you tube ed io cheffò

Evito i doppi sensi, parlerò di musica. Per ora.

Da orrende scatole di latta e pixel, l’idea del suono si ricompone in noi, mp3, you tube, quel che passa il convento. Sembra basti. Forse un segno dell’evoluzione del sentire è questo, o dal vivo oppure approssimazione. Ieri un’amica mi diceva che non ha in casa riproduttori di suono, a parte la radio. Fa parte della conventicola snobbiosetta, di cui faccio anch’io parte, degli ascoltatori di radio 3. Solo che io aggiungo le radio digitali ai miei ascolti via etere, poi i cd, l’mp3. Gielo dico oppure taccio che ormai il mondo non è quello della sua giovinezza, quando un giradischi era un segno di opulenza?  Oppure è lei che è avanti, con i suoi ascolti su you tube ed io invece spaventosamente retrò, con i miei troppi impianti hi-fi, le scaffalate di dischi, i registratori, la marea di cd che occupa lo spazio non occupato dai libri. Premetto che mi piace la musica, ma non ho particolari conoscenze e neppure l’orecchio assoluto. Avere a disposizione strumenti plurimi cosa comporta per il nostro rapporto con la musica? Faccio un esempio carogna: nel pezzo della Grimaud dell’opera 80 di Beeethoven pubblicato ieri, al minuto 0.35, c’è una nota sbagliata. L’ho letto, non me n’ero accorto. Ho riascoltato, è vero, per questo ho preferito questa versione a quella più bella dei proms 2008. E’ vera. E la questione della nota sbagliata mi pare esiziale, finalizzata a qualcosa che poco ha a che fare con il rapporto vitale che possiamo (in questo possiamo ci sta tantissimo) avere con la musica. Se si ascoltano concerti dal vivo, a me capita, con orchestre, direttori e solisti importanti, l’esito della serata dipende dall’estro, dalla sala, dallo strumento, dall’emozione di chi suona, dal momento. Non di rado qualcuno stona, aggiunge di suo suonando a memoria, parliamo di musica scritta e quindi terreno di caccia per i melomani in vena di bravura. Già una cadenza è materia del contendere, opinabile. Ebbene la magia c’è sempre, anche quando non si è d’accordo, anche quando l’applauso è solo liberatorio per sciogliere la tensione, anche quando l’applauso si trattiene perché l’incanto non si vorrebbe rompere. C’è un caso, ma io sono di parte perchè riguarda il mio direttore preferito ovvero Carlos Kleiber, che finita l’ultima nota, lasciato spegnere il suono, ancora nessuno applaude, finché uno prende il coraggio ed esplode la sala. In questo caso l’applauso era poco per descrivere il senso di unicità di ciò che si era udito, eppure magari ci sarebbero chissà quante osservazioni sul metronomo, oppure sulle parti di orchestra, ma era il grande incantatore che aveva preso tutti e portati altrove, per un tempo unico e non ripetibile. Questa è la musica fuori studio: iterazione ed emozione prima quasi che senso. Glenn Gould scelse ad un certo punto della vita, di non fare più concerti, la sua volontà di perfezione si poteva attuare solo in studio, solo con quella sedia, solo con quello Steinway CD 318. Per chi lo ama, quasi più degli autori che ha interpretato, Bach ad esempio, non resta che ascoltare ciò che ha lasciato ed il suo imperativo della musica che si genera e poi si fa esperienza e poi si stratifica in vita.

Bisogna ascoltare, questo è il comandamento, lasciare che sia la musica ad entrare e l’interprete essere il servitore dell’ascolto, colui che porta alla soddisfazione del desiderio, ciò che serve. In questa ricerca di ascolto, nelle mie piccole manie tecnologiche ho cercato qualcosa che si avvicinasse al vero, ben sapendo che quell’elettronica, quelle scatole e quell’aria spostata in vibrazione, non erano il vero, c’assomigliavano. Per questo ho infarcito la casa di impianti e casse acustiche, ma l’esperienza vera si svolge solo in due modi: andando a concerto e abbandonandomi nelle mani di chi potrà provocare emozione, sensazione irripetibile, ricordo. Oppure nel gesto di scegliere un cd o un disco, metterli sul piatto, sedermi in poltrona e lasciare che il pensiero che ha scelto quella musica, quell’autore, quell’interprete, prosegua ad emozionare. A questo punto non m’interessa che ciò che ascolto sia il frutto di un ingegnere acustico, ascolto ciò che alimenta un pensiero.  Gould, come tutti quelli che registrano, accettava di buon grado, anzi pretendeva che alcune frequenze fossero evidenziate rispetto ad altre, in questo caso l’elettronica si inserisce nell’interpretazione, non c’è solo la perfezione delle note, ma anche il volume del suono corretto per un riproduttore. Ecco, questo è il mio limite, oltre cambia il rapporto con l’ascoltare e uso mp3 e you tube per altro, non c’è più la magia complessiva. Punto al particolare, a volte lo vedo nel gesto nel direttore, oppure colgo l’espressione, la rarità, ma il suono è compresso, inscatolato, spesso svilito dalla registrazione. Cosa mi resta, allora, di quello che penso sia l’emozione della musica, ciò che mi cambia e a volte mi salva? Poco, solo la testimonianza che è accaduto qualcosa, che qualcuno era in quel posto ed è stato fortunato a sentire ciò che io non sento. A volte è la voglia di confrontare un’idea, capire qualcosa in più, ma per ri partecipare ci dev’ essere una curiosità, una necessità veniale da soddisfare senza grande fatica, qualcosa di accessorio rispetto al piacere e la volontà dell’ascoltare profondamente.   

