l’esperienza delle nuvole

Per tre giorni, la nebbia l’ho colta sui tetti, stamattina era scesa sulla strada per Trieste. Sono sceso nel chiarore sfumato, con allegria, non è ancora tempo di paure ed infinite attese, e così è bello immergersi nella calugine bianca che, a tratti, veleggia così bassa da sembrare una continuazione del mare che immerge una barca e non un’auto.

Quando è così tenera e vicina a terra, spiace calpestarla ed avvolgerla nelle ruote. I primi momenti danno la soddisfazione dei bimbi nel pestare e battere forte i piedi, poi sembra di violare una nuvola. Si vorrebbe, allora, che le ruote, l’avvolgessero come fionda pronta a ributtarla in cielo, senza sfioccarla in piccoli pezzi che si sciolgono al calore dell’auto. Annuso queste nuvole di terra, caduti angeli senza futuro. Non più veleranno sole e cielo, non più respireranno venti, pronti al gioco e alla violenza, non scateneranno furie di fulmini e pioggia, non più. Consegnate alla terra e a me che fendo questa calugine bianca, e non occlude la vista e mostra verde sconfinato e gialle punte di pioppo, già al sole. Tutto appena sfuocato, appena misterioso. Non è ancora minacciosa, adesso è amica, come nelle strade di città quando, più densa, avvolge le mani degli amanti, le bocche e, curiosa, spinge i rossori verso nuove conquiste.  

 

Beethoven in galera

Per qualche anno la mia azienda, regalò dei concerti di musica classica alla città. Era un modo per dividere, con i cittadini, una parte dell’utile del nostro lavoro. L’esperienza fu bella e particolare, tanto da scordare la fatica dell’organizzazione. E vi posso assicurare che regalare qualcosa, non è facile. Di questi concerti esistono le registrazioni e l’edizione su cd, ma di uno esiste solo una copia del filmato. Vorrei parlare proprio di questo.

Il solista era un giovane pianista russo, Evgheny Brakhman, vincitore di importanti concorsi internazionali. Un virtuoso di talento. Doveva fare tre concerti con noi.  Chiedendo aiuto per l’organizzazione, emerse una possibilità: un concerto in penitenziario. Per fare queste cose occorre una buona dose d’incoscienza, ovvero affrontare i problemi man mano si presentano. Noi avevamo l’incoscienza; chi ci aveva fatto la proposta era una cooperativa che lavorava con i detenuti, loro si preoccuparono dei permessi. Noi del resto. Tralascio spiegare cosa significhi portare un pianoforte da concerto in un carcere, comunque si arrivò al giorno.

Era pomeriggio, un sole caldo di maggio. Noi, gli esterni, eravamo una dozzina. Controlli, corridoi, rumore di cancelli che si chiudevano alle spalle. Ma mano si procedeva, si entrava nel ventre d’un animale che viveva, digeriva, graffiava la pietra per rifarsi le unghie. Ma erano i suoni che accompagnavano, i clangori del metallo, i passi, il silenzio fatto di strisce di rumore parallele e noi, alieni, che ci muovevamo in un mondo messo da parte.

La sala era un piccolo anfiteatro, il pianoforte al centro, poi gradinate di cemento fino alle finestre a sbarre in alto. Sedemmo in prima fila, intorno c’era il vuoto. Evgheny era andato a mettere l’abito da sera. Ricordo il tono dei discorsi, qualche parola imbarazzata come i risolini che alleggerivano la tensione d’essere in posto rimosso dalla testa. Il capo delle guardie spiegò che nessun detenuto era obbligato a venire, avevano parlato della possibilità il giorno prima, durante il pranzo. Poteva non arrivare nessuno. E invece poco per volta la sala si riempì. Circa un centinaio di detenuti presero posto. L’attesa sembrava importante più per noi che per loro, che chiaccheravano tra loro. In più lingue e dialetti, la sala era piena di voci. Quando entrò Evgheny calò il silenzio. Di colpo. 

