giornali

Da anni, in edicola, compro solo giornali nazionali, il quotidiano locale  lo leggo al bar, di fretta con il caffè e quello che sbircia da dietro. Il poco che vedo mi basta, ormai sono uno specialista: trattengo poco perché c’è poco da trattenere. I giornali locali sono troppo ricchi di fatti, hanno titoli costantemente costantemente fragorosi che alla fine lasciano vuoti. A parte i necrologi, in realtà non c’è nessuna notizia che resti. E capisco la fatica di riempire ogni giorno pagine di notizie, sapendo che quello che accade è rumore di fondo, importante per pochi, e soprattutto fatto di cose che la città già conosce.  Un compito eroico attrarre un’opinione distratta che s’occupa d’altro e sa che le decisioni vere vengono prese altrove, forse per questo sui titoli ci danno dentro con i titoli. Nelle città medie quelli che contano si conoscono tutti, e ben oltre le notizie che si leggono, ciò che accade, trabocca e serpeggia tra le piazze, nei caffè, sui sagrati delle chiese, luoghi ben più informati del giornale e che passano le informazioni travestite da domande: hai sentito che… ma è vero che…

Così alla fine il mestiere si piega a questo curiosare, alla chiacchiera, alle  infinite interviste e conferenze stampa che annunciano cose importanti, sì, ma a dimensione e memoria locale perché per i destini della nazione, qui, non c’è nessuno di davvero importante e se per caso c’è, vista l’aria, quasi sempre emigra.

Allora si compra, per leggerlo a casa, il giornale nazionale, dove il rumore della notizia è più rado, le sezioni quasi immutabili, ma dà più speranza del capire dove si è, cosa si decide davvero e poi fa più fino. Però mi capita di confrontare giornali di 4 e più anni fa e se non si legge la data, gli articoli sembrano scritti ieri. Credo dipenda dall’immutabilità dei protagonisti, ma anche i giornalisti non scherzano con le analisi ribollite, c’è un  déjà vu costante, un parlarsi che è autocitarsi, che seppellisce le 40 righe asciutte che vanno al cuore del problema. A chi scrive, piace scrivere e scriversi e non a caso molti giornalisti scrivono libri che sono la prosecuzione dell’articolo con altri mezzi. Insomma anche il giornale nazionale ha un conformarsi all’ambiente, ma più quieto e senza il botto costante del giornale locale. Naturalmente ci sono le eccezioni e ci sono giornali nazionali che scrivono come un giornaletto locale e pensano di essere il grande quotidiano. Lasciamoglielo pensare, è sempre accaduto.

Nel giornale che abbiamo comprato, possiamo cercare a lungo, ma a parte qualche rara notizia che cambia qualche vita importante, oppure ne cambia molte, le parti più movimentate sono quelle sportive. Diciamocelo, la politica annoia, o è un bollettino quotidiano di sberle oppure un parlarsi tra alieni. Restano le notizie dal mondo, che però dipende sempre meno dalle decisioni nazionali e la parte culturale, quella che un tempo era la terza pagina e adesso è la 32 ? la 46?, boh. Quest’ultima spesso è fatta bene, non manca mai qualcosa di curioso che solletica verso altro: siamo o non siamo un popolo di poeti e scienziati?

Così, per non pochi penso, ma non ne ho certezza, il giornale diventa altro, apre e chiude le teste in modo diverso da come si pensa dovrebbe. Ovvero con la cultura  apre la testa, il pensare in grande, ma subito preso da spavento di quanto fatto, si affretta a chiudere il lettore nella noia della ripetitività degli accadimenti non disastrosi. Cosicché subentra una presbiopia che falsa ogni prospettiva, da un lato sembra che tutto ciò che conta avvenga altrove, dall’altro si vorrebbe capire e partecipare a ciò che è più vicino.

Far capire e partecipare dovrebbe essere lo scopo  di chi scrive, e se così non è nasce un senso di straniamento: ma dove siamo davvero nati se non parlano mai a noi?

