accade

Accade che si sfiori l’irreparabile, che ti passi accanto a talmente poca distanza da sentirne l’alito. E che neppure dipenda da te o da quello che stai facendo. Sei semplicemente nel posto sbagliato.

Ieri mi è stata regalata un pezzo di vita. La prossima. Non è accaduto nulla, ma bastava una frazione di un secondo di differenza, un urlo in meno, un freno poco efficiente. Questo mi porta visivamente a considerare la vita come un film liquido, che si può increspare. Quell’increspatura è ciò che accade e che non vorrei.

Credo che questo modo di ragionare non interessi, non m’importa. Di solito si chiede: come stai? Oppure si batte una mano sulla spalla dicendo: non era ora. La prima risposta è, bene e la seconda  è, vero. Si archivia anche la paura, il pensiero di ciò che sarebbe stato senza di noi il mondo degli affetti cari. Qui dicono: ma’e par chi che more ( male per chi muore ), vero, ma far finta di nulla, non ripensare un poco a sé, sarebbe un’occasione perduta per vedere avanti. Non è tutto come prima, è questione di vista di ciò che sta attorno che invoglia a tenere il buono, a lisciare il film liquido.

Sarà il caso, ma questo converge con altre azioni di questi mesi, un segno che star bene significa volersi bene.

coazione a ripetere

Gli errori non sono mai gli stessi, siamo noi che cambiando poco, nell’onnipotenza nostra, pensiamo che il mondo si conformi a noi. Non credo alla coazione a ripetere, ma piuttosto all’eccesso di fiducia nel proprio intuito. E quando questo si rivela fallace subentra la delusione, ogni volta nuova, verso noi stessi. Ci comportiamo come vi fosse una razionalità nell’intuito, stupendoci poi del contrario.

Parlo al plurale perché penso sia una condizione comune a molti che ogni volta, dopo la delusione, si mangerebbero le dita, morderebbero la lingua. Questo punirsi, sempre rivolto a sé, non è casuale, è il riconoscere il proprio errore di valutazione: l’altro non era che se stesso, noi abbiamo sbagliato e questo brucia. Però passa, e se non sfocia nel cinismo, che demolisce l’intuito negando il rapporto positivo tra persone, la delusione, l’insuccesso, qualche volta ci cambia. Appena dopo, il senso di fallimento, rende circospetti nel concedere fiducia, nel sospendere l’impressione positiva verso chi ha relazioni con noi, ma se una persona è fiduciosa, tutta questa cautela non dura e la propensione a credere negli altri riemergerà, sbaglierà ancora, ancora si pentirà. Tanto vale collocare tutto questo alternarsi di apertura e delusione, nel flusso del vivere, educandosi al possibile e difendendo la propria differenza, riconoscendone il valore e tenendola ben protetta.

Dopo ogni delusione, non si rinuncia agli altri, ma è necessario trovare i motivi per star bene, partendo da sé stessi, e dai punti fermi del proprio vivere. Quelli che con fatica, abbiamo costruito come educazione ai sentimenti, alla relazione.

Capire le ragioni dell’altro è necessario, anche concedere credito e nuove chances è importante, ma quante volte? E non dovremmo, a noi stessi concedere quella comprensione che diamo agli altri?

Se si viene presi a pesci in faccia una, due, enne volte, ad un certo momento è giusto, per noi farci delle domande su dove sbagliamo, ma anche trarre delle conclusioni. Non è cosa ed è ora di finire, altrimenti davvero, diventa coazione a ripetere. E’ la parte speculare e buona, della delusione, quella che fa vedere ciò che altrimenti si perderebbe, inaridendo i nostri rapporti. Nel kairos si coglie l’occasione, ma non si ha certezza del buon fine. E’ un’occasione, per l’appunto, e il bello di questo tempo è che questa si ripresenta, riportando fiducia in sé e nel futuro. 

Beethoven in galera

Per qualche anno la mia azienda, regalò dei concerti di musica classica alla città. Era un modo per dividere, con i cittadini, una parte dell’utile del nostro lavoro. L’esperienza fu bella e particolare, tanto da scordare la fatica dell’organizzazione. E vi posso assicurare che regalare qualcosa, non è facile. Di questi concerti esistono le registrazioni e l’edizione su cd, ma di uno esiste solo una copia del filmato. Vorrei parlare proprio di questo.

Il solista era un giovane pianista russo, Evgheny Brakhman, vincitore di importanti concorsi internazionali. Un virtuoso di talento. Doveva fare tre concerti con noi.  Chiedendo aiuto per l’organizzazione, emerse una possibilità: un concerto in penitenziario. Per fare queste cose occorre una buona dose d’incoscienza, ovvero affrontare i problemi man mano si presentano. Noi avevamo l’incoscienza; chi ci aveva fatto la proposta era una cooperativa che lavorava con i detenuti, loro si preoccuparono dei permessi. Noi del resto. Tralascio spiegare cosa significhi portare un pianoforte da concerto in un carcere, comunque si arrivò al giorno.

