ma davvero è tutto determinato e scontato?

Ma davvero è tutto determinato e scontato, per cui al più è possibile solo mutare qualche piccolo particolare che ci riguarda, mentre tutto il resto è vincolato? Se così fosse, ovvero non vi fossero alternative, e neppure miglioramenti, questo sarebbe il mondo delle libertà presunte e virtuali, delle democrazie senza contenuto, da inguaribile romantico mi permetto di non crederci. Qui può finire la lettura, le considerazioni seguenti riguarderanno il mio modo di vedere quanto sta accadendo in questi giorni in Italia.

Il governo Monti procede secondo le proprie priorità e convinzioni nell’azione di “risanamento” del Paese. In un’analisi certamente né equa, né serena, colgo l’allungamento delle età pensionabili per tutti, per le donne di più, addirittura sette anni, vedo un innalzamento dell’iva, un inasprimento delle tasse sulla casa, liberalizzazioni molto contenute o inesistenti per professioni, taxisti, farmacie, ben rappresentate in parlamento, nessuna vera tassa sui grandi patrimoni, il miserevole recupero dell’1.5% sui capitali scudati (e le banche dicono che è difficile, per motivi di anonimato, anche se è una minima parte di quanto richiesto per lo stesso motivo dagli altri paesi liberali), nessun intervento sulle banche e sulla stretta del credito, un rinvio che non promette bene sulla vergognosa cessione gratuita delle frequenze, e un altrettanto grave rinvio sul problema della governance della Rai. Certamente tralascio qualcosa, non dimentico lo scorporo delle reti gas, e ho presagi non positivi sulle reti acqua e sulle reti Rfi. Ma io sono di parte, chi mi conosce sa che ho una storia di sinistra, che ho avuto l’occasione di vivere dal di dentro la politica e che quindi posso capire, ma non sono obbiettivo. Come sarebbe giusto che ciascuno fosse di parte, almeno la sua, rispettoso delle idee altrui, ma naturalmente portato a contrastare ciò che non ritiene giusto. Bene, per me non è giusto quanto sta avvenendo, si incide sulla carne reale delle persone senza che ci sia un equilibrio nei sacrifici, i deboli pagano moltissimo, i forti nulla. Si è generata l’idea che i colpevoli della crisi del paese siano i lavoratori, le donne, i pensionati, si è sventolata una lettera della BCE, come i comandamenti che permettevano di restare all’interno della chiesa della finanza,  ben sapendo che la stessa BCE è in buona parte impotente rispetto alla speculazione e succube della volontà della Germania. Si è agitata la Grecia come spettro del disastro incombente, vero, ma si è evitato di dire come si genera e si sostiene il debito italiano, quanto realmente pesa l’illegalità e quanto è diversa la situazione italiana rispetto alla Grecia e al Portogallo. Si è considerata la speculazione come un fattore di mercato senza aggettivi negativi e componente ineliminabile dal capitalismo e dai governi democratici. E si è superata la stessa lettera della BCE con la riforma di un articolo dello statuto dei lavoratori che nessuno aveva chiesto, ovvero l’articolo 18.

Si è deviata l’attenzione dalle domande vere della crisi, ovvero come superarla e creare nuova occupazione, come generare nuove professioni e lavori, come sostenere le imprese che siano adeguate ad un protagonismo italiano nel mercato globalizzato. L’attenzione del governo si è incentrata sullo statuto dei lavoratori, cavallo di battaglia dell’ex ministro Sacconi,  e pur riconoscendo che deve essere riformato l’accesso al lavoro dei giovani non è rendendo più facile l’espulsione di quelli più anziani che si risolve il problema. Comunque vorrei sottolineare che non è l’articolo 18 il problema dell’Italia, è un problema marginale, fortemente caricato di valenza ideologica e non riesco a capire perché a fronte della disponibilità del sindacato di voler convergere sul modello tedesco perché si sia scelta la rottura e la divisione. Anzi un motivo mi viene in testa, ovvero che per dare patente di riforma a ciò che alla fine non creerà lavoro aggiuntivo, si sia scelta la prova di forza e se la CGIL non approva allora significa che è davvero una riforma. Come se la sinistra, la CGIL, il Pd fossero la parte reazionaria del paese e invece la modernità risiedesse nelle politiche liberiste. Ecco, questa è un’altra delle mistificazioni che non mi piacciono, tanto da coinvolgere la gestione della flessibilità in uscita tedesca, troppo sociale sembra, per la nuova interpretazione del mercato del lavoro. Meglio il modello americano dove le tutele praticamente non esistono, e non c’è neppure il sistema di wellfare che esiste in Europa.

