non è niente

Questo sentire che trascina in basso,
non è niente,
è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto,
ma non è niente.
E non vivi come un animale
perché la loro cura del restare assieme non conosci,
non è niente e anche se fa male,
è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze.
Davvero vorresti vivere nel silenzio,
nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi,
nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi?
Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca,
quello che mai farai,
i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere
un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata.
Non è niente, passa,
bevi, dormi, sogna e passa.
Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi,
lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro,
e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio,
per questo non è niente.
È un prezzo, ma si può pagare.
Non è niente se pensi cambi e possa mutare,
non è niente.

cum dederit

 

Con la fiaccola ben stretta nella mano
generiamo sfere di luce,
attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio,
camminiamo e vediamo il piccolo tratto,
le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare.
Restano i desideri che vorrebbero colmare domande,
ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze.
Solo la passione per un poco ci salva,
e oltre quella sfera di luce, indica
un senso, un’attesa, un luogo
perché tornare sia nostro
come l’andare.
E la parabola
d’una torcia gettata nel buio
genera il giorno.

è andata bene

Tra piccole passioni, ricerche strane mi perdevo. Su tavoloni di massiccio castagno biondo mi venivano consegnati libri antichi da consultare, faldoni di documenti pieni di carte spesse ingiallite e scritte con inchiostri forti. Il profumo della carta si mescolava alla polvere e sentivo un ricongiungere anni e uomini trascorsi, dimenticati, che avevano lasciato tracce di vita e pensieri prima che di un lavoro. Questo mi stupiva, ovvero che lavoro e poteri, importanza, patrimoni si fossero cancellati, mentre restava traccia di cose importanti ma minute e che questo fosse tutto quello che testimonia a continuità e vite. Non viviamo a singulti rappresentati da ciò che siamo in un tempo che inizia e finisce con noi, ma c’è altro che prosegue. Questo ho capito in quella giovinezza strana dove tra ciò che si doveva apprendere e il piacere, c’era la stessa distinzione tra una vita irregimentata ed una libera. Forse per questo mi ribellavo in silenzio e la mente scappava ovunque, non si soffermava se non il necessario per comprendere ciò che assicurava una sufficienza. E spesso nemmeno quella. Era questione d’intelligenza, di volontà carenti? Forse, anche. Certo che l’attitudine pesava e procedeva a dissipare le giornate senza alcun ritegno, quasi con una gioia libera passata in quei luoghi strani o camminando per strade desuete, ma quel tempo lo pagavo alla sera e prendeva alla gola la sera e strozzava d’insofferenza e di colpa. Capire che tutto ciò era sbagliato era quasi naturale, ma non resisteva a quell’andare controcorrente. Quando si sta male per un dovere non assolto diviene logico pensare che ci siano altri, che le cose si condividano anche nel negativo: una società sbagliata e un individuo inadatto. Mi veniva da pensare così. È andata bene, si poteva finire in qualcuna di quelle istituzioni che volevano fare il tuo bene distruggendoti. E allora se penso troppo al molto che ho perso per strada, cerco di accettare la stranezza e costruire il molto che aspetta. Anche perché non si reggerebbe il peso di uno sbaglio continuo se esso non fosse indole. Questo consola e così il sonno non si perde del tutto.

se

Se pensare alle cose accadute, alle decisioni prese e a quelle subite, servisse a ripassare la vita ed estrarne il meglio, allora quello che è stato accantonato e poi coperto di sabbia riemergerebbe. E servirebbe per parlarci di più, per guardarci negli occhi, anche in video chiamata. Se questo vederci servisse per verificare se il desiderio era tale oppure una foglia di fico, e se quanto ne è venuto dopo era reversibile oppure definitivo. E se fosse tutto questo rivedere che porta verso la domanda: era questa la vita che avrei voluto? Ma visto che la vita vissuta è comunque avvenuta adesso come la cambio?