 

il giorno dopo

Si è consumata un’occasione di riflessione sul perché ci sia il desiderio di fine. Lo thanatos che accompagna la razza umana, che gira in negativo gli impulsi, le opportunità.

A parte i giulivi, il rimettere in ordine le cose, eguagliando e spianando il passato, che significa? Tutti abbiamo molto da perdere,  eppure questo desiderio occulto, scacciato, è presente nel profondo. Forse è l’esorcizzare la paura di ciò che è accaduto un tempo e di cui portano memoria i geni, o forse un senso di colpa atavico che vira verso l’oscuro, oppure ancora l’infanzia dell’umanità che è  giovane e pur parlandone molto, non conosce bene il valore della vita. Forse.

In realtà ogni giorno il nostro mondo finisce un po’, demolito da noi con costanza e leggerezza degna di ben altre imprese. Eppure è bello dire ai bambini: oggi hai un giorno tutto nuovo da vivere, vivilo, non curarti troppo del ieri. E’ bello questo pensiero e incompleto, perché ogni giorno realizziamo una piccola fine  di un pezzetto del nostro mondo, quello che serve a noi umani e a qualche altra decina di migliaia di specie mute.

Perché lo si faccia con sistematicità, smemoratezza e fiducia infinita di farla franca, non so, però accade e continua ad accadere.  E se lo si insegna ai bambini, un qualche divertimento ci dovrà pur essere. Credo sia per questo che ci si preoccupa di una fine del mondo subitanea: ci serve tempo per distruggere tutti i giocattoli che ci hanno regalato.

mi piace non mi piace

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Sembra si risolva tutto nel mi piace o non mi piace. Fellini, una palla, non mi piace, anche Dante, buono quando lo fa Benigni o Neri Marcorè, ma poi… e Visconti, mi ricordo solo il Gattopardo, quello che tutto cambia perché nulla cambi. Morte a Venezia? ancora con queste storie e basta… E gli scrittori che ci facevano studiare a scuola? per fortuna è finita. Musica classica? un mortorio, ma anche i Beatles hanno fatto da tempo il loro tempo: due ere fa.  Meglio… Mi piace.

E’ necessario avere preferenze, buttare per aria quello che ha polvere, ma cosa resta dopo quel mi piace o non mi piace? Non è forse un passare ad un successivo giudizio senza appello in una logica di consumo dove, alla fine, non resta nulla di solido, di durevole?

La mia impressione è che dalla società liquida si stia passando alla società gassosa, che il riconoscimento di valore comune si dilegui mentre subentra la logica del movimento, del consumo, del passare sempre al nuovo, all’odierno. Chi leggerà i classici, chi farà fatica su uno scrittore ostico, su un filosofo, chi si occuperà di musica passata oltre la curiosità? Andraas Schiff ha sintetizzato bene il concetto dicendo che non ci si preoccupa se le discoteche non hanno anziani, ma ci si preoccupa se non ci sono giovani all’opera o ai concerti. Doveva aggiungere che amare la musica classica o leggere Dante sembra più uno sfizio da spostati e che il non saper ascoltare o leggere modificherà la musica e la lettura rendendole sempre più un patrimonio individuale, privo di rigore o senso critico comune. Magari non è un male, però ho l’impressione di vivere in una pioggia permanente di lustrini, coriandoli, immagini che scompaiono, film di cui non si ricorda il nome, note soverchiate da altre note. Insomma un diluvio di mi piace e non mi piace che non fa una cultura comune, che non distingue ciò che è solido da ciò che è transitorio. Una sorta di percorso in cui è bandita la fatica, si soddisfa il desiderio, si passa al successivo.