Non mi piace che nessuno spieghi perché il lavoro dipendente paga l’80% delle tasse a fronte del fatto che possiede il 50% della ricchezza prodotta. Le domande a cui un governo tecnico dovrebbe rispondere sono: che fine fanno i soldi, chi paga chi, perché questo paese non cresce. Senza essere millenaristici è da tempo che il sistema di produzione basato sulla crescita dei consumi porta con sé il proprio declino e tracollo, questo è il problema che dovrebbe essere analizzato e risolto, anche affrontando nuove solidarietà di mercato. Non  sono tra quelli che pensano che si possa uscire dal sistema, che è meglio fallire anziché pagare, solo che capisco che la cura adottata sta ammazzando il cavallo. Lo stanno facendo in Grecia e in Portogallo ed ora anche in Italia, perché nei prossimi mesi, le famiglie verranno ulteriormente impoverite, e magari i lavoratori occupati resisteranno, ma chi non ha lavoro o l’ha perduto, che farà?

Ho l’impressione che in una situazione come quella che vive l’economia italiana ovvero uno stato di recessione con una crisi strutturale in atto che sta cambiando il nostro modo di produrre e creare reddito nel manifatturiero, una minore arroganza e una volontà di trovare soluzioni, non sia consociativismo, ma la necessità di condividere, con chi sta pagando la crisi che non ha, in gran parte, generato, le soluzioni per rilanciare l’economia. Con lo scontro e l’arroganza, è facile non vedere le parti buone della riforma, ma viene anche da pensare che il lavoro irregolare e nero, aumenterà, visti i controlli esigui, che le aziende assumeranno il minimo ed utilizzeranno, finché possono, gli straordinari per le punte di produzione, generando un mercato asfittico basato sulla sopravvivenza anzichè sulla crescita.

Si è detto in questi giorni che bisogna attrarre capitali e nuove imprese, fino ad oggi, in Italia, c’è una flessibilità, che significa precarietà, elevata, un’area di illegalità importante eppure questo non ha attirato capitali e lavorazioni, anzi anche le imprese delle aree dove più si è cresciuto e si cresce, anziché restare sono, o stanno emigrando verso paesi in cui non c’è nessuna tutela. Quindi non è questa la vera ragione della crisi. Il fatto è che questo è un paese economicamente vecchio, dove il costo della burocrazia e dell’illegalità è elevato per chi sta alle regole, è il paese in cui si sono vendute gran parte delle filiere complete di prodotto, la chimica, i treni, gli aerei, fra poco l’auto, si resta sui mercati con nicchie di prodotto, con il made in Italy, contando di non essere raggiunti e superati. Al posto di favorire la nascita di nuove produzioni, viene invece proposta maggiore libertà di impresa, il che significa lavoro meno tutelato e possibilità di espellere gli elementi di disturbo, basterà pagare. Vediamo l’esempio Marchionne, quanti investimenti ha generato? Quanti lavoratori in mobilità sono rientrati in azienda, rispetto a quelli programmati? Dove sono i nuovi modelli di auto? Il problema è proprio questo, non ci sono prodotti e la produttività ristagna da anni per mancanza di tecnologie più che per la capacità di lavoro e di sacrificio degli operai. Se oggi gli stabilimenti Fiat, o quelli delle altre migliaia di fabbriche in cassa integrazione avessero più produttività, avrebbero i magazzini pieni per mancanza di mercato. 

