Vorrei non mi fossero ricordati i motivi per cui dovrei risentirmi. E nemmeno i soprusi subiti. Nemmeno le meschinerie vorrei conoscere. Tenermi un’opinione buona degli altri è un valore a cui non rinuncio volentieri. Il rancore e il senso di fallimento seguono immediatamente i giorni in cui non conti più. Ma la sconfitta segue come un’ombra il potere, ne traccia l’angoscia, mentre il rancore scava e prepara la rovina successiva. Per questo non lo voglio.
m’illumino di melenso
Ho fatto un esperimento per capire quanto sono fuori dal mondo: ho preso una canzone di Jovanotti, ne ho analizzato le parole e poi l’ho cercata altrove.
Ho scoperto che c’è un mondo, su cui non ho idee, che usa le parole in un modo kitch per gli adulti, ma che per questo mondo, le parole sono ancora fresche e nuove. Che se si chiedono: ma tu a chissà quante/i avrai detto le stesse parole, concludono subito, che no, tu sei diversa/o da tutti. Cosa vera, quest’ultima, e davvero importante per l’umanità, che assicura una originalità del sentire/sentirsi, ma soprattutto fa coincidere i mondi. Quello degli adulti e quello dei ragazzi.
Il miracolo del senso delle parole e’ nel loro conformarsi al sentire di chi le usa. Si rivelano e si indossano, assumono le sembianze del sentimento. Lo riassumono per noi e per l’altro. Così ci pare, perché sentiamo che parole usate, in modo nuovo e ciò che potrebbe essere melenso, diviene ciò si vuole pensare, dire e, magari, cantare all’amata.
vabbè, vi lascio anche l’originale, che è meglio, e così ripassate.
è bene dirlo
Qui si parla poco di musica, eppure le mie giornate hanno umore e colonna sonora in sintonia. Si parla poco di libri, eppure sono un bibliofilo. Non si parla di film, ed il cinema è da sempre parte importante della mia vita. Del resto, non si parla spesso di donne, eppure ne sono affascinato e curioso. Quindi sembrerebbe che le passioni vere siano distanti da quello che dico, in realtà, le trovate disseminate ovunque mescolate a molto d’altro. Sono passioncelle, angoli riservati, in cui qualcosa di me cerca e sta bene, a volte.
Per una volta, vorrei ricostruire con voi una sequenza di pensieri. Una specie di flow chart della mia testa e stabilire un legame tra musica, film e libri,così, più o meno come si è verificato.
Avverto : la cosa è poco interessante, potete cambiare subito blog.
Ascolto, su radio tre, una giovane pianista tedesca, Alice Sara Ott, che interpreta il concerto n.1 di Čajkovskij. Brava, ma non un genio. Forse più una necessità discografica che una scommessa sul nuovo che innova. Anche lei risponde ad una attesa di assoluto che, da tempo, pervade questa epoca e che fa sprecare annunci d’eccezione. Ho incontrato, e conosciuto, due tra i migliori dieci pianisti giovani al mondo, bravi, ma nessuno è diventato Benedetti Michelangeli, o Richter o Pollini o Gould. Sfortunati? No, in fondo non mancano i virtuosi, ma è l’aura del mito che non è facile da conquistare ed è fatta di qualcosa che pochi hanno, ma che soprattutto lascia molti morti per strada. Qui subentra l’associazione con un film: Shine. Una storia che narra del Rach3 e della sua intersezione con la vita di un pianista in formazione. Il concerto n.3 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, non è il più difficile dei suoi pezzi, neppure il più bello, a mio avviso, ma ha un’atmosfera di mito che lo circonda ed è spettacolare vederlo suonare. Il protagonista del film, Hoffgott, è un convergere di problemi esistenziali, non molto diversi da quelli che molti noi hanno vissuto, magari con intensità diversa, ha talento, è promettente, ma ad un certo punto collassa, e non per la difficoltà della pagina pianistica, bensì per la vita. Il lieto fine, ci sta tutto, è una storia vera, è meglio che il protagonosta stia bene. Quello che non doveva accadere, era farlo suonare in pubblico. L’avremmo immaginato felice con la cartomante, lui le suonava Rachmaninov ogni sera e come per tutti i sogni, ci saremmo svegliati senza grandi problemi. Ma volevano creare il mito e così alla verifica, il