quelli che non conoscerò mai

Da tempo penso di trovare una casetta al mare in cui vivere metà del mio tempo, tra poco il lavoro dovrebbe permettermelo, nel senso di poter decidere come e dove svolgerlo. E’ un pensiero che mi accompagna, e che mi hai ricordato con le tue parole, di senso primigenio del luogo e del suo rapporto con noi. Credo che viviamo in una stagione felice dell’umanità e che siamo nei posti giusti, anche se ci lamentiamo. E abbiamo anche gli anni giusti che hanno permesso crescita e pace. Questo non ci impedisce di vedere la profonda ingiustizia che ci attornia, che entra nelle nostre case attraverso i nostri figli. Sarebbe la cosa peggiore, ragionare da animali satolli, e saremmo votati al disastro, ma se godere di un posto, di una luce, di un pensiero altrui attraverso un libro, od anche questo mezzo spesso così vacuo, è possibile, perché non farlo. Perché non immaginare lo sguardo di Ulisse, oppure quello di Didone, l’avventura e la passione, e pensare che non erano dissimili da tutti gli sguardi che godevano dell’intelligenza e della libertà. Insomma l’infinito stupore d’essere e di saperlo, unito con ciò che lo estende fuori di noi, che non è nostro, ma c’appartiene perché riusciamo a vederlo e a goderne. Tu cerchi, come me, qualcosa che t’assomigli e che sia il nuovo che non hai conosciuto. Non possiamo augurarci di non sbagliare, ma di uscire dai nostri errori, riconoscendoli, questo sì. E’ ciò che vorrei, come bagaglio per il futuro assieme ad anni privi d’ansie inutili e senza nostalgie per quelli che non conoscerò mai per caso o volontà.

Che ne dici, si parte? 

festa d’inizio estate

Informale abbigliarsi, diceva l’invito. Incredule, stanotte le toilette si sprecavano, i tacchi in tinta con le sciarpe, le abbronzature senza limite, i vestiti impalpabili, nuance d’estate.

La conca verde ha un solo proprietario, nessuno si disturberà del suono alto di fisarmoniche. voci e clarini. I gruppi si aggregano, disperdono, ricombinano. Ciascuno, solo od in coppia, s’aggira con passi di tango, tra solitudini ed apparenza, importante è percorrere la pista.

I fritti, i crudi, le sorprese escono continue dalle cucine. Come i vini, strani e nuovi per avere un posto di commento e ricordo.

Poi i tavoli, aggregano, come le parole, e come queste, dividono. Meglio parlar di nulla, guardarsi attorno. 

Qualche civetteria, una curva, un accenno di seduzione si infrange nel monologo iniziato dall’attore e nel divertimento mio.

Grande la sua passione del recitare, grande la lingua vecchia di 5 secoli, grande il periodare denso d’ immagine, di cose, di disincantato sguardo.

20 generazioni ed avremmo calpestato le stesse pietre.

Ma il richiamo della lingua ruvida e tonda, non dice nulla ai molti, neppure gli accenti sapidi sulle virtù delle pute, attirano attenzione e sorriso. La curiosità si spegne, finché un applauso zittisce. Riprende il teatro del mondo, riti e convenienze, seduzioni celate. 

Mi attacco ad un toscano per guardare lo spettacolo e pensare ad altro.

Nel prato, la notte è dolcissima, i colli hanno punte d’albero imbiancate dalla luna.

Un inizio di commozione basta per andare.

modesta proposta per abolire le province

Un po’ ne parlo per correità e cognizione di causa. Sono stato consigliere, assessore e vice presidente di provincia. Un po’ per conoscenza della percezione pubblica. Solo l’opera per il riconoscimento dei garibaldini in congedo, è più distante dagli interessi quotidiani delle persone, rispetto alle province. Quindi se scompaiono il dolore sarà sopportabile.

Ma non è facile e le province qualcosa la fanno et quinci, senza menare il can per l’aia, passo alla proposta: poiché per abolire le province serve una legge costituzionale, che ha la stessa facilità dello scalare il cervino in inverno senza giacca a vento e guanti, per ricondurle alla percezione pubblica, basta togliere competenze, personale e fondi, ridurre i consigli provinciali e le giunte, con una legge ordinaria e amen.