Allora si capisce se quell’approssimarsi con fatica per capire davvero chi si era e che ha generato tutto questo costruire e disfare non è stato inutile. Perché è questa la genesi del nuovo che c’è dentro di noi, e davanti alla consapevolezza che si fa strada, persino la paura di essere davvero ciò che si è, scapperebbe a gambe levate.


due qualsiasi, felici

La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno,
aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica.
È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello,
suona al cuore e allieta gli occhi,
ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti
e li caccia distanti dai corpi.
Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende,
e su lunghi banchi di pallido acero,
eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere,
colorati d’azzurro, di verde ridente,
di candide eleganze e rossi sfacciati.
E il colore del tuo viso riluceva,
diventava il sorriso del bello
scivolando tra fragili cuori,
miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re.
Eran cose da tenere e incartare con cura,
seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno,
nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi.
Di tutto ciò che potevamo permetterci,
due,
per i giorni e le notti,
per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno.
Due, per ogni pensiero che portava lontano.
Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa.
Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli,
noi due qualsiasi, felici,
la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.

radici

Non potete dirmi che non sia stato educatamente curioso. Anche se per me erano storie erano molto più belle delle fiabe che mi raccontavate prima di dormire. E poi non avevano mai una fine, perché c’erano altre domande e Voi lo sapevate che sarebbero state tagliate dal sonno e dalla stanchezza delle corse e dei giochi. Cominciava a cena e chiedevo chi erano quei parenti strani che ogni tanto comparivano in casa nostra. Parenti che tu, Mamma, amavi poco, ma ne parlavi. Mi mettevate a letto, e ancora chiedevo. Chi c’era vicino rispondeva con la sua diversa modalità del porgere, in quella lingua che era così bella e dolce. Imparavo vocaboli nuovi, con significati spesso oscuri perché si riferivano ad azioni e cose che non c’erano più attorno e tantomeno in città. Così immaginavo, mettevo assieme con le illustrazioni dei libri di scuola, ancora così ingenue in quell’Italia che era mezza agricola e mezza industriale, mezza ricostruita e mezza ancora a pezzi. E così alle vostre storie aggiungevo altre storie, fatte di mestieri antichi, di luoghi che certamente si perdevano oltre le mura. Erano luoghi di cui raccontavate, spesso molto distanti oppure vicini, ma ben oltre l a mia esperienza, fatta di poche strade e di un grande parco e quindi potevano essere ovunque, su una stella o sulla luna che non sarebbe cambiata la distanza. Le storie di cui Vi chiedevo erano sui parenti, su chi era venuto prima, oppure sulle Vostre vite. Degli anni in cui eravate ragazze, dei lavori fatti, dei viaggi che erano stati emigrazioni, anche se non sapevo cosa fossero per davvero quelle città, quei laghi, quello spostarsi e andare stabilmente altrove. Ogni storia veniva ripetuta e non mi bastavano mai i particolari. Certo il quadro era chiaro, ma neppure le conclusioni erano così ferme da non essere oggetto di nuove precisazioni.

Andando a letto sentivo il fresco delle lenzuola d’estate e il freddo che s’annidava in casa d’inverno. Mi piaceva l’inverno e sapevo che i piedi, in fondo alle coperte, avrebbero trovato, dentro il suo sacchetto di lana una sorpresa calda. Era una borraccia d’alluminio piena dell’acqua che aveva una storia anch’essa. Aveva attraversato un deserto, seguito un viaggio immane fatto di pericoli che ora non c’erano più. Così serviva ad altro e la stufa in cucina, forniva l’acqua bollente che l piedi cercavano, felici di un calore che risaliva per tutto in corpo. Sopra e sotto il pigiamino di fustagno.

