scarpe rosse

Tra i colori,
tu pensi il rosso
difficile, spesso sguaiato di cuore,
da tenere per poche tumultuose occasioni,
E invece ti racconto
d’aver visto due scarpe allineate sull’ asfalto.
Erano strane nel loro ordine,
come stessero per andare,
eppure stanche,
consunte di tempo e abbandonate,
ma rosse,
come la passione di chi le aveva accese,
fatte correre incontro a una speranza,
messe in punta di piedi per unire insieme le bocche:
l’ una rossa di spavalda accuratezza
l’altra, troppo a lungo serrata, nel raccontare le verita del cuore.
Di quelle scarpe risaltava l’asfalto,
il suo grigio passar d’auto e di storie,
eppure ogni ruota rispettava,
quel rosso che voleva ancora andare,
come si tien da conto un sogno
che ancora non s’è sognato.

appunti sull’ordine

Ammiro l’ordine tuo rigoroso,
lo continui in pareti pastello,
nei libri in attesa,
ben distinti da quelli già appresi.
ti accompagna una scelta corte di cose
che attendono il tuo cenno e volere.
Ammiro la tua agenda nel tavolo, sola,
le caselle con i nomi accennati,
gli orari di color lineati,
in obesi caratteri, a margine, note.
Sono annuncio di appuntamenti già dati,
giorni che scorsero e riposano quieti:
li penso governati ed amati.

Il mio ordine sparso
è luogo di tempeste furiose,
di colpe notturne,
di bulimiche scritture sconfitte,
i libri s’accumulano, le pile si sorreggono mute,
rifletto, respingo le ragioni sensate,
convivo con geometrie di senso
dai desideri create.
Non si può chiedere troppo all’ingegno
comunque ci è stato donato,
e non trovo colpa
nell’innamorarsi del volo e dello scavo,
nel correre l’insaziabile orizzonte,  dischiudere porte,
vedere luci mai osate    
capire,
sapere che tutto il poco raggiunto
è meno di quanto ci sarebbe bastato. Aggiungere desideri
a quelli non ancora esauditi
e poi non trovarsi smarrito.
Ma nel tuo pensiero mi riposo,
riconosco le geometrie del governo
delle cose e dei cuori,
le penso come le carte di Alice:
i battaglioni affiancati della regina di cuori che avanzano lieti
e divorano il tempo.
Il tuo che ordinato si offre
con un piacere che azzurra i pensieri,
mentre il mio s’attorciglia e nasconde,
d’infinito s’illude
esagera, ride, dispera e rispera.
Un sasso che s’arrotonda nel flusso,
a volte è felice, di tanto inconsistente sentire,
e nel curioso conoscere
abbandona piccole parti di sé,
all’acqua e all’aria senza nulla richiedere.
In questa sera che accumula notte
e genera stelle
mi chiedo se a te accade
di donare il tuo ordine
lieta di riceve scomposte parole.
O forse è nei tuoi sogni che succede
di lasciare che l’ordine fugga
e come un cane d’autunno
possa godere delle foglie in cui rotolare.

un cane abbaia nella notte

Un cane continuamente abbaia.
né vicino né lontano,
da ore è lui la notte per chi veglia.
Instancabile continua,
ferma un attimo,
per illudere silenzio e cuori,
poi ricomincia.
Nella solitudine che lo travolge,
non c’è mattino,
e nessuno lo consola dalle strade.
Sente lontano qualche auto,
fari che scrutano case, alberi bruni,
verde d’erba diaccia,
e un branco di betulle sotto la collina.
Chi veglia con lui scava nella notte,
vede spettri diurni delle cose,
funzioni che attendono il mattino.
Ma ora sono livide e silenti,
attonite nello sguardo che le vede,
impudiche si mostrano
solo per essere parvenza, forma e cosa.
è un attimo,
poi la notte abbraccia
e sparge nella mente il buio.  

minori vanità

In quell’attività dell’anima,
ch’è scrutare nel mio specchio,
vedo segni del tempo,
un lampeggiare d’occhi,
i tratti che conosco,
ma anche il me che m’è sfuggito.

Allora indugio nei pensieri,
le tracciate mappe, i solchi,
ricordo e seguo:
è lieve il dito e sfiora,
ascolta ancora il dire,
delle oggettive vanità.

Chi mi vede, scivola su tutto questo,
chissà che cerca,
ma anch’io mostro l’ardire,
d’esser sopra il ripiegar la schiena
e tengo per me, e per pochi altri davvero,
il senso di quelle strade
che costante indago.

Di tanti anni, e ripetuti errori,
un po’ per volta m’è uscito il riconoscere
(il ricordo è così mutevole e creativo),
che a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Il pensiero si sospende e più non guarda,
sente il sapere
che una mano ancora lascia impronte di calore sulla mia.

Ed è un andare,
nel guardare ancora,
andare in scelta compagnia,
andare e restar qui,
in cerca di me stesso.

della necessità dell’irrazionale

coincidere

inizia ottobre non sprechiamolo

la sera arriva sempre più presto

era passato mezzogiorno

dici: non ho tempo per vivere come vorrei