Ho lasciato i vetri al furia di stravento e le gocce: tic, tic, tac, tic, tracciano sentieri d’acqua nel buio. Stanotte, credo, ancora pioverà. L’acqua dai coppi luccicanti correrà verso lo scuro vicolo, in un gorgo sordo di lamiera. E leggerò quel romanzo inutilmente lungo, finché gli occhi passeranno su una frase quattro, cinque volte senza capire. Perché non c’è più niente da capire, solo spegnere e ascoltare la pioggia scivolando nel sonno. C’è un grande equilibrio nell’acqua che scende, una pace del dovuto e se il senso delle cose è ancora da scoprire, la pioggia dice che c’è tempo, lavando l’ansia della fretta.
Non c’è più niente da capire stanotte, solo sentire, ascoltare e talora provare, lasciando che tutto trovi la sua importanza domattina.
El mondo xe beo parché el xe avarià. Il mondo è bello perché è avariato, storpiato in dialetto e poi giù a ridere. Eppure è vero, è proprio avariato, con larghi, inquietanti screzi di verde che vira verso il blu. Il colore del veleno, nel buono dei cibi.
E’ vero che c’è dell’ avariato nei rapporti umani, lo penso anche se discriminando va meglio, nel senso che ciò, e chi, conosco è in larga parte quello che mi piace.
Poi mi viene in mente che è svalutato di significato, il mi piace, fb ce l’ha scippato per la sua facilità d’uso. Furbetti loro, sanno che siamo portati, di primo acchito, a farcele piacere le cose, c’hanno insegnato così, piuttosto che rifiutarle. Ma con le persone mica va bene tutto. Così meglio riesumare che anche alla differenza siamo portati, e marcare il campo. Come i gatti. Se poi il mi piace diventa qualcosa di meno superficiale, allora il piacere dura ed è rapporto vero. Ma mica accade sempre, anzi succede così di rado… Per fortuna.
Non devo piacerti per forza, solitudine, o altro, ma se il piacere reciproco s’incontra ecco che quell’avariato scompare, diventa vario e quindi bellezza e ricchezza. E io mica so bene come sei, ma m’interessi.
Essere interessati a qualcuno, e mai a qualcosa, che anche le cose hanno le gambe, essere interessati, ascoltare per capire. Essere interessati. Passioni inaspettate, regali. Non è mai per tutti, non può essere. Per fortuna.
Ho sempre creduto nella forza salvifica e lenitiva della parola. Prima della musica. Prima del gesto. La parola che porta all’altro il senso profondo di sé, o la leggerezza, o il riso. Ma la parola è anche dileggio, menzogna, travisamento del vero, offesa, distrazione, inutilità. Può veicolare tutto quello che sta tra l’amore e l’odio, due sentimenti che s’assomigliano molto nell’intensità, e qui è ancora significato anche se negativa, ma può scivolare da essi e farsi distratta, inutile.
La parola si rivolge ad altri e a sé. M’interessa la seconda specie di ascolto, ovvero il parlare tra sé. In questo parlare è contemplata anche l’assenza di parola, un modo alto di parlare che utilizza l’indicibile. E a questo si torna quando la confusione è somma, la stanchezza per il troppo rumore/decidere che impedisce di vivere ciò che si sente. La confusione è una caratteristica del nostro tempo così ricco di rumori/stimoli. Ha una connotazione appena negativa, come fosse un problema veniale e invece la confusione non permette di capire/rci, fa compiere scelte senza profondità, porta a confondere i valori.
Con fondere, con fusione, mettere assieme in una unione forte, fondere assieme. C’è bisogno di discernere, di pulire le parole perché ritrovino il significato che esse portano. Non è una questione estetica, si tratta di capirsi prima di capire. E questo ha applicazioni pratiche continue, basti pensare alla politica dove la parola perde significato, ha bisogno di precisazioni continue, di ritrattazioni, di nuove parole e soprattutto non esprime la speranza, ma la distruzione. Non il progetto, ma l’interdizione di esso. Non da tutti è così, naturalmente, ma troppo spesso si ascolta il vuoto anziché il silenzio. Anche nella vita quotidiana, nel lavoro, la parola ha significati di rumore. E si ripete e si svuota come se la comunicazione fosse fatta di ordini e di modi di dire, privi di sentimento sia i primi che i secondi. D’altronde se la parola è importante per noi, se ci ascoltiamo, se riusciamo a ridere di noi stessi e contemporaneamente a prenderci sul serio, quando parleremo con gli altri ci sembrerà di dare, più che di dire. Per questo un’offesa diretta alla persona è non ascoltarla, lasciare che la parola le si spenga sulle labbra perché non c’è attenzione. Meglio imparare il silenzio allora, esercitarsi su di sé, sentire che la parola come ci salva, ci perde, ci condanna alla solitudine. Che non è il silenzio dell’ascolto, ma il silenzio della disattenzione.
