Ho l’impressione che si ringrazi meno di un tempo, come se la gratitudine fosse un sentimento in disuso nel mondo del dovuto.
Credo ci sia una profonda salubrità del ringraziare, non solo le persone, ma anche le cose, e quello che ci fa bene. E che l’educazione alla gratitudine comprenda l’ espellere, con meticolosità, l’affettazione, la forma. Nel rendere grazie (che profondità ha questa espressione, che rende, reinterpretato ciò che si è ricevuto), la forma deve scomparire a favore dell’espressione così come sgorga, spontanea.
La gratitudine, per suo conto, sorprende, coinvolge, migliora la vita. Eppure spesso la spegnamo, imbarazzati da questo calore che ci coinvolge, senza renderci conto che provarla è un’ ulteriore dimostrazione che siamo vivi.
La gratitudine porta con sé la timidezza, forse questo ha da sempre motivato una forma che liberi dalla necessità di essere davvero se stessi. Come ci vergognassimo di quello che proviamo. Ma volete mettere quanto dirompente è un grazie, detto così come siamo, un abbraccio, un libro, un bacio, un fiore, un tempo dedicato, tutto apparentemente senza motivazione per chi lo riceve. E come tutto questo stabilisca, e motivi, il ripetere l’incanto d’una comunicazione profonda. Per questo penso che nel bisogno fondamentale d’amore che riguarda l’uomo, il ringraziare possa fare molto per migliorare il pianeta.
Basta sto diventando mieloso, meglio mettere la Nannini che dice di più e meglio.
Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicità perseguita, deviata, soggiogata, liberata.
Gli sguardi sono raggi laser, istantanei e penetranti, che subito si spostano, si piegano su di sé, dipanano e nuovamente guardano.
I corpi si dotano d’occhi particolari, un sistema metrico non depositato a Sèvres, si esercita. Oscilla tra distrazione, fatica, interesse, conversazione. Soppesa, valuta rotondità, esercizi, flessuosità, grazia, dis-grazia. Come al corso, come al bar. Solo che questo è il regno degli odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica. Deve finire in un lago di sudore. Solitario e collettivo. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita agente sulla vita cogitante. La fiera delle vanità e della sciatteria, delle invidie, dei confronti e dell’indifferenza, oppure dell’impegno, della disciplina, dell’esercizio solitario e meditativo. Dipende. Non è solo il luogo di solitudini serali, in attesa di qualcosa che non accade. Oppure accade tanto di frequente da non avere più importanza.
Alt. E’ solo un’abitudine giornaliera per molti. I più. Una dipendenza salutare, che crea relazioni, amicizie normali partendo da un luogo che normale non è. E come in tutte le vite, anche queste che contemplano l’esercizio fisico, la fatica, la disciplina, un senso di sé profondo c’é.
Basta scegliere, i tipi umani non mutano in una palestra, solo si vedono di più. Sono più nudi, non solo negli spogliatoi, ma nella loro indifesa mostra, sono parte di ciò che vorrebbero essere. Avete presente la differenza tra desiderio e realtà, ognuno di noi cerca la coincidenza, ecco nell’esercizio fisico questo è asintotico, manca sempre qualche pezzo. Questa è la parte dell’esercizio fisico che mi affascina di più, perché non mostra nulla. Avviene tutto dentro in una nudità estrema, limpida che usa l’armonia per raccontare ben altro. Quando così non è, perde il significato di meditazione sul sé e diventa un compitino, poco importante oltre il punteggiare la giornata, come tutte le abitudini.