La modernizzazione è una parola contenitore, ognuno ci mette quello che vuole, ma senza pensare a soluzioni impossibili, cambiare si può, magari condividendolo anziché imporlo a chi protesta poco, e comunque agire con meno arroganza. Soprattutto se non si è mai stati eletti da nessuno. Meno emozioni televisive e più cuore per ascoltare il Paese, che poi è quello che la carretta la deve tirare davvero.


giulivismo

Mi piace l’allegria naturale che sfiocca verso l’alto, spinta dal vento dell’assurdo, e si spegne in un sorriso. Se riprende è per abbrivio e magari riscoppia in una risata, ma non è condizione forzata ed è cortese con la propria intelligenza e sensibilità.

Mi piace l’ottimismo, che rovescia il reale banale, lo prende in mano e lo guarda sotto, sopra, di lato, si meraviglia del nuovo che non era notato, e lo rispetta, ma non teme di porre da canto la polvere e lo scontato. Mi piace perché è una conquista attiva, perché strattona la vita per tenerla sveglia.

Mi piace il sorriso che assomiglia al lampo, che riporta al bianco inatteso, agli occhi senza velo. Mi piace perché quando scompare lascia nell’aria una sensazione priva di sguaiatezza, una vibrazione che accarezza.

Non mi piace il giulivismo che deborda in molte parti del quotidiano, la fiducia acritica sulle progressive sorti senza impegno. Non mi piace vedere l’impressione del sé senza autoironia, sentire la coda cattolica che serpeggia ovunque, dalla politica ai comportamente individuali, perché il pensare positivo cambia il mondo, perché la tracotante fiducia di sé allontana il dubbio e la paura. Che stupidaggine, essere giulivi non è l’esercizio della speranza, è un esorcismo superficiale che banalizza quanto accade davvero, per rifugiare in una considerazione del mondo come propria estensione. A te è stata data la terra, adoperala. 

E neppure il giulivismo catastrofico mi piace, il vivo alla grande perché non dura, altra coda del cattolicesimo d’antan, la reazione al pulvis est, con la reiterata sopravvalutazione del presente come costruzione positiva nel negativo delle storie.

Solo la digestione lunga del sauro supera il giulivismo, ma almeno quest’ultimo dorme finché si pasce di sé. 

opacità

Per un processo misterioso alcune parole assumono, in alcuni momenti, una rilevanza inconsueta e diventano di moda. Opacità è una di queste e mentre prende il centro della scena, annebbia la sostanza delle cose. Se ci sono dubbi sui conti, ci sono opacità, un tempo c’erano sospetti. Se il rapporto tra due persone è diverso da quello che una racconta, ci sono opacità, ma in realtà si nasconde qualcosa. Come se si potesse rubare senza rubare, tradire senza tradire, insomma che siano ladri o corna adesso è l’opacità che avvolge la realtà.  Opacità è ciò che non posso vedere, se non come ombra, o che non voglio vedere perché l’ombra mi tranquillizza. Quindi l’opacità è una scelta consapevole,  perché non si ha voglia di veder chiaro,  sperando che non ci sia nulla oltre l’evidenza e perciò il rifiuto di governare la nuova realtà.

L’opacità riserviamola alle meduse, che se per caso toccano fanno male.

p.s. ho trovato il termine oltre che nella vicenda del Senatore Lusi, anche in un articolo di economia, di Deaglio, su La stampa, e nel discorso, condito di allusioni, tra due coppie al bar. Adesso mi aspetto che non mi si deluda e che per un paio di mesi ci sia il tormentone dell’opacità a piè sospinto.

modernismo compulsivo

Queste cose, oggetti, pianificazioni, architetture così stabili e labili assieme, luminescenti ed interconnesse che sembrano avere una vita propria, oltre a contenerne altre, sono la nostra visione del mondo, oppure la visione che subiamo del mondo?