You tube mi mette davanti ad uno schermo e l’mp3 mi porta altrove finché corro o faccio altro, le condizioni per essere davvero attento non ci sono, è arredo del giorno, colonna sonora di un film con vicende che a volte si combinano a volte no. Questo il limite e l’opportunità, come per lo scrivere ci sono mezzi crescenti, ma l’esercizio dell’emozione è cosa seria.   

p.s. per non parlare troppo male di questi strumenti, che se non ci fossero qualcosa adesso mancherebbe, allego sempre la Fantasia corale op.80, con il mio pianista di riferimento, Sviatoslav Richter, nell’edizione con Sanderling direttore. Val la pena di ascoltarla, proprio per quanto dicevo, senza pensare alla qualità del suono mono: sono entrato in sala da concerto, ascolto.

la cultura dell’ombra

Dalle poche cose che conosco di te, posso prevedere le semplici mosse d’apertura. Doppia mossa di pedone, oppure cavallo? Ma noi non giochiamo a scacchi e neppure ci conosciamo. Strano questo ossimoro della conoscenza. Pare, sembra, eppure spesso è. Che significa? Che siamo abbastanza eguali? Che le mie sensibilità incontrano conferme? Vedi, per molto tempo mi sono accontentato del sole, dell’evidenza. C’è una sovra valutazione del sole, spesso se ne fa l’elogio come fosse simbolo di verità e di chiarezza, si vanta il suo potere medicamentoso, eppure mostra la superficie, spesso la appiattisce, le toglie colore e densità, cosicché la malattia del vivere, che s’ annida nel profondo, ne viene travisata e sottovalutata. Dal culto dell’evidenza un po’ mi distacco e così mi perito guardare nella sottigliezza che si nasconde dalla violenza della luce, leggo tra le righe. Oh, certamente mi sbaglio spesso, non troppo spesso, intuisco cose che non vogliono sbocciare, bulbacee che attendono indefinitamente l’occasione d’ uno splendore, ed alla fine sono affascinato dalla potenzialità più che dalla forza. Ma pur penso che ciò che non vuole uscire una ragione di certo ce l’ha, e penso pure che troppa luce c’ha fatto perdere l’attenzione e l’ombra. Pensa che l’ombra, viene al più considerata refrigerio, come fosse un condizionatore alla violenza del reale e non, invece, reale e vera essa stessa, e ricca, talmente ricca di morbidezze e pieghe da essere complementare alla luce. Mi piacciono entrambe e tu, che non mi conosci molto, non sai quanto mi piaccia la luce, l’espormi al sole, assorbirlo, ma al tempo stesso tenermi l’ombra che mi è alternativa. Così l’ho portata fuori dalla paura dell’inconosciuto e senza morbosità la guardo, cerco di capirla, l’apprendo. 

Confesso che m’interessa poco, il dark, come molto del codificato del resto, se qualcuno mi indica cosa devo vedere, non di rado vedo altro e non per dispetto, ma per incapacità di seguire un dito, lo sguardo che non si accompagna di un segno di comunicazione. Quindi ti prevedo, nelle cose semplici che fai, perché conosco la soglia dell’ombra, e so bene quanto ci si riposi, e si senta il calore del sole come gradevole, restandone al limite. E tutto porta nella direzione nelle cose che lasci trasparire: una tenda che ti vela, una porta, o forse una finestra che sbatte ritmicamente in lontananza, e la vista dalla finestra, che tu porti dentro alle perverse triadi di cuore, cervello, amore.

Se devo sforzarmi per capire l’esterno che vedi, questo m’arriva, e passa, attraverso un sentire d’ombra. A tuo onore dovrei dire che mai sento il pantano dell’ombra, le pozze non asciugate in cui si scivola, casomai ne percepisco l’effetto doloroso, il bisogno tuo di togliere questa crosta viscida che si spegne nell’ infinita stanchezza che senti emergere. E non è d’ombra, questa stanchezza, ma luce su ciò che non sei eppure vorresti essere. Anche la tua sicurezza quando perde il fragile involucro di smalto, è un ricettacolo di domande che con sistematica crudeltà uccidi. Formiche di pensieri che sbucano dai recessi dove hai deciso sia meglio non cercarsi. Il suono dell’ombra, è ovatta e basso frinire di steli che s’ accarezzano assieme, e seguono un vento di danza che viene dal profondo. La mia meditazione nel sufficiente silenzio, è questa vista di ciò che esce, del fresco che porta con sé, della reversibilità della condizione: non più in basso, ma più avanti, non nero, ma somma di colori. Un tempo usavo bisturi affilati, ora non più, separo per superfici, prendendole delicatamente tra le dita, via la prima, poi la seconda e ancora avanti, finchè la sinopia appare. C’è molta insolenza in tutto questo, la pretesa di vedere oltre ciò che si mostra, ma a mia discolpa metto il rispetto: cercare di capire un’altro è un regalo reciproco. Può bastare? Non lo so, credo che se l’arroganza di sapere già tutto si mette in disparte, ciò che si intuisce sia delicato, suscettibile di errore e di moderata gioia se si verifica la previsione.