Era pomeriggio, un sole caldo di maggio. Noi, gli esterni, eravamo una dozzina. Controlli, corridoi, rumore di cancelli che si chiudevano alle spalle. Ma mano si procedeva, si entrava nel ventre d’un animale che viveva, digeriva, graffiava la pietra per rifarsi le unghie. Ma erano i suoni che accompagnavano, i clangori del metallo, i passi, il silenzio fatto di strisce di rumore parallele e noi, alieni, che ci muovevamo in un mondo messo da parte.

La sala era un piccolo anfiteatro, il pianoforte al centro, poi gradinate di cemento fino alle finestre a sbarre in alto. Sedemmo in prima fila, intorno c’era il vuoto. Evgheny era andato a mettere l’abito da sera. Ricordo il tono dei discorsi, qualche parola imbarazzata come i risolini che alleggerivano la tensione d’essere in posto rimosso dalla testa. Il capo delle guardie spiegò che nessun detenuto era obbligato a venire, avevano parlato della possibilità il giorno prima, durante il pranzo. Poteva non arrivare nessuno. E invece poco per volta la sala si riempì. Circa un centinaio di detenuti presero posto. L’attesa sembrava importante più per noi che per loro, che chiaccheravano tra loro. In più lingue e dialetti, la sala era piena di voci. Quando entrò Evgheny calò il silenzio. Di colpo. 

Da quel momento il suono e il silenzio cominciarono a dialogare. Il tempo e la vita altrove erano in quella sala, riuniti in qualcosa che apparteneva al mondo esterno, ma era lì, condiviso come accade in una sala da concerto. Quando si ascolta musica a teatro, ognuno prova sensazioni proprie, eppure l’unità della sala si ricongiunge sul palcoscenico, un cono d’attrazione che preme e riceve dal concertista. Ebbene la stessa magia dell’uno e dei tanti si era riprodotta nella sala del carcere. Il programma non era ridotto, era un normale concerto in due tempi. L’ultimo pezzo era la tempesta di Beethoven. Ero un po’ preoccupato per la qualità dell’accordatura del piano, per la temperatura, per la difficoltà e l’emozione che doveva emergere. Ebbene, non ho mai sentito Brakhman suonare, con tanta determinazione e chiarezza. Alla fine ci fu un silenzio che seguì l’ultima nota e poi l’esplosione dell’applauso. Lungo, forte, con richieste di bis, e persone che scendevano dalle gradinate e attorniavano il pianista in piedi, e lo toccavano, volevano abbracciarlo. Le guardie erano preoccupate, dividevano, allontavano. Venne presa la decisione di riportare i detenuti in cella per sicurezza e così avvenne. 

Mentre uscivano, ascoltavo i commenti, i bravo detti a voce normale, come fosse uno di casa, le domande sulla provenienza del concertista e chi sapeva dov’era Gorki, lo diceva al vicino. Finché, improvvise, alla fine, un fiotto di parole in russo. Chi parlava era un signore sui 50 anni, alle mie spalle. E iniziò uno scambio di sorrisi e risposte che s’incrociavano, la commozione di una lingua comune, fino ad una stretta di mano che sembrava un abbraccio. Le guardie li divisero immediatamente. L’anfiteatro ormai era vuoto, conteneva solo noi. Gli esterni. Evgheny sedette, e suonò un pezzo breve: Traumerei. Era un bis  senza pubblico, anche noi eravamo in più. Era solo per l’emozione sua, per il cuore. Per questo il nostro applauso, alla fine, suonò senz’ eco.

Uscimmo in silenzio, sembrava una consegna concordata ed invece era l’emozione che durava. Dopo l’ultimo cancello i rumori, le luci, le auto, la città.

Come un risveglio nella sera.

p.s.uscendo  ho chiesto ad Evgheny se era emozionato e dell’esecuzione che ne diceva, mi rispose: emozionato? davvero tanto e  la tempesta, stasera, spero di suonarla  come oggi.

Non la suonò allo stesso modo, l’esecuzione fu meno emotiva e carica di forza. Come se una parte della forza del pomeriggio fosse stata spesa definitivamente.

I detenuti avevano avuto il meglio per un’ora, e non mi sono mai pentito che così fosse stato.

vanitas

Ad ogni estate, il rasoio si fa fastidioso, non la barba. La vacanza è soprattutto rottura delle abitudini e lasciar andare le cose per loro conto, mi mette una discreta allegria. La barbetta da hidalgo, scelta 20 anni fa, entra in discussione, ma pacificamente. Per aggiunta, non per sottrazione. Allora è meglio lasciar dilagare verso l’incolto sessantottino, così come si presenta nelle vecchie foto, oppure trovare nuove forme di equilibrio, su un volto che nella barba c’ha vissuto?

