I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. C’è il bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere per rafforzare la propria coincidenza con il mondo. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato? Non ne vale la pena, ma se non accade matura una frattura che fa dire cose assolute in un mondo evanescente e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Non ritorna molto delle nostre posizioni e un embè seppellisce come un like. Allora tornare a noi, che conteniamo problemi e soluzioni, sembra l’unica cosa davvero giusta.
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gli amori del limite
I confini, che a nessuno davvero appartengono,
sono il luogo dove tutto accade
e resta immobile, in attesa del farsi:
lì sono gli amori del limite.
E sembra vi sia la sfida
del cercare di noi lo sconosciuto desiderio,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia,
eppure era erba,
un verde senza pensiero,
ma prefigurava una stella
dove ora s’annodano energie convergenti
e prima era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
nella stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà,
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge
mentre il sole lo rende diamante.
il giorno in cui finiscono le risorse del mondo
Le pozze s’asciugano,
per primi se ne sono andati i ragni d’acqua,
questione di densità e tensione superficiale, pare,
o forse eran troppo puliti per posare le zampette nell’acqua fangosa,
poi sono spariti gli animaletti piccoli e guazzanti,
forse son cresciuti, ho pensato,
e ora si nascondono nel verde delle piante d’acqua.
Sono rimasti pesci guizzanti, senz’ali né zampe,
affamati e prigionieri d’un tempo che non è più amico,
e ignari che oggi è il giorno in cui le risorse del mondo
gia sono consumate.
A loro basta una pioggia
per l’orgoglio di muoversi sicuri,
mentre a qualcuno di noi viene l’angoscia
di sapere dove sono i ragni d’acqua.
Inutili fedeltà
Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma è diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché esso sia differente dall’apparenza. In entrambi i casi interagiamo con esso e ciò che si produce è un poligono di volontà che genera situazioni, fatti, realtà.
E’ solo più difficile esserne consapevoli sino in fondo e trovare l’energia necessaria perché non tanto l’obbiettivo, poca cosa spesso, si realizzi, ma perché ci sia la coincidenza di noi con l’azione, o con ciò che avviene. Quindi il conformarsi al caso è un agire conformandosi a sé, accompagnati dalla coscienza di noi stessi: essere nella corrente e gestire la nostra direzione conformemente a noi. Perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati.
La lotta con il daemon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed è fatica muoversi.
Se non lo si fa, se si attende e si pensa sia solo il destino a governarci, cosa resterà di noi? Come ci assomiglieremo davvero?
Verrai solo tu a questo appuntamento,
vuoto di te,
e ancora non ti riconoscerai.
come ti vorrei
Vorremmo essere intuiti, capiti nella cura e nel desiderio. La nostra mappa semplice e poco segreta sembra palese. In fondo ciò che vogliamo è solo attenzione. Il correlato del bene.
Per ogni desiderio che si incontra, la misura della delusione oppure della sorpresa felice, è solo in noi stessi. E l’altro non capisce e ne viene sorpreso.
Il tempo giusto, la misura, l’intuizione, come in una scala di definizioni, sono elementi che emergono in quel senso di soddisfazione o di delusione che c’è nel vivere un rapporto. Questo ci dice che il per sempre è soggetto a continua verifica e che, se l’amore o il bene non sono in discussione, lo è la loro misura.
Sull’altro si proietta una grande responsabilità: quella di essere dentro di noi. In continuazione.
Così ogni rapporto è costellato da una infinita serie di piccole mancanze, di disattenzioni non volute.
Un contenitore di infinite solitudini competitive, questo pensavo, mentre guardavo persone compiersi e deludere. Compiersi e deludere sono gli estremi di un arco teso che tiene pronta l’incompiutezza, a scoccare verso il cielo o verso il cuore. A volte l’una e l’altra assieme.
le cose che non si dicono
L’appuntamento era stato improvviso. Un caffè nel bar in cui entrambi tornavano volentieri. Anche per loro conto. Non avevano un loro bar, ma tra quelli che conoscevano questo sembrava il più vicino a esserlo. Ogni volta la conversazione procedeva per cerchi, dal generico al particolare e poi nuovamente al generico. Non parlavano mai del tempo. Del caldo sì, visto che entrambi non lo amavano. Così anche quella volta non fecero eccezione. Lei aveva un vestito leggero, lui i jeans e la camicia aperta. Parlando, le dita proseguivano con rituali che entrambi conoscevano: lei allineava le briciole, componeva disegni, lui girava la tazzina cercando simmetrie che non c’erano. Sorridendo entrambi, si prendevano in giro con parole fitte di notizie e di vita, poi scartarono i regali, lei ammirò i libri e lui i dolci particolari che gli aveva portato da un viaggio recente. Lei chiese che in uno dei libri ci fosse una dedica e lui si mise a scrivere. Il tempo era passato, lei lesse in piedi mentre si alzavano per andare via. Sorrise leggendo e poi gli diede un bacio. Scherzarono prima di lasciarsi. E mentre in direzioni diverse proseguiva il pomeriggio, entrambi sapevano che non erano quelle le parole che lui avrebbe voluto scrivere e che lei avrebbe voluto leggere.