La bellezza del mostrare, incastona funzioni, negozi suadenti, facciate di desideri che assecondano liberazioni da freni inibitori. L’acquisto come centro del vivere e dell’essere diviene l’altra vita rispetto a quella così banale del reale, così fittizia del pensare, così labile del desiderare.  Si saggia il limite di capienza del possibile, ben oltre l’utile, spesso oltre il bello, di rado nel necessario: è il progresso, ragazza, è il compenso del malessere. La pulsione all’acquisto immersa nella frenesia (anche nella penuria si acuiscono i desideri deviati) è simile all’odore del sangue, alla violenza, alla piazza e si muove, ondeggia, punta con decisione sull’obbiettivo dell’atto avendo il solo bisogno della soddisfazione.

Può bastare questo vivere per definire un canone del bello, oppure il mondo vuole liberarsi dal pungolo della bellezza, ne vuole ridurre l’impatto rivoluzionario portando il tutto ad una dimensione che renda quotidiano l’eccezionale, e quindi visibile e percorribile senza fatiche, vicino di casa, acquistabile in riproduzione. Come fosse un poster da appendere in camera che ricorda la meraviglia dal mondo.

sulla facilità di dire amore

<<Sì, vero: sono innamorata del comandante Schettino>>

E così irrompe la parola amore nel naufragio. E’ un dettaglio, bisogna dargli il posto che gli spetta e spero scompaia nel privato. Se non è stato causa di qualche dimostrazione d’incoscienza, questo amore è già mutato nell’abbandono della nave. Consumato. E non occorre immaginare troppo per capire che per Schettino nulla sarà come prima, anche nelle sue vicende personali e familiari. Ma ciò che non riguarda i fatti, si copra, è inutile a tutti.

S’ inciampa continuamente nella parola amore, anche nella cronaca, come fosse un badge che permette di aprire chissà quali porte comuni. Invece è questione tra persone, tra cui è già molto difficile che ci sia coincidenza di significati sulla parola, chissà poi con gli altri di cosa davvero si parla con questa parola.

L’amore dei sedici anni è lo stesso del travagliato rapporto maturo? Domanda pleonastica, naturalmente no, in questa parola contenitore si mettono stili di vita, faticosi compromessi, sfrenate voglie, comportamenti non confessabili, languori inattesi, perdite del reale, fantasie sferraglianti, abbandoni, tutto costruito con il vivere e non insieme di dotazione. E nell’enumerare gli effetti dell’amore, ognuno ha la propria interpretazione della parola, proprio nel momento in cui la pronuncia: è questo di cui parliamo, quando parliamo d’amore? Forse per averne confine bisognerebbe chiedersi quale processo investe la testa dell’amante, quando fa un passo indietro, si ritira dall’amore possibile perché avverte la differenza di sentire con l’altro e quindi l’impossibilità di un progetto. Quindi partire dalla fine per trovare il bandolo che porta all’inizio. Fatica mal spesa, farsi domande senza risposta è un esercizio poco utile, e se parliamo d’amore, parliamo della fotografia di noi, noi siamo quello che sentiamo in amore, anche quando questo non c’è, ed è impossibile osservare/ci senza modificare la percezione e quindi è impossibile definire/ci. E’ un’affermazione lapidaria, ma rispettosa che non scompongo, se non per dire che i nostri comportamenti sono quello che deriva da questa immagine. Nulla è così rivelatore quanto la gestione dei sentimenti, il sentimento principe è l’emblema di tutti, vale a dire che ogni storia è a sé, come il ritratto di ciascuno,e  che l’ igiene mentale a volte, serve per preservare l’integrità della persona, e che la morale nella sua generalità, è una norma semplificatrice, ma poco o nulla ha a che fare con quanto uno sente davvero.

