ritmo 2/4

“Le grandi crisi hanno sempre alla radice qualche grande ingiustizia. La rapida globalizzazione che ha esteso la produzione industriale alla gran parte del pianeta, trasformando in operai centinaia di milioni di contadini, ha prodotto, grazie al basso costo di questa forza lavoro, un eccesso di profitti rispetto alle concrete occasioni di investimento produttivo. I capitali superflui si riversano nella finanza, nella ricerca ansiosa di profitti che però possono essere ricavati solo da scommesse sempre più ardite. Ora la scommessa più attraente è sulla debolezza dei bilanci pubblici.” Stefano Lepri su La stampa dell’8 agosto 2011

Oggi ho sentito analisi importanti, quasi tutte convergenti sul fatto che il governo è incapace e l’opposizione in due anni non è stata in grado di capire cosa stava accadendo ed ora cerca una soluzione politica, ma non ha una soluzione rapida e vera ai problemi. Questa crisi dovrà incidere sulla generazione politica che ha permesso ed è parte del disastro e quindi su se stessa, questa è forse la parte più difficile, ma è forse uno dei pochi aspetti positivi della crisi in atto. Ci sarà una stabilizzazione di lacrime e sacrifici a medio termine e ci sono cose crude che bisogna dire e fare per essere credibili e per rimettere insieme il Paese diviso: 

1. il debito sta strozzando ogni capacità di investimento ed ogni sostegno della domanda. Diminuire il debito significa nuove tasse e taglio della spesa, ma anche ripresa degli investimenti. Lo spreco è un crimine contro tutti quelli che sostengono il peso della crisi.

2. dire patrimoniale in Italia sembra dire una bestemmia, ma i patrimoni, se così si possono chiamare, dei meno abbienti sono falcidiati dalla precarietà e dai tagli sul welfare, mettere una tassa sui patrimoni è una misura di equità per cui chi più ha più da. 

3. la politica nazionale è insufficiente per arginare un attacco ripetuto all’economia, serve l’Europa, ed è ridicolo sentire dai ministri, primo tra tutti Bossi, che hanno attaccato le politiche europee sull’economia, invocare adesso l’azione europea.

4.Il nord pagherà a caro prezzo quanto sta accadendo ed in particolare la miopia di non aver usato il mezzogiorno come base di crescita produttiva. La perdita di filiere complete di produzione hanno reso le regioni del nord una base produttiva piccola ed enormemente a rischio, di fatto sub fornitori della grande impresa tedesca. Non aver adoperato le opportunità di espansione della base produttiva interna rende, adesso, debole l’intero sistema, compresa la scuola, ricerca e innovazione, mantenimento del wellfare, sistema pensionistico. La crescita del pil diventa un impegno immane, se gestito solo da una parte del paese ed i giovani sono i primi a farne le spese in termini di sfruttamento e precarietà.

5. sono necessari sacrifici urgenti e importanti, un governo che ha occultato il disastro non può essere credibile, neppure l’opposizione è in grado di reggere una nuova politica che è in buona parte fatta di atti dovuti. Solo un governo tecnico, senza vincoli elettoralistici è in grado di parlare al paese, di non raccontare balle, di gestire autorevolmente una fase di transizione che riapra la politica in Italia, al governo reale del Paese.

6. i costi della politica, anche se numericamente piccoli, sono intollerabili, questa può essere l’occasione per eliminare 50 anni di privilegi accumulati, moralizzando la vita pubblica, riportando fiducia nei cittadini.

7. servono soldi subito, che verranno bruciati nella fornace della speculazione, ma la forza è nella capacità di resistere e di dimostrare che il Paese è in grado di combattere. La differenza con gli Stati Uniti è che un uomo in crisi, come Obama, non demorde ed impegna il paese, si batte, ci mette la faccia, più vicino a noi, Zapatero, altrettanto in crisi, è comunque in grado di lanciare un messaggio che faccia emergere energie dalla Spagna. Con questo presidente del consiglio nessun messaggio sarà mai creduto come veritiero, neppure dai suoi sostenitori.

8. per affrontare la crisi occorre il concorso di tutti, il contributo di Berlusconi è il passo indietro che permetta ad altri di governare una situazione interna che esige unità negli sforzi. La Bce potrà comprare titoli per una settimana, ma sia Germania che Francia, hanno già valutato il rischio del fallimento italiano, lo eviteranno finché non costa troppo. La vera battaglia sarà la difesa della Francia dopo che l’Italia sarà caduta, a quel punto non ci sarà più Europa e neppure euro.

9. lacrime e sangue, equità dei sacrifici, ma per qualcosa di certo e per salvare il Paese. Questo è l’unico messaggio che deve essere detto, anche se siamo in agosto. 