Da quel momento il suono e il silenzio cominciarono a dialogare. Il tempo e la vita altrove erano in quella sala, riuniti in qualcosa che apparteneva al mondo esterno, ma era lì, condiviso come accade in una sala da concerto. Quando si ascolta musica a teatro, ognuno prova sensazioni proprie, eppure l’unità della sala si ricongiunge sul palcoscenico, un cono d’attrazione che preme e riceve dal concertista. Ebbene la stessa magia dell’uno e dei tanti si era riprodotta nella sala del carcere. Il programma non era ridotto, era un normale concerto in due tempi. L’ultimo pezzo era la tempesta di Beethoven. Ero un po’ preoccupato per la qualità dell’accordatura del piano, per la temperatura, per la difficoltà e l’emozione che doveva emergere. Ebbene, non ho mai sentito Brakhman suonare, con tanta determinazione e chiarezza. Alla fine ci fu un silenzio che seguì l’ultima nota e poi l’esplosione dell’applauso. Lungo, forte, con richieste di bis, e persone che scendevano dalle gradinate e attorniavano il pianista in piedi, e lo toccavano, volevano abbracciarlo. Le guardie erano preoccupate, dividevano, allontavano. Venne presa la decisione di riportare i detenuti in cella per sicurezza e così avvenne. 

Mentre uscivano, ascoltavo i commenti, i bravo detti a voce normale, come fosse uno di casa, le domande sulla provenienza del concertista e chi sapeva dov’era Gorki, lo diceva al vicino. Finché, improvvise, alla fine, un fiotto di parole in russo. Chi parlava era un signore sui 50 anni, alle mie spalle. E iniziò uno scambio di sorrisi e risposte che s’incrociavano, la commozione di una lingua comune, fino ad una stretta di mano che sembrava un abbraccio. Le guardie li divisero immediatamente. L’anfiteatro ormai era vuoto, conteneva solo noi. Gli esterni. Evgheny sedette, e suonò un pezzo breve: Traumerei. Era un bis  senza pubblico, anche noi eravamo in più. Era solo per l’emozione sua, per il cuore. Per questo il nostro applauso, alla fine, suonò senz’ eco.

Uscimmo in silenzio, sembrava una consegna concordata ed invece era l’emozione che durava. Dopo l’ultimo cancello i rumori, le luci, le auto, la città.

Come un risveglio nella sera.

p.s.uscendo  ho chiesto ad Evgheny se era emozionato e dell’esecuzione che ne diceva, mi rispose: emozionato? davvero tanto e  la tempesta, stasera, spero di suonarla  come oggi.

Non la suonò allo stesso modo, l’esecuzione fu meno emotiva e carica di forza. Come se una parte della forza del pomeriggio fosse stata spesa definitivamente.

I detenuti avevano avuto il meglio per un’ora, e non mi sono mai pentito che così fosse stato.

treni di giorno

Facciamo gli stessi viaggi, viaggiamo su treni di giorno, senz’ avventura di sentire che ci cambi.  Abbiamo ricordi comuni di tempi diversi, le stesse fotografie si rivedono fatte con estri differenti. Occhi ripetitivi guardano insiemi che ci accolgono indifferenti, in attesa d’essere toccati nel profondo. Baie di meraviglie dove l’identità si sovrappone, la mia, la tua, avanti un’altro. Qui una serie di foto del bazar, lì la musica comperata in quel negozio sul corso che portava al porto. Leggiamo le stesse guide, percorriamo strade simili in momenti differenti, beviamo, dormiamo negli stessi letti e mangiamo negli stessi alberghi. Confrontiamo i ricordi, le coincidenze, i c’era ancora… Se siamo accoglienti, sovrapporre non sarà una gara, altrimenti l’anch’io diventerà  il di più. Il mondo si è ristretto, la leggerezza del turismo di massa comporta lo snocciolare una serie di mete raggiunte e di obbiettivi per il prossimo tempo. Quasi ci si dispiace di non poter programmare, ancor più, questa raccolta di figurine in cui l’unica cosa davvero interessante è l’emozione provata. Questa sì singolare e unica, se c’è stata. E la domanda non dovrebbe essere dove sei stato o cosa hai visto, ma cosa è entrato in te?

barbieria

Mi piacciono i piccoli negozi di barbiere la mattina. Quelli, spesso vuoti di clienti, con un grande specchio e due poltrone, una sedia e un pacco di giornali vecchi. Annuso l’odore delle lozioni e della brillantina, scelgo un giornale. Poi un altro, due. Sempre bulimico. E la felicità è sedersi, spegnere il telefonino, lasciare che m’avvolgano nel telo e poi dire: si, il solito.