Confesso che questa sensazione mi confonde, magari non è vera, magari non riesco a leggere bene ciò che sta accadendo, però una domanda si materializza: cosa sta rimanendo di questo secolo, di queste vite, cosa resta del precedente passato, cosa viene trasmesso, e soprattutto come questo influenza il futuro e il vivere ? Perché cultura comune è questo, è memoria condivisa, avere una direzione, un paradigma da demolire e da sostituire con un altro altrettanto solido, ma se manca la conoscenza comune, a chi resterà il compito di cambiare, di mandare innanzi il tutto, tenendo ciò che è bagaglio da portare?

a common man

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La comune difficoltà che accomuna credenti e non credenti in questo nodo di festività che si concentrano intorno al natale, non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto agli altri, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne, se non attraverso l’attesa che si esaurisca il periodo, molto spesso si arresta alle ragioni razionali. 

Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto sull’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità, e quanto questa si sia allontanata dall’uomo e questi non sappia bene come trattarla. Da un lato le religioni hanno espropriato la spiritualità dall’uomo e anziché liberarla, l’hanno confinata nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. Dall’altro un’operazione analoga è stata creata dal rifiuto del religioso (e delle religioni) di chi non crede, ma non riesce comunque a rispondere alle domande che gli sorgono nel trattare la propria dimensione spirituale se non attraverso la negazione dell’esistenza della struttura religiosa. Questo ragionare arriva all’ateismo per impossibilità di credere e per rifiuto, a volte resta nell’agnosticismo, e tenta  di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto può, nel razionale o ancor più nello scientismo. Comunque sia il disagio e la reattività resta.

Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi. 

Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Ed io, che nel mio essere non credente mi interrogo, cerco di trovare una via che non getti il positivo di un malessere, e oscillo tra il rifiuto del troppo che ci attornia e che sconfigge l’uomo e la ricerca di significati nei momenti che certamente non ripetono l’infanzia o il momento del meraviglioso che l’accompagna, ma piuttosto cercano l’amore che esiste attorno. Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.

p.s. come si legge, non ho soluzioni, e la riflessione continuerà, ben sapendo che non si esaurirà con il periodo: questo è uno dei temi del ben vivere, almeno per me.

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

il soggetto

Più o meno consciamente parliamo sempre di noi, di ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo, vorremmo e vogliamo. In questo flusso continuo di approssimazioni (perché anche ci chiediamo chi siamo) troviamo il filo rosso del vivere, la traccia del prima e del dopo, il senso del tempo.

Capire come agisca il tempo nel nostro parlare esplicito o silenzioso, ci darebbe una scansione dei passaggi, la misura dei blocchi di cui è fatta la nostra esistenza. 

Un tempo non parlavo così, non sentivo allo stesso modo. E’ possibile fare un confronto?

Sarebbe inutile e indebito, ero ed eravamo altri. In fondo la magia del vivere è essere stati, ed essere diverse persone che s’assomigliano vagamente, anche nelle sembianze, e che si ricordano di imprese comuni, poi, non sempre l’un l’altre chete, abitano lo stesso corpo che muta. E se ci pensiamo, è il nostro contenitore/corpo che cambia molto più di noi e noi ci rapportiamo al suo misurare il nostro tempo anziché vederlo in ciò che davvero siamo.

 


							

chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare. 

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

pensieri del genere

Chissà cosa pensa una donna quando rimette in ordine i cassetti, oppure quando cucina, rifà i letti o pulisce il bagno. Credo esista un pensiero legato al genere, all’educazione e che questo abbia effetti diversi anche su ciò che si sta facendo. Quando metto in ordine il mio pensiero si perde sulle cose più che sull’imperativo di fare ordine, diciamo che al massimo faccio largo. Quando cucino sento invece la necessità di lasciare una mia impronta su quello che sto preparando, emerge un fare che non segue le ricette pedissequamente, anzi aggiunge e toglie immaginando un effetto finale che mostri una cosa e ne faccia sentire una leggermente diversa. Lo stesso mi accade se offro un vino, molto spesso preferisco vini che non conosco, ma che mi ispirano. Mi piace condividere la scoperta. Una vicenda a parte è la pulizia del bagno, il togliere polvere o rifare i letti, qui la testa si concentra e cerca di raggiungere il risultato nel minor tempo. Mentre negli altri casi è l’ego che prende il governo e si diverte, nel pulire è la necessità del controllore che guida: pulizia, efficacia e niente divagazioni.