Dicevo ‘ancora’, alle Vostre storie, quando già il respiro s’allungava, gli occhi erano chiusi e i sogni irrompevano nella testa, riempiendola di strane fantasie che al mattino ancora non svanivano. I vostri racconti portavano a nonni che erano perduti nel secolo trascorso, raccontavano di inverni in cui non solo i canali, ma persino la laguna era ghiacciata. Parlavano di fatti accaduti nel silenzio delle notti e di fughe sotto i bombardamenti, di città straniere che parlavano in modo strano, di persone che si erano perdute e poi erano state ritrovate. Voi, le mie donne di casa eravate una fonte inesauribile di storia vissuta che non si trovava nei libri, che potevo confrontare con i racconti dei miei amici nelle pause di gioco. Che potevo persino vedere in quella chiesa enorme in cui giocavamo e che era stata distrutta dal bombardamento del ’44. Per le strade o in campagna, quando si facevano gite con tutta la famiglia allargata agli zii e ai cugini, vedevo i carretti con le ruote alte, i campi arati, gli animali nella stalla che confinava con la cucina. Ma questi erano particolari che stabilivano la distanza perché sia la Mamma che la Nonna non erano contadine e ci tenevano alla condizione di essere vissute in città. Come fosse un titolo nobiliare da esibire anche nella lingua che diventava più ricca e ancora più dolce. Ma la campagna si infilava tra le cose d’uso. Era nelle piazze che traboccavano di verdure, di polli e animali da cortile, di farine e legumi secchi, di cesti di vimini, di stoffe grezze, di formaggi, di uova a dozzine e di carni appese sotto le volte di quello che è ancora il più antico centro commerciale del mondo. La campagna, pur assente dalle storie come protagonista, entrava in esse per le distanze, per i possedimenti dissipati, per quelle ‘onoranze’ che arrivavano in autunno come parte di un qualche resto d’eredità ora coltivato da parenti. Erano mandorle, farina da polenta bianca, fichi, uva, fagioli e piselli secchi. Mia Mamma scuoteva il capo e mia Nonna faceva lo stesso perché entrambe pensavano che chi ci mandava quelle cose era più povero di noi e se le avesse tenute per sé non sarebbe stato male, anzi. La fatica era sua e allora i racconti di quel lavorare duro nei colli, con l’asino come aiuto si mescolavano con la diaspora che c’era stata ai primi del ‘900, consumata nel tentativo di cambiare il mestiere antico ereditato nel tenere la locanda, poi risolta nei ritorni precipitosi per la guerra. La prima, quella che aveva distrutto ciò che poteva e aveva lasciato segmenti di una linea che si perdeva indietro nel tempo. A me quella linea interessava e chiedevo. Ricordavo e chiedevo a mia Nonna, ma erano storie che si arrestavano alle soglie del sonno ed erano ricche di gentilezza. Come quelle di mia Madre, così diverse e non di rado allegre, che avevano altre radici. Più vicine, quasi tangibili nella corte di cugini e zii che si riunivano nei giorni di festa dagli altri Nonni. Due donne così diverse per storia, per carattere e per modo di vedere la vita erano vissute assieme per quasi trent’anni, con le giornate condite dai caffè lunghi e dalle parole diverse: più rade quelle della Nonna, più ricche di racconti del quotidiano e della vita, quelle di mia Mamma.

Scoprii, ero già ragazzo, che entrambe, suocera e nuora, compivano gli anni lo stesso giorno e che il diverso, immenso amore che mi portavano era da festeggiare assieme. Allora, non si facevano molti regali per i compleanni e mia Nonna era la custode di un mondo che comprendeva i suoi anni, ma sentire che era per Lei quella torta o quel piccolo dono, le faceva piacere. Mia Mamma amava le feste, lo stare assieme, sorrideva e fingeva di apprezzare gli orrendi profumi che regalavo, ma le piaceva il millefoglie e quello ai compleanni non mancava mai.

In quella terra rossa che innumerevoli generazioni avevano dissodato, depurata dai sassi, resa fertile e coltivata, stavano le radici antiche, ma ancor più esse erano nei racconti che hanno formato una unità forte tra noi. Il desiderio di andare e il luogo in cui tornare. Sono i racconti che a volte cerco ancora di rimettere assieme e che sono Voi, nell’amore immenso che mi avete donato. Qualcosa passerà in avanti e in quelle radici ci sarà del vostro raccontare, pur senza saperlo. Come dev’essere in ogni storia che continua e si fa nuova.