Da dietro il barbiere parla, un po’ con me che ascolto a mezzo e leggo, e un poco, al signore senza lavoro (adesso dice così, ma in realtà è in pensione e non vuole dirlo. Disoccupato gli pare più nobile) che è seduto su una delle due sedie di vinilpelle nera.  Semi nuove, sai, inox, le ho comprate da un salone che rifà l’arredamento ogni due anni e con solo due bruciature di sigaretta, che neppure si vedono ( ma da quanto tempo non si fuma più in un negozio di barbiere?). In realtà le due sedie sono due quarantenni, con maliziosi baffi di ruggine e chi le ha vendute ha chiuso la barbieria. Lo conosco bene, ha chiuso, all’improvviso: è andato in pensione, con la stessa violenza con cui chiudeva la serranda. Incazzato con il governo e con il progresso, con la sua progressiva inutilità che neppure gli faceva pagare le tasse.  Ma a volte torna nel negozio a prendersi qualcosa e a farsi la barba. Con il rasoio vero, non con questi gillette che con cinque lame non riescono a fare una rasatura liscia come il rasoio vero. Quello a lama libera con cui ti posso tagliare la gola, ma non lo faccio perché per un coglione morto ci sarebbe un intelligente in galera e il cambio non vale. Offrimi da bere e da fumare, lo sai che adesso non posso più né bere, né fumare e che me ne faccio della pensione, se non posso godermi la vita.

Siamo andati a bere, era un torrente di parole calme, fluenti come il movimento della mano che rade. Bere con lui è la cosa più solitaria che possa capitare dopo il bere da soli. Come entra al bar, subito viene risucchiato da una moltitudine di conoscenti- pensionati ansiosi di rimettere in ordine il data base del quartiere. Quello che mi ha messo di buon umore è stato il saluto quando ho pagato, mentre lui restava: grazie r. è sempre un piacere parlare con te.

Se non sta al bar, fa qualche barba e capelli a domicilio, arrotonda.  

Mi perdo, godendo questo angolo di universo e intanto il mio barbiere sta accorciando troppo. Lui parla, il disoccupato interloquisce, io sto zitto, mi pare d’essere di troppo, se non per la testa che permette di occupargli le mani.

  

Zanzotto, Jobs e Amartya Sen

Zanzotto continuerà a parlare. Con le sue poesie, e con il suo messaggio sociale e civile per la difesa del territorio, della bellezza, della dignità del vivere e non dell’avere. In questo progresso scorsoio, una intervista pochi anni fa, ma anche nel dialogo con Paolini, c’è la visione del poeta che vive di realtà, denuncia il rischio, combatte l’imbarbarimento. La lega e l’uso distorto del dialetto è stato un suo obbiettivo, non il principale, ma quello evidente, che faceva notizia quando la definiva una peste. In realtà nella brutalità degli appetiti portati a norma, coglieva la distorsione delle parti migliori di una civiltà fatta di secoli di contaminazione e accoglienza, di apertura e battaglie per i valori comuni, tutto sacrificato su slogan che diventavano modo di pensare e arretravano tutti anziché far crescere. Zanzotto parlava così forte dei rischi della nostra crescita cieca di futuro e umanità, sui rischi del profitto senza il bene comune, che si rischiava di perdere l’altissima poesia fatta di penetrazione nelle cose, di assonanza tra civiltà, uomo e parola.

Pensando a lui, mi è venuto da riflettere su quanto è stato detto su Steve Jobs in questi giorni, dopo la sua morte. Grande è il suo contributo al cambiamento del modo di vivere, una svolta impensabile se letta nei paradigmi dell’informatica degli anni ’60 e ’70. Ho lavorato per molti anni in quel settore ed è difficile spiegare a chi non ha vissuto in quegli anni, cos’era un mainframe, quale fosse la distanza sacrale che esisteva tra i centri di calcolo e le altre parti dell’azienda. Il dato, l’informazione in quegli anni esplicava un valore dirompente, come ci fosse davvero la possibilità del governo e della manipolazione del tutto. Il gruppo che costruì il primo portatile rivoluzionò il concetto gerarchico dell’informazione, la rese portatile e la tradusse in un’ attività non specialistica. Il computer come macchina personale, da usare senza sapere come funziona. Un elettrodomestico.