Parliamo d’amore, se l’obbiettivo è la collezione di uomini o di donne? come si fa a parlare d’amore senza soggetto che condivide ? Se la pulsione è tutto, se il sesso è il legame prevalente possiamo meravigliarci della noia, dell’assuefazione ? Ecco torno alle domande, e non va bene, nell’educazione ai sentimenti, il sentire ha una sua persistenza. E’ una asserzione semplice, persistere significa accedere al ricordo, persistere significa avere terreno solido per un qualsiasi progetto, persistere significa essere sullo stesso piano della sensazione, dopo che l’uno o l’altra è prevalso, ha attratto l’attenzione, ha usato il fascino del vedere e del mostrare qualcosa che non è percepibile da altri ed ora comunica tra pari. Per questo collego il sentire all’amore, cioè quanto di più individuale vi possa essere, eppure non ne è condizione sufficiente, ma necessaria lo è di certo.

Ci sono frasi, parole che si possono estrarre da un discorso, perché ci definiscono in maniera netta, è quando l’io sono diventa l’importante di noi. La signorina era innamorata, sentiva, il capitano sentiva, era cosa loro, e tale rimanga se non ha provocato un disastro esterno.

Basta il loro personale come problema.

p.s. se Schettino doveva tornare a casa, il comandante De Falco glielo avrebbe detto: Comandante Schettino torni a casa, cazzo!

“Shéhérazade” e l’abitudine alla cioccolata

Anche per un goloso c’è la nausea. Si può alzare la soglia, aumentare la dipendenza, ma il limite verrà raggiunto.

Mi piace la cioccolata, quella amara, con alto tasso di cacao. La mangio volentieri e quando accade provo la doppia sensazione della trasgressione e della pienezza di gusto. Ad un certo punto mi fermo, perché oltre sarebbe una sofferenza. Non ho soglie alte, mi fermo presto. Qualche anno fa, con un amico, facevo la traversata dell’appennino a piedi, mangiavamo decentemente la sera, di giorno il problema era l’acqua e le calorie necessarie alla camminata. Avevo portato un bel pezzo di cioccolata, dopo due giorni ne abbiamo buttato la metà, le formiche hanno ringraziato. Questo, per me, vale per tutto quello che si ferma al limite della dipendenza e poi esonda, il piacere che diventa compulsivo, bisogno senza futuro. Non c’è nulla di giudizioso nel pensare queste cose, solo una scelta del vivere, tra il consumo immediato che sconfina, al di più, nell’abitudine  ed il piacere centellinato, limitato. La trasgressione è la scorpacciata, il scivolare dall’uno all’altro modo di intendere se stessi, e la scorpacciata non crea dipendenza, al massimo un mal di pancia. 

Mi piace l’idea che esista una modalità alla “Shéhérazade”, che crea un  legame tra piacere e modifica dei destini di chi ne è coinvolto, ma in modo positivo, insomma diviene una storia. Parlo delle papille gustative ma in realtà parlo dei centri del piacere e della soddisfazione, ognuno ha il suo limite fisico, ognuno quello intellettuale, e la differenza è tra chi punta al consumo rispetto a chi lo inserisce in una storia personale. In questo la cartina di tornasole è il parlarne apertamente. Chi si governa non ha timore di esibire la propria vita pur nella contraddizione, che poi questo è il motore che permette di non essere prigionieri di sé attraverso la regola e neppure del piacere come norma, ma deve essere motivato a sé prima che agli altri. Insomma parte della propria chiarezza.

“Shéhérazade” induce all’attesa del dopo, e salva se stessa, ma anche il sultano che era condannato al sempre di più, ad una vita d’inferno che escludeva proprio il piacere del vivere. 

