quasi una lettera

quasi una lettera

Avevo molte cose da scrivere in questi giorni, ma intanto gli eventi succedevano, toglievano tempo all’ordinato svolgersi della volontà, interrompevano i pensieri, e alla fine delle parole appuntate restavano solo pezzetti sparsi, connessioni che finivano in un ricordare sperato che non esiste. Credo che a volte si pensi che ciò che nasce per sollecitazione, o per meditare, o solo estro, sia come un lenzuolo che si ripiega nella testa e si mette in qualche cassetto profumato, e all’occorrenza pronto per essere trovato e nuovamente steso. Magari fosse così, invece quella tela così promettente si trasforma rapidamente in strisce, in lembi, con quel rumore di distruzione che fa lo strappare che alla fine lascia solo stracci.

La cosa mi disturbava e cercavo di semplificare gli impegni con la musica, le letture, le brevi passeggiate possibili, ma qualcosa continuava a bollire in testa e si compiva in parte, come accade nella caldare dove si vedono fumi e getti di fango bollente, e si capisce che qualcosa vorrebbe uscire, ma non così tanto da sbottare davvero. Così su questioni che non c’entravano con quello che mi passava per la testa, ho parlato, con delicatezza e determinazione, di cose che solitamente si tacciono, insomma cercavo di attenuare questa pressione tra il voler essere altrove e l’esserci, però questo non toglieva la sensazione di perdere qualcosa.

M’hanno detto molto tempo fa, quando scrivi sei incommentabile, non si capisce tutto e non si sa con chi parli. Avrei potuto aggiungere che magari avevano ragione, anche se non mi pareva, ma che se volevano essere pignoli, spesso mancavano soggetti e verbi, che i sostantivi erano mutevoli e che in realtà non avevo troppa voglia di farmi capire facilmente. Già, anche questo è vero, vale anche per le lettere? Come sai scrivo lettere, ma forse facendolo interrogo me stesso e vorrei essere in compagnia, oppure borbotto, curvo le parole per vedere se seguono l’arco delle idee. Se un discorso resta sospeso, forse lo finirò oppure lo farà chi legge, mi dico, o anche nessuno. Perché si devono sempre finire i ragionamenti? Mica sono una minestra, se non piace adesso si può anche non finire: non siamo più bambini e neppure troppo prigionieri delle regole. Così mi dicevo. Però intanto mi mancava il succedersi ordinato delle parole, il pensiero scritto. Mi sembrava che le parole che perdevo si accumulassero in un fondo grigio di gomma usata, cancellate dalla pagina interiore e appiccicate ai vestiti.

Avrei voluto scrivertelo con il tempo giusto. Iniziavo e mettevo da parte, perché volevo raccontarlo bene, come si fa con le difficoltà, con i bisogni se esiste una complicità che aiuta a lasciarsi andare. Le parole e i pensieri amputati sono il segno di una difficoltà, di un disordine, di un malstare che copre qualcosa. Ho iniziato più volte, e sembravano gli incipit di Calvino, e infatti dicevo di discussioni ardite o noiose, partendo dalle luci che affollavano un palco, oppure iniziavo a raccontare un pensiero che era coinciso con un percorso visto in un’occasione particolare, o ancora iniziavo da una quinta di case che mi aveva colpito per poi arrivare a toccare l’asincronia che esiste tra chi guarda e chi è visto, ed erano dei ragazzi seduti in riva al fiume che sembrava avessero molto da dirsi. Tutti pezzetti che adesso si allineavano su pezzi di carta ma che in realtà non dicevano quello che volevo trasmettere e dopo tre frasi mi fermavo, bloccato dal tempo che diventava troppo corto e dalla sensazione di noia e vuoto che mi trasmettevo per non riuscire a fare ciò che volevo. Tu potresti obiettarmi che sono signore del mio tempo, che non ho padroni, il che è vero fino a un certo punto perché gli impegni che si prendono sono un padrone severo se si risponde a se stessi. Dovrei anche dirti che in questo seguire gli eventi non è mancato il disturbo dei ricordi e delle considerazioni che questi sollevavano: le situazioni non si ripetono uguali, ma non poco s’assomiglia e la prepotenza di ciò che vorrebbe insegnarci qualcosa risiede più nel negativo delle analogie più che nelle felicità. Ma questo è un altro capitolo e divago.

Comunque  volendo fare più cose sono diventato disattento, svagato e nervoso. Credo sia stato per queste disattenzioni a ciò che mi era vicino che le cose mi si sono ribellate e hanno cominciato a cadere, pizzicare, rompersi o nascondersi. Insomma gli oggetti mi lanciavano segnali e sembravano richiamarmi a un maggiore rispetto per le priorità che facevano bene. Nel frattempo ho rotto bicchieri e scodelle, ho sparso più volte il contenuto di scatole che si rovesciavano proprio quando dovevo andar via di fretta, ho fatto qualche macchia più del solito e le dita erano perennemente annerite da inchiostri che sembravano litigare con le stilografiche. Potrei fare un bell’elenco degli oggetti in rivolta, dalle batterie dimenticate che avevano pianto dentro qualche oggetto che ora non s’accendeva più, alle scatole in equilibrio che si rovesciavano, dai libri  improvvisamente necessari che si nascondevano, ai sacchetti delle spazzature che si rompevano nel tragitto verso il cassonetto, insomma ho capito che se non rallentavo ciò che mi attorniava diventava dispettoso.