quasi una lettera
Avevo molte cose da scrivere in questi giorni, ma intanto gli eventi succedevano, toglievano tempo all’ordinato svolgersi della volontà, interrompevano i pensieri, e alla fine delle parole appuntate restavano solo pezzetti sparsi, connessioni che finivano in un ricordare sperato che non esiste. Credo che a volte si pensi che ciò che nasce per sollecitazione, o per meditare, o solo estro, sia come un lenzuolo che si ripiega nella testa e si mette in qualche cassetto profumato, e all’occorrenza pronto per essere trovato e nuovamente steso. Magari fosse così, invece quella tela così promettente si trasforma rapidamente in strisce, in lembi, con quel rumore di distruzione che fa lo strappare che alla fine lascia solo stracci.
La cosa mi disturbava e cercavo di semplificare gli impegni con la musica, le letture, le brevi passeggiate possibili, ma qualcosa continuava a bollire in testa e si compiva in parte, come accade nella caldare dove si vedono fumi e getti di fango bollente, e si capisce che qualcosa vorrebbe uscire, ma non così tanto da sbottare davvero. Così su questioni che non c’entravano con quello che mi passava per la testa, ho parlato, con delicatezza e determinazione, di cose che solitamente si tacciono, insomma cercavo di attenuare questa pressione tra il voler essere altrove e l’esserci, però questo non toglieva la sensazione di perdere qualcosa.
M’hanno detto molto tempo fa, quando scrivi sei incommentabile, non si capisce tutto e non si sa con chi parli. Avrei potuto aggiungere che magari avevano ragione, anche se non mi pareva, ma che se volevano essere pignoli, spesso mancavano soggetti e verbi, che i sostantivi erano mutevoli e che in realtà non avevo troppa voglia di farmi capire facilmente. Già, anche questo è vero, vale anche per le lettere? Come sai scrivo lettere, ma forse facendolo interrogo me stesso e vorrei essere in compagnia, oppure borbotto, curvo le parole per vedere se seguono l’arco delle idee. Se un discorso resta sospeso, forse lo finirò oppure lo farà chi legge, mi dico, o anche nessuno. Perché si devono sempre finire i ragionamenti? Mica sono una minestra, se non piace adesso si può anche non finire: non siamo più bambini e neppure troppo prigionieri delle regole. Così mi dicevo. Però intanto mi mancava il succedersi ordinato delle parole, il pensiero scritto. Mi sembrava che le parole che perdevo si accumulassero in un fondo grigio di gomma usata, cancellate dalla pagina interiore e appiccicate ai vestiti.
Avrei voluto scrivertelo con il tempo giusto. Iniziavo e mettevo da parte, perché volevo raccontarlo bene, come si fa con le difficoltà, con i bisogni se esiste una complicità che aiuta a lasciarsi andare. Le parole e i pensieri amputati sono il segno di una difficoltà, di un disordine, di un malstare che copre qualcosa. Ho iniziato più volte, e sembravano gli incipit di Calvino, e infatti dicevo di discussioni ardite o noiose, partendo dalle luci che affollavano un palco, oppure iniziavo a raccontare un pensiero che era coinciso con un percorso visto in un’occasione particolare, o ancora iniziavo da una quinta di case che mi aveva colpito per poi arrivare a toccare l’asincronia che esiste tra chi guarda e chi è visto, ed erano dei ragazzi seduti in riva al fiume che sembrava avessero molto da dirsi. Tutti pezzetti che adesso si allineavano su pezzi di carta ma che in realtà non dicevano quello che volevo trasmettere e dopo tre frasi mi fermavo, bloccato dal tempo che diventava troppo corto e dalla sensazione di noia e vuoto che mi trasmettevo per non riuscire a fare ciò che volevo. Tu potresti obiettarmi che sono signore del mio tempo, che non ho padroni, il che è vero fino a un certo punto perché gli impegni che si prendono sono un padrone severo se si risponde a se stessi. Dovrei anche dirti che in questo seguire gli eventi non è mancato il disturbo dei ricordi e delle considerazioni che questi sollevavano: le situazioni non si ripetono uguali, ma non poco s’assomiglia e la prepotenza di ciò che vorrebbe insegnarci qualcosa risiede più nel negativo delle analogie più che nelle felicità. Ma questo è un altro capitolo e divago.
Comunque volendo fare più cose sono diventato disattento, svagato e nervoso. Credo sia stato per queste disattenzioni a ciò che mi era vicino che le cose mi si sono ribellate e hanno cominciato a cadere, pizzicare, rompersi o nascondersi. Insomma gli oggetti mi lanciavano segnali e sembravano richiamarmi a un maggiore rispetto per le priorità che facevano bene. Nel frattempo ho rotto bicchieri e scodelle, ho sparso più volte il contenuto di scatole che si rovesciavano proprio quando dovevo andar via di fretta, ho fatto qualche macchia più del solito e le dita erano perennemente annerite da inchiostri che sembravano litigare con le stilografiche. Potrei fare un bell’elenco degli oggetti in rivolta, dalle batterie dimenticate che avevano pianto dentro qualche oggetto che ora non s’accendeva più, alle scatole in equilibrio che si rovesciavano, dai libri improvvisamente necessari che si nascondevano, ai sacchetti delle spazzature che si rompevano nel tragitto verso il cassonetto, insomma ho capito che se non rallentavo ciò che mi attorniava diventava dispettoso.