Buon compleanno Mamma. Buon compleanno Nonna.

neanche un grazie

Dev’essere qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, troppe cose sono date per scontate. Oppure è l’invidia che porta a scartare ciò che le dà fastidio. Forse è il giudizio, che ridimensiona e toglie dalla vista ciò che viene dato senza una pretesa particolare che non sia un gesto, un sorriso, un riconoscere. Come se tutto fosse dovuto, tutto insufficiente o peggio, non avesse valore e così venisse disperso nel consueto. Quante volte accade nei sentimenti che una attesa sia delusa. Non accade con i bimbi, sempre in grado di sorprenderti e anche se non capiscono ciò che gli viene dato, magari con sacrificio, nel loro bisogno immenso di amore e di protezione, la cura la restituiscono in gesti improvvisi di affetto e di tenerezza. Ma tra adulti dopo l’innamoramento, quando l’amore si trasforma, quando cominciano le piccole perdite di attenzione, il non vedere il valore di ciò che sembra abitudine e non lo è, allora già una piccola crepa si è aperta e ciò che era equilibrato non lo è più. 

E nel lavoro, l’attenzione in più, il gesto di responsabilità che supera ogni orario, ogni retribuzione quante volte viene preteso senza essere riconosciuto. Di quegli anni ho il ricordo pieno: le difficoltà del mercato, i debitori che non pagavano, il lavoro da trovare e le lotte intestine tra soci e poi nello stesso personale, a disfare ciò che con molta fatica era stato costruito. Discordie tra persone, errori inammissibili, piccoli interessi personali e la sensazione che un ambiente prima forte e sereno, si deteriorasse dal di dentro. Perduta l’idea di essere qualcosa di unico come sentimento comune, cosa restava? Lo stipendio a fine mese. E in un’impresa, come in amore, bisogna essere unici, non fungibili, perché questo è il valore aggiunto, l’unicità che si può mettere sul mercato assieme all’onore di fare le cose per bene.

E nella politica, dove è vietato essere ingenui, non avere un’attesa personale più alta del valore vero che si può dare, come ha funzionato? Allo stesso modo, perché serve essere parte forte di un’idea, perseguirla, ma anche avere i collegamenti, costruire le amicizie, le reti, mettere assieme il consenso. Non sono spesso le opere che determinano il successo, ma il racconto di esse, l’idea di una diversità perseguita come tratto proprio, come solitudine, non è apprezzata. Avere qualcuno a cui rispondere e a cui portare consenso, funziona molto meglio che impiegare tutta la propria attenzione e impegno per qualcosa che dev’essere fatto perché serve davvero. E raccontare la verità, naturalmente la propria e chi lo fa onestamente ne è ben conscio, non porta bene, anzi mette ai margini.

Anni di mazzate, silenti e sorridenti. Anni di confine, fino a dire mai più. Non si misurano così i fallimenti, ossia ciò che non si è fatto e si sarebbe potuto fare? C’è un sistema infallibile per capire come funzionano le cose: le richieste  di favori. Funziona ovunque per misurare assieme importanza e indifferenza, e quando cominciano a rarefare le richieste, significa che già qualcosa si è definitivamente rotto. Se tutto è dovuto, allora ci si misura con se stessi e ci si chiede dove si è costantemente sbagliato. Gli errori non sono mancati, le mosse sbagliate, qualche eccessiva fiducia in sé, ma alla fine credo si possa accettare di aver vissuto come si credeva opportuno, giusto, ciò  che invece è più difficile da accettare, e questo è in qualsiasi attività o sentimento si abbia, è che non ci sia neppure un grazie. Per questo, per ciò che in misura differente capita alla gran parte di noi, bisognerebbe ricordare che una gentilezza, un gesto gratuito restituisce qualcosa a qualcuno che, magari non a noi, ma ha dato e ha bisogno di sentire che non è solo. 

 

mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

passioni

Ci sono passioni che diventano vita e, in un certo senso, lavoro. Esse prendono e in un dipanarsi continuo di scelte successive, rendono chi le prova, conoscitore dei infiniti cammini. La peculiarità ai queste passioni, perché altre ve ne sono e di altra natura, ed effetto, è il loro inesauribile prendere, accumulare nozioni, particolari, che a loro volta si combinano in conoscenza totalmente nuova.