genio si è dissolto. Non c’era. Il film è una serie di luoghi comuni delle vite. Un canovaccio, su cui ci si commuove perché, in qualche parte, è impossibile non identificarsi. Il padre autoritario e frustrato, il sogno di gloria, la rottura del vincolo con il padre-maestro, la colpa, il castigo, il baratro, l’angelo, la salvezza. L’assonanza del film con la giovane pianista è nel speriamo di non dimenticarla presto, però anche l’associazione con i libri, passo successivo, mi interessa. Ci arrivo pensando che troppo spesso nella testa, Freud, Jung, Adler, ecc. sono un flash nella notte. Mostrano alberi, case, persone, ma non nel dettaglio, dobbiamo aspettare la luce del giorno per farli, davvero, profondamente nostri. Spesso ci si accontenta di interpretazioni su cui è facile trovare un consenso, soprattutto se dette ad alta voce. Ad esempio il nostro Hoffgott, ha un padre ebreo, emigrato che projetta sul figlio la propria frustrazione di pianista mancato. Quante volte si interpreta la nostra vita cercando la spiegazione immediata, frutto di rimasticature, di divulgazioni, di comode scorciatoie di pensiero? Il film spinge in questa direzione, non mette il dubbio che il nostro fosse un apprendista pianista che poteva essere discreto, forse buono, ma lì sarebbe finita. Invece c’è bisogno del mito e di pensare che il genio si sia schiantato in casa. Eppure, anche i pianisti di piano bar spesso hanno fatto il conservatorio, anche loro hanno sognato, provato, cercato, finché si sono resi conto della misura, del limite. Se quei libri, che fanno da tappezzeria, fossero stati letti un po’ criticamente, io avrei capito (magari gli altri lo sanno, ma sto pensando tra me), che le pulsioni comuni entrano nelle nostre vite, ma che solo quando le capiamo davvero, ci cambiano. E che il genio è in chi ha riconosciuto, interpretato, pensato per la prima volta le cose che, ci sembra, ci riguardino così da vicino, ma che lo stesso genio innamorato dell’assoluto, già sapeva che qualcun altro l’avrebbe superato. Un poco ne è triste, il genio, ma per fortuna sennò saremmo fermi all’invenzione della ruota. Ma tutto questo capire profondo a che serve? Al mondo basta quello che si condivide, e il distacco tra chi vede, ascolta, legge l’opera d’arte e chi la fa, è proprio in questa comprensione, in cui a volte, solo a volte, c’è profondità e ci si riconosce. Si legge l’ovvio, che era sotto i nostri occhi, e l’ovvio è il finalmente compreso. Da questa intuizione feconda ne nasceranno altre, ma questo genio che rassetta le vite, le cambia un poco, viene limitato nella radicalità che sottende. Saremmo più vivi e, forse, felici, se andassimo più in profondità ed al tempo stesso, fossimo più leggeri, perché quando queste condizioni ci sono entrambe, ci cambiano? Boh, in realtà noi non vogliamo cambiare, perchè il nostro mondo sarebbe scardinato, privato d’ogni sicurezza e bisognoso di movimento continuo, di energia immane, di decisione. Meglio guardare, accontentarsi di piccole correzioni di rotta, emozionarsi in privato e a tempo. E’ questo equilibrio infranto che gestisce il genio: addita e poi lascia scegliere, ma non sarà più come prima. Adesso sappiamo.
E allora riconosciamo la disperazione dell’assoluto, non la felicità, e decidiamo che non è tempo di sentire oltre, che sembra faccia troppo male sapere davvero, cambiare. Invece è il cambiamento che viene scambiato, per il dolore che porta con sé. Certo, c’è la società, un utero ricco di sicurezze e di limiti, c’è il vivere reale che non è l’acuto del genio, ma l’accontentarsi, è vero che anche i geni bevono il caffelatte. Ma riconoscere per forza, l’annunciato genio della tastiera, fa perdere il giudizio, se non si sente tale. E così si perde la percezione del limite, che quando viene percepito, può essere spostato.
Adesso capite perché parlo poco di musica, cinema, libri e arte, perché se ripercorro i pensieri veri, questi sono una questione privata, come ogni sentire, trasversali e difficili da comunicare, se non per assonanza forte, condivisa.