Bisogna partire da questo, essere naturali, se stessi, guardarsi attorno con la levità che ammira e poi torna su di noi. C’è una libertà profonda nell’ironia di sé permette di vedere e di vedersi senza troppe analisi e scoprire che gli altri sono quasi sempre migliori, flessuosi, abili, ma con una caparbia costanza a disposizione,volete mettere la soddisfazione di avere un lunghissimo cammino davanti.
p.s. sul filo dell’ironia pensate al signore qui presente e alla sua capacità di coordinamento
Le parole del presidente sono scandite nel silenzio. A tratti, un raschiare, imbarazzato, di gole che scorrono la relazione, scritta con caratteri grandi e molto grassetto. Procede per asserzioni: sfide, problemi, colpe, perdite. Il governo è sotto accusa. anche se quasi tutta questa sala lo vota. Sono costruttori edili, non comunisti. Andavano bene i democristiani, quelli sì che sapevano cos’era la malta, la fatica del sole che dai campi si era trasferita sui tetti, la crescita per campanili. Questo Berlusconi ha detto che era uno di loro, ma era una finta. Mica sapeva davvero cos’era un cantiere, la malta, il sole d’estate sui tetti.
Le hostess alle loro convention sono sempre belle. Tubini neri, succinti, pochi reggiseni, tatuaggi discreti. Immagino sia il target dei sogni di categoria, l’immaginario dei figli imprenditori, perché qui il passaggio generazionale è cosa concreta come i rolex d’oro, le ferrarine o le maserati. La discrezione e l’apparenza si sposano, fanno fare affari, ma in fondo nessuno ci crede davvero e queste ragazze sono il metodo e la coscienza applicata al business. La famiglia è altra cosa.
Ma c’è crisi, rispetto agli anni scorsi sono diminuite le consorti biondissime e le Ferrari, tutte rimpiazzate dalle solitudini e dalle Bmw. Anche la sala, che era sempre strapiena, adesso ha larghi varchi.
Il bollettino continua: 230.000 posti di lavoro perduti in Italia, 2000 nella città e provincia. La CIG ha attenuato le perdite, ma sotto un certo limite spariscono le aziende. La nave non galleggia più.
Scadisce l’accuse nei confronti delle banche fedifraghe che non finanziano, pronte un tempo a lucrare sulla crescita, ora si negano agli appelli disperati, nascoste dietro Basilea 3.
Mi guardo attorno, quelli che stanno bene hanno ripreso a chiaccherare, altri ostentano sorrisi, se li guardi, e tacciono.
I cadaveri in economia, puzzano subito ed attivano un movimento innaturale che allontana la riva, una selezione per cui chi non ha forza, annega. E con lui le persone che lavorano nell’azienda. Bisognerebbe interpretare con le categorie di Nash i percorsi delle persone che si aggregano e sciolgono, il tenore dei discorsi, come si formeranno i tavoli per la cena.
Adesso il relatore, elenca i progetti dei grandi architetti che hanno firmato i progetti della città nuova. Torna il silenzio. Qui non amano i grandi architetti. Non aiutano, sono bizzarri, fanno cose invivibili e invendibili E costano. Sono solo belle e néanche sempre. Pare che in architettura ci sia una via di mezzo che assicura la soddisfazione di tutti, l’architetto medio, ma adesso non interessa più, qui sono alla canna del gas e sarebbero morti tutti, se non l’avessero già tagliato, il gas. Hanno bisogno di vendere, non di sognare e a questo non servono più i gadgets delle convention, le amicizie, le reti.
Le parole sembrano strisci sul vetro. Non è un grande lettore il presidente, i basta si inseguono, sono troppi, si annullano, ma c’è l’atto di coraggio finale: noi ci siamo.
Già, ma chi? Mi guardo attorno, mancano conoscenti, quelli spariti quest’anno. Capisco che ci sia un’eleganza, uno stile, anche nei naufragi. Qui lo stile è il silenzio. Molti di loro sono partiti dal cantiere, dalla piccola costruzione sino alle grandi opere. La complessità gli è nata tra le mani finché ancora queste pensavano, con il ferro da costruzione e la calce che non andavano mai via davvero. C’erano operai da spostare su più cantieri, crediti da trovare, macchine da comprare e materiali, e appalti, e costruzioni banali di cui andare fieri. Ci sono stati anni che ruggivano come una fornace, anni di sacco del territorio dove la burocrazia, le regole non reggevano la domanda, il mercato. Scempi immani permessi da quella politica che ora sembra essersi allontanata da loro. E loro non capiscono. Non capiscono come navigare, perché non ci sono stelle, non c’è direzione o piano, non c’è luce, oltre a quella che sta nei cervelli.