Cosa lascerei alle provincie? Le strade provinciali, il piano urbanistico provinciale, l’ambiente e lo sviluppo economico, il marketing territoriale. E basta. Con due assessori e un presidente, che conterebbero il giusto, cioè poco, con il controllo e l’indirizzo di un consiglio provinciale composto da sindaci, si farebbe tutto. Il resto: scuole superiori, caccia e pesca, cultura, scuole professionali, categorie protette, ecc. ecc. tutto ai comuni, protezione civile compresa. Patrimonio, contributi, tassazione ecc.,  tutto ai comuni. 

Accanto a questo provvedimento ne farei un’altro, dove i comuni al di sotto dei 3000 abitanti devono scegliere con chi accorparsi e fondersi entro le prossime elezioni amministrative.  Questo per avere servizi che siano eguali per i cittadini. Sotto una certa dimensione i diritti individuali e collettivi diventano aleatori, ed è impossibile per un piccolo comune dare quello che può dare un paese o una città.

Qui mi fermo, ma solo la sfoltitura di sindaci, assessori, consigli provinciali e comunali senza togliere, anzi aggiungendo, efficienza, darebbe un segnale importante ai cittadini per rimboccarsi le maniche e provare ad uscire dal pantano in cui siamo finiti.

Infine, modesta proposta al mio partito: 

Ué Bersani, lascia stare le distinzioni, i ragionamenti sottili, scendi tra noi, siamo qua. Se si devono abolire le provincie e la proposta è presentata rozzamente da quell’intellettualmente ruvido di Di Pietro, vota a favore e basta. Dopo farai tutte le distinzioni, troverai il miglior modo di fare una legge costituzionale intelligente, lo picchierai in transatlantico, ma intanto manda un segnale a questi ignoranti di finezze giuridiche che semplicemente non ne possono più. Attendiamo con fiducia un segno di vita non aliena. Grazie Bersani, provvedi. Grazie.

ma in che paese viviamo, signora mia

Ma in che paese viviamo, signora mia?

Come si fa a non capirlo, pover’uomo. Ha ragione sua figlia, ce l’hanno con lui.

Un corruttore per proprio vantaggio, dovrebbe forse, essere contento di pagare la propria colpa?

Ma dove vive questa gente? E poi quale corruzione: in guerra, in amore e in affari, tutto è lecito.

Corrompere, cambiare la verità, non fa, forse, parte del codice degli affari e del potere?

No? E da quando.

tutta mia la città

Vibra la notte, con soffice  rumore, fresco di bujo. 

Nel tardo pomeriggio uno scroscio d’acqua, allegro come sanno i temporali d’estate.

Poi, immemore, il caldo si è levato dall’asfalto, dai muri arroventati, dalle pietre.

Indeciso ha aggredito, prendendo coraggio man mano gli uomini toglievano abiti.

Ha seduto ai tavolini dei bar, allungato le gambe, alzato bicchieri. I tragitti si sono allargati in cerchi che non volevano tornare nelle case.

D’inverno si salta da un luogo all’altro, i percorsi sono lineari, brevi, si cerca la luce un po’ gialla e il tepore delle cucine dell’infanzia.

L’estate rende amica la notte, morbida di tepore e fresco, attiva il desiderio della luce che scema.

Anche il giorno s’ adagia nella notte, aspetta voglioso di carezze.

intorno una somma di parole, di sorrisi, promesse, delusioni, attese, abitudini, speranze si sono scambiate, stasera, sull’ orlo della notte.

Quante mani si sono toccate, quanti pensieri si sono assentati, quanto tempo si è fermato, e quanto è scorso via veloce?

Da un’ angolo l’ombra ha cominciato a crescere, una ragazza con una maglietta e calzoncini arancio ha iniziato a correre.

L’ i- pod fluisce musica, sull’aria che ondeggia di calore, dal basso piove, dolce e progressiva la notte.

Tutta mia la città.

 

impudicizia

Ci sono cose che prendono gli occhi e la gola, mi parlano con corde, che solo qualche mano riesce a toccare.