In quegli anni la parola parlata aveva preso il sopravvento su quella scritta, il telefono era davvero la tua voce, come diceva uno slogan, ma il p.c. rovesciò le priorità, ritornò al centro lo scrivere. Noi stessi siamo parte di quella rivoluzione e di quello che ne seguì. Quindi Jobs fu geniale, nell’intuire e nel mettere assieme competenze, che singolarmente non producevano nulla se non curiosità, in un oggetto talmente innovativo da scardinare modi di vivere. Fin qui il suo grande talento ed abilità. E non parlo del marketing, certamente anche quello fu centrale, ma fa parte del genio averlo così tanto enfatizzato e reso protagonista. Quello che passa in ombra è come questi oggetti meravigliosi vengono prodotti, quanto conculcano gli uomini che li fanno materialmente, quanta sofferenza racchiudano quei profitti. Questo è il lato oscuro di Jobs. Sapeva, ma questo non era eticamente contrario ai suoi principi, tutto si svolgeva in una transazione dove ciascuna delle parti massimizzava, non importa come, il profitto.

E qui vengo ad Amantya Sen quando sostiene che è fondamentale per l’uomo non essere succube dei valori e della propria storia, ma agire dialetticamente con essi, chiedersi se, pur nel rispetto di essi, ci saranno conseguenze sociali nel proprio agire. In questo l’economia crea mostri etici perché la fedeltà ai principi toglie domande ai depositari della fiducia degli azionisti, giustifica l’ingiustificabile semplicemente non considerandolo un problema proprio. Questo permette, in nome del profitto di alterare l’ambiente, imporre condizioni dure alla vita di chi lavora, toglie diritti reali dicendo: è il mercato, baby. 

Zanzotto questi problemi se li poneva e sollecitava una via umana alla crescita. Ogni volta che prendo in mano il mio portatile dovrei pormi una domanda sulla crescita tecnologica e quella umana. C’è stato un momento in cui andavano assieme, adesso non è più così e la prima si inerpica mentre la seconda arretra. Gli effetti sono intorno a noi, ed una riflessione sull’economia del benessere è quantomai attuale. Andrea Zanzotto ci ha aiutato in questo, lo farà anche in futuro.

la crepa

Si sta dividendo il pensiero del mondo. Quel mondo che sembrava a pensiero unico, a vincitore unico, è in sofferenza. L’ha generata lui stesso la sofferenza ed adesso la crepa segna l’edificio,  avanza,  è un disegno di folgore, una radice. Alla fine aprirà la pietra e mostrerà il melograno nel suo succo.

Domani, in centinaia di città nel mondo, giovani e non giovani, mostreranno la sofferenza che sinora è stata occlusa.

Basterà? Non credo, ma già i giovani americani hanno portato davanti ai luoghi della finanza la loro insofferenza per l’imbroglio planetario che si sta consumando. Premi Nobel, avanzano dubbi sulle soluzioni alle crisi economiche del mondo, parlano dell’altra faccia della crisi, ovvero della miseria, dell’assenza di futuro, dell’inutilità della democrazia che non governa. Si affaccia una concezione insofferente del mondo che ramifica nelle coscienze e coinvolge l’ambiente, la mobilità sociale, l’ingiustizia, il potere, la libertà, i vincoli, il denaro.

Basterà? Non credo, ma per la prima volta dopo molti anni il disagio è mondiale, e qualche governo dichiara che capisce. Obama l’ha già fatto. Se non arriveranno fatti difficilmente la corrente si arresterà, per il semplice motivo che il mondo, ovvero la maggioranza di esso si sta impoverendo con la velocità di una guerra, senza che ci sia la guerra.

Riprende la voglia di pensare, di guardare dentro alle cose, l’individualismo, il vero cancro di questa gestione del mondo, perde evidenza. Inizia la coscienza che le cose non si risolvono più da soli, occorrono almeno basi e opportunità comuni.

Basterà? Non credo. Ci sarà bisogno di una alleanza vasta che guardi in faccia le priorità vere, basti pensare che mentre i governi discutono di pensioni e di diritti nel lavoro di chi ce l’ha, nessuno parla che milioni di persone non hanno né l’uno né l’altro. I partiti d’opposizione ancora non capiscono, al più blandiscono, si rivolgono ai giovani militanti, ma questi ben poco hanno capito perché altrimenti avrebbero già rovesciato le politiche dei partiti, riscritto le agende.