Intanto cresce e prude, finché non s’arriccia, punge, ma passa presto, una settimana e ciò che era glabro già manifesta una propria vocazione.

il rischio ora, è quello di andare verso il modello grande puffo, ma messo in 191 cm è fuori posto. Oppure verso il santone, ben sapendo che non ne ho né stoffa né volontà.

Ogni mattina il dilemma si pone, taglio o non taglio? Aspettiamo ancora qualche millimetro, intanto s’arriccia e punge meno, poi il suo destino si compirà e tornerà l’hidalgo.

portello 1

Ritorno su luoghi che hanno contenuto altro vivere. Potreste pensare che e’ la prigionia del passato, del ricordo, ed invece e’ l’orto in cui trovo alimento per ripartire.
Troppe sono le cose non fatte perché il passato sia un posto in cui vivere, in fondo abbiamo tempo per tutto e al tempo stesso non ne abbiamo. Rifuggo e’ il dover fare, e’ la libertà che con fatica e piacere, mi concedo.

tempo mai usato

Una tempesta elettromagnetica, dissero poi,

ma forse il sole aveva solo sbadigliato,

ignari e per loro conto, gli orologi elettrici anticiparono,

e balconi s’aprirono anzitempo,

passò una luce più nuova,

aveva il colore leggero d’una birra d’estate,

frizzava nel naso con tempo mai usato.

Occorre coraggio ad essere vivi senza ragione

e tutti non capirono subito, consultarono radio ed orologi meccanici,

perfino il telefono, qualcuno volle chiamare, e non si faceva più da anni,

alla fine fu chiaro che una piega di tempo/spazio s’era aperta,

golosa, inghiottendo, le piccole abitudini del mattino.

Ci fu confusione, e timore,

qualcuno, più solo, ascoltando la radio, la trovò nuova,

di musiche e parole inconsuete,

dalle finestre molti si guardavano,

e facevano segni, indicando il polso e la luce.

Fu allora che la vita s’ aprì,

improvvisa, come lampo a pelo d’acqua,

ed il cuore fu pieno di felicità inattesa,

dileguando il peso di notti oscure di sogni,

il giorno, allegramente, riprese il suo nome di luce:

sabbah an-nur

e tutto sembrò essere possibile e nuovo.

devi capire (mantra della notte)

Devi capire. Oltre il limite della pazienza, capire. Governare l’impeto di mollare tutto e respirare profondo.

Capire tutto, significa com-prendere. Non occorre che tu capisca davvero, ma che accetti quelli che giudichi errori nel tuo flusso di tempo. Gli altri non hanno la tua testa, i tuoi interessi, le tue priorità, non ragionano come te. Devi comprendere ed immettere le presenze nel vivere, non espellere.

Ti chiedono di essere diverso da come sei, non è possibile. Aspetta e governa le decisioni, anche quella di andartene, non seguire l’impulso, lascia che le cose abbiano tempo di ricombinarsi. Arginare la furia vuol dire essere fermi e flessibili. Attendere che passi ciò che muore, lasciare che le nuove possibilità emergano. Solo il vecchio è rigido e non permette la crescita delle possibilità.

Esercita la pazienza della forza, controlla ciò che dici, scava nel significato e nel tempo. Scarnifica, riportati all’essenziale. Pensa alle motivazioni vere: devi capire gli errori, anche i tuoi, ammetterli nel tuo vissuto. E comprendere anche quelli precedenti, fanno parte di ciò che ha generato il presente. 

Leggi il buono che già c’è, sviluppa quello che ci sarà. Coltiva solo quello e non permettere che sia lo scontro a modificare le cose. Fai quello che devi fare, non dipende tutto da te, fai emergere il buono. Polemos è madre crudele di ogni cosa, ma è il punto che rompe il tempo. Il tuo tempo. E forse non è necessario. Attendi e governa.  

 

pensa a te

Quante volte accade che il dovere o l’altruismo coprano altro? E di evidenziare la difficoltà e la pena del fare e del vivere, sottovalutando il piacere e l’utile connessi.

Quando ti pare di far troppo per gli altri, fai davvero il generoso e pensa a te.

Chiediti cosa t’interessa, segui il vantaggio che procurerai ad altri, ma guardati in faccia, dicendo che pensi a te.

Non sostituirti, cerca la tua verità. Trasparente e dura che sia, cercala ed accoglila, pensando che così sei.

Nessuno salverà per sempre un altro, salvati e mostra cosa vuoi davvero. Allora  forse, qualcuno vedendo la verità, si salverà.