Il cremisi di un francobollo si sposa con la misura della dentellatura e il particolare
carattere e la disposizione usata per la scritta. In fondo, a destra, si nota appena il nome dell’incisore e in trasparenza la filigrana definisce una validità e insieme la singolarità di quel pezzo che, sebben descritto ad altri appassionati, diventerà oggetto di desiderio per la poca tiratura, il timbro che l’ha annullato, la busta che è stata affrancata e spedita.
Sparisce totalmente il contenuto che quell’oggetto ha accompagnato a destinazione, esso è di fatto inutile alla passione, segno che le vite possono divergere anche
nell’accompagnarsi. Come per un francobollo, può essere una moneta, oppure un
pigmento particolare descritto assieme alla tecnica che l’ha generato.

Ho conosciuto, e sono rimasto affascinato, da esperti di araldica che con le loro parole strane e scelte, erano in grado di descrivere vite, narrare storie ed evoluzioni di casati, che a loro volta avevano costruito piccoli domini, generato figli e patrimoni, li avevano sposati e dissipati in altrettante vite che via via modificavano l’arme, aggiungevano bande, arricchivano o anche perdevano il blasone.

E ancora ho conosciuto esperti di colori antichi e moderni, buoni chimici, in grado di dare nome alla sfumatura. In grado di riconoscere granulosità, connubio e trasformazione dei materiali differenti messi assieme dopo accurate proporzioni e macinature nel mortaio, di riconoscere diluizioni con olio di lino o di altre erbe e l’intervento di componenti inusitati messi per prova o per antica conoscenza trasmessa. Colori che magari non disdegnavano l’uovo scomposto tra albume e tuorlo e che venivano poi stesi sul fondo preparato di una tavola ben lisciata e pronta a tenere il colore e farlo poi sfavillare e mutare per anni teoricamente infiniti.
Di sculture in legno per esempio trovai a Lvov un esperto, di un artista di cui non si sapeva nulla o quasi. Forse proveniente dal Sud Tirolo o dal Trentino che aveva fatto molte pale d’altare e decorazioni a figura piena o ad alto rilievo di altari nella città di Lvov e nei paesi vicini. Di queste sculture che sembravano la concreta raffigurazione della pittura di El Greco, non era rimasta che una parte e di questa, la persona che conobbi, era in gradi di illustrare l’umore che aveva accompagnato la sgorbia, il mazzuolo o lo scalpello, l’errore intenzionalmente voluto, quello riparato con segatura accuratamente incollata e ricoperta di foglia d’oro.
Poteva parlarmi dell’occhio restante di una testa che al tempo non era orba e aveva per sé riservato il lapislazzuli, scavando poi le guance in un moto di sofferenza che si rifletteva nell’occhio rimasto. Una gran parte di queste sculture era stata ammassata in una chiesa divenuta magazzino, accatastate, messe le une sulle altre oppure disposte in un nuovo ordine per creare crocchi e conversazioni tra santi e donatori, forse per irridere ciò che un tempo le aveva prodotte, nel nuovo clima areligioso post rivoluzionario. Forse per lo stesso motivo e per ignoranza, non poche di queste sculture erano state usate per scaldare le case vicine e un posto di ritrovo militare dove sostava la pattuglia di turno per la notte.
Della passione che questo professore (tale egli era nella locale importante scuola d’arte), aveva messo per rintracciare, ricomporre opere di cui si aveva labile traccia, era rimasta una piccola mostra organizzata nella città, dopo la separazione dell’Ucraina dalla Russia, e in due, ma forse erano di più, pubblicazioni malfatte che avevano preceduto la mostra e che con essa avevano avuto la pretesa di essere vendute, mentre si erano accumulate
nell’appartamento del professore e nei magazzini dell’editore.