Basterà? Lo spero, abbiamo bisogno di un bagno di realtà, di capire che così sta morendo la maggioranza delle idee, la possibilità di riformare la società portando più giustizia. Credo ci sarà molta confusione nelle teste, che sarà facile smarrirsi, ma se verrà mantenuta la critica a ciò che ha generato questa situazione, ovvero la smodata volontà di profitto, sterzate anche brusche, inizieranno. C’è un mondo da ripensare, la gestione della cosa pubblica e dell’economia da reinventare, solo l’insofferenza per l’offesa patita e in atto assiame all’incoscienza, possono affrontare un cambiamento così immane. Spero molto in questa rinascita del senso comune della storia, di uno statu nascendi che, per la prima volta nella storia, affronti senza guerra l’esistenza di una società con diritti spendibili da tutti.

Può cambiare il mondo e vivere in questi anni può diventare l’avventura di una vita.

 

battalia

Non molto tempo fa, la mattina, appena svegliato, mi dedicavo tempo per guardare fuori dalla finestra, poi respiravo profondamente il primo caffè, mettevo in ordine gli impegni, stabilivo una colonna sonora della giornata e uscivo. I pensieri che mi riguardavano da una parte e il lavoro, i problemi esterni da un’altra. Nei miei post più vecchi c’è traccia di questo modo di uscire in battalia.

Molte cose sono rimaste eguali: il caffè, la musica, il modo di vivere i miei pensieri, molti interessi e passioncelle. Altro è mutato in questi tre anni, non pochi “amici” di lavoro se ne sono andati, qualche errore ha morso la carne, la divisione tra spazi interni ed esterni, si è spesso frantumata. Ma le cose che tengono in piedi il mio modo di vedere il mondo sono sostanzialmente rimaste, segno che contano davvero. Di queste una è particolarmente chiara: il rifiuto fisico di sottostare a qualcosa che mi è estraneo.

L’attualità, ad esempio, faccio fatica a dirne perché mai come in questi anni di comunicazione continua è diventato regola parlare solo del momento, dell’oggi. Come se il nostro tempo, quello che viviamo, fosse una infinita serie di avvenimenti rotti, frantumati, dai successivi. Macerie d’istanti e d’emozioni su cui camminiamo per andare verso il futuro. Oggi c’è la morte di Steve Jobs, ieri il processo di Perugia e Amanda Knox, domani le dimissioni di Tremonti o chissaché. Tutto imposto, tutto rilevante per un giorno, tutto manipolato, collimato con i sentimenti medi, premasticato, digerito in fretta.

Non mi va.

 Non mi va da sempre. Non mi piacevano le prime, i lanci con la corsa a vedere o a leggere per primi, gli avvenimenti eccezionali a priori. La notte dello sbarco sulla luna, andai a letto presto, non mi succede mai, eppure di quella notte ricordo tutto, l’emozione permane, ma soprattutto mi ha cambiato. Lo stesso potrei dire per la grande idea di riportare la parola scritta ovunque, rompere il dominio della parola detta, del telefono, della televisione. Oggi si scrive molto (e male) grazie a Steve Jobs, questo è nelle nostre vite oltre la notizia del giorno e a questo penserò con i miei tempi.

La velocità è un idolo della modernità, residuo futurista, sostituto dell’essere. Riporta il primato del fare sul pensiero, ne da visione economica come fosse l’unica lecita. E la velocità porta con sè il mito dell’oggi, del momento. E’ la definizione fisica di velocità, lo spazio parcellizzato dal tempo in tanti minuscoli segmenti. Zenone sorpasserà subito la tartaruga e non imparerà nulla dal suo altro modo di vivere, la scarterà come incongrua stabilendo che il mondo la può tollerare, ma non ammettere alla pari. Con la velocità e l’odierno si attacca il tempo, il tempo diviene obsolescente, scappa è più veloce di Zenone che continua ad inseguirlo e perde il senso della corsa. Della lentezza parlerò ancora, continuerò a farlo, ma ciò che mi preme adesso è il rifiuto dello stereotipo, dell’imposizione. I riflessi di tutto questo sono enormi, contengono il positivo (in parte) e il negativo del mondo, ma escludono la scelta. Bisogna adattarsi. E io non mi adatto, penso a ciò che è importante per me, ascolto la mia musica, affronto la battalia con le mie armi. Molto datate devo dire, poco efficienti ed efficaci, disorientanti spesso. Ecco, il vantaggio è questo disorientare, che significa togliere le stelle fisse e portare la navigazione su obbiettivi più larghi del giorno, perdersi contando di ritrovarsi.