10. questo non è il migliore dei mondi possibili, ma è il nostro. Servono regole mondiali nuove che tolgano l’acceleratore dai profitti e che ne destinino una parte alla crescita globale. Non sarà facile se una nazione come gli Stati Uniti diviene, essa stessa, prigioniera di meccanismi che ha contribuito a creare, togliendo con Bush, regole al mercato dei capitali. C’è la presunzione di far soldi senza lavorare e questo comporta che vengano sottratti a chi è più debole. Le banche salvate in occidente non hanno riconoscenza, continueranno a fare il loro lavoro, ovvero incrementare comunque i profitti aggredendo chi le ha salvate, se è contendibile. L’autorità dei governi, con la chiara enunciazione degli obbiettivi e il loro perseguimento nel bene pubblico non è mai stata tanto urgente e importante. Questo è il ruolo della politica che non soggiace all’economia, ma risponde ai cittadini.

Per far capire con chi si compete oggi, ripasso il filmato sul pizzaiolo malesiano, oltre il sorriso, pensateci perché quel signore non ha nulla da perdere e crescerà per forza, siamo in grado di fare la stessa considerazione su noi e sui nostri figli?

sex in summertime

L’estate, la stagione del pensiero breve, a volte frenetico, ma anche assente. Segmentato, a pozze, orientato sul sentire. Il caldo esterno associa il calore del corpo, la vacanza estrania dall’abitudine, se c’è un tempo asincrono con questa società fatta di lavoro, regole ed età, questo è il tempo d’estate. Perché l’estate è così simile ed associabile alla giovinezza? Perché si porta ricordi intensi, spesso forti, e al tempo stesso brevi? L’estate è la stagione del sentire epidermico, intuitivo, che non significa leggero, ma portato su quella sfera nervosa fatta di terminali che assicurano l’interfaccia con il mondo. I vestiti leggeri e ancor meglio la nudità, portano alla luce un sentire che, in altre stagioni, è difficile mantenere con continuità. L’uomo si adatta, interpreta, trova equilibri nuovi, poi fa quello che crede.

Mi torna a mente, il Pavese della Bella estate. Lettura di formazione, negli anni in cui iniziava il superamento dell’estate come tempo legato ad altri, e seguire le tracce della sensualità nell’estate, vedendone le corrispondenze con il sentire, era una lezione nuova. C’è sesso e sensualità in ogni stagione, ma la musica, la letteratura, l’arte sono specchio dell’uomo e ci seguono nell’interpretazione di noi nel tempo. Di poco posteriore, ma coevo, nelle stesse estati ben presente, per restare ogni estate, più che un collage di citazioni, provo a rintracciare la sensualità in Summertime. Lasciando le interpretazioni più tradizionali, trovo/sento/provo le tracce di cui parlo, fatte di gioia, meditazione, sofferenza, piacere, desiderio.

Summertime, diventa così emblematico di mille altre associazioni, bacheca estiva in cui incollare la foto nostra, le scelte e preferenze, il desiderio, la stanchezza, il mutare. Summertime, per me, capsula di significato, punte di dita prensili, sfera che rotola sulla sabbia, perfetta colonna da riempire di parole e soprattutto silenzi.

p.s. Ci sono quantità enormi di combinazioni a disposizione, summertime è un esempio e le scelte sono naturalmente personali, progressive, differenti per ciò che dicono. Altri sentiranno altro, e non ci sarà un senso particolare che non sia personale.

Giovanni ed Emma

Madame Bovary non è don Giovanni al femminile. Questa è una non notizia, nel senso che se qualcuno ancora si interessa di questi archetipi moderni, la cosa era semplicemente scartata come banale. Ma una cosa accumuna don Giovanni e Bovary, l’uso del sesso come mezzo per la propria conferma d’identità, ruolo, aspettative. Parto dall’ultima parola, in realtà sia Emma Bovary che don Giovanni Tenorio, non hanno che un presente. Dilaniante presente, che apre sul futuro, mai così incognito e statico. Da un lato il governo dell’identità in provincia, dall’altro il mondo come necessità di numero e conquista. Un muro contro cui si infrange il futuro. Eppure lo affrontano, non c’è disperazione, solo sfida per confermare di essere. Anche speranza, perché non c’è limite di tempo, solo l’accidente della vita, la stessa sfida che ferma entrambi. Una scopata per don Giovanni è nulla e tutto, per Bovary è tutto ma non basta, entrambi senza non potrebbero vivere perché è la tangibilità della conquista, e la conferma di sé, ma tutto si esaurisce nell’ identità, produce vita nel momento in cui la divora. Archetipi. E come tutti gli archetipi quanto contengono di ciascuno di noi, queste due molle disperate e vitali?