Gli interventi si susseguono, cresce la noia, ma bisogna arrivare all’ora di cena. Qui si mangia bene, il vino è ottimo, la conversazione sarà leggera, ricca di sfottò.
Molti padri sussurrano ai figli cinquantenni, commenti preoccupati. Il passaggio generazionale è anche questo, solo che la staffetta qui dura a lungo, come per le successioni in cui i re non se ne vogliono andare ed il principe invecchia.
Fuori stanno apparecchiando, i vetri rilucono, tra poco sciameremo tutti sul prato.
La notte sarà noiosa e lieve.
p.s. forse i costruttori la usavano come ninna nanna
Scrivere è un piacere e un lavoro. Lo intendo come una costruzione di qualcosa che, pur effimero, è una parte di chi lo fa.
Una parte, certo, un varco che fa intravvedere e un po’ entrare, ad altro è lasciato il compito di comunicare più profondamente. Ci si interroga, emergono i problemi e le aspirazioni che si hanno. Più i primi delle seconde, per l’ovvio motivo dell’urgenza. Ma forse è importante far capire che non siamo solo disperazione, euforia, desiderio, bisogno, soddisfazione.
Forse.
Penso alla complessità di ciascuno di noi, all’importanza che si annette al ricordo, oppure all’irrompere continuo di futuro. Più quieto il primo, più irruento e mutevole, il secondo.
In fondo, questa è una piazza metafisica di notte.
Nel costruire la comunicazione, i media, c’è chi si avvale dello sterminato archivio della rete, chi costruisce il medium con pezzi propri, che inevitabilmente lo condizionano: perché è nata quella tua foto che metti a supporto dello scrivere? Quale rilevanza ha avuto quella musica quando l’hai sentita e che vorresti trovare su you tube, ma non trovi. Approssimazioni, condizionamenti. Poco male, solo lo stupido guarda il dito, anziché la luna. Ma davvero è così visibile la luna che si vuole indicare?
Citare poco gli altri blog e non è una carenza di sensibilità, ma un rispetto per il contesto. Casomai, rimandare esplicitamente alla fonte, per far capire dove nasce l’idea. In questi luoghi la proprietà (bruttissima parola) è così ballerina…
Però è necessario per far capire dove finisce l’opera nostra e dove invece inizia quella altrui. Anche se è un limite alla fluidità del discorso.
Devo dire che i pathwork mi piacciono a condizione che ci sia un disegno che passa attraverso una testa. In fondo è questo il mestiere che fa mio figlio e che ben comprendo in lui.
Insomma non finire in questo dialogo:
non capisco cosa sia tuo. Non certo le foto. I pensieri forse, ma néanche tutti.
Capisco la musica, difficile produrla decentemente. Ma anche le citazioni, i film, le poesie, mai che ci sia qualcosa di tuo davvero.
Tutto un riproporre mediato da te. Alla fine questo è l’oggetto: sei tu nella tua capacità digestiva, essudativa, effusiva, desiderante. Un media che media i media.
In questo immenso mondo di materia disponibile si può vivere di simbiosi saprofitica e ciò che viene ceduto assume la tua colorazione.
A proposito, qual’è il tuo colore? Almeno quello dimmelo.
Non bisognerebbe mai chiedersi dove si posano le labbra, e neppure quali vie seguano i pensieri, ma in quale solitudine di monadi ci cacceremmo se fosse davvero così.
Siamo unici ed insieme molti, a me interessano gli unici e contemporaneamente mi interessa dove ci sei davvero come media.