Ho sempre fatto più cose, talora molte. Se questo servisse in realtà ad altri scopi, cito i verbi: esaltare, distogliere, amare, misurare, occultare, rispondere, soddisfare, ecc. ecc. , quasi certamente è vero. Mai un solo verbo applicato per volta, però, e la mistura era, -ed è- la mia interpretazione del vivere. Con questa premessa, è evidente che il tempo sembrava non bastare mai. Era vero allora, e neppure basta ora, che forte di vita vissuta potrei dire: ecco la lentezza non è più solo una modalità epicurea del vivere, ma piuttosto una necessità per assaporare ciò che c’è in relazione a ciò che è stato. Ma quale tempo non mi basta? Quello del vivere per necessità che è il contrario del piacere di vivere, per questo il mio tempo è diventato oggetto prima di riflessione e poi di sperimentazione. Ognuno si costruisce le sue ricette sull’uso del tempo, chi se ne fa dominare, chi lo rifiuta, chi si porta verso altri tempi oltre quello cronologico. Ciò che importa è che il tempo, e le cose, non prendano in mano noi, ci facciano scegliere ciò che non vogliamo e alla fine vivano al nostro posto. C’è tempo, tutto quello che c’è, e quello basterà per tutto il necessario e il soddisfacente, non possiamo averne di più. Ecco allora che la lentezza non è più un rallentare le cose, ma il governarle e si unisce alla leggerezza per riconquistare una libertà inusuale.
Ineffabile è la condizione di chi si pone al di fuori eppure è dentro, di chi non guarda l’ora e corre per il suo piacere, di chi fa e sente che quello che compie soddisfa. Chi? Naturalmente se stesso. E per gli altri non c’è bisogno di scuse se si è davvero se stessi.
Tutti questi oggetti, libri, cd, feticci tecnologici quando li abbandonerò torneranno ad essere ciò che sono: cose. Quel velo d’anima che li ha rivestiti nella loro scelta, nell’immaginarne un uso, nell’utilizzo e nella consuetudine che è quasi amore, si perderà definitivamente. E’ il loro destino, hanno significato solo per me. Noi viviamo sui detriti, su ciò che è stato costruito e distrutto, amato e odiato da chi ci ha preceduto. Questa enorme massa di cose ha alzato le città, si è inabissata nei mari e nella terra per sciogliersi piano in molecole asessuate di sentimento che ora girano e si ricompongono. E’ una piccola parte del ciclo della vita ben più vitale e rorido di umori. Oggetti che prima degli inceneritori impiegavano più tempo a consumarsi e passavano più identità, ora spesso sono vapore, aria, isole galleggianti nell’oceano. Ma senza vita in comune con l’uomo.
Esplorando una casa abbandonata, accanto a mobili rotti e fotografie sbocconcellate dai topi, c’era una lettera ancora in parte leggibile e scorrendola le parole hanno riacquistato senso e la carta non era più solo foglio, ma qualcuno che parlava. Ne ho ricavato una malinconia curiosa, sentendo che nel trasmettere qualcosa noi vorremmo fosse per sempre, come il nostro amore. E che ogni espressione di noi, quel pezzo impalpabile di passione, quel protendersi verso l’altro, vorremmo rientrasse nella nostra potestà. Anche nel gettare, chiudere, distruggere, non solo nell’amare e nel serbare. Pezzi di noi trasfusi nelle cose, uso e ricordo assieme.
E pur con un tempo più lungo, con qualche scia che scavalca case, generazioni, anche gli amori, gli affetti più profondi che c’hanno legato, sfumano con la distanza, in un lasciar andare che non è distacco, ma vite che si sovrappongono. Frammenti di sentimenti su cui, e con cui si vive, e finché ci siamo sono ciò che ha senso in noi e ci è più caro.
Un ricordo incipiente s’è fermato sulla soglia della memoria. E’ scomparso un attimo prima di spuntare, e m’ha lasciato tra i suoni della città stesa al sole di mattina. Eccolo, mi occhieggia davanti ad un semaforo rosso che adesso è troppo corto, per afferrarlo mentre già scompare. Dispettoso, ricompare dietro un angolo di pensiero, evoca un odore, un gusto che pare di sentire, un’emozione provata, ma è un attimo e resta solo un sentire buono.