Nella ricerca eroica di essere, ovvero di riconoscersi, Giovanni ed Emma pur nella loro immane diversità, non si lamentano della loro condizione, seguono il progetto vitale che hanno elaborato. Chiedo a me quanto mi lamento, se offro, a volte, un’ immagine di sofferenza del vivere. Spero di no, anche quando si sta male, raccontarlo troppo è una scorciatoia, una noia a se stessi. Difficilmente scrivibile è invece la gioia di essere, raccontare la conquista, tenere il giusto equilibrio tra la crescita e il sapere che non si è raggiunto il limite.

E’ facile mettere assieme le malinconie del non essere come vorrei, del non avere obbiettivi davvero importanti, delle attese deluse. E dimenticare ( credo serva per occultare), come tutto questo chiuda gli occhi alla visione delle sofferenze importanti. Non perché ciò che si sente sia meno doloroso, ma perché per le nostre, quasi sempre si può tirare una riga, ci si può dare un cazzotto, una scrollata e dire: va bene, uso tutta la corazzata che mi è stata fornita, non solo le scialuppe di salvataggio. Mettiamo che di nuovo qualcuno ci fregherà, che la vita ci ha ammaccato, che la fetta di pane imburrata casca sempre dalla parte del burro, mettiamo, ma che si fa, si rinuncia al progetto di vivere bene, all’identità? Tornando ai nostri Giovanni ed Emma, se il sesso è un mezzo, qual’è il fine? Basta saperlo e finalmente cuore, anima, bene, amore, troveranno il loro posto, ovvero un silenzio in cui di rado usciranno come parole per essere davvero chi le ha pronuncia, produrranno le giuste felicità, disperazioni, rinascite.

Avere una storia e un presente è un privilegio, non una condanna. Basta capire a cosa si è fedeli e il destino non sarà tragico. 

“…poi penso che t’amo, no anzi…”

la formazione

Finché parlavo, con distratta solennità della mia formazione, citando maestri e compagni, oppure, sinteticamente dicevo: “sa, di formazione sono un chimico e poi un sociologo”, mi veniva da ridere. Non era vero niente, non mi ero formato, l’avevo fatta franca. Solo ad ingegneria, non l’avevo fatta franca, la abbandonai, come una donna che costringe, al quinto anno, per fortuna di entrambi, ma poi (esiste il contrappasso), mi sono ritrovato a fare un lavoro da ingegnere, con ingegneri che capivano poco e avevano, fortunatamente, molta formazione. Costretto a dire ogni volta: guardi, non sono ingegnere..

Quando mi ero posto il problema della formazione (tardi, molto tardi), il dilemma era stato: posso colmare le mie lacune oppure mi dedico ad altro? Mi dedicai ad altro.

Dal gruppo di intelligenze vivide che eravamo, la vita ci ha diviso ed unito, ma con entusiasmo, siamo andati verso...

no, troppo pretenzioso sembriamo il gruppo di via Panisperna.

Del gruppo di sciammannati, copiatori di compiti e scansafatiche, alla fine ognuno ha vissuto e molti ce l’hanno fatta.

Neppure questo va bene, anche se è più vicino alla verità. Gli intelligenti, nel gruppo, si capiva chi erano, ma non ho mai capito chi davvero facesse i compiti da copiare, ed escludendo l’intervento della divinità, tra noi, un traditore dell’ignoranza, c’era.

Riproviamo:

Del gruppo di ragazzi pieni di speranze, zeppi di fantasie, discretamente arrapati ed insoddisfatti, sognatori in cerca di posto fisso in cui dare il meglio di sé, ovvero oziare e fancazziare, costretti, non per indole o per scelta, comunque a frequentarsi, si sarebbe potuto dire molto. Partendo, ad esempio, dalla necessità di un maggior uso di sapone allo zolfo, e dal miglior uso della giovinezza e del sesso. Ma non era questo che si sarebbe proiettato sul loro futuro, in realtà, ciò che sarebbe emerso nella vita era, il tragico, enorme, sbilancio tra aspettative e pratica possibilità di realizzarle. Insomma quella compagnia di sodali, avrebbe voluto fare molto, come singoli e come gruppo, ma le risorse messe in campo erano drasticamente limitate. Per censo, attitudini, composizione di desideri, obbiettivi. Avrebbe dovuto sopperire la formazione, ma qui faceva aggio la mancanza di una rigorosa disciplina calvinista: eravamo tutti cattolici in prossimità d’ateismo, credevamo nella salvazione e non nelle opere. Qualcun altro ci avrebbe riempito l’intelligenza residua, dopo il gioco di vivere, con quella formazione che suonava così bene dirla in un college inglese e così strana da noi, che al massimo avremmo diretto un reparto di fabbrica. Per dirla brevemente, molti di noi tentarono di vendere l’anima al diavolo in cambio di un minimo di onniscenza per colmare i buchi cognitivi accumulati, ma eravamo tanto poco promettenti, che nessuno rispose.