Dal grande giacimento, o discarica come dicono gli amici, della mia casa, emergono due piccole ceramiche incartate. Un biglietto precisa il luogo di produzione: Szczecin. Lo ricordo: era un negozio ad alto rischio di disastro, con ceramiche in pile e scaffali pieni di tejere, piatti, piattini. La giornata piovosa a tratti, indecisa se sfolgorare di sole, come sa fare il clima continentale, oppure virare verso il diluvio, aiutava a permanere. L’impressione era quella di una vecchia europa, dove negozianti tedeschi, non solo ebrei, accumulavano piccole rendite di posizione, scrivevano su grandi quaderni, consunti ai bordi, le giacenze di magazzino, ed annotavano prezzi, diligentemente aggiornati con l’inflazione.
Molti oggetti carini in vetrina, leziosità per piccoli clienti. Dentro, un piccolo bazar che puntava sulla manifattura locale. Alcune ceramiche erano davvero belle, senza la delicatezza di Maissen o la trasparenza cinese, ma i colori pastello facevano allegria. Rimandavano al thé del pomeriggio, le chiacchere d’apparenza, i biscottini al burro. Lattiere e caffettiere per la colazione del mattino. Cose intime, familiari, giuste per l’uso e per fare casa con decoro e affetto. Adatte a scelte che sarebbero durate, immaginando una robustezza inesistente, surrogata dalla cura. Come tutte le specie di bene.
Mi tornava a mente l’Utz di Chatwin, che descrive una passione, eccessiva come ogni passione, ma che fa emergere la presenza della cultura locale al bello domestico, quasi un odore di intelligenza aristocratica e vitale da chiudere in stanze tappezzate di legno di quercia. Ma oltre Utz, pensavo ai giorni di prima, quelli ante guerra, con vetrine a riquadri e luci gialle. Ed a quelli di adesso, così veloci da imporre altre luci, abitudini e minore attenzione.
Perché quelle due tazzine, siano rimaste e non regalate, non lo ricordo. Forse le avevo destinate a me. Adesso si mostrano, vicino a altri reperti di vita, di cui conservo luogo e ricordo. La differenza tra archivio e discarica è solo questa: nel primo le cose hanno un nome e un pensiero incollato.
Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.
Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.
La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.
D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.
Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.
Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.
Chissà come sono passati per Lei, questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.
Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.
Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.
Di colpo il cielo s’è abbassato, scocca fulmini orizzontali. Secchi, senza preavviso, saette, seguite da scrosci brevi di grandine. Il tempo rallenta e gli occhi attendono impauriti il prossimo squarcio.
Lampo/schiocco, così immediati da fondersi nei nervi, nei neuroni, fanno salire il cuore verso la gola.
Passa, passerà presto.
Deve arrivare l’acqua. L’acqua mitiga l’elettricità, la suddivide in tanti, minuscoli rivoli che la portano verso terra. e non fanno male. Serve l’acqua.
Non è vero, non è niente vero, ma è bello crederlo. Il fulmine scocca da terra, è solo bello pensare il contrario.
Come il cielo fosse un corpo di femmina e il fulmine il maschio, e una fica di luce li percorresse per litigare e fare all’amore.
Non è vero, non è vero niente. Il cielo e la terra sono incuranti di noi. Possiamo scriverne le leggi, ma loro le applicano secondo voglia, hanno un loro bene a cui rispondere, che non ci riguarda e che c’ignora.
La pioggia d’estate adesso scende a rivoli. La parte organica del mondo ringrazia di tanta vitale indifferenza.
La furia è passata, il cielo si alza, si stira pigramente, e s’allarga. Da nuvole di spuma filtra curiosa la luce.