Kleiber e’ una di queste emozioni, e’ imbarazzante commuoversi per la musica alla mia eta’, eppure se succede non me ne vergogno.

Con la possibilità di sentire musica ovunque, può accadere in qualsiasi luogo, allora mi ritiro in me, non riesco a comunicarlo.

E cosa si può comunicare di un senso di bellezza che si scontra con te? Nulla.

Meglio stare zitti piuttosto che giustificarsi di sentire.

Meglio mostrare l’impudicizia della commozione che fa sembrare rincoglionito, e risparmia l’offesa dell’incomprensione.

 

Questa è solo una parte dell’applauso che esplode successivamente, in modo inusuale anche per una esecuzione grandissima, unica e di cui si dispone solo di questa registrazione, ma Kleiber era singolare anche in questo: indifferente, rapito e sommo. La parte importante di questo rapporto tra musica, direttore, pubblico è nell’esitazione dell’applaudire. Qualsiasi manifestazione avrebbe rotto l’incanto, poi l’esplosione è liberatoria. La bellezza deve essere esorcizzata! 

 

gestire la propria fortuna

Da tutte le vite che tocco, direttamente o in altro modo, traggo esempi per la vita mia, che esemplare non è. Mi confronto con rispetto, cerco di ascoltare con i sensi che ho a disposizione. D’ imparare, conoscendo la mia ignoranza, almeno i miei errori. Non me ne preoccupo più di tanto, dell’ignoranza, è sempre stato così: non voglio far fatica, è il sentire che m’ insegna. M’attrae il pensiero e la persona, cosa comunica, la sua identità utile a sé e agli altri. Penso che dovremmo essere fruibili, senza darci inutilmente, conservando per noi quello che non può essere ceduto.

Avverto la spinta d’un fronte di storie personali e collettive, che porta innanzi. Ed è da sempre. Mi lascio prendere dall’onda che culla, spinge, risucchia e rispetta il mio saper, un poco, nuotare. Forse questo giustifica la mia fiducia nel futuro e rende più grave l’offesa alla disponibilità, perché è facile trovare la mia porta, forse è difficile entrare, ma poi il rispetto è richiesto. 

Ho posti buoni in cui pensare, vedere, incontrare. La mia terrazzetta, i portici ed il Prato, i bar ( da Anna, il Bologna, i tre scalini ), il fiume, il cielo che vedo dal mio letto, i tetti. Ho affetti essenziali al vivere, pochi amici, a me importanti, interessi che mi prendono. Anche la malinconia a volte m’ aiuta; nel superarla fa vedere che il bello esiste.

Credo d’essere fortunato e che gestire la fortuna significhi avere sempre una vita da costruire.

todo cambia

E’ questione di stile e portamento. Non si può fare altro, perché non si cambia, non ci si raddrizza più. E bisognerebbe saperlo, sin da piccoli, ma non con gli avvisi dei genitori, che a poco servono per saper guidare la vita.

E pensare che si vedono subito i segni. Ero indolente, potevo fare di più. Rispetto a cosa, e perché?  Bastava spiegare, far vedere i vantaggi, no? Tutto sarebbe andato allo stesso modo, ma diverso, perché i fondamentali sono li, vicino alle radici. Si parla di predestinazione, di seguire qualcosa che abbiamo dentro, tutto vero, ma se si segue solo l’indole, il resto si perde e con esso le persone. Anche noi.  

Uno sconsiderato resta tale, non migliora, una persona abituata ad avere si stupirà, se non arriva il desiderio soddisfatto. Poi il vivere tra persone complica la vita, c’è sempre qualcuno che attende qualcosa. Anche noi stessi. Ho scelto di fare l’inafferrabile, non mi prendono eppure non sono contento. Vorremmo leggessero ciò che vogliamo davvero. 