Ecco di questo avrei voluto scriverti, ovvero del necessario e dell’utile, del presunto e del vero, della simpatia e dell’amore, e di chissà quant’altro. Non ci sono riuscito per mia colpa, perché ho sovvertito le priorità, ho messo un accento di necessità a cose che avrebbero potuto essere scartate, mi sono piccato di esserci più di quanto era davvero necessario. Non ho applicato il mi si nota di più morettiano, che non è proprio una baggianata se si toglie l’apparire e resta il dilemma se l’esserci o meno sia importante a noi. 

Beh, di tutto questo ronzare di pensieri non scritti mi è rimasto un elenco, tanto inutile quanto suggestivo: l’allume, la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto, lo zolfo, il realgar, il cinabro e l’orpimento.

Non sono impazzito, sono minerali dai colori bellissimi e pericolosi, che sgorgano dal profondo calore della terra e mi sembravano pieni di suggestione per gli accostamenti con i nostri pensieri profondi, ovvero medicamentosi nella giusta dose, velenosi nell’eccesso della disattenzione. Quello che in fondo ho fatto, e avrei invece voluto intingere il pennino nel cinabro o nel bianchetto per dar modo alle cose di essere colorate e vere.

Qui la lettera quasi finisce perché continua, come tutte le cose che non vogliamo finiscano mai.

 

 

 

12 pensieri su “quasi una lettera

  1. Le cose a volte ci si rivoltano contro…è vero. A me capita spesso tanto da essere soprannominata “l’antimateria” 😊. Buona giornata Roberto.

  2. E’ tuo lo spazio, devi scrivere quello che vuoi, raccontare quello che senti, e scrivere lettere a chi vuoi. E parlare della bellezza e dei colori di certi minerali, è come descrivere il suono del mare, perché non si dovrebbe fare se uno è questo che sente di dover postare?

  3. Chi ti ha scritto che sei incommentabile, evidentemente non aveva altri argomenti o capacità di esprimerli.
    Perchè la tua scrittura è talmente potente e iconica che suggerisce commenti a bizzeffe e riflessioni e introspezioni.
    Quindi fregatene e continua a racontarti e a raccontarci le cose della vita.
    Buongiorno, Roberto.

  4. Poche cose in questa vita sono intime come una lettera. Come la voglia vera, necessaria di scrivere una lettera ad una persona – ideale, vera – poco importa. Scrivere è in qualche modo far parlare i nostri frammenti in pensieri alati, quotidiani che divengono e divergono in continuazione.
    Lasciando comunque un punto fermo per volerli appunto far arrivare, condividere.

    Pensieri che sappiamo ci potrebbero svelare e rendere fragili, incompresi forse derisi in ogni caso veri sempre.

    Uno sguardo sempre ammirato verso chi riesce a scrivere di altro parlando di sé; e a me che forse imparo ogni giorno a leggere tra le righe.

    Buona giornata
    .marta

  5. L’unico motivo per cui si potrebbe dire “sei incommentabile” è perché di fronte a certe tue rflessioni così personali ogni commento appare vano…..un di più futile di cui non c’è al cun bisogno 🙂

  6. Caro Daniele, è quello che faccio. Scrivo quello che voglio, mi sorprendo se non tutto è capito, ma non cambio. Ovvero cambio ma non liscio il pelo al gatto. Poi mi piacciono i colori e qualche elemento chimico mi ricorda una mia abbandonata formazione in quel campo.

  7. Buona sera José, continuerò a raccontare quello che mi passa per la testa. Non tutto naturalmente. Sull’incommentabilità mi sorprendo, come mi sorprende il sapere che persone conosciute per altri motivi, mi leggono. Questo è uno stimolo ad assomigliare, e quindi a dire ciò che sono, penso, faccio. Da uomo di provincia e senza pretese di chissà quale verità.

  8. Hai colto un aspetto dello scrivere lettere, Marta, che sento profondamente. Mi piace scriverle perché le considero un angolo intimo in cui si può parlare con confidenza. E tu che leggi tra le righe diventi sempre più brava. 🙂

  9. Mi piace la tua presenza Silvia, discreta e partecipe. E’ vero che le mie riflessioni sono personali, ho imparato che generalizzare serve solo per condursi, una sorta di pregiudizio di cui non bisogna abusare. Certo, mi piace sentire cosa dicono gli altri, moltissimo, anche perché ci si legge nello sguardo altrui. 🙂

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