Fu così che, piano piano, maturò singolarmente, e con una strana concordanza, anche nel gruppo (strano litigavamo su tutto), l’idea  che la formazione, il sapere fatto di nozioni, accademico, era un impedimento alla libera crescita dell’individuo. Che codificando regole ed apprendere, si impediva alla fantasia e all’ingegno di stiracchiarsi dopo il lungo sonno, alzarsi con calma, prendere il caffè dell’ottimismo della volontà e poi, trionfalmente uscire nella vita, per piegarla, plasmarla, condurla verso il nuovo. Era tutto così naturale da essere inscritto nel nostro dna, e quindi perfettamente confacente all’uomo (noi eravamo l’uomo), alla sua crescita, alla sua felicità. Anche economica. Ci preparavamo duramente studiando altro, interessandoci d’altro, facendo altro. Questo gruppo, e i singoli, poteva aspirare a guidare qualsiasi cosa, era scevro di legacci, pronto all’entusiasmo ed all’azione, ma anche meditativo, quanto basta, per non aver voglia di far nulla. Una masnada di leoni (avete mai visto i leoni, non fanno nulla se non hanno fame, sono consci di sé e basta) con una  diversa fame di sapere. Ed effettivamente si studiava tutt’altro, rispetto al programma scolastico, chi azzardava lingue morte medio orientali, chi si dilettava di filosofia, altri di discipline tecnico motoristiche, tutto andava bene, purché al di fuori del normale corso di studi e vicino all’estro personale. Fosse il teatro nò, oppure il cinema canadese d’avanguardia, l’hi fi costruito in casa, la musica dei trovatori tardo provenzali, la letteratura di fantascienza sovietica. Qualunque cosa era più interessante di quelle banalità scolastiche (si pensava facilmente recuperabili), che insegnanti stanchi ci impartivano. La formazione discussa nell’etimo e nelle fondamenta, per poter davvero dire: mi sono formato. Dove, in cosa? Che domande banali: mi sono formato, adesso compratemi così come sono, se ci riuscite.

E mancava ancora tempo al ’68, leggevo Quindici, andavamo alle mostre di pittura contemporanea per guardare e fare domande intelligenti, del tipo: ma tu l’acrilico lo dai di polpastrello? ed ascoltare risposte infarcite di cioè, fumo e colpi di tosse, mangiare al rinfresco, per poi sghignazzare in osteria.

Il mio compagno di banco, copiava da me, prendeva voti migliori, dormiva fino alle 10 in classe, poi tirava fuori un panino di frittata con la cipolla e faceva colazione. A volte si riaddormentava, ma il pomeriggio giocava a biliardo da dio, voleva diventare giocatore professionista, mi raccontava del mondo suo ed io del mio. Il giorno dopo, bruciavamo assieme, per compiti e per noia, si studiava l’ultimo mese dell’anno. Non hanno capito niente, l’hanno bocciato. E’ diventato presidente della Parmalat spagnola, girava in Ferrari e, ho controllato, non era tra gli indagati. Altri, più conformisti, hanno fatto aziende, soldi, sono diventati professori, ricercatori, professionisti, politici. Hanno cercato posti fissi e sonnolenti, oppure cavalcato onde di intuizione, fatto e sfasciato famiglie, patrimoni, speranze, delusioni.

Nel gruppo di ragazzi che eravamo la formazione ha contato tantissimo, l’abbiamo evitata, ci siamo misurati, abbiamo acquisito dimestichezza con l’ignoranza, insomma, siamo figli di quella formazione.

Ringraziamenti.

Titoli di coda.

Musica. 

il senso delle cose

Qualche anno fa pensavo ad un bimbo seduto su una tonda camera d’aria bucata, che rideva per l’aria che usciva e lo solleticava. A modo mio ne scrissi, ma qualcosa mi sfuggiva, e non era l’aria, era il senso dei miei pensieri, come se il pensare dovesse sempre essere utile o compiuto e non un’oziare che guarda attorno ed accumula, dialoga, connette. Nulla di nuovo in tutto questo, dall’Ulysses in poi, il dialogo interiore diventa parte integrante della vicenda umana raccontata, dilatandone il tempo all’infinito.

Se questo dire messo tra dentro e fuori, e non tutto dentro, come il linguaggio che sente, e non tutto fuori come il raccontare ciò che si osserva, è la mia modalità di comunicare, qual’è la sua utilità?

Nessuna.

Non c’è un senso compiuto, perché ho superato la necessità di concludere e la definitività dell’asserzione. Non esprimo tesi e teoremi, ho la sensazione di vivere all’interno di un flusso che si chiama occidente, che ha interessi politici, economici, ma ben di più sociali e personali. E quando si è all’interno di un flusso non si scrive la parola fine, ma al massimo si ragiona e sente con la particella a fianco, si traggono delle conseguenze che valgono per le sensazioni che sollevano: più giuste=sensazione di benessere, meno giuste=sensazione di disagio.