Spesso si dà la colpa al narciso che conteniamo, un motore monocorde che fa tirar dentro la pancia ed affiggere specchi di vetro, parole, carta, sorrisi, carezze. Narciso non tollera il rifiuto alla sua bellezza presunta, per lui è il disamore, la negazione del bello che ha messo in comune. Basterebbe spiegarlo, spiegarsi, fare esercizio di considerazione di sé non riflessa. Cercare l’eros in se’ oltre che nell’altro, volendosi, ironicamente, bene. Ed invece…

Non si muta, ovvero si cambia tantissimo, ma a modo nostro, non come vorremmo, né come vorrebbero. Che poi mica è vero che ci viene chiesto di cambiare, anzi viene preferita l’immutabilità, la costanza d’essere. Quella ben conosciuta, possibilmente. Viene chiesta, invece, la compiacenza, l’atto rassicurante per il tempo in cui si sta assieme. Era quello riservato ai transitori zii, che di nient’altro avevano bisogno, se non di rassicurante amore.

Averlo saputo sarei rimasto all’età del no, avrei preso meno sberle, si sarebbero dovuti esercitare nel correggere la riottosità innata fino all’esaurimento, ed invece quel raddrizzare d’ allora, ha prodotto una serie di sì con l’anima negativa. Una cosa perniciosa. Ma vorrei rassicurarvi, non è accaduto nulla di grave, solo una piccola resipiscenza sul vivere, spostando picchetti in avanti per trovare il positivo.

Ci pensavo ieri che, salvo poche eccezioni, non sopporto parecchio, però ho pazienza. Il positivo che trovo, oltre al bello esterno a me, è tutta questa risibile esperienza, che forse non era necessaria, ma a farla era piacevole e dolorosa. La parte dolorosa sarebbe passata, come il mal di denti, bastava un po’ d’analgesico. Il tempo, ad esempio. Quella restante è rimasta, e mi ha cambiato a modo suo, tanto che adesso, devo riconoscermi.

 

p.s. la canzone è bellissima, parla dell’ Argentina, un paese che mi ha impressionato e preso molto, il video parla di Nahui Olin, ovvero Carmen Mondragon, così ben raccontata da Cacucci in Nahui .

tempo mai usato

Una tempesta elettromagnetica, dissero poi,

ma forse il sole aveva solo sbadigliato,

ignari e per loro conto, gli orologi elettrici anticiparono,

e balconi s’aprirono anzitempo,

passò una luce più nuova,

aveva il colore leggero d’una birra d’estate,

frizzava nel naso con tempo mai usato.

Occorre coraggio ad essere vivi senza ragione

e tutti non capirono subito, consultarono radio ed orologi meccanici,

perfino il telefono, qualcuno volle chiamare, e non si faceva più da anni,

alla fine fu chiaro che una piega di tempo/spazio s’era aperta,

golosa, inghiottendo, le piccole abitudini del mattino.

Ci fu confusione, e timore,

qualcuno, più solo, ascoltando la radio, la trovò nuova,

di musiche e parole inconsuete,

dalle finestre molti si guardavano,

e facevano segni, indicando il polso e la luce.

Fu allora che la vita s’ aprì,

improvvisa, come lampo a pelo d’acqua,

ed il cuore fu pieno di felicità inattesa,

dileguando il peso di notti oscure di sogni,

il giorno, allegramente, riprese il suo nome di luce:

sabbah an-nur

e tutto sembrò essere possibile e nuovo.

menoaja

Menoaja, minutaglia.

Come un de minimis non curat praetor, mia nonna me lo indicava riferito a fatti o persone. Era il suo parere definitivo, chi ne era colpito usciva dalla sua sfera d’interesse. Un’ igiene mentale e dei sentimenti forte, stratificata dalla vita. Senza giudicare, lasciarsi condurre dal senso di sé, andare avanti. Orgoglio? Supponenza? Oppure sanità mentale per inadeguatezza propria e/o d’altri. Comunque sia, era ciò che mi diceva nel suo inconscio insegnare. Perché lei, non insegnava, non costringeva, semplicemente mostrava la luna e non il dito. Credo che sia stata fondamentale per me, l’ho sempre contraddetta, amata, rispettata, e nel ripetere i miei errori, l’ho capita.

Se parlerò mai dello stile, della sua importanza nella vita, parlerò di lei. E dei suoi silenzi, e dell’ultima parola ironica che poteva avere sempre, usava liberamente e non feriva mai.