Conoscerti è fonte di sorprese, sono i piccoli gesti che si ripetono, la mossa del pedone o quella del cavallo? Il resto, dipenderà dalla giornata.

l’attesa

Un’attenzione non richiesta e non voluta, imbarazzante. Si ricorda di me, me lo dice, scava con fatica nei particolari. Si corregge, mi dà ragione se preciso, verifica se mi ricordo di lui. Mi ricordo, sorride e mi stringe ripetutamente la mano. Cerca una condivisione ed evoca trascorsi miei, importanze che non ci sono mai state o che, forse, non ho percepito appieno.

Sto aspettando. Lui lavora lì, bussa, entra e mi raccomanda. Non ho chiesto nulla, arrossisco. Mi devo schermire, difendere. Mi siedo e sorrido alla signora che mi sta fianco.

Non voglio priorità. Dico. Mi piace aspettare, se posso. Sono così pochi i momenti di quiete.

La signora mi guarda e restituisce il sorriso.

Si vede che non ha nessuno che l’aspetta.

Già, è così. Intanto esce, mi saluta e stringe ancora la mano, ammicca.

Alla fine, oltre all’imbarazzo, ho ceduto anche il posto che mi spettava.

Mi merito l’attesa, me la godo e la traccia di rossore che sento, la confino nel sole di questo marzo, che è altro.  Che vuol essere altro, non io.

un pensiero attorno

Non ho perso il vizio di guardarmi attorno. Un tempo, nel mio partito, chi era dirigente, chiedeva con frequenza cosa pensassero gli operai, gli impiegati, nelle fabbriche, nelle famiglie, in bar. Non c’erano sondaggi quotidiani, si capiva così, in presa diretta l’umore e l’opinione. Allora gli statistici erano quelli del pollo a testa, con uno che ne mangiava due e l’altro niente, ed i sociologi trattavano cose grosse come la definizione di classe sociale, la violenza urbana e rurale, la famiglia, e nessuno ti spiegava cosa pensavi. Anche se non faccio più politica come allora, non riesco a non chiedermi cosa sta accadendo. La mia percezione è quella di un fascino anomalo per un capo del governo, non eletto, che porta avanti una politica di rigore e tagli, neo (o vetero) liberista, praticamente senza opposizione. Credo sia un prodotto dell’antipolitica, ovvero della possibilità di operare senza mediazione in un mondo intellettualmente molle. La ragione, il rigore sono connaturati con l’etica e l’intelligenza, le stesse qualità che impediscono di giustiziarci quotidianamente gli uni con gli altri, in forza di regole condivise, rispetto dei patti sottoscritti e compromesso sulla gestione dei conflitti e sul nuovo. Bene, in questi mesi sono stati buttati all’aria i patti sottoscritti tra stato e cittadini su wellfare e pensioni, i conflitti ed il compromesso si scontrano con una logica esterna: i mercati. Il presidente Monti dice che dobbiamo rispondere ai mercati, che dobbiamo convincere i mercati, come se il patto tra cittadini avesse una variabile indipendente ed un’ unica soluzione: la subordinazione alla finanza e alla speculazione. I mercati per l’appunto. Eppure il consenso non diminuisce in modo significativo. Per questo penso che stia prevalendo, non la vena masochistica del Paese, ma la convinzione che si possa fare a meno della mediazione e della politica. Basta che ci sia uno che decida, che rassicura e che mantiene. Ma quali sono i vantaggi sinora promessi? Nessuno in realtà, perché è proprio del liberismo lasciare che sia il mercato a decidere del merito di ciascuno e di ciascun prodotto, quindi interventi reali sulla ripresa e sulla crescita non ce ne sono. Basterebbe intervenire sul costo dell’energia, sul costo della burocrazia, sui tempi consegnati al rispetto di leggi perennemente interpretabili, per avere un sostanziale miglioramento della competivitività del Paese. Ma la competitività ancora non dice quale sarà il modello di sviluppo e le tutele dei cittadini, questo viene comunque lasciato al mercato e tolto dalla politica. La mia impressione è che un silenzio colpevole gravi sul paese, che le colpe degli anni passati premano su tutti, per questo sta emergendo un modello senza mediazioni sul generale, fatto di proposte nette: prendere o lasciare. E chi è messo davanti alla scelta, prende. Dopo il disastro della politica degli ultimi anni, non solo di Berlusconi, ma anche della sinistra, il governo sembra un gabinetto di salute pubblica, fatto perché si debba uscire da un disastro talmente immane che ogni dubbio è fuori luogo. Se ciò fosse, la logica sarebbe il processo a chi ha prodotto il disastro, il castigo del colpevole, l’oggettivazione del danno subito, invece questo è occultato e passato sotto silenzio, come se il malato guarisse a botte e non spurgando le ferite. Questo è il grande malinteso che diventa imbroglio, se non si ripristinano le regole democratiche ovvero la discussione tra i rappresentanti del popolo, ogni cosa sarà dovuta, soggetta ad una teoria che non si sa se verrà verificata. Chi ci dice che le teorie economiche del premier siano quelle giuste ? In ambito tecnico si pensa anche altro, non pochi giudicano vecchia l’impostazione neo liberista. Obama ad esempio, fa ben altro. Ma ciò che sorprende, e non dovrebbe essere così se non ai romantici come il sottoscritto, è la mancanza di dibattito, di confronto sulle condizioni, quasi che un ipse dixit abbia coinvolti i fedeli, non i cittadini. Ritorno sulla questione dei mercati, ben sapendo che non è possibile sottovalutarli, in una democrazia il governo è del popolo e il condizionamento dell’azione di governo dev’essere assunta per variabili dipendenti da questo. Lo sviluppo deve far parte di una visione della crescita, la coesione sociale, il patto solidaristico dev’essere all’interno di regole, sentimenti condivisi. Se così non è l’apologo di Agrippa funziona a rovescio ovvero ognuno è per sé, gli arti si muovono indipendenti dal corpo e dal cervello e questo comporta la perdita della libertà. Pensavo a Tabucchi e al suo Sostiene Pereira, a quante volte si è messa in disparte la percezione di ciò che accade attorno. Mi sembra importante, non l’aver ragione, ma il poter discutere (quindi niente prendere o lasciare) e farlo. La dignità comincia anche da qui.  

