
Oh sì che depura, questo maneggiare oggetti senza nomi, poveri segni, significati da spazio bianco,
dove emerge la paura di sporcare:
il silenzio,
la carta,
il sentire acuto.
E se risuona un eco sfregiata
di suono inerpicato oltre sé,
è segno cancellato,
una nenia di stupore d’essere vivo.
Credere non basta più.
Facciamo finire il tempo senza nomi,
le comodità del già pensato,
torniamo alla conseguenza del vedere,
del sentire,
al valore del gratuito.