Bisognerebbe fermarsi, chiudere gli occhi e guardarlo mentre gioca a rimpiattino con la mia memoria. Sa essere dispettoso, scappa e si nasconde, ma non sa che quando mi dicevano agli indovinelli: ti arrendi? rispondevo di no.
Ho pazienza e senza portare il pensiero altrove, sto fermo, ad aspettare che incuriosito mi ritorni appresso. Ecco, quasi ce l’ho. Preso. E già si sente pulsare, dolce e prezioso, che sprigiona la sua fragranza di vissuto.
E’ bellissimo che la sala Rossini sia gremita. E’ bellissimo che ci siano tante persone in piedi e tante sedute per terra perché le sedie non bastano. E’ bellissimo essere condotti per mano per capire assieme. E’ bellissimo vedere i luoghi comuni che si sgretolano nel ragionare pacato di Umberto Curi, provare la voglia impellente di leggere ciò che è meno di un ricordo di scuola, riscoprirlo e travasarlo nel presente. E’ bellissimo seguire le parole di Platone collegate dalle Lettere, dai Dialoghi, vederne il significato che apre e rovescia l’apparenza. E senza mai smettere, arrivare a capire e sentire. E’ bellissimo che nessuno fiati, come a un concerto, per un’ora e un quarto, e poi esploda corale l’applauso, che sembra non finire.
Nell’insegnare profondo c’è un parlare senza affettazione, dove nulla è scontato e tutto diventa cristallino per condividere. E’ questa la magia della bellezza: la semplicità del porgere e del ricevere.
Tornando a casa, vien da pensare che i neo platonici discutevano tra le mura di queste case, che qui si è formata la dottrina del potere politico laico con Marsiglio, che in questa città, con Bembo, è sgorgata una delle sorgenti del rinascimento. Era un caso? Tutto scontato? Oppure la passione del capire si era intrecciata con il governare e così la cultura era diventata un motore collettivo immane in grado di abbattere certezze, spostare in avanti gli sguardi ed assieme ad essi, masse d’uomini. Quanto parla del presente ciò che non muta, poiché parla dell’uomo.
Con il solo dono di Prometeo, la tecnica, gli uomini sapevano navigare i mari, forgiare il ferro, costruire le case, ma non le città. Le accostavano ed erano un piccolo agglomerato che sopravviveva all’ostilità del mondo. Mancava un dono del dio per aggregare l’opera dell’uomo: il rispetto reciproco e la giustizia. E quando arrivò il dono del dio, nacquero le città e la politica come funzione alta del destino comune.
Nella piccola gioia del capire anche le pietre hanno significato, così i passi, le ombre gialle dei portici e il pensiero che si può essere ben più alti di ciò che viene richiesto dal solo sopravvivere.
Inizia appena nati, poi continua attraverso una coscienza indistinta, fatta di paure e di certezze inoculate. E’ la solitudine. Chi ci educa trasferisce quello che può, anche il suo bisogno d’amore trasferisce. Assieme ai dubbi e a quello che ha sua volta ha ricevuto. Per questo i genitori sbagliano sempre e non sbagliano mai. Chiamati a un mestiere che si impara in corso d’opera, con la voglia di mettere una pezza a quello che è mancato loro, al più si può chiedere la buona volontà e quello che possono dare, non quello che non hanno. Eppure il bisogno insanabile di sicurezza comincia lì, tra le prime mura che conosciamo, dove è avvenuta la scissione dalla protezione assoluta che c’era prima di nascere e che cerca ragione in un’ educazione sempre carente, perché non può immaginare quello che verrà, ma al più quello che è stato.
Credo che la vita sia un perenne elaborare la solitudine, trovarne il senso e la forza. Non è poco se si pensa che in essa c’è l’individuo e la sua originalità. E anche la felicità promana da essa quando trova la sua compensazione in un riconoscimento, in una condivisione inattesa, in quello stato di vita altra, che per comodità chiamiamo amore. E’ in questo perenne bisogno d’amore e di individualità, si svolgono le vite. Una soluzione facile e biologicamente efficiente è la vita in due, ma spesso si è soli anche in due. Chi più, chi meno, ci si adatta, si trova un equilibrio, ma le solitudini ci differenziano. Se non fossero così pesanti a volte, si potrebbe dire che sono la parte interessante della vita, non solo il refe che la cuce, perché da loro parte il bisogno che spinge al nuovo e alla ricerca della felicità. Però raramente la solitudine si percepisce così e comunque, anche in compagnia, essa emerge, attraverso la chiusura in sé perché i canali comunicativi si chiudono, perché l’ affetto non è sufficiente alla domanda, perché semplicemente le risposte non sono più adeguate. Pareva risolto il problema, ma il tempo si preoccupa di togliere gli aggettivi assoluti. Cos’è il rifiuto dell’altro, con cui si vive, se non la difficoltà di un progetto comune? Forse si cresce anche oltrepassando i limiti ricevuti, spesso si usano termini allusivi: complicità, compensazione, coppia aperta. A volte servono per tenere assieme persone che altrimenti andrebbero per loro conto, oppure sono un compromesso che tampona le falle, comunque non sono una soluzione definitiva, forse perché questa non c’è in due e la solitudine si riporta all’individuo.