Chissà se, e come, l’ha ringraziata.

sfigato

Sfigato è chi accetta questo mondo e non pensa possa cambiare. Sfigato a se stesso e non ad altri, prigioniero di una decadenza che lo precederà, dell’insoddisfazione nascosta sotto strati di conformismo, tronfio e cieco.

Sfigato è colui che non vede e non si vede, che non si cura di chi ha vicino, che si pensa realizzato perché ha un biglietto da visita e un curriculum.

Sfigato è colui che si convince che i fatti gli diano ragione anche quando sa che non ce l’ha.

Sfigato è chi irride gli sforzi altrui, chi non si sforza di capire che esistono altri modi di vivere e di essere.

Sfigato è chi invidia la felicità, chi si bea della propria, chi capisce solo chi gli da ragione.

Sfigato è chi perde un amico piuttosto che un’occasione, chi non sa stare zitto se non ha nulla da dire, chi parla pensando che il suo sia il parametro del mondo.

Sfigato è chi non ha dubbi, chi possiede e non serve il potere, chi pensa di avere più diritti perché se li è meritati.

Sfigato è chi pensa di sapere, di avere, di essere, perché è finito il tempo della curiosità e adesso c’è solo quello della concretezza.

Sfigato è chi non più i sogni, chi non ha un tempo da condividere con chi gli vuole bene, chi pensa di non avere qualcosa da donare.

Sfigato è chi non capisce la solitudine degli altri, e pensa che è solo questione di volontà per stare bene.

Sfigato è chi si crede invulnerabile, al di sopra d’ogni giudizio, padrone del presente e del futuro.

Sfigato è chi insegna e non apprende, chi non capisce quando è ora di star zitto.

Sfigato è chi non capisce quando è ora di mettersi da parte, e si crede indispensabile.