il sorriso della solitudine

Spesso mi fermavo fino a tardi. A volte, mi spingeva l’uggia per le cose e le persone, verso la finestra, spegnevo la luce, e guardavo la città dall’alto, le scie di luce sulla tangenziale, i colli neri sullo sfondo del cielo notturno. D’estate aprivo la finestra, veniva il caldo e il rumore del fare dell’uomo, un ansito sordo di fabbrica, un respiro lungo e denso di fughe, di movimento, di condizionatori ed io, fermo, guardavo lentamente fino alle altre finestre d’ufficio illuminate, con qualche figura che si muoveva. Chissà che facevano, io non c’ero già più, ero stato inghiottito dal bujo, e stavo in silenzio ad attendere. Aspettavo che il silenzio entrasse. Qualche volta accadeva, il tempo dilatava e poi svaniva, sciolto in una sensazione di pace. Ero arrivato alla finestra in cerca di quiete e di concentrazione e il pensiero veniva aspirato dalla solitudine esterna, dovevo cacciare anche quella, non dovevo pensare. Nulla era davvero importante e l’essere solo una condizione, su cui, sin da quando possiamo ragionare, ed anche prima, battiamo furiosamente le braccine per stare a galla. Ma non era quella solitudine da privazione, da scarico dell’universo, che volevo, no, volevo l’altra, quella che attraverso l’assenza di pensiero, non fa sentire, toglie la percezione di essere in un gorgo, ti riempie di calma.

Mi hai chiesto cosa significa essere solo, vuol dire non avere … e già quel non priva l’avere di qualsiasi possibilità di diventare un aiuto all’essere. E ci si gioca tutto lì, su un terreno in cui non scegliamo le armi, solo i modi. Non è l’unica solitudine, di altre ti parlerò, ma questa per me, è quella che conta, sempre in bilico tra pace e tragedia, dove l’essere fa per suo conto, e si salva se trova le mani virtuali in cui mettere dita forti, sente le gambe che lo sostengono, rivede, come qualcosa che passa, ciò che prima attanagliava. Il sorriso della solitudine è questo aver coscienza di sé e non cercare, non elemosinare, non dibattere, perché non serve, non muta, è la nostra condizione. La pace, così transitoria, si nutre di quel momento d’assenza, ritrova energia da immettere nei rapporti successivi. L’ho immaginata poi, come una lingua d’acqua che si spinge nella terra, accarezza, scava e ritira, ma torna partecipe di te ed indifferente del poco che ha così tanto tolto al vivere. 

Sembra ci siano due vite che si intersecano, come una tessitura di fune, l’una fatta di impegni, scaramucce, risate nervose, pianti trattenuti, muoversi fino alla stanchezza inenarrabile della notte e l’altra che discerne, respira, si ferma su ciò che conta davvero e scorre sul resto, non ha fretta di vivere perché c’è talmente tanto che arriva che la fatica è separare ciò che interessa da ciò che è solo rumore. Come uno scorrere tra le dita, dove ciò che scorre è godimento dei polpastrelli, del palmo ed ha la velocità che le mani decidono. Di questo scorrere c’è la sensazione della solitudine senza paura, quella che controlla e permette di riaccendere la luce. E quasi si stupisce, nell’abbagliarsi, che il rumore abbia ripreso sostanza, che gli oggetti, le scale, le luci dei piani siano così vivide, si stupisce e pian piano ritorna verso l’abitudine, sapendo che ne può uscire. Che questa solitudine voluta è un modo per uscirne, è il governo dell’essere tra gli altri senza sfida.

E che poi si farà, si deciderà: c’è tempo.

fuori

Mi ha invitato ad essere fan del suo nuovo gruppo su fb, non sono fan di niente, le ho scritto, non più da molto tempo. Ho affetti importanti, un lavoro, una squadra, anzi due per cui tenere e già questo dice molto), ma non sono fan di idee e tantomeno gruppi.