Quindi se le cose hanno senso per ciò che sono e provocano e non unicamente, per la loro utilità, lo scrivere, come il guardare, come il pensare e l’essere sono attività contemplative socializzabili, comunicabili. Non c’è un senso alle cose, perché noi siamo il senso delle cose per come le lasciamo dire, ci facciamo sentire, ci lasciamo amare. 

Mi fa piacere essere letto, ma in conto c’è anche il non essere capito, il non essere condiviso, proprio perché non c’è una tesi finale. Solo un fluire e sul fluire non c’è tantissimo da dire se non la direzione: se non interessa, si cambia flusso, si va altrove.

Per quanto mi riguarda il limite e l’opportunità dello scrivere su un blog si racchiude in due canoni:

1. lo scritto è necessariamente breve e può essere denso, o banalissimo, ma almeno dura poco. Solleva e non analizza, si conclude e passa ad altro. 

2. ciò che si comunica può essere l’allenamento, la prova, per altro di più compiuto e con un senso maggiore. Ovvero mentre ricostruire una persona attraverso un blog è una operazione che assomiglia a fare un puzzle, la stessa persona se vuole raccontare qualcosa che sia più complesso e compiuto può usare un contenitore unitario: un saggio, un romanzo, un poema, un racconto.

Conclusione: non cercateci troppo senso nelle cose che leggete, guardate le cose, il senso è proprio nel riuscire a vedere.

una tonda, nera gomma

Sulla tonda, nera, gomma, bucata,

tra polvere gialla e pezzi d’asfalto,

un bimbo rimbalza, e ride: per il gioco

e per l’aria ch’ esce e gli solletica la pelle.

E’ notte,

arrivata presto, oltremisura:

tra pensieri e passi, si spegne l’ansia,

i giorni troppo lunghi, le decisioni in fila tumultuosa,

come anatre, che però sanno dove andare.

Un sospiro fondo sparge nell’asfalto, le sensazioni

di questo buio volo

che non finisce e non ha sonno.

Guardo,

il davanzale troppo basso,

il vicolo, la strada gialla,

i lampioni pretenziosi.

Oltre.

Nel sole

il bimbo gioca ancora,

fa argine al nero che monta e invade,

traccia segni di polvere

e ride, mostrando labbra e denti al cielo:

ci è dato ricevere ed

inspiegabilmente leggere, cose

che la sabbia dei giorni non trattiene.

2 agosto 1980

File:PicassoGuernica.jpg

Il due agosto 1980, prima di mezzogiorno, ero da poco fuori Adria. In macchina con me, mia moglie e mio figlio. Avevo una 128 blu che correva nella campagna d’agosto verso Rovigo. Lì, tra il verde ed il giallo dei campi, in quella campagna così bella di sole e d’acqua, sentii dell’attentato alla stazione di Bologna. L’istinto fu quello di dire: andiamo. Non per vedere, ma per dare una mano. I militanti, ci chiamavamo così allora, c’erano, non avevano paura. Poi pensai all’inutilità, quanto stava accadendo a Bologna, poteva essere l’inizio di qualcos’altro. In quegli anni il timore di un colpo di stato era forte. E non era accaduto in un posto qualsiasi. Bologna. Un simbolo, un baluardo.

Non avevamo capito nulla, abbiamo vissuto in quegli anni, ma eravamo altrove pur essendoci, pur restando nell’occhio del ciclone. Sembrava fosse nell’ordine delle cose, vivere nell’insicurezza, Pensare che il treno non era poi il mezzo così sicuro che ci consigliavano i genitori.

Parlavano di alcuni morti e di feriti, al Gr2, ma col passare del tempo, il racconto, la cronaca rendeva l’atto per quello che era: un gesto di guerra. Credo che il fascismo, così come lo intesero gli estremisti di destra estrema, i golpisti, avesse lo stesso segno delle stragi che si sono consumate poi in Europa. Ultima questa di Oslo, che il dato fosse il gesto eclatante, la risonanza, lo scuotere l’albero dalla radice per troncarla e sradicarlo. Non successe perché nel conto, non entra mai la reazione positiva, la disperazione che supera la paura, non il dolore.

Ciò che venne da Bologna fu l’orrore che le stragi sui treni non erano riuscite a portare così in alto, Fu la consapevolezza che eravamo paese, comunità e il resto, qualunque fosse il motivo, era barbarie.

Non ci sono state verità, come in quasi tutte le stragi, e in molti attentati. I processi si sono conclusi con condanne, ma resta l’impressione che non tutto si sia detto. Ogni volta che passo in stazione a Bologna guardo quella breccia, mi interrogo su quanto sia stato fatto e quanto si poteva fare per sapere, eradicare, impedire dopo la strage. Mi chiedo cosa valga la memoria civile, Quanto la misericordia si debba esercitare dopo la giustizia. Però prima la giustizia, poi, forse, il perdono. E quel prima non è ancora concluso, quella breccia è ancora aperta, Ogni commemorazione la tiene intatta. Spero che un presidente della Repubblica, un capo del Governo, un vice presidente del Csm, vada prima o poi in quella piazza ed assicuri che si chiuderà quella breccia.