p.s. aggiungete pure che c’è posto

taxis

Mi piace l’idea che i nostri tassisti prendano nome dai Thurn und Taxis, che oltre a fare gli esattori e i principi (e ospitare Rilke a Duino), gestivano il servizio postale nei paesi del sacro romano impero. Mi piace perché un’ascendenza nobile giustifica l’attaccamento al passato, ai privilegi, mentre il mondo cambia e mette i villani nei castelli. Ma in realtà non è così, e le regole che valgono nel nostro paese, buone o cattive che siano, non sono assolute. Nel paese in cui ero sino a qualche giorno fa, il Senegal,  i taxi erano tantissimi e scalcinati. Si contrattava il prezzo prima di salire, il tempo per arrivare era un problema del tassista. Tutto questo in un traffico caotico, con pochissime norme, e pieno di eccezioni: bastava non farsi male. Questa è una liberalizzazione selvaggia, non priva di fascino devo dire, perché se uno ha i soldi e vuole la macchina bella, chiama un’agenzia specifica, altrimenti tutti uguali nel traffico. Lo stesso sistema non l’ho visto solo in Africa, ma in sud America, in Cina, in medio oriente, nei paesi dell’Est, ecc. ecc.  E non significa nulla, se non che i sistemi non sono immutabili e nessuno è perfetto. Così vengo a casa nostra, premetto che ho conoscenza delle cose come stanno, e quindi mi sono formato un’opinione, che non è più autorevole, ma si può fare. Bene, mi pare sbagliato che una licenza pubblica possa essere oggetto di eredità senza un limite, questo vale per uno stabilimento balneare, per un suolo con diritto di superficie, per un plateatico, ecc. ecc. quindi essa dovrebbe avere una durata, essere onerosamente rinnovata, decadere con il mancato esercizio da parte del titolare, stabilendo casomai, una prelazione nella continuità dell’attività, e così via. E’ troppo difficile? Mah, non credo, se si esce dall’età di mezzo in cui c’erano sì i privilegi regi o papali, ma anche i ducati venivano riconcessi alla morte del duca. Se una persona compra una licenza è per usarla, non per rivenderla. Magari questo principio avrà bisogno di gradualità, e questo va bene, facciamo 5 anni? Poi tutti alla pari e quando l’ esercizio della concessione cessa, farmacie comprese, si va a concorso, magari ricomprendendo una buonauscita per chi cessa l’attività. In realtà quello che non si vuole smantellare è un mercato drogato dove si vende qualcosa che ha un valore fittizio, e per mantenere il quale bisogna che cessi il libero mercato e la concorrenza. Ma se non c’è un cambiamento tangibile, in un tempo certo, come lo spieghiamo a quelli che dovevano andare in pensione quest’anno e ci andranno, forse, tra cinque anni? In realtà alcune categorie, non persone, difendono se stesse a prescindere, oltre il merito e il momento, però credo anche che generalizzare non faccia mai bene, molti tassisti non hanno redditi da professionisti, e casomai bisognerebbe cercare tra gli orafi, i bar, i ristoranti, ecc. ecc. qualche tesoro nascosto. Devo anche dire che i tassisti non hanno fatto molto per far  essere simpaticamente ligi: cosa sono quegli straccetti di carta pubblicitaria, magari di night club, che mi vengono dati per ricevuta? Più di una volta ho dovuto protestare perché non si capiva nulla, oltre l’importo, anzi un abusivo mi ha dato una ricevuta di un’altro taxi, e mica si capiva, il taxi era eguale agli altri,  poi cercando il mio telefonino smarrito ho scoperto che era abusivo. Poi perché il metodo per tariffare una corsa è il tempo e non il percorso? Perché devo pagare l’inefficienza del comune nel regolare il traffico, che è anche quello che mi impone la tariffa. Doppia beffa. E’ ora di stabilire che nessun mercato è privilegiato, che i monopoli non esistono e che gli utenti devono poter contrattare i servizi. Quanto questo costi in termini elettorali ce lo potrebbe spiegare il sindaco Alemanno, ma se i tassisti, i farmacisti, i tabaccai, gli edicolanti, i baristi, i notai, gli avvocati, i commercialisti, ecc. ecc.  sono un’eccezione intoccabile, alla fine sappiamo bene chi resta. Pagassero almeno le tasse fino in fondo, ma neppure questo è concesso verso chi ogni mese scopre che lo stipendio si decurta ed ha il rischio assoluto del licenziamento. Bisogna mettere mano al sistema delle caste, non perché questo ci porterà fuori dalla crisi, ma perché lo stato, le regole, il lavoro, i pesi e i diritti devono essere uguali, altrimenti ogni efficienza, ogni cambiamento sarà impossibile, e la gestione della cosa pubblica dovrà procedere per eccezioni. E sulle eccezioni si reggeva il sistema feudale, non lo stato democratico.

p.s. leggo che nel provvedimento del CdM i taxi sono stati tolti e demandati all’autorità sui trasporti. Tutti bravi a bastonare chi lavora a reddito fisso.