La vita è costellata di sacrifici a divinità senza merito od indulgenza, ma è anche costellata di sacrifici fasulli non richiesti, fai emergere qualche pensiero rimosso e pensa a te.

Non sacrificarti, e raccontatelo ogni mattina e sera, perché non ci sia spazio per altre storie.

Pensa te, con consapevolezza e dai quanto non ti serve. Magari renderai qualcuno felice e se non ti sarà grato non t’ importerà. 

 

cracker

E se avessero ragione ? Non la ragione fisiologica, ma quella che genera l’interrogarsi profondo che cambia la percezione di sé. Allora bisognerebbe fare un bilancio, quella cosa mai giusta davvero dove non si riesce a pagare un prezzo equo per gli errori e  ricevere altrettanta ricompensa per le cose buone fatte. Lavorare sulle percezioni altrui, solo su queste, è sempre sbagliato. Enfatizza le sensazioni, cerca un compromesso che porta ad una non verità. Si è come si è e bisogna accettare di non spiegarsi a sufficienza, perché sarebbe necessario avere un sistema metrico comune, ovvero cos’è importante, la percezione della bellezza, i principi su cui si vive, le parti inalienabili. Ed attribuire lo stesso valore a tutto. Impossibile, bisogna adeguarsi ad una comprensione che avviene su campi poco minati. In fondo è arroganza pensare che si ha la forza di spiegarsi davvero. Molto più facile lo scontro o il piegarsi al sono come tu mi vuoi. Per piacere, per interesse, per prevalere. Sarà per questo che non ho nulla da dire oltre la barriera del vissuto. Non correggo gli errori su di me, le cantonate, le incomprensioni.
Dovrei esplicitare domande come queste: tolta la fatica di capire, qual’è la misura vera dell’interesse tra le persone? E se non si capisce, se non si penetra la superficie, a che vale spiegare in continuazione? Esiste una reciprocità necessaria e non si possono proiettare le nostre necessità senza vedere cose che non ci sono. Leggiamo nell’altro le nostre paure, le delusioni. Bisogna ascoltare. La parola non basta, è come raccontare la prima suite per cello di Bach, al bujo, di notte. Non c’è nulla che possa davvero essere spiegato, se non è sentito assieme. 
Ed allora, tutto inutile? Impossibile comunicare profondamente? No, bisogna accettare il proprio limite per superarlo. Per questo vivo. La complessità inutile mi opprime, ma è un problema mio. Incomunicabile. Come la memoria che da sempre mi accompagna, e diventa minacciosa, ricorda particolari, fatti, parole incaute, lettere, messaggi che incespicano su una virgola, un aggettivo e muoiono.
Un tempo mi piaceva provare la fame del digiuno, passare un giorno a thé e poi cominciare da un cracker. Sentire il bisogno di cibo e il gusto che riempiva il palato.  Il sale sapido e i denti che sbriciolavano. Oggi non si mangia quasi mai per fame ed i gusti si perdono verso l’eccesso. Lo sanno bene i cuochi che eccedono in glutammati, in sale, che aggiungono anziché togliere, per coprire domande e saturare il gusto. A me piaceva interrompere e poi ripartire con le abitudini: solo governo di sé e piacere. Adesso non riesco più a ripartire con le abitudini. Non ora. Per questo aspetto.
Aspetto che spiova per parlare del sole non ancora arrivato.
Aspetto come una sala di stazione, ascolto i treni, saluto, tengo il calore dei corpi sudati, osservo persone che si inerpicano su scalini senza memoria di fatica, sento il risucchio di vento che trascina destini. Aspetto e non richiamo.
Aspetto con una forza erculea che raddrizzerebbe uncini di ferro forgiato, ma sarebbe solo per sentire che il tempo si riduce. 
Non vedo ed aspetto, mentre la pioggia striscia con nervosismo i vetri.
Mi pare tutto così sciocco che mi scindo. In continuazione. Un pezzo ascolta, un pezzo usa un tempo ed un altrove diverso, un pezzo s’annoia. Aspetto che tutto si ricomponga. aspetto di essere stanco e dormire senza sogni. Aspetto che le parole salgano alle labbra e diventino fiotto, corrente, flusso, direzione. Aspetto anche di dire come sto. Quando lo chiedono adesso, dico bene, ma solo per tacere, per non spiegare ciò che non ha parole.
Vorrei invece dire: tieni un refolo di vento come un abbraccio che mando, ed ascoltami che oscillo sull’orlo d’una felicità d’attesa.

giappone


Il rosmarino da 15 giorni fiorisce perché vuole onorare la vita.

Anche il Giappone rifiorirà,

perché non ha mai perduto la sua anima

ed onora la vita.



Onora l’anima e la vita.

Il Tao suggerisce che se hai due soldi, uno riservalo per il pane ed uno per acquistare giacinti per la tua anima.