Credo alla carezza del vento che accompagna nell’aria le foglie, credo all’acqua che canta mentre gentile riga la terra, credo alle radici che abbracciano l’oscuro e la roccia mentre nutrono il cielo di verde. Credo alla fossile spirale innalzata dal mare per essere pietra di cima, credo nel respiro della notte stellata che ristora lo sguardo stanco del giorno. Credo negli orizzonti che mutano al tramonto e risorgono all’alba vestiti a festa dalle stagioni. Credo nel rispetto che ascolta e che guarda mentre mormora un canto, tra labbra che sperano, ed è quasi una grata preghiera.
Questo cielo, che piove luce grigia, pesa sui rami spogli, distilla gocce che bagnano le erbe stanche di verde, di freddo, di occhi che non vedono né curano. Sarebbe colore di ritratto questo grigio che si stende, opera d’ombre e sollievo per un viso intento, qui è il riposo della passione, che sente la fatica del giorno e del domani incerto. La parentesi che spegne lo sguardo ancora vede oltre le palpebre socchiuse e sussurra… tregua, perché combattere non finisce mai.
Per prati cosparsi di bianco, bagnati di luna e di neve, preghiamo la terra e il cielo, perché s’uniscano, anche in questa patria solo dall’acqua bagnata, e sia profondo il nostro sentire fino al cuore del mondo. Forse l’ansia del cuore non reggerà la luce di casa, il ritorno all’umano, col calore delle parole, conosciute e familiari, e così la fatica dell’aria e del buio sarà infranta. Oppure no e appena oltre i vetri d’una casa, deposti i pensieri e l’intuizione dell’oltre, questo basterà per un poco a lasciarsi andare, stanchi di camminare fino al dolore. Nel silenzio caldo, allora, porre lo sguardo al cielo, che amorevolmente accudisce e spinge l’amore sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.
Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.
Fuori c’era il sole limpido rosso di pomeriggio come il viso dopo una corsa di bambini, il vento accarezzava con piccole raffiche fredde e tra l’una e l’altra, c’era illusione che fosse ormai quieta la gelida tramontana, ma gli abeti si scuotevano, e i faggi vibravano, in una danza dionisiaca d’elfi giganti intenti a sciupare vita e ultime foglie. Mucchi di rametti secchi, lasciati dall’autunno attorno ai tronchi con foglie e aghi si disperdevano in colonne e mulinelli danzando le raffiche di vento. Guardando questo inverno ancora povero di neve attorno ai ricordi m’aggiravo e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato, come in uno specchio d’acqua che si confonde per il salto d’una rana, e poi ritorna immoto sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni, fatti d’abitudini e di gesti, ma ancora imprevedibili nel vento del presente, e scordati nel loro risultato, stupiva la radio che parlava ancora della forza del più forte e del suo arbitrio, e di Venezuela come se l’uomo non fosse speranza e attesa, desideri e carne. Usando degli affini il noi, desideravo l’abitudine e del mondo giustizia e quiete per le certezze d’umana identità e il nuovo che in essa si produce. Intanto chiuso s’era il tramonto e nel tiepido del forno tra i pensieri densi infornavo il pane solo per avere un profumo amato e un porto a cui approdare.
Sono rune le emozioni d’inverno, calligrafie che cercano chiarezza, s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve che cercano nutrimento per aggiungere del tempo. Nell’invenzione del futuro s’è cancellato il presente, e la speranza porta fatica al nuovo giorno, attendo si ricomponga un disegno, un linguaggio di poche parole. limpide di chiarezza e semplici da dire.
Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? C’erano le circostanze, il caso fece il resto. Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare. Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra. All’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare . Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno. Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute. Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. Forse l’ urgenza ormai non era più tale. Tutto sembrò acquietarsi e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce. Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi. Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi. Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire. If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.
È lo sfogliare quieto del catalogo già visto, la vita scorsa: figure e tratti di discorso attirano interesse e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato. Ozio pensoso per il freddo sabato che già novembre saluta e fugge dalla calca e dalle luci delle feste.
Il giorno s’addensa nel tramonto freddo del colore pieno che riga l’orizzonte, è l’aria limpida che lo scrive e porta il sospiro lieve della notte. Poi sarà il laborioso sonno a traboccare dove tessono I fili mai tessuti e le trame inusitate. Storie dal senso arcano di figure amate, sicure di sé interpellano, tra enigmi ed emozioni.
Ci penserà il mattino, con luce piena e fretta di pulire, a cancellare quel dirsi perentorio e senza luogo. Ma cosa sono quelle briciole rimaste? Colori e pezzi di vissuto da spargere nel giorno, come coriandoli di festa all’usato nuovo che già urge l’attenzione.
Decifro le mie vecchie annotazioni contendono il margine nei libri, hanno il candore degli anni, tremori inutili di senso. Le parole hanno scadenze e paure, e il significato è voragine ma spalanca fondi luminosi, e vedersi può accogliere il limite, il suono che non torna, ricordare il sussurro che fioriva e arricciava il labbro mettendo il pensiero nel sorriso.
E ora ciò che è stato è aria, traccia che conduce, come il profumo della rosa impavida che solitaria affronta l’inverno,
Dallo zaino riposto esce un rivolo di sabbia, l’odore di battigia e il profumo del sole sulla pelle, tutto congiura lieto nel pensiero d’un allora diverso e stato.
Apprestarsi al meriggio, fidando nei gesti appresi e all’avaro pensare, al fraintendere che è richiesta. Scorrono semi d’intuito, scintille che non appiccano fuochi, e anelano aria pulita, come la mano che sente dell’acqua la carezza ne scioglie gl’innumeri fili. È così l’aria che di noi serba impronta e mescola allegra ignare persone, e non conosce la direzione del caso ma avvolge di refoli tiepidi la pelle, il viso, il corpo che l’accoglienza indiscreta. Così è la luce, e il sospendere la penna sul foglio, aspettando che la parola si colmi, mentre è il senso che riempie e ferma ogni tempo, lo confonde, lo quieta. Dolce e inerme, è il restare, sospesi e inconclusi come ogni buono che ci attende.