Quest’ultimo le aveva mandate al macero dopo non molto tempo dalla pubblicazione, per cui di tanta passione, analisi e scrivere erano rimaste le copie possedute dal professore.
Questi continuava i suoi studi quando lo conobbi, ormai la passione per questo quasi
ignoto scultore, aveva assorbito ogni altra attrazione e davanti ad un caffè e a un dolce pieno di miele e noci, in una caffetteria del centro, con arredi vecchi e lampade basse ricoperte di pergamena, egli mi raccontava dei particolari dei volti, del significato del tanto scavare i corpi e torcerne le posture, di colori apposti sul legno con qualche segreto intento, mentre la figura vicina veniva solo lisciata e trata con olio di noce.
Mi parlava con un italiano parlato sui libri, che si mescolava con parole tirolesi che dovevo farmi tradurre oppure lasciavo fluire il discorso intuendone il significato.
Il suo sogno era che a quell’ignoto geniale artista fosse dedicata una mostra in Italia, che gli fossero accostati maestri coevi, che da essa venisse il percorso di idee e di forze che si erano scontrate nel passare le alpi e poi raddolcita nell’impero, ma senza rinunciare ai significati. Ecco perché quella postura poteva essere eretica a Roma, mentre lì non lo era, e quel mettere insieme santi particolari, insistere su Giacomo e sulla Maddalena, apriva uno spiraglio su una contesa che da sempre era circolata in modo sotterraneo o esplicito nella Chiesa e aveva ricongiunto arte e credere passando dai Bogomili sino ai Catari ma ancor prima radicandosi nella Camargue e nel Cammino di Santiago e ancora avanti era scesa verso il sud della Spagna, ancora moresca e risalita verso il nord della Francia.
Tutto questo era rintracciabile in opere diverse, così diceva, ed enumerava, come vi fosse stato un confluire in quella passione che lo aveva preso scoprendo e salvando sculture sino ad assorbire ogni altro interesse e farne in lui la storia di secoli e di radici che affondavano in un bujo indeterminato, ma ben orientato da cui ricevevano senso e nutrimento.
Delle passioni si dovrebbe dire il rispetto che esse meritano, dell’infinito catalogo di
conoscenza che esse generano e che viene tenuto, conservato o dissipato, per poi
riapparire in altre teste o in altre vite. E’ l’inutilità che rende grande la passione, non
arricchisce di danaro chi la prova e nel particolare scavato, scoperto, fatto proprio, rende onnipotente chi lo possiede.
Di questo parlavo con un venditore di bastoni animati di Buenos Aires, mentre mi illustrava la forma e le impugnature lavorate in avorio, in metallo o in legno di ebano o di cirmolo, che dovevano servire alla doppia funzione ovvero quella del sorreggere e quella della difesa, nel caso fosse stata estratta la lama nascosta nel bastone. Chi era con me ne comprò due e credo siano ancora nel portaombrelli vicino alla porta d’ingresso di casa sua. Poi si spostò ad osservare un finto spettacolo di tango. Io non ne presi nessuno e chiesi al venditore se potevo offrirgli un caffè nel bar d’angolo della piazza. Accettò ed entrando mi disse che in quel caffè spesso sostava Borges e che più di una volta avevano parlato assieme. Mi accompagnò al tavolo di marmo ove il grande scrittore sedeva e restava a conversare a lungo con gli amici o con la moglie che da quando ci vedeva poco lo accompagnava e mi disse il venditore di bastoni, che il poeta con la mano voleva sentire il pomello di ciò che egli vendeva, i pezzi migliori che venivano dai patrimoni disfatti nelle successive “rivoluzioni” che si erano susseguite negli anni che avevano preceduto Peron e tastava, percorreva con le dita, decifrava incisioni e intagli, descrivendo con voce bassa ciò che apprezzava.
Io guardavo dalle alte finestre, con le tende di lino ecru, aperte il necessario per far da barriera al sole, vedevo la strada che poi sbucava nella piazza, i vetri colorati di una casa d’angolo, l’albero che s’intravvedeva al centro del patio, dopo il volto d’entrata dal portone spalancato. E assentivo, chiedevo, ma la mente era in quel luogo vent’anni prima, e il lungo bancone di marmo e lo sbuffo di vapore della tonda macchina di caffè alla francese con l’aquila d’oro in cima, me lo confermava.