Il partito a cui sono iscritto mi sta stretto, non ci siamo mai amati per davvero, in compenso mi piacciono delle cose, dei libri, dei film, delle idee che per me sono intelligenti, dei particolari che l’occhio coglie, qualche parola. Sono molto attaccato a dei principi, l’eguaglianza, la giustizia, la libertà, ad esempio, e mi piace chi li difende. Mi piacciono molto alcune persone, per come pensano e vedono il mondo, per il piacere che mi suscita la loro presenza, posso dire di essere un loro fan? Non credo, li ridurrei a una parte di me stesso e m’interesserebbero molto meno. Quindi non sono fan di niente.

Quante storie, che ti costa, mi ha detto, lo fai per me e diventi uno in più, i numeri contano nella rete.

Appunto. 

ritorno

Specchio dell’andare, il ritorno non è mai perfetto. Manca sempre qualcosa e disperdiamo ciò che serve, ma questo, che lasciamo dove amiamo, altro destino non può avere, ch’essere lasciato lì, perché quello è il suo posto.  Questo vale per le persne e i luoghi, e così, stamattina alle cinque, per poco, il sonno si è sospeso: attendeva il parlar cantando del muezzin, poi è subentrata la sensazione del letto, il silenzio, il freddo, la stanza, prima di scivolare nel sogno nuovo. Fino a ieri, il muezzin metteva fine al sonno, così strano e lieve, dell’esser via. Perché si è sempre via finché una nuova abitudine non subentra, e il sonno è un’abitudine piena di circostanze. Le circostanze di questi giorni erano suoni, rumori d’animali sul tetto e intorno ai bungalow dove dormivo, silenzi improvvisi e così strani da trattenere il fiato. I silenzi nei mondi commisti d’uomini e animali non sono mai perfetti, nel mondo antico occidentale era così, ora non ne abbiamo più memoria, il nostro è il silenzio delle macchine, quasi mai minaccioso, invece quando il silenzio subentra tra gli alberi, inquieta, è timore collettivo. E il tempo si fa lungo, lunghissimo, finché poi tutto riprende con un sospiro che è ciarlare che intreccia versi, storie di specie diverse, gridi d’uomini e d’animali, ciascuno che s’ addensa nei luoghi in cui ha deciso di stare, ma trabocca, esonda, si fonde.

Le mie sono impressioni del sentire, chissà cos’hanno sentito gli altri. Dell’Africa conosco pezzi, se conoscere si può racchiudere in quello che ogni volta mi scuote nell’andare. La mia Africa è la sensazione di sterminato che si prova nell’ approdo, l’esperienza di un luogo che si apre. Ne parlerò a pezzetti, assieme ai progetti di Cumbacarà e degli altri villaggi, ma ora sono ancora sospeso tra due mondi, con la sensazione che, ancora una volta, un pezzetto sia rimasto lì ad attendere un ritorno. Torniamo per ritrovare, ma quello che c’era si è evoluto dentro di noi, ha acquistato fattezze diverse, eppure c’è nell’aria. Mi pare, riconosco, ma ciò che riconosco è nuovo, e quel nuovo sono io che rimetto in ordine. Quand’ero bambino e tornavo dopo 5 settimane di mare, la casa, le stanze, le scale sembravano estranee, come familiari cresciuti distanti che si riconoscevano, ma non appartenevano più. Impiegavavo qualche giorno a ritrovare le abitudini, la fessura del pavimento su si giocavo, la merenda con il profumo di casa. Adesso, quando viaggio, l’estraniarsi è dai fatti, dagli odori, dai suoni, per l’appunto, più che dalle cose, ma anche dalle dimensioni delle notizie. Dopo tanto vedere privazione, già lì, la miseria ha bisogno di definizioni geografiche. Quel banale dire “non ho parole” adesso è ricerca di significato alle mie parole, ben sapendo che quello che ne uscirà non sarà la realtà, ma come io la sento. Capisco meglio il suono che muta con i popoli, la necessità che le parole abbiano significati diversi nei posti in cui si va, e mentre avverto una delle motivazioni affascinanti e misteriose delle lingue, ho la stessa testa con più cose dentro, la mia stessa lingua da precisare. Bisognerebbe far una lezione, un corso, su una sola parola, definire assieme un colore, un suono, un sentimento e un mondo si spalancherebbe. Noi ci spalancheremmo, come quelle case che non hanno finestre, ma solo zanzariere, dove la terra battuta è pulita come un pavimento in ceramica, dove le galline mangiano nel piatto di portata prima che questo arrivi in tavola, ma si capisce che accolgono, sono attente e rispettose di chi è arrivato. Le lingue servono come gli occhi, ma io ho solo i sensi ed in Senegal se ne parlano cinque, di lingue. Dal tono e dalla velocità si può fantasticare sul mondo in cui sono nate e servivano le parole, come costruzione progressiva, utensile adatto all’uopo. Le lingue veloci del lavoro e della caccia, le lingue lente del racconto, dell’educazione e del commercio, le lingue mute del sentire, intercalate dalle espressioni di gioia o sofferenza o richiesta grave. Le lingue esplosive del gioco, le lingue del parlare con gli spiriti e con gli animali, più ricche di consonanti e vocali lunghe.