E se invece devo esprimere un giudizio bello o brutto, non mi basta perché non direi quello che davvero penso.
P.s. Horowitz, tra gli altri, il Rach 3 lo suonava bene, qui è con Mehta. Lo pensava anche Rachmaninov, ma questa è un’opinione.
ad ovest dell’Etna
File, decine di file di alberi piccoli, allineati in ettari che muovono verso il giallo dell’erba secca. Alberi bonsai. Adesso. Ma questi cresceranno penetrando le culture a cereali e i campi da fieno. Una testa di ponte. Decisa, ordinata, come una testudo romana pronta alla battaglia. E a vincerla.
Tra Piazza Armerina e Pergusa, le colline sono fitte di boschi. Conifere, eucalipti, querce, sottobosco. Si sta ricreando una foresta che un tempo doveva essere ovunque, ma il verde da legna finisce alle porte di Enna bassa, poi da Calascibetta, Carloforte, si scende verso Catania per strade interne e prevale il giallo dell’erba e del cereale, gli spazi regolari di marrone sono terre dissodate da aratri recenti, gli alberi sono a guardia dell’ombra delle case. Da Catenanuova cominceranno gli agrumeti, un mare verde, aereo, uniforme come un velluto che si sta per posare sulla campagna.
L’impressione è che sia il verde degli alberi ad invadere. Che il giallo sia pacifico, nel suo stendersi fuori dalle masserie, che i raccolti di cereali abbiano menti diverse, più apprensive e legate al giorno, mentre quelle legate all’albero siano più projettate in avanti, legate, come sono, alla certezza del permanere dell’albero ed alla sua cura ripetuta. Una linea di demarcazione netta tra due modi d’ essere agricoltori ed intendere la vita. Immagino che la notte di questi contadini diversi abbia pensieri diversi, attese differenti che si vedranno nel giorno. Sembrano colori, ma in realtà è l’uomo che dipinge il mondo governato e si immerge nel colore che crea, lo valuta, ne conosce prosperità e sofferenza, lo porta nella sua vita, pensando giallo o verde. Ma sono fantasie, pensieri da strada tortuosa, mentre salgo verso Centuripe.
Il giallo, ad ovest, si stende su cumuli che sono colline, tumuli di giganti, qualche calanco grigio, piccole macchie di fiori su un terreno da guerra senz’armi. I mercati determinano, suggeriscono, impongono. Il giallo si difende, il verde attacca e sembra prevalere, sul versante occidentale dell’ Etna è così, ma in realtà, continueranno a convivere, è il giallo quello che ha mutato il mondo e l’uomo lo continuerà ad imporre, semplicemente perché il cereale gli ha tolto la fame e continuerà a farlo.
P3
Mi sono perso la tre. P intendo. Forse perché, tradizionalmente, il tre rappresenta gli enigmi teologici e la sinistra televisiva e magari c’è un significato esoterico in tutto questo. Ma il tema non è la cabala o la numerologia, ma il potere che, notoriamente, esoterico non è. Casomai occulto, dissimulato, nascosto dietro l’angolo. Solo che questa anomalia reale e, stranamente, poco ciabattona per noi, ci mette in una singolare posizione di primarietà tra i paesi democratici. E rischia di non avere davvero termini di confronto. Ovverossia, le lobbies, i suggeritori, le massonerie, i gruppi di pressione, esistono ovunque, ma in Italia di più. Solo che non si chiamano con questo nome e sono peggio, molto peggio.
Ci fu un tempo in cui un fabbricante di materassi, , oscuro ai più, muoveva banche nazionali e capitali immani, nominava direttori di giornale, orientava dossier e notizie, favoriva militari in odore di golpe, industriali vari, politici assortiti. Il signor Berlusconi trovò utile iscriversi alla P2, anche una parte considerevole della politica che contava, lo fece. E se contava perché aveva bisogno di iscriversi? Ecco, l’anomalia è questa e Bisignani ne è l’ evidenza: se si conta davvero a che servono i consigliori e i faccendieri?