Ecco di questo avrei voluto scriverti, ovvero del necessario e dell’utile, del presunto e del vero, della simpatia e dell’amore, e di chissà quant’altro. Non ci sono riuscito per mia colpa, perché ho sovvertito le priorità, ho messo un accento di necessità a cose che avrebbero potuto essere scartate, mi sono piccato di esserci più di quanto era davvero necessario. Non ho applicato il mi si nota di più morettiano, che non è proprio una baggianata se si toglie l’apparire e resta il dilemma se l’esserci o meno sia importante a noi.
Beh, di tutto questo ronzare di pensieri non scritti mi è rimasto un elenco, tanto inutile quanto suggestivo: l’allume, la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto, lo zolfo, il realgar, il cinabro e l’orpimento.
Non sono impazzito, sono minerali dai colori bellissimi e pericolosi, che sgorgano dal profondo calore della terra e mi sembravano pieni di suggestione per gli accostamenti con i nostri pensieri profondi, ovvero medicamentosi nella giusta dose, velenosi nell’eccesso della disattenzione. Quello che in fondo ho fatto, e avrei invece voluto intingere il pennino nel cinabro o nel bianchetto per dar modo alle cose di essere colorate e vere.
Qui la lettera quasi finisce perché continua, come tutte le cose che non vogliamo finiscano mai.
dopo il dibattere
Poi vengono in mente le parole che potevano essere dette, quelle che avrebbero trasformato il difendersi in un trionfo. Il dibattere sarebbe stato plasmato dall’evidenza, la retorica avrebbe funzionato a dovere, e il silenzio, oh sì, il silenzio avrebbe parlato a voce così alta da lasciare ammutoliti. E invece il confronto si è risolto in un insieme di frasi smozzicate, di voci sovrapposte, di argomenti annegati in un mare di inutili parole. Tutto ha perso il segno della ragione e mentre doveva provvedere la calma, alla moda televisiva, il discutere si è trasformato in baruffa: nella confusione nessuno ha vinto, ma già questo per qualcuno era un successo. Ed è sembrato che mentre si spegneva il dibattere in un ronzare di parole, queste fossero un confuso nido di vespe, inutili e pronte al prossimo veleno.
lezióso
Sovrabbondante di grazia e di dolcezza, il lezióso sta nel discorso che vuol essere seduttivo, nelle cose di cui abbondano gli scaffali delle case che si mostrano, nelle riviste di architettura e di interni. Spesso c’è il riuso degli oggetti, ora portati ad altri fini che non siano quelli per cui sono nati.
Se l’oggetto è usato dall’artista rivela un altro modo di vedere (Picasso, Duchamp, Hirst e i tanti che rovesciano lo sguardo), diversamente accade nelle case dei bricoleur che meravigliano mostrando abilità dimenticate.
Ma c’è un altro modo di rovesciare lo sguardo, riempirlo di meraviglia fugace, e qui arriva la leziósità o il suo pericolo. Essa alligna nei loft arredati dall’architetto alla moda, diventa un ripetersi di assonanze. Dopo la prima contenuta meraviglia tutto scema in un ridondare di dolcezze eccessive. La definizione della leziósità è nella grazia esagerata e quindi innaturale, insomma nell’eccesso dell’ammiccare.
Mentre nel vedere essa è percepibile, la leziósità in politica , è più subdola, prende un altro nome diventa story telling, ovvero l’arte di mostrare le cose non nella loro realtà d’uso ma in una immaginifica alternativa possibilità.
La cosa in comune tra le leziósità degli arredatori e quelle della politica è nel costo spropositato con cui viene venduto qualcosa che non solo è vecchio ma essendo messo in una funzione che non è la sua presto tornerà ad essere inutile.
p.s. e la mia leziosità è dimostrata dal voler mettere quell’accento acuto sulla o, mentre Keith Jarret non è lezioso, ma solo grande.
tutto dovuto?
Sbriciolo pochi ricordi tra le dita,
passeri e colombi si gettano voraci:
mangiare non è condividere.
Resta l’essenza, il rosso nastro,
sottile di ciò che non è,
non bisogna dolersi, è la vita,
quella che fa capire che avanti e oltre
son differenti percorsi,
righe di luce e di tenebra,
divenute diffrazioni per palpitare la retina,
di fantasie e realtà.
Piano emergono indizi,
un puzzle si compone in una traccia,
dove scorre la luce.
I ricordi sono merce scomoda,
da maneggiare con l’accuratezza delle rose,
profumo, gambo, colore, smorzando le spine,
e dovrei dire che quel pulviscolo
che ora m’attornia,
è quel ch’è rimasto.
No, non è tutto dovuto.