Eravamo compagni non senza timore. Anche chi c’arrivava subito con gioia spensierata e guascona, chi incespicava sulla parola che rompeva passati familiari, chi, con naturalezza, riconosceva ch’eravamo tanti e dalla parte giusta. Poi, come ogni acquisizione d’identità collettiva, il cerchio d’uso della parola sostituiva il nome proprio. Ci si appellava compagno, compagna, riservando il nome all’interlocuzione diretta e non alla politica di gruppo. In vacanza, in osteria, nelle scorribande d’amici, ritornavano i nomi, perché la parola compagno era la vita impegnata e seria, il terreno su cui poggiare piedi e ideali.
Compagno e compagna, si diceva con tenerezza, con forza, con rabbia. Una parola che univa e divideva perché connotava un versante del mondo. Toglierla a qualcuno era l’ostracismo, il tradimento. Nella parola c’era l’onore e la fedeltà, l’appartenenza.
Compagni era un grido d’attacco ed una quiete da chitarra nella notte. Compagno, veniva da prima, era stato usato con gloria, aveva plasmato vite. Per noi, studenti, era il segno d’una aristocrazia d’idee e di vita fuse assieme che innanzi tutto apparteneva a chi lavorava, agli operai. Usarlo nei loro confronti, oltre l’età, era una concessione, un essere ammessi a qualcosa che partiva da loro.
Compagno se va, chiude un secolo e mezzo di storia, relega un’identità al passato, la lascia a chi c’ha creduto, a chi vuole che non sia cambiato il mondo. Da tempo, questa parola, era in difficoltà, da quando caduti muri e ideologie, sembrava fosse un arcaismo, un residuo del passato. Nella fretta del nuovo, del tempo che divora se stesso, s’è gettato non solo il bimbo e l’acqua sporca, ma anche il catino. Nel convergere poi, di centro e sinistra, è difficile usarla in partito, difficile nelle manifestazioni, difficile anche in fabbrica perché gli operai erano passati alla lega.
Eppure tutti c’abbiamo creduto, anche chi non era d’accordo, ma alla sua partenza non c’era nessuno. Era finita una stagione politica e di speranza, di questo qualcuno non se n’era accorto, e nessuno conosceva il nome di quella nuova.
E’ solo una parola, dicono, e vorrebbero sostituirla con amico, ma sarebbe demolire qualcos’altro, un sentimento che riguarda le persone, non le idee e la politica. Ne sanno qualcosa i democristiani d’un tempo, che si chiamavano amici, prima di macellarsi nei congressi e nelle correnti, e gli amici veri se li sceglievano altrove.
Meglio non avere nome e tenersi dentro ciò che si è. Ritorneremo ai signori e signore, agli uomini e donne detto enfaticamente, all’appellarsi vuoto di simboli e significati. Non ci si deve sentire per forza, qualcosa di diverso e forse neppure assieme ci si deve sentire. Oppure sarà necessaria la doppia tessera, quella ligth per la casa comune, quella hard per chi vuole cambiare davvero.
Questo dice la politica liquida: agitare bene prima dell’uso, bere e poi si metabolizza in fretta.
p.s.mi convinco che sarebbe andata comunque così, che non è stato l’ingresso dei figli della borghesia a mutare il senso della parola, e forse, neppure a stereotiparne l’uso. Che a metà degli anni ’80 già s’era consumata la fiamma in grado di mutare il mondo. Quel mondo, non questo, questo ha gli stessi problemi ed altre poche fiamme.
Ivan della Mea, interpretò in musica, quell’ultima stagione insieme ad altri, ritmando le manifestazioni e la protesta.
Compagno era colui con cui si divideva il cibo, la lotta, la prospettiva di futuro. Cosa posso dividere oggi, che non cambi presto con i leaders, che non ricada nel relativo che ha pervaso la politica, che non sia solo, una prospettiva di governo, ma una prospettiva di vita?
In quegli anni di cambiamento fu per me fondamentale, l’ultimo leader che seppe incarnare davvero la parola compagno: Enrico Berliguer. Di Lui conservo molto e condivido ancora moltissimo.