Magari abbiamo perso il numero, forse è la P5 o 6, ma quello che conta è che esistono persone in grado di deviare, consigliare, avvertire, favorire, determinare, dissuadere. E questi contano più del presidente del consiglio, dei ministri, del parlamento, contano più di ogni cosa che ha regole, funzioni, compiti. Contano e lo sanno, ma noi no. Noi pensiamo di essere liberi, di poter decidere davvero quello che vogliamo, che la nostra vita avvenga in un luogo in cui esiste la possibilità di determinarla, di pagare un canone perché al più la politica controlli la rai e magari la asservisca alla maggioranza, ma che comunque esistano delle eccezioni. In realtà le P dimostrano che nulla di tutto questo è vero, che il potere che vediamo è solo la prefigurazione di qualcosa che ci sfugge e che qualche puparo manovra. Per fini suoi, che non è lecito esporre, né sapere.
Al tempo della P2, il parlamento insorse, i giornali scrissero all’infinito, anche quelli deviati, i servizi segreti vennero sciolti e riformati, e una democristiana, staffetta partigiana, prima ministra donna della Repubblica, si prese la briga di scavare in quel mondo maleodorante del potere senza luce, che fermenta. Il “venerabile” capo trovò ospitalità nel Cile di Pinochet, molti si scandalizzarono e chissà dov’erano prima. Si pensò che, smascherato lo schema, se ne rendesse impossibile l’attuazione presente e futura. Invece, a distanza d’anni, lo schema si ripropone, qualche profezia si è attuata, ma soprattutto siamo meno liberi. Perché proprio questa è la conseguenza della deviazione carsica del potere: che questo non può essere controllato, assentito o respinto, può essere solo subito.
Incontrai la prima volta, il ministro Anselmi, nel tinello di casa sua. Una villetta alle porte di Castelfranco, cosa da impiegati e da fatica del lavoro. Lei era ministro e democristiana, io ero comunista e sindacalista, mi ascoltò, capì, disse e mantenne.
Altre volte l’ho incontrata camminando in montagna, salutava, scambiavamo due parole e sorrideva. Il mondo era cambiato, lei non era più parlamentare, ma era una degna persona. Ecco, credo che il mondo e la politica debba contenere molte degne persone e che queste non si pieghino al potere sotterraneo, anzi lo portino alla luce e lo combattono. Anche se questo non gli conviene politicamente e personalmente. Sono queste persone, forti e con senso dello stato e della comunità, che ci rendono confrontabili con gli altri paesi, che cancellano le P. Anche quelle che mi sono perse, per disattenzione e incuria di libertà mia e d’altri. Per questo vorrei che, indipendentemente, da ciò che si pensa, fossero queste le persone da eleggere e che un parlamento di liberi, non di nominati, fosse la garanzia del potere comune gestito.
l’uomo della panda rossa
L’uomo della panda rossa parla solo dialetto, sorride e si capisce tutto. O quasi.
Sembra vecchio. Forse è più giovane di me, ma lui lavora i campi, raccoglie capperi, origano, olive, pomodori. Li secca, li condisce, li vende.
Per questo mi sono fermato.
Mi racconta che pesta il basilico col pomodoro secco e l’olio. Poi acciughe, mandorle e olive.
Ma oggi non ce l’ha. Neppure le olive condite gli sono rimaste. Solo capperi e origano.
Gli spiego del vetro, degli aerei, del bagaglio a mano. Sorride e scuote la testa: continente.
Appoggiato contro al muro, tra vasi di capperi, l‘uomo della panda rossa, s’è immerso nel suo profumo d’origano.
Sorride ancora e adesso parla col cane.
attraversando la Sicilia di notte
Attraversando la Sicilia di notte, tra luci gialle di paesi e masse nere di rocce che scorrono a lato, i lampi rossi e rosa degli oleandri, illuminati dai fari, la compagnia di radio concitate, i profumi densi, inumiditi dal bujo.
La Sicilia di notte si apre senza fatica, i nomi dei paesi suonano dolci, si ripetono in un mantra che distende i pensieri. Grammichele, Lentini, Vizzini, Chiaramonte, luci ammassate in collina, scrigni di vite parallele, destini, speranze da spendere, passioni. I camion corrono a nord, e corrono davvero, curve, controcurve, salite, discese, prima erano Nebrodi, poi Erei, adesso Iblei e pensieri, molti pensieri che s’aggrovigliano e distendono
Energia nervosa, caffè nelle luci del distributore, pisciare in posti malpuliti, strada. Ancora strada. Quanti km? Non si legge la destinazione e si sente che questo mare di terra rossa, di odori, di camion incrociati, è un luogo senza meta, senza luogo. Solo terra, che adesso sa di notte, e luci, e odori di piante arroventate dal sole, e nomi che suonano bene, e canticchiare, e andare finché si può, prima di fermarsi, e approdare in reception, in stanze condizionate, e balconi aperti, e luce filtrata all’alba, dalle tende mai troppo spesse.
