E’ sera di tanto muovere le cose e di capire, ora ho stanchezza. Nostalgia dei miei scaffali, delle pagine bianche, di ciò che sarà e adesso è meno che pensiero. Un singulto d’intuizione che non si forma, ancora, ma paziente attende confonde il tempo delle cose. Assenza, e lo sguardo punta ad est, dove già nata è la notte e vive il cuore del sole ancora nuovo. Una transitoria tranquillità m’ha preso come un torpore d’ambra E sento che il mio tempo sussurra nel silenzio: hai preteso e ora vedi la misura, cosa chiederai ai tuoi giorni?
Indifferente il mandorlo è fiorito senza pena, ha sparso fiori rosa sull’ indecisa salvia, e sulle margherite a indicare la strada e il buono che dovrà accadere. La stagione s’è rimessa in moto, a ciascuno per suo modo s’è scosso il meditare che guardava a terra e lo sguardo s’è proteso al cielo.
Nella sera isole a navigare, sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi, tra tintinnare di rami e foglie nuove, e chiedono all’universo di scorrere come accade alla vita che si guarda mentre si vive.
Mentre il tempo scorre il suo futuro, il presente somma volontà voraci, ma è solo questione di misura e in questo andare lento dove tutto si sospende quiete è fare il giusto, lasciare lo sguardo al petalo che cade mentre il vento scrive desideri che s’infrangeranno sui selciati.
Anime che cadono in vortici a spirale, sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite, immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.
Insinua orrende storie. ride dell’amore e dei sogni, che ancora raccontano trame intessute d’aghi di pino, altro vento graffia intonaci e rompe le illusioni perifrasi di vuoto. Dopo ha aperto una porta, sbattuto una finestra, ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.
Qui la notte è tiepida di pace, nel vicolo una bottiglia di plastica corre , giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri, è solo vento che pulisce l’aria, rimette ordine, sparpaglia carte mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno.. È la primavera che musica le case, porta pezzi di note, si lascia derubare dagli sguardi, nello svolazzare di gonne e di cappotti. Dentro al bar, guardo oltre la vetrina. Aspetto, mi parlano, e sento le parole che vanno via nel vento, senza traccia, né memoria. Resta il pensiero d’un altrove fatto d’eguali dove le speranze vengono spente come in una maledizione che rovescia e schiaccia nella polvere, le candele accese.
Ho mani grandi, che hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono teneri, non a tutti i pesi indifferenti, come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre, precise e ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, ci amava forte senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, belle e morbide, le mani, use a onorare la fantasia d’ogni concretezza. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e all’affetto, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Nel loro suono collocava le parole, figurine d’album dal profumo di violetta e sorprendeva senza parere, il sogno. Dell’amore, nella casa, nulla lesinava così il bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che fioriva anche d’inverno. Nella febbre di bambino rinfrescata era la fronte, nelle prime lettere, il pennino sostenuto e accompagnato, dopo un giorno di corse e giochi, polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza e la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo d’ognuno converge, mescola e s’unisce, accade in una carezza del profondo nostro universo che non teme di generare un sole.
Credo alla carezza del vento che accompagna nell’aria le foglie, credo all’acqua che canta mentre gentile riga la terra, credo alle radici che abbracciano l’oscuro e la roccia mentre nutrono il cielo di verde. Credo alla fossile spirale innalzata dal mare per essere pietra di cima, credo nel respiro della notte stellata che ristora lo sguardo stanco del giorno. Credo negli orizzonti che mutano al tramonto e risorgono all’alba vestiti a festa dalle stagioni. Credo nel rispetto che ascolta e che guarda mentre mormora un canto, tra labbra che sperano, ed è quasi una grata preghiera.
Questo cielo, che piove luce grigia, pesa sui rami spogli, distilla gocce che bagnano le erbe stanche di verde, di freddo, di occhi che non vedono né curano. Sarebbe colore di ritratto questo grigio che si stende, opera d’ombre e sollievo per un viso intento, qui è il riposo della passione, che sente la fatica del giorno e del domani incerto. La parentesi che spegne lo sguardo ancora vede oltre le palpebre socchiuse e sussurra… tregua, perché combattere non finisce mai.
Per prati cosparsi di bianco, bagnati di luna e di neve, preghiamo la terra ed il cielo, perché s’uniscano, anche in questa patria sacra di fatiche e d’acque lustrali, e sia a loro offerto il nostro sentire d’essere molti fino al cuore del mondo. Forse l’ansia del cuore non reggerà la luce di casa, il suo tornare all’umano dire con l’abbraccio dell’amore e del fuoco. E così la fatica del pensiero nell’aria e del buio, sarà infranta. Oppure no e appena oltre i vetri d’una casa, deposti i timori e l’intuizione dell’oltre, basterà per un poco, lasciarsi andare, stanchi di camminare fino al dolore. Nel silenzio caldo, allora, porre lo sguardo al cielo, che amorevolmente accudisce e spinge l’amore sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.
Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.
Fuori c’era il sole limpido rosso di pomeriggio come il viso dopo una corsa di bambini, il vento accarezzava con piccole raffiche fredde e tra l’una e l’altra, c’era illusione che fosse ormai quieta la gelida tramontana, ma gli abeti si scuotevano, e i faggi vibravano, in una danza dionisiaca d’elfi giganti intenti a sciupare vita e ultime foglie. Mucchi di rametti secchi, lasciati dall’autunno attorno ai tronchi con foglie e aghi si disperdevano in colonne e mulinelli danzando le raffiche di vento. Guardando questo inverno ancora povero di neve attorno ai ricordi m’aggiravo e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato, come in uno specchio d’acqua che si confonde per il salto d’una rana, e poi ritorna immoto sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni, fatti d’abitudini e di gesti, ma ancora imprevedibili nel vento del presente, e scordati nel loro risultato, stupiva la radio che parlava ancora della forza del più forte e del suo arbitrio, e di Venezuela come se l’uomo non fosse speranza e attesa, desideri e carne. Usando degli affini il noi, desideravo l’abitudine e del mondo giustizia e quiete per le certezze d’umana identità e il nuovo che in essa si produce. Intanto chiuso s’era il tramonto e nel tiepido del forno tra i pensieri densi infornavo il pane solo per avere un profumo amato e un porto a cui approdare.
Sono rune le emozioni d’inverno, calligrafie che cercano chiarezza, s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve che cercano nutrimento per aggiungere del tempo. Nell’invenzione del futuro s’è cancellato il presente, e la speranza porta fatica al nuovo giorno, attendo si ricomponga un disegno, un linguaggio di poche parole. limpide di chiarezza e semplici da dire.