E che non si riaprirà mai più.

Per tutte le Guernica che mettono uomini e città in una rete del dolore senza ragione.

urbanità

Salendo verso i viali di villa Celimontana, i marmi slabbrati, gli immensi cumoli di laterizi, che sin dall’epoca imperiale hanno fatto sfogare la mania di costruire ville, case, mausolei, templi e poi chiese, palazzi di cardinali e di nipoti di papi, circhi e mercati e acquedotti e fontane e di nuovo chiese e case, sono meno invadenti. Accompagnano.

Nella villa ha sede la Società geografica italiana, dalla balconata si vedono giardini, la fontana con un Nettuno ironico per la mancanza di zampillo, ma soprattutto il cielo. Il cielo di Roma ha un’ampiezza particolare, è grande. Come se la città si rovesciasse verso l’alto, ma solo nel contenuto dei desideri degli uomini, mentre i palazzi, le chiese, le case e le strade stessero a guardare, apprensive di quella libertà e continuassero a richiamare quei bimbi riottosi, scendi, scendii, per ricongiungere il vivere, adesso sospeso in aria. I desideri si fanno nubi e cielo e, a volte, piovono sugli uomini, nascondono il sole, rendono l’aria spessa, ma oggi il cielo ha una dimensione così ampia che s’allarga ancora a contenere nubi possenti. Leggerezza e mutevolezza dei contorni spinti dal vento, sembrano suggerire l’essenza del vivere, a noi, che c’accontentiamo di guardare prima d’essere.

I pini seguono i viali del giardino, si spargono e coprono d’ombra, erba e panchine, e ghiaino. Poco prima, davanti alla basilica dei santi Giovanni e Paolo, un matrimonio affollava la piazzetta. Per il colore degli abiti, per le mise un po’ sopra tono, per il formarsi indeciso dei gruppi, per l’attesa d’entrare, per la chiesa equamente spartita tra i sodali della sposa a sinistra e quelli dello sposo a destra, i viali  di villa Celimontana sarebbero stati, invece, la cornice ideale. Con i bambini vestiti di bianco ad additare, ridendo, i papagallini verdi persi tra i rami e poi subito a correre tra i pini, con le donne colorate a far capannelli da sciogliere e riformare, nei gorghi di parole, e risate e commenti a mezza voce, con gli uomini in disparte, a commentare e fumare. Sciami che si separano e riformano come gli storni che si muovono sopra la città e di colpo scendono, si posano, liberando il cielo e riempiendo i lecci, di corpi leggeri, di frastuono di voci, di sterco. E poi nuovamente s’alzano alla prima minaccia o voglia, per riformare la nube, e disegnano figure in cielo e, pur bassi rispetto alle nubi vere, affascinano ed attirano sguardi e commenti di uomini che vanno. Vanno verso treni, case, alberghi e non par loro vero, d’occuparsi d’altro che li tolga dall’utilità che li accompagna e pesa. Così all’infinito.

La città si merita tutto questo, è stata accumulata di presenze, è stata risuonata di voci, canti, spazi e sfottò. E’ stata riempita di templi, vuotata di dei, ripopolata di chiese, acquedotti, potenza, rovina, indifferenza, case e bisogni. Perché non dovrebbe meritarsi di essere un luogo in cui l’essere assieme è libertà, fatto vitale e non occasione? Cos’ha in meno delle città, altrimenti antiche, che ribollono d’umanità, in Africa ed oriente, che si punteggiano di caffè, case e giardini, miserie e ricchezze riempite di uomini che non le hanno costruite? Quello che mi fa accettare Roma, per me provinciale, non è la cristianità e il divino spalmati sulla città, ma l’arroganza di chi, indefessamente, ha costruito per magnificare sé attraverso la divinità, ostentando un’umiltà che non esisteva.

A fianco della basilica dei santi Giovanni e Paolo, ci sono le parti del tempio di Claudio al Celio. Su queste e su una villa è stata costruita la chiesa, e poi case, e sopra ancora una casa e un campanile. E quelle vecchie colonne, e pilastri, e travi, messe per altri dei, sono state chiamate a sopportare il peso di tutto questo nuovo credere e sapere, che dilagava nella città. In una nuova funzione, in un riciclo dove il credere si sposta, ma resta come bisogno da soddisfare, guidare, accogliere. Non per tutti, ma resta.