La notte di questa traversata, si scioglierà in qualche albergo mai frequentato, finché verrà il giorno, e sferragliando consapevolezza, prenderà alle spalle con il paesaggio svelato. Con i B&B dai nomi improbabili, il traffico immane, le strade interrotte, i ristoranti che erano trattorie, ed era meglio se non cambiavano, le fabbriche che funzionano e quelle che si disfano, i centri commerciali e la massa dei negozietti. La confusione di scritte, tabelle sovrapposte sui pali, sui cartelli turistici cancellati, sul benvenuto e il saluto di paesi che si scrosta nelle vernici a basso prezzo. I messaggi senza senso, rivolti allo straniero, il vuoto che si aggiunge, ed ingoia il pensiero d’essere in un posto che toglie l’urgenza di capire le persone ed i luoghi, e le trasforma in cose, in cibo, in souvenir.
Tutto annega nei cartelli mancanti delle città prossime, chi è il vicino, dove sarà? E così non sai più dove vai, dove sarai nel pomeriggio. E ti passa la voglia di andare e capire, non accendi il navigatore, pensi che non ti perderei mai davvero, che sarebbe bello che sparissero i cartelli e restassero le persone. E ti prende lo schifo per questo costruire violento che t’attornia, e pensi che ogni azienda, che ora cade a pezzi, è stata assistita, che anche quelle che funzionano, sono state assistite, ed era naturale allora, come adesso. Lo sai che da come verrai salutato, presentato, saprai quanto conti, che la gentilezza senza forma, invece, la troverai nel bar dove ti fermi, che è tutto lo sfacelo che annulla storia, gloria, identità che non sopporti più, che nulla più giustifica quell’enorme scempio che è stato fatto, che è tutto finto, che tutto imploderà, ma noi non lo vedremo e quindi non consola, ed intanto, resta quello che vedi, quello che non sopporti. E’ tutto finto, finti i soldi, il potere malato, le donne che ti danno la mano e non capiscono chi sei, le piscine e i gioielli ostentati, i saluti cerimoniosi, le marchette, gli articoli di giornale scritti prima dei convegni. Tutto finto, anche le luci di Modica, così belle questa notte adesso si perdono nel giorno che mostra la pietra violata. E’ tutto finto, tutto deviato, qui come altrove, non solo in Sicilia, ma in Lombardia, in Veneto, in Toscana, ovunque. E non c’è ragione del brutto, dell’inutile, del falso, della patacca. Né qui, né altrove. Per questo cerco di viaggiare di notte, e di giorno evito le autostrade e punto nella campagna già bruciata dal primo giorno d’estate, e mi piace il trattore che mi rallenta, la strada che ho sbagliato, la canzone che canto da ieri, la voce che ricordo bene e che veniva da Palermo, e poi se n’è andata.
Come me. Che mi difendo, ricordando il mare di stanotte, la luce violenta del distributore, la solitudine immensa del sole che illumina e non vede. Conservo l’ultima traccia d’un saluto sincero, e il pensiero più bello che ho avuto, e mi pare di aver tutto e niente in questo dividersi binario, che guida, separando e mescolando, giorno e notte, bianco e nero, lì sulla linea tra yang e ying tracciata nei bar nell’ l’accento musicale di chi mi parla, nello scrivere che incuriosisce, nell’ultimo mezzo sigaro fumato. Il vivere, è vivo, e non è rifiutato, come il motivo finalmente dolce, chiaro del perché preferisco attraversare di notte la Sicilia. Perché solo così posso ancora ancora amare questo posto, e non vederlo violentato e disgraziato di potere, miseria e denaro. Perché di notte sembra possibile che ci sia tempo per raddrizzare ciò che è deviato. Perché, semplicemente, di notte non si vede e non si ricorda, ma si sente cosa non è cambiato.
la fabbrica
Scavati nei mattoni d’allumina, decine d’occhi, lampeggiano d’un giallo di bestia, di drago tenuto a bada. All’interno della macchina, migliaia di bruciatori espirano fuoco con un suono slabbrato, basso, continuo, soffiando quei 1600 gradi per fondere sabbia, soda, calcare, dolomia, nel liquido magico che solidificherà, galleggiando su un lago di stagno fuso a 1100 gradi. Qui si genera la magia di un nastro di vetro perfettamente piano.