Noi scegliamo, dopo aver lasciato la famiglia di origine, con chi crescere, sia esso uomo o donna. E’ una scelta nostra, di compensazione della solitudine esistenziale che ci accompagna, una parte della risposta e il bisogno primario dell’individuo. E’ una scelta che si verifica in continuazione con noi e con quello di cui abbiamo bisogno. Per questo bisognerebbe aver più rispetto delle scelte individuali d’amore, ben oltre il genere e la parola famiglia.
Con tempo, e con pazienza ne sarei venuto a capo. Alle mie regole. Mi era sufficiente sentirlo, oltreché pensarlo, perché la pressione esterna diminuisse. Ne veniva una tranquillità sul mio tempo, su ciò che potevo ancora fare, e avrei fatto, con me.
Allora l’angoscia dell’essere ” come tu mi vuoi”, da chiunque espresso, andava in un luogo inoffensivo. Via da me.
Questa strada è quella che percorro ancora, è la mia via all’apprendimento della libertà che continua.
Tortuoso, doloroso e pesante. Mi trovavo con questi tre aggettivi, alle cinque del pomeriggio di domenica, la non ora per eccellenza. Fuori un cielo di sera invernale, anch’esso indeciso e piovoso, insomma pessima compagnia, ed io lì, a chiedermi che ne sarebbe dei miei occhi senza termini di paragone, o ancor più senza speranza, ché questo sono poi gli aggettivi: misura della speranza, chierichetti di funzioni, senz’officiante, per religioni del bello ridotte a luogo comune.
Ed allora che farne di questo senso negativo che questi poveri disgraziati aggettivi si portano dietro e come rovesciarlo in un roseo orizzonte? Oltre il cielo plumbeo e l’apparenza, oltre la superficie, oltre e basta.
Il tortuoso del ragionare non era forse il mio bighellonare da flaneur, da perditempo, che non ha altro di meglio che attendere il caldo del letto e il conforto del sogno, quindi un tortuoso da gigione, simpatico perché disposto all’interlocuzione, alle culture del dubbio, con tempo a disposizione ed energia da spendere, perché è un po’ stupida l’energia che cerca il cammino più breve, risparmia un sacco di tempo di cui non sa che farsene e soprattutto con tutta quest’ansia di linearità non coglie nulla, non si perde in quelle sacche così interessanti che sono i meandri dove lussureggia l’erba dell’alternativa. Non si dice un po’ annoiata: andrò di qua oppure di la’, mi perderò oppure alla fine la strada si troverà ? E non è questa, in fondo la lezione dei fiumi di pianura, che per andare al mare distendono pigramente i meandri, bighellonano per la pianura, portando acqua, ora da un lato ora dall’altro, e soffermandosi in città o fattorie, non fanno distinzioni e neppure si peritano di far mancare la loro opera ad altri usi, se ne possano assicurare buona riuscita. Generosi e bighelloni i fiumi, che ben altro sarebbero se nella loro corsa seguissero una retta foriera di disgrazie, splendente, sì, di lucida razionalità come una cicatrice, ma gelida e scostante da sé. E ancora sarebbero necessariamente costretti da alti argini per impedire il dilagare dell’energia che si spende nei meandri, e quindi neppure porterebbero la lietezza del luccicore d’acque, il loro rinfresco agli uomini, affannati come sarebbero in una corsa al mare, senza ascolto d’altri che del proprio ansare. I fiumi vanno e fanno il minimo percorso nella minima resistenza, perdono il tempo necessario, sono in equilibrio con ciò che sta attorno, non c’è quindi un insegnamento nella tortuosità ? A domanda retorica, si dovrebbe rispondere a monosillabi, ma la riflessione è sulla capacità d’essere in equilibrio e quindi se la tortuosità non è pretesto, bisogna avere la gioia umile di seguirsi e percorrere i meandri lasciandosi attrarre non dal risultato, ma dall’utile a sé. Se volessimo discutere su quanto questo peserebbe sull’economia arriveremmo a conclusioni apparentemente disastrose, ma io credo che il lavoro degli uomini che pensano ad altro che non sia solo il lavoro, sia più utile della corsa affannosa e della competizione esasperata. Ma questo è divagare, ossia un verbo che non era in nota stasera.