senza perderci troppo la testa

Il pensiero del natale, e poi di questa inusuale concentrazione di feste, mi scuote sempre in questo mese. In fondo gli agnostici, i non credenti sono sempre costretti a prendere posizione sulla ragione di una festa, fosse anche per la sola parte consumistica, che ritengono immotivata per quanto li riguarda. Ma c’è ed in occidente funziona, quindi prescinderne è difficile, tanto vale entrare nella contraddizione, E di questo vorrei parlare: della contraddizione tra ciò che si pensa e ciò che si fa in questo periodo. La mia tesi è che non c’è contraddizione se semplicemente viviamo questi giorni come ci viene. Stamattina ero nel traffico, e ci pensavo, anche sollecitato da alcune vostre riflessioni, una convinzione è emersa per quanto mi riguarda. Il retaggio del cambiamento radicale è qualcosa che mi/ci portiamo dietro, dal cattolicesimo maldigerito dei nostri anni giovanili. Quell’idea di muro, per cui solo la perfezione è il meglio, solo ciò che sta all’interno di una interpretazione del mondo è buono, il resto è fuori, è imperfezione, non ha speranze, ecc.ecc. E  invece per fare qualcosa di buono, basta semplicemente vivere e avere un minimo di coerenza. La “bontà” è fatta anche di gesti singoli, di quello che do ad un extracomunitario, di un’ attenzione per gli altri, di un pensiero che accoglie e che vede il bicchiere mezzo pieno. Il bene è facile, la perfezione è difficile, però se cerco un po’ in sintonia con quello che penso, non occorre mutare la mia vita, basta vivere, far quello che mi viene ed avere speranza. Se il senso della storia è quello che il nuovo sostituisce il vecchio, io faccio parte della storia nel mio cambiare, ne esco quando mi fermo, quando non faccio nulla. Chi si pone domande ha la vita che ribolle dentro, e quindi fa parte della storia. Il nuovo ci accetta come siamo, la vita ci accetta come siamo. Ci mette in discussione per tenerci in moto, ma ci accetta. Allora non ho più urgenze, ma occasioni, e per fare qualcosa di buono per me e per gli altri non devo attendere chissà quale coerenza, semplicemente lo faccio perché mi viene. Noi siamo la nostra storia, la nostra vita è quello che trasmettiamo a noi stessi prima che agli altri, e la novità è che possiamo tirare una riga ogni giorno senza rinunciare a noi, tenendoci come siamo e come saremo. Dov’è allora la contraddizione, sto facendo, farò, sto cambiando, cambierò.

Buone giornate di festa a tutti.

solidarietà

Dai discorsi che sento attorno, camminando sull’altopiano, emergono i luoghi comuni su chi sta già male e non si aiuta da sé, su chi vedrà ridimensionato il suo modo di vivere, sulla crisi che alcuni non sentono, ma è un sentire che guarda dentro confini precisi.

Una battuta sull’alluvione in Liguria, ché quella di Messina pare non ci sia mai stata, riporta la solidarietà di chi, appena un anno fa, visse disastri analoghi. Come fosse tutto confinato in un’emozione che si delimita nel ricordo, per analogia, nel gruppo vicino. Mi viene da pensare che la solidarietà ed il suo corollario politico, ovvero la partecipazione, sia una virtù borghese e liberale, uno sfizio che un poco pescava nella religione, anche se questa pensava molto ai suoi (dello stesso dio) e un poco nei discorsi salottieri di nobili pensatori (magari soci al contempo, di qualche impresa che esportava schiavi). Che poi la cosa sia sfuggita di mano e mutata in socialismo e diritti, sia confluita in modo di sentire lo stato, la politica e il governo delle cose, e così sia stata estesa a tutti, usando come massa manovra quelli che nulla avevano, per rafforzare l’idea dell’eguaglianza e della solidarietà. Vecchie teorie morte con l’internazionale proletaria. Certo è che oggi drasticamente cala la solidarietà con proporzione inversa rispetto alle notizie che dovrebbero sollevarla. Una pelle si sta inspessendo e si torna al villaggio, alla cerchia di quartiere, tra poco ai nuclei di parenti. Rinchiudersi nei vincoli, nelle pareti perimetrabili e difendibili, pare diventi un luogo di nuove solitudini. Non quelle feconde per scelta, ma quelle della paura e dell’insensibilità. Mi tornano in mente i versi di Brecht, su chi sono andati a prendere prima di arrivare a te, e penso che una tensione è caduta senza essere stata rimpiazzata. Di certo verrà qualche nuovo pensiero, assieme ai conflitti che ogni idea si porta dietro. Continuerà ad oscillare, lo diceva anche Croce, tra la tensione verso la comunità e quella verso l’individuo. Verrà e intanto s’aspetta, magari mettendoci qualcosa di nostro nel sentirsi parte d’una comunità più grande, chessò un pensiero, un’azione e non perché è natale, ma per non sentirci troppo soli nell’attesa.