La macchina dei forni e dei trattamenti, si allunga nell’ unico corpo rettilineo di oltre duecento metri. Segue due livelli e scende, come onda, da quello più alto fino ad un fine macchina che non è fondo, perché oltre ci sono ancora macchine e poi il magazzino. La fabbrica sembra non finire mai.
La traccia gialla della sicurezza è un bordo di banchina, oltre c’è la nave immota dove la materia, che più somiglia all’acqua solidificata, scorre sulla chiglia, trascinata da incessanti rulli gommati.
Il rumore della cesoia lineare ritma la separazione nell’infinito nastro di vetro, in lastre di 6 metri per 3.21, e la corsa, fluente, continua,verso il bacio delle ventose pneumatiche.
Clang, ooooff, clang, ooooff, clang, ooooff. Taglia, aspira, solleva, taglia, aspira, solleva: il flusso non si ferma mai.
La lastra tenuta dalle ventose, si alza, gira su se stessa, si mostra nuda alle luci gialle e verdi che la guardano cercando l’imperfezione, poi, scelta, si posa, pronta per accoppiarsi su un’altra lastra eguale, inframmezzata da un film di PVB, una plastica dal nome lungo, polivinilbutirrale, che darà una sicurezza nuova, prima mai conosciuta dalla sua fragilità.
Del vetro mi ha sempre affascinato la natura, la fisica da liquido sorprendente, la fragilità dura di poeta, la trasparenza che muta con il tempo, la capacità d’essere altro restando se stesso.
Un flusso di molecole che solidifica senza cristallizzare. Non subito. Lo farà con i suoi tempi, per noi in decine di secoli, mutando la superficie e la trasparenza in insiemi setosi. Come si chiudesse in sé dopo tanto mostrare altro.
Qui nasce il vetro float, il vetro piano. Guardo la fabbrica nuova che si allunga nella sua epicità di grido, di sfida al mondo. La complessità, nel nitore della fabbrica, fatto di volumi grandi, d’aria e luce, di masse enormi di colore, risalta ancora di più. E’ una complessità diversa da quella degli edifici delle città, che è ritmare spazi, superfici, collegamenti, ipotesi di vita. Come non chiedersi cosa avviene nel cervello che pensa i volumi, scava l’aria, mette assieme spazi e percorsi, misure e funzioni, e corregge, modifica, sostiene tesi, enuncia.
Ma la complessità che mette insieme gli uomini, che a loro volta ricostruiranno percorsi, luoghi e funzioni, calandoli nell’architettura delle loro vite, occulta le strutture, le forze che tengono assieme, sostengono ed assicurano le altezze, estraggono la profondità. Nella fabbrica tutto è a vista, anche le macchine possono stupire, ma non confondono, mentre il gioco delle travi nude, delle coperture evidenti, il taglio delle luci dirette, i pavimenti lunghissimi, fortissimi e levigati, gli impianti, i tubi, i colori di delimitazione e sicurezza sono sotto gli occhi, e impudichi, mostrano il disegno funzionale che li ha messi assieme.
Tutto viene in primo piano, come in un tempio greco, dove ciò che sorregge e tiene è forza visibile, palpabile nell’aria, lasciando al fregio, alla decorazione, il distogliere dal gioco geometrico per aprire lo sguardo verso l’anima, cioè la parte che vola e non può preoccuparsi di quello che serve per scandire il tempo del mondo.
Nella fabbrica la complessità del semplice, della scatola che contiene, è tutta in questo parlarsi fra ambiti differenti: la funzione e il lay out, il costo e la rappresentazione, la macchina, il suo produrre e l’uomo. Ognuno al suo posto, senza scarti, possibilmente. In equilibrio. Le ragioni del produrre, le ragioni della macchima, le ragioni dell’uomo, le ragioni dell’edificio.