Nessuno degli invitati sembra interessato all’androne galleria che si apre a fianco del campanile e mostra i resti del tempio, neppure al busto di un prelato, posto su una colonnina a prestito sono interessati. Anzi un’auto gli era stata parcheggiata davanti, cosicchè il prelato guarda il retro della macchina. La pietra non si sconsola, e neppure il prelato, solo gli uomini, a volte, pensano che ci sia un posto, e un luogo, per tutto e non la confusione che mescola persone, effigi, funzioni, passato ed attesa di felicità future. Tutto buttato in un melting pot, una pentola ribollente, dove il momento si scioglie senza traccia, neppure quello che si celebra, dura, e tutto confluisce in un brodo che fa dire: è stata una bella giornata, hai visto chi c’era, era buono, stavo bene, il più bel giorno della mia vita, bella cerimonia, che stanchezza. Voci e pensieri che si sovrappongono e si confondono in un brontolio di presente scontato, dove si sa quasi tutto. Per questo mi sarebbe piaciuto vederli nei viali di villa Celimontana, con i vestiti corallo, grigi, rossi, bianchi e tutti i colori che queste occasioni richiedono quando si deve essere un po’ più di quello che si è. Ed è una spesa che deve trovare soddisfazione. Ma l’occhio attento guarda il colore delle scarpe, si accorge del risparmio, giudica l’altezza del tacco e l’abbinamento della sciarpa e poi scivola sugli uomini e coglie l’abbinamento camicia, cravatta, giacca, si accorge del tamarro in agguato ed allora sorveglierà il tono della voce, guarderà ancora, ma con tenerezza, come si dispongono in chiesa. E si allungherà per cogliere il commento per la disposizione sui banchi infiorati di bianco, con i cuscini bianchi e il sacrestano, pure vestito di bianco, finché si fermerà, convinto, che l’aria e i pini sarebbero stati il posto migliore.

Ma perché siete venuti in questa chiesa, non è neppure bella, l’hanno rifatta e ancora rifatta, la parte migliore è fuori e vi avete parcheggiato le macchine.

Il cielo è azzurro, c’è aria calda, ma all’ombra rinfresca. Sotto i pini di villa Celimontana corrono cani e bambini, qualcuno si stende sull’erba, la fontanella butta acqua. Se si chiude la bocca del leone che fa da cannella, si beve acqua fresca, dallo zampillo del naso. 

E’ caldo e fresco, come dentro la palazzina della Società geografica, dove s’ annidano carte ed esploratori italiani, qualche storia d’amore africana, passaggi in Asia e nelle Americhe. Hanno camminato, scritto, imparato, tracciato mappe, raccontato e sono tornati.

Fuori è pomeriggio , il sole splende sopra i pini, la città vortica. Più sotto il matrimonio procede. Le voci sono una sensazione, un flusso. Solo gli uomini accumulano anche ciò che non è stato.

portello 1

Ritorno su luoghi che hanno contenuto altro vivere. Potreste pensare che e’ la prigionia del passato, del ricordo, ed invece e’ l’orto in cui trovo alimento per ripartire.
Troppe sono le cose non fatte perché il passato sia un posto in cui vivere, in fondo abbiamo tempo per tutto e al tempo stesso non ne abbiamo. Rifuggo e’ il dover fare, e’ la libertà che con fatica e piacere, mi concedo.

paesaggi urbani

Avevo trovato un appartamento, vecchio naturalmente, con una grande terrazza, sostanzialmente un tetto, attorniato da case più alte, su tre lati. Il quarto si apriva su un campo da calcio di oratorio ed oltre, c’era un convento. Sullo sfondo la vista dei colli. Mi piaceva il posto, dentro un labirinto di case, ma quella sensazione di chiusura mi faceva guardare da una sola parte, come se il mondo avesse un’unica dimensione. 

Pochi giorni dopo mi accompagnarono a vedere una seconda casa, poco distante. Aveva la vista sul fiume e sul traffico della riviera. Si vedevano anche i cigni e le anatre del ponte della specola. Sotto c’era un ristorante, ma chiudeva presto, mi dissero. Per me era ancora la vecchia osteria in cui da ragazzo andavo, a bere con gli amici e a veder giocare a bocce. Tra tante superfetazioni e rimaneggiamenti della casa, questo appartamento di stanzette aveva conservato, sul retro, una terrazza, più piccola dell’altra, ma qui andava addirittura peggio: l’accerchiamento di case, era completo su quattro lati.

Per il prezzo ed il mancato accordo, le case andarono ad altri, che certamente, avranno interpretato con altri occhi, stanze e possibilità della terrazza circondata da case. Per me era un vincolo forte, difficile da vivere. L’ho pensato molto, successivamente, tanto da farmi decidere di acquistare una casa senza ascensore, ma sufficientemente alta.