Io non capisco ciò che dice il muezzin, ma quando sento il primo Allah, con la finale aperta, lunga, modulata, penso che un po’ d’amore, di regole ci dev’essere in questo mondo. Io che non sono credente, credo che il refe che unisce gli uomini scorra nel suono delle parole, che quando questo s’allarga, si aprano speranze, che inizi il giorno, sia quello vero che quello virtuale. Alle cinque non c’è invito alla guerra, ma il saluto al sole. Penso allora che ogni risveglio è una possibilità e che questo unisce quest’Africa alla mia Europa. Mi manca il muezzin, mi lasciava a letto e mi faceva allungare il corpo nel primo risveglio, tra luce e sonno. Poi veniva la fatica del giorno, ma solo poi.

p.s. adesso è presto, uscirà un po’ per volta, il racconto, cosa in fondo facile, e ci sarà la lettura di ciò che provo davvero, cosa difficile, perché tra il positivo e il negativo si tende a far bilanci ed invece dovrei solo lasciar fare al mare che disegna in continuo la mia spiaggia. Proverò.

p.s. 1 ciascuno a suo modo, mi siete mancati, non c’era molta possibilità di rete, ma tutto questo vi rendeva più reali. Grazie per gli auguri: sono serviti.

solidarietà

Dai discorsi che sento attorno, camminando sull’altopiano, emergono i luoghi comuni su chi sta già male e non si aiuta da sé, su chi vedrà ridimensionato il suo modo di vivere, sulla crisi che alcuni non sentono, ma è un sentire che guarda dentro confini precisi.

Una battuta sull’alluvione in Liguria, ché quella di Messina pare non ci sia mai stata, riporta la solidarietà di chi, appena un anno fa, visse disastri analoghi. Come fosse tutto confinato in un’emozione che si delimita nel ricordo, per analogia, nel gruppo vicino. Mi viene da pensare che la solidarietà ed il suo corollario politico, ovvero la partecipazione, sia una virtù borghese e liberale, uno sfizio che un poco pescava nella religione, anche se questa pensava molto ai suoi (dello stesso dio) e un poco nei discorsi salottieri di nobili pensatori (magari soci al contempo, di qualche impresa che esportava schiavi). Che poi la cosa sia sfuggita di mano e mutata in socialismo e diritti, sia confluita in modo di sentire lo stato, la politica e il governo delle cose, e così sia stata estesa a tutti, usando come massa manovra quelli che nulla avevano, per rafforzare l’idea dell’eguaglianza e della solidarietà. Vecchie teorie morte con l’internazionale proletaria. Certo è che oggi drasticamente cala la solidarietà con proporzione inversa rispetto alle notizie che dovrebbero sollevarla. Una pelle si sta inspessendo e si torna al villaggio, alla cerchia di quartiere, tra poco ai nuclei di parenti. Rinchiudersi nei vincoli, nelle pareti perimetrabili e difendibili, pare diventi un luogo di nuove solitudini. Non quelle feconde per scelta, ma quelle della paura e dell’insensibilità. Mi tornano in mente i versi di Brecht, su chi sono andati a prendere prima di arrivare a te, e penso che una tensione è caduta senza essere stata rimpiazzata. Di certo verrà qualche nuovo pensiero, assieme ai conflitti che ogni idea si porta dietro. Continuerà ad oscillare, lo diceva anche Croce, tra la tensione verso la comunità e quella verso l’individuo. Verrà e intanto s’aspetta, magari mettendoci qualcosa di nostro nel sentirsi parte d’una comunità più grande, chessò un pensiero, un’azione e non perché è natale, ma per non sentirci troppo soli nell’attesa.