Tornando ai nostri maltrattati aggettivi c’è il doloroso. Se si pensa alla condizione, vi troviamo già ansia di riposo, dopo il lancinante del dolore pieno, e nuovamente speranza e possibilità d’un preannuncio di moderato benessere. Potrà passare, sembra dirci, fa male ma di certo passerà. Si dovrà trovare il modo di mutare stato, uscire da una condizione che potrebbe diventare comunicazione e modo d’essere; perché tale può diventare il dolore se non si movimenta, e respira troppo della sua aria greve, zeppa d’umori, tendente a vedere sé dolente come centro per sentirsi, ma passerà. E il dolore questo è, ovvero un sentirsi acuto, e misericordioso, e ambiguo, che indica due vie: quella del mutare la propria visione di sé è del mondo e quindi uscire dalla sua condizione verso una rischiosa possibilità di star bene, oppure il rimanere in un bozzolo protetto che trattenendo le energie e facendo dell’immobilità una condizione permanente non s’espone più al rischio del lancinante, ma neppure della felicità. La prima strada è faticosa, però respira aria pulita, la seconda vive in un’atmosfera tiepida di malstare, che permette di dire al mondo: ecco, non vedete che sto male, prendetevi cura di me, non minacciatemi, tanto non sono pericoloso, anzi ascoltate da me ciò che v’assomiglia, riconoscetelo e nel consolare me, consolate voi. Io resto nella mia condizione per permettervi di star meglio, di dirvi: ecco uno più disgraziato di me, posso ritenermi fortunato. Preferisco l’aria e il camminare, e che il doloroso sia lo stato transitorio verso lo star bene. Preferenza che esclude l’autocommiserazione, ma non la misericordia e il perdono verso sé, anzi da questi traggo energia per allontanarmi dal doloroso e ricominciare.
Tornando all’ultimo degli aggettivi, resta il pesante. Aggettivo palestrato e forzuto, quando è lieto, mentre è faticoso nel quotidiano. Eppure dovrebbe indurre a pensare al termine della fatica, a quando la schiena si rizzerà e ci sarà un riposo che segue l’ obbiettivo raggiunto. Non è forse più lento il tempo del peso e più disteso e veloce, quello in cui, deposto ciò che gravava, subentra una sensazione di benessere che si trasporta a tutte le membra, e sembra far riscoprire piaceri inusitati in piccoli angoli che non si sapeva d’avere. Non è forse quello il momento in cui si apre una possibilità di riaversi per sé perché ciò che ci toglieva energia e pensiero finalmente e’ oltre le nostre spalle ed è qualcosa di fatto? E’ il senso della fatica utile che si conclude e, appena passata, ci consegna un tempo bianco tutto da scrivere, anche da non far nulla, ma tutto nostro. Un tempo della possibilità oltre la pesantezza del momento, di cui abbiamo buona esperienza se torniamo ai tempi dello studio e degli esami, se ripensiamo al verde e al sole che c’aspettavano appena oltre la fatica. Ed era questo il senso dell’estate che si ripeteva, oltre ai cicli del freddo, della costrizione e della luce elettrica, nel dirci che il pesante sarebbe finito e il leggero c’avrebbe portato in un vivere di bengodi. La pesantezza, insomma, si sarebbe riscattata in lunghe giornate in cui alternare il fare all’ozio, sarebbe stato libertà senz’obbligo. Un vivere così, tutto per se’.Credo che tutti continuiamo a sperare che ciò, prima o poi, si realizzi e che non sia solo il portare carichi che caratterizza il vivere, ma anche un andare leggeri, seguendo estro e passi, insomma una vacanza dall’obbligo, non dalla responsabilità.
Ecco che farmene di questi tre aggettivi nel pomeriggio della domenica e in quella che è stata definita l’ora in cui la festa finisce e già il peso della settimana s’avverte. Sovvertire l’ora, gli aggettivi, modificarne il contesto perché emerga ciò che spesso si rifiuta di vedere, cioè che abbiamo fogli bianchi e del buon tempo ancora da scrivere, ci appartiene, lo scriveremo e sarà un piacere .