Guardo travi da 50 metri, leggere come può esserlo un prefabbricato, fatto di costole scavate ed alleggerite, tutto tiene in un equilibrio di forze tese ed immote tra loro. Guardo le pareti a picco, levigate, i tiranti di rinforzo per cavi ponte, tutto apparentemente semplice nel vuoto dove corre l’occhio nitido e composto. Ci sono stati mesi in cui gru enormi hanno sollevato travi e lastre, sono stati scavati basamenti, inserite plinti nei giunti a bicchiere, stesi kilometri di reti di ferro dolce dimentiche del passato di rottame. Si sono fatte gettate ripetute, di cementi ch’erano stati pietra, sono stati coperti sottofondi di ghiaione stesi con sura e spianati, tracciate piste di cantiere, posati cavi, tubi, in un brulicare di funzioni che correvano in mille operazioni di predisposizione, costruzione, finitura. Tutto calcolato, commisurato ai pesi immani che cominciavano ad arrivare, e piano piano, sono cambiati gli uomini, i costruttori e la struttura è passata sullo sfondo, finchè, adesso, è divenuta, finalmente, contenitore.
In queste lunghezze che gli operai percorrono in bicicletta, si producono 6 milioni di metri quadrati di vetro float. Vetro piano che diventerà facciata, contenitore, barriera, difesa, struttura.
Ma nello spazio mutato in contenitore, si potrebbe produrre qualsiasi cosa, in questo sta il grido della fabbrica, lo sforzo del combinare, mutare, creare ciò che non c’è, che non ci sarebbe. Una sfida che permette altre sfide, che aiuta la diversità. La fabbrica è parte di quel processo che consente la capanna e il grattacielo all’uomo, che non limita la scelta, come se la razza umana divaricasse in continuazione dalla yurta al castello, dalla foresta alla pietra levigata delle città e la separazione tra l’homo habilis e l’homo erectus non fosse davvero mai terminata e il pensiero del primo permanesse nel secondo, ma fosse proprio il primo a consentirlo. A permettere che l’uomo sia diverso, che possa rinunciare apparentemente all’economia, al costruire, al fare collettivo.
Solo apparentemente.
ulysses
Oggi è la giornata dell’ulysses che più amo. Quel girovago di Bloom, furbo quel tanto da non farsi prendere nel sacco. Dentro e fuori di sé, in continuazione, non il narrato/narrante, ma la curiosità dell’essere e del vedersi essere.
L’ulysses che vive con cinque sensi attivi, in cinque dimensioni che si fondono. L’ulysses che è prigioniero e libero. Prigioniero dei desideri e libero con la forza dei principi.
L’ulysses che lascia una scia di incompreso. La comprensione interrotta, dove manca sempre un pezzo che non collima e quindi la libertà del soggetto di non essere mai posseduto.
Ulysses che ama la città integralmente, come luogo,traccia, contenitore di vite. E’ l’ulysses che è in noi ad essere sollecitato, gli viene mostrata la vita densa, pensata e vissuta.
Guiness e rognoni fritti nel burro, un peccato senza pena, speculare al mio vino preferito, alla carne cruda tritata a mano, condita con sapienza.
Fuori c’è in sole, siamo attraversati dalla notte, a casa aspetta Molly.
p.s. ulysses sembra solo maschio, ma non è vero
la luce
Delle delusioni potrei fare un fascio, e sarebbe impossibile da spezzare. Ma c’è luce dentro di me, se una lama di bujo da troppo tempo, scava .
La prova è ritrovare il senso della luce. Quella che basta e non soddisfa.
Del mio tempo, ai nemici non lascio nulla.
Certamente non il rancore, perché il resto ricevuto, sarà reso secondo il mio star bene.
Per gli amici, ormai così pochi, il tempo mio spesso è noioso. Come biasimarli, costo fatica.
Punto su ciò che ho e ritrovo luce lineare in questa solitudine che si prepara.
Via, via. Camminare nel suo raggio.
Se scuotere la polvere aveva un significato terribile un tempo, non era un rassettare d’armadi e pavimenti.
Adesso del passato abbandono solo la sua abitudine iperbolica.
Via, via uscire dalla zona di grigio feltro dove le passioni diventano ossessioni.
Tornare per andare. E non fermarsi.
Amare notti fatte di parole, acini staccati nel bujo, orecchi attenti alle sfumature, silenzi avvolgenti come abbracci.
Ma non chiedo.
Non chiedo mai, e preparo una lotta che comincia da me all’alba.