Sopra al mio appartamento c’è una terrazzetta, piena delle mie piante, con lo spazio per un tavolino, due sedie. Volendo, uno può prendere il sole o guardare dai due lati aperti, che potrebbero essere tre. C’è una vista sul vicolo, che guarda verso la chiesa, oppure verso le case e il Prato. Lontano, nei varchi tra le case, si vedono i colli. Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe significato avere un grande spazio alla vista di tutti. Per le mie abitudini naturistiche, sarebbe stato un limite non da poco, ma anche per la voglia di solitudine sarebbe stato un vincolo, un’impressione di vetrina difficile da rimuovere. Capisco allora perché mentre mi veniva magnificata la potenzialità della terrazza, non ci credevo e mi ritraevo guardando attorno. La sentivo non come una libertà, ma come una limitazione a me.

Spesso ho la stessa impressione, quando, per lavoro o curiosità, visito fiere, guardo negozi o riviste d’arredamento, e vedo mobili, lampade ed oggetti per spazi inesistenti al vero. Bagni grandi come soggiorni, camere da letto circumnavigabili, bisognose di navigatore per trovare il comodino, soggiorni enormi per divani enormi. Poi terrazze ed attici con sdraio e tavoli, pompeiane con teli svolazzanti. Luoghi che evocano più il vivere in un’isola semiabitata che quello in una città del nord.

Mi chiedo dove vivano gli architetti, i designer, i progettisti di queste cose. Quanto debba essere il ricarico per le piccole serie prodotte, e quanto i venditori, debbano prendere in giro, i clienti abbagliati dalla bellezza, per fargli dimenticare i loro 20 mq di soggiorno.

Obbligherei questi progettisti, prima di fargli firmare alcunché, a vivere in un appartamento normale, uno di quelli veri, disegnato da un loro collega che magari adesso risiede in qualche villa di campagna e dopo un anno di spazi veri farli,  misurare nelle soluzioni, nel fare i conti con i palazzoni vicini, con i metri quadri reali, per vedere poi cosa ne nasce.

Nella società della patacca, anche la fantasia viene presa per il naso.

la diversità

Bersani mi piace quando s’arrabbia. Mi piace quando è autoironico. Capisco anche la sua difficoltà di guidare un partito che è fatto di almeno tre anime e molti rais di varia importanza. Non l’ho votato al congresso, ero con Marino, resto alternativo per la laicità, i diritti individuali, il lavoro, e qualcos’altro, ma è il mio segretario e finché resterò in questo partito, come tale lo sosterrò.

Solo che… Ecco il vecchio comunista che emerge, direbbero, il problema è altro, adesso dirai, per non affrontare le cose nel momento.

Solo che a me piaceva e piace la diversità, la differenza. Ed in questo non ho mai cessato di considerare la lezione Berlingueriana, che diceva che la questione morale è il problema della politica e dell’Italia, e che per essere davvero alternativi non bisogna essere moralisti, ma differenti. L’eguaglianza della legge, dei diritti, è altra cosa, è il codice etico che delimita l’appartenenza, che condiziona le amicizie, le alleanze, che, purtroppo, condanna, salvo brevi periodi, all’opposizione. Ma questa presenza differente, porta avanti l’intero paese, lo rende più giusto, consolida il diritto contro l’arbitrio. Bisogna essere consapevoli di questo, sapere e reinterpretare l’opposizione, il che significa non essere il muro verso ogni proposta, ma la proposta diversa, quella che considera l’onestà e la correttezza amministrativa, il presupposto di ogni vincolo, riforma, diritto imposto per legge.

Dovrei condire i pensieri con molti non, sarebbe pleonastico, capiamo tutti di cosa si parla. Amministrare non è semplice, essere al servizio dei cittadini, neppure, considerare i mandati parlamentari ed amministrativi un’ esperienza politica a termine, difficile, ma la diversità in questo modo di proporsi, assieme al rigore dell’onestà, è quello che in molti ci aspettiamo. La diversità, per l’appunto, quella che mi fa dire che non è vero che sono tutti eguali, che esiste una alternativa, che la differenza tra furbi e intelligenti, onesti e consenzienti, esiste.

Bene fa Bersani a querelare, il Pd non è l’ndrangheta, bene fa a stabilire i confini tra l’azione della magistratura e il ruolo dei partiti. Conta di più la prima che deve fare il suo lavoro e mantenere la fiducia dei cittadini nella legge.

Gli chiedo solo un passo in più: la sospensione automatica dal partito e dalle cariche degli indagati, compresa la loro candidatura in qualsiasi elezione. A loro la libertà piena di difendersi, al partito la serenità che se ci sono comportamenti devianti, immediatamente saranno isolati e resi inoffensivi.  Capisco che qualche ingiustizia verrà compiuta, ma i benefici saranno grandi.

Diversità, un luogo in cui pensare che la società sia riformabile, orientabile verso i principi. Questo vorrei, non l’affermazione che siamo eguali e solo un po’ più rigorosi.

Se non ci va bene, si può sempre scegliere di andare altrove, no?