storie: tre

Era una zattera, una immensa zattera fatta di materassi e noi eravamo stati su una nave che ricordavamo, ma che era lontana nel tempo e nello spazio. Eravamo caduti dalla nave e finiti sulla zattera, approdata in quel magazzino gelido in cui non c’era nulla da fare. Avevamo contato i materassi, erano centinaia, impilati l’uno sull’altro, fin quasi il soffitto, per decine di metri di lunghezza. Dopo pranzo salivamo sulle pile, avevamo fatto una scala spostando i materassi, e dormivamo. A 5 metri da terra, immersi in un freddo che non aveva fine, seppelliti di coperte che non scaldavano, dormivamo. Non c’era nulla da fare, solo il bujo ci poteva riconsegnare alla vita comune, e dormire era un modo per far passare il tempo. Scendevamo dalle pile quando il freddo aumentava, il tetto era pieno di buchi e topi, e tirava assieme, aria, squittii e fumo. Quello nostro e quello della stufa. Allora scendevamo e, noi quattro, intorno a una stufa arroventata, bevevamo thé. Non ho mai bevuto così tanto thé in vita mia, a litri, per scaldarci, in bicchieri di vetro. A volte facevamo il caffè, con la stessa cuccuma. Teneva un litro e mezzo, era rossa, smaltata, smalterie di bassano, come quella che avevo a casa quando ero sulla nave. Il caffè veniva aggiunto a cucchiai, lo rubavamo in cucina, e poi bolliva a lungo e noi bevevamo, aggiungevamo acqua, bolliva e bevevamo. Per la stufa, andavamo a rubare legna e carbone lungo la ferrovia, appena oltre the wall, erano travi da segare, antracite che faceva un fumo terribile, tutto trasportato a mano, accumulato tra i materassi, nascosto. Mi pareva di essere in un campo di concentramento, ma non era vero. La sera potevamo uscire. Eravamo solo caduti dalla nave e su quella immensa zattera di materassi, dovevamo navigare durante il giorno. In due mesi avevo prodotto un foglio dattiloscritto, era già troppo. E lo stile non era dei migliori, ma mi sarei fatto, disse il maresciallo, perché i concetti c’erano, le doppie pure, erano le virgole che erano poche.  Da lì capii che la vita era a singulti, per frames talmente brevi che le storie dovevano aprirsi e chiudere nello spazio di un oggetto. Erano quelle storie e quelle vite che mettevo accuratamente a lato, che espellevo da me in continuazione. Io non ero lì, non ero in quel posto di detenzione con libera uscita, potevo volare, essere sulla nave da cui ero caduto e che sarebbe tornata. Asylum, era un libro di cui discutevamo, potevamo farlo, in fondo non eravamo lì per caso. Forse sembrava a noi, ma in realtà esistevano i reparti disciplina. C’erano troppe coincidenze. Eravamo tutti vecchi, come si poteva essere vecchi a 24 anni allora, tutti soldati semplici per scelta, comandati da ventenni. Confrontando le storie, emergevano assonanze, quasi tutti studenti universitari, alcuni sposati, qualche disertore riacciuffato. E noi quattro, che rappresentamo mezza Italia, ma dello stesso colore, dovevamo rigare diritto. O arrangiarci. Noi c’eravamo rifugiati sulla zattera di materassi, altri nuotavano altrove. Una vita parallela così forte non l’avevo mai conosciuta, con regole che mutavano le visioni del mondo, violenze strane ed assurdità che diventavano normali. Per questo si parlava di Asylum, anche se bastava varcare il portone per essere fuori. Ma non eri fuori, la diversità ti seguiva, non eri più come gli altri.  Da qualche parte facevo il 5° anno di ingegneria, da qualche parte ero sposato, da qualche parte mi interessavo di sociologia e del mondo che mi stava attorno, forse ero lì per questo, oppure non c’era un nesso tra le cose. Continuavo a chiedermelo, mentre mi mandavano altrove, sul confine orientale. Il freddo mi seguiva ovunque, anche nella nuova fortezza Bastiani. Ero diventato strano, con una doppia vista, vedevo tutto dall’alto e da vicino ed era insieme grande e piccolo, vetrino e ricercatore. Non andava bene, quando tornavo non mi riconoscevano del tutto, capivo che per sopravvivere dovevo ritrovare la nave od almeno imparare a nuotare. Era il mio primo naufragio, e se lo ricordo ancora così intensamente, è perché, parlando tra noi, ci salvammo con fatica, quasi tutti. 

Non so gli altri, ma sentivo che qualcosa era finito, e non sarebbe più tornato. Ed era davvero così.

mantova

La storia che mi ha guidato verso questa città di mattoni perduta nelle nebbie della bassa, inizia con una bomba alleata (ma di chi sono alleate le bombe?) che polverizzò la cappella Ovetari, con la chiesa degli Eremitani e il ciclo delle storie di san Giacomo. In quella chiesa, che stavano ricostruendo, sono cresciuto, tirando pigne e correndo sui marmi, nascondendo munizioni dietro l’altar maggiore, ma questa è un’altra storia. Il primo Mantegna era in quella cappella, dissolto in 50 casse di calcinacci e in un unico grande affresco salvato, solo perché non c’era. Mi piaceva quel particolare della freccia nell’occhio del tiranno nel martirio di san Cristoforo, la sua lezione che al male torna il male. Ancor più mi piaceva quel tappeto così perfetto nella tragedia, le finestre su cui si appoggiavano i soliti perditempo che guardano le disgrazie, il corpaccione enorme in prospettiva, era un ritratto di un mondo che ben oltre la fotografia, raccontava più storie, più tempi, più pensieri che si annodavano, mescolavano, scioglievano, in un flusso che veniva verso me che vedevo. Naturalmente allora ero solo incantato, guardavo e mi perdevo nei particolari, ma lì nacque la voglia di vedere altro. E dove, se non a Mantova, potevo trovarlo.