Se penso al piacere di fare, questo si concentra sulle attività in cui scelgo, le altre diventano necessità. E me ne accorgo dall’uso del tempo: infinito nel riordinare i cassetti, le scatole, i libri, i giornali, la musica. Ben delimitato nel cucinare. Se aspetto ospiti cerco di calcolare come arrivare alla cena e sedermi con loro, quindi il tempo parte lento e poi scivola nel frenetico quando si avvicina l’ora dell’arrivo.  Tempo distratto, invece, e costretto nel pulire, ovvero cerco di uscirne al più presto, ma senza impormi limiti, se non il risultato.

E cosa penso? di tutto, tant’evvero che mi perdo se ciò che faccio mi interessa, il tempo non è un problema e il pensiero scivola su persone vicine o lontane, fatti, oggetti, pezzi di memoria, cose da fare o da scrivere, telefonare, meditare. Mi fermo, riprendo, metto da parte, lascio emergere domande insolubili sull’esistenza, la mia, mi comprendo e perdono. 

E, infine, mi chiedo cosa pensano le donne quando fanno i miei stessi lavori, riordinano i cassetti, cucinano o aprono le scatole che attendono da tempo di essere riaperte. Chissà…

tutto scorre

Questo asfalto su cui corro, un tapis roulant che penso mi porti da qualche parte, è un andare verso, mai un tornare. Penso. Ed invece nel meriggio scopro la primavera appena sotto le prealpi, il tener fermo della neve sulle cime, il brullo che scende, senz’acqua, a valle, la pianura irta d’uomini e di cose. M’avvito in looping su di me, pezzi inutili di bravura solitaria, mentre mi guardo, ascolto, penso e vedo. Non me, ma ciò che sta attorno e scorre. Indifferente scorre, pago di sé, non della mia attenzione. Così ci si perde, dico, così si è preda di questo tempo nostro che prende e ributta esausti sulla spiaggia. Io, che m’illudo sia possibile estrarre, con la forza dell’introspezione, verità che superino il bisogno d’amore, e la sua ragione di gran parte dei nostri atti.

Ascolta la mia e la tua inquietudine simmetrica, penso, potrei chiedertene educata ragione e nel racconto dei tuoi fantasmi, darti sulla voce od in silenzio, riconoscere i miei. Varrebbe qualcosa, dirti allora, che tutto scorre?  E che è come sento, dalla mia alla tua notte, in un arricciar di flutti e spruzzi ed ancora gocce che sembrano l’eterno e il reale. E dirti che questa è la condizione del diverso, che conosce lo scorrere suo e del mondo, ma che deve lottare con il male che si porta dentro, con il pensiero di guarire e quello dell’affogare, che pure sembra guarigione?

Così si risolve ogni giorno nell’equilibrio, nello stare a mezzo ed oscillare. Ha in mente, il diverso, l’uccello che sbatte contro i vetri per entrare, seguendo un pensiero ch’è luce calda di giallo nella sera, voci modulate, musica, a pezzi, bellissima.  Perché gli accade questo? E non s’annida, fors’ altro nello spingersi oltre i vetri ad entrare, seguendo il senso vago di dolcezza, l’indefinibile profumo di possibilità che solo la nostalgia d’essere stato diverso, con forza incoercibile, evoca?

Appunto. Penso.

Tutto scorre, avvolge, abbraccia e scioglie con potenza d’amore e d’infero. Alternativamente risolve e non si ferma.

p.s. ogni anno milioni d’uccelli si gettano contro finestre illuminate, contro grattacieli che credono permeabili, contro fili che pensano funi sicure per il riposo. Ogni anno miliardi di uccelli seguono flussi d’aria, galleggiano in equilibri eleganti sorretti dalla coscienza di sé, ogni anno così, per il nostro sempre che sembra eterno e ci riguarda.