La prima volta ci arrivai con un treno da periferia dell’impero, un treno che ancor’ oggi ci impiega tantissimo, tra campi e stazioncine, ma chissà, forse tu arriveresti da sud o da ovest e magari passeresti per Sabbioneta, ti fermeresti e non andrebbe bene. A Sabbioneta bisogna andare poi, dopo essere stati a Mantova, meglio nel mezzogiorno del giorno dopo, ma anche questa è un’altra storia. A me piace la strada che arriva dalla bassa, seguo l’ Adige e i paesi che via via si riempiono di mattoni a vista. La bassa padovana e veronese è bella, passa dai campi di grano alle risaie, percorre piccole cittadine murate. E Montagnana è bellissima, ma non ci si può fermare, si va a Mantova e la provinciale uno continua, cambia nome passa tra case e campi finché si arriva al Mincio, al lago, alla casa di Sparafucile. Qui dal lago, salgo a piedi, oltre la porta e la prima sensazione, è quell’acciottolato che sfocia nella piazza. Il Palazzo Ducale è lì con le sue file di persone che aspettano l’entrata nei giorni di festa, con l’idea che il Duca dal balcone saluti in ermellino gettando monete alla folla. Non mi piace il Duca, colpa di Rigoletto forse, ma con lui e con i Gonzaga bisogna fare i conti. Loro erano la città, la furbizia, la gloria, le chiacchere, le storie dei nani, la munificenza. Salgo, nell’infinito di questo palazzo punto alla Camera Picta, allo Studiolo di Isabella. Ci si può perdere lì dentro, ma non te lo lasceranno fare perché spingono, hanno fretta di vedere, quella fretta che tu non hai. Vedere, assorbire, farsi vedere dall’opera d’arte, richiede tempo, lo stesso che si usa, quando con rispetto, si prende in mano l’opera di un altro, Chessò, un mobile, un oggetto, una cornice e si pensa di farle riprendere vita. La mano passa sulle modanature, accarezza ascoltando con le dita i guasti.  Gli occhi percorrono, i pensieri sovrappongono, cercano di capire, scelgono. Le cose più intense sembrano solo l’effetto della cura di chi li fece o possedette e riportano alla luce particolari tra le ferite della vita, li mostrano come glorie di esserci.

Mantegna, allora, lo seguii a Palazzo Ducale e a Sant’Andrea e qui scoprii, che il Mantegna era altrove, in mille rivoli, ruberie, mutilazioni, vendite e miserie dettate dall’arte del vendere e disperdere il bello. Decontestualizzato, ammirato, tenuto da conto, ma non dove era stato pensato. Ma il suo spirito era ancora qui, non perché c’era la sua casa, ma perché la città dialogava con lui. Così lo senti nelle forme classiche, nel suo amore per il bello riscoperto, nel suo restaurare la forma degli antichi in questi posti di nebbia e di quiete, e mi viene il pensiero allegro che il Mincio è lo scarico di un lago che prima di gettarsi nel Po, ha bisogno di dilagare, di formare a sua volta un lago personale. E addirittura ne fa tre di laghi, che un tempo erano quattro e creavano un’isola, come se questo fosse un piccolo mare nella pianura. Minuscolo come i ducati di un tempo e smisurato nella fantasia che nasce negli uomini che sanno vedere.

Adesso ti porterei altrove, senza una meta precisa, bisogna camminare e fermarsi tra piazza delle Erbe e le vie che le stanno attorno. Ascoltare i rumori di questa città di agrari, gonfia di rendite solide, di campi che rappresentano le realizzazioni dei destini. Bisogna immaginare Tazio Nuvolari – qui c’è il suo museo- in  giugno, mentre corre in moto o su una Maserati tra le stradine – così le vedremmo ora- ficcate tra campi di grano, oppure di notte in una mille miglia irta di fari, di gente, di vino caldo. Bisogna immaginare la velocità del lampo e la sosta sudata, entrambi insieme, e mescolarla davanti a una tovaglia a quadretti rossi con il parlare fatto di vocali aperte, con le carte battute sul tavolo, con il vino rosso denso, con i risotti, gli gnocchi e le rane. Bisogna immaginare il giallo della zucca, questo è uno dei regni della zucca, il mescolarsi del dolce e del salato nei tortelli e negli gnocchi, il confluire del giallo nella sbrisolona. Bisogna fermarsi in quel bar d’angolo sotto i portici, appena fuori piazza Sordello, respirare, stare zitti e ascoltare. Ti mancherebbero un sacco di cose, se tu decidessi di partire ora, Giulio Romano e Pisanello, palazzo Te, palazzo Bonaccorsi. Ma soprattutto la bellezza di Leon Battista Alberti. Quando lo vedo la mia testa racchiude le forme in rettangoli, traccia diagonali e si accorge che la sezione aurea era davvero il riposo della perfezione. Ti perderesti scrigni di opere d’arte rimasti dopo le rapine, i laghi, la campagna attorno con i boschetti di pioppi lungo l’acqua. O forse no, non ti perderesti tutto questo, ma t’innamoreresti di un luogo e avresti voglia di tornare, di aggiungere, di sentire ancora, di più.

Per me bisogna camminare, fermarsi, ascoltare, perdersi tra stradine girando in tondo e lasciare il libro aperto, godere di una trattoria con cortile. I due cavallini ad esempio, oppure del legno sulle pareti di un caffè vecchio d’anni e di mediatori di campi e bestiame. Ho bisogno di tutto questo, e altro, magari non durante il festival della Letteratura, perché lì è bello andarci perché la città stessa diventa flusso e c’è un brulicare di idee, di voci che ti fanno pensare che lo scrigno si sia aperto e stia parlando con il cielo e che lo spettacolo sia fuori, nella gloria del dubbio e dell’intelligenza. 

Forse dovremmo parlare di risorgimento, da queste parti si costruiva l’Italia in campagna e sugli spalti di Belfiore, ma credo ti piacerebbe, se tu la vivessi come vivo io le mie piccole città, con un flusso di pensieri e sensazioni, con un mescolarsi che alla fine si consolida in un luogo del cuore. Il cuore fa posto e restituisce, è un galantuomo. Come avveniva da queste parti, basta un guardarsi negli occhi e una stretta di mano: affare fatto.

E questa o quella per me pari non sono.