Vorrei darvi una buona notizia, o cattiva per alcuni: siamo naufraghi, non arriveranno i soccorsi e dovremo contare su di noi, sul nostro tempo. Per ritrovare un senso bisogna pensare che il culto del giorno ci fa perdere il piacere dell’isola in cui siamo finiti.

d come Domodossola

Ci si capisce per gran parte, poi funziona il presumere. Si dovrebbe chiamare presunzione, invece si dice intuito. Ma l’intuito dovrebbe funzionare prima che le cose accadano, mentre si suppone sovrapponendo pezzi di sé su altri, dopo. Nel nostro “intuito” ci sono le nostre paure e le deviazioni rispetto allo star bene presunto (anch’esso), non una norma che non esiste. Ma se siamo singolari, unici, dovremmo essere eternamente stupiti dalla differenza, dal non ripetersi di noi in altri. Invece diciamo una cosa e ne pensiamo, più o meno consciamente, un’altra.

Dovrebbe esistere una “stolidità” intelligente, una propensione a capire in ritardo, che emerga come qualità, in questo mondo ben più sicuro e sentimentale (fondato sui sentimenti e meno sul sentire), di quello in cui la presunzione era necessaria alla sopravvivenza dell’individuo e del genere.

Se già tra persone potenzialmente vicine, od affini, non ci si capisce davvero, cosa può accadere tra gruppi potenzialmente concorrenti? Accade che la genericità che applichiamo per comodità di pensiero , si insinua e condiziona nel pensare vero. Così si dicono nel piccolo quotidiano, parole terribili come: voi uomini. Oppure:sei come tutti gli altri. E così via, coniugando al maschile o al femminile, indifferentemente.

E d’altro canto, per orgoglio, nasce la necessità di spiegare, anche mutando il vero nostro, approssimando per farsi sentire, intendere nella diversità. Come ce ne fosse bisogno. In realtà vorremmo dire: ma come non mi capisci? se non ci riesci, fidati, capirai, altrimenti lascia perdere. Ci siamo sbagliati.

Una mia amica quando, come succede spessissimo, non rispondevo ai suoi schemi, mi diceva: sei una patacca. Le prime volte mi incazzavo, poi ho imparato a riderci sopra, era una cosa allegra non rispondere a uno schema. Ma intanto, l’avevo derubricata dalla comunicazione importante. Perché poi è questo che si fa, si prova, si riprova ed infine si ridimensione. Sembrava, ma non era.

Ciascuno di noi, quando fornisce l’immagine di sé, attraverso il racconto di quello che sente, manda molte verità e non pochi desideri. Projetta quello che è e il cammino verso cui procede, dovrebbe essere preso così, capito anche quando non si capisce e scartato quando  davvero incompatibile. Scavare nelle parole è sempre un esercizio fallace e affascinante. Le espressioni fisiche sono più sincere, ma anch’esse equivoche perché spesso è il tempo a fregarci, ossia la nostra percezione di averne poco e quindi se le cose non si incontrano, si rinuncia con un giudizio. Di solito lapidario. In realtà di tempo, ne abbiamo tanto, e non occorre correre per vedere più panorama.

L’economia degli incontri ha un valore crescente, si accumula nella vita ed è la diversità ad essere interessante, formante. Invece sembra che l’omologazione, il comprensibile subito, anche nella diversità, sia la condizione dell’utilità dei rapporti, come si riducesse tutto alla diade amico/nemico.

Funziona ed è efficace il ragionamento binario, come un flow chart.

Peccato.  

la bambina bionda

La bambina bionda avrà tre anni, porta un caschetto rosso in testa e sta sul marciapiedi, a cavallo della sua bicicletta. Con un braccio tiene una bici, eguale alla sua, in equilibrio. Passa un mezzo dei pompieri. rosso come il suo casco, si distrae. Saluta con la manina, viene ricambiata da un pompiere che sorride. Cade la bicicletta.

Dalla porta esce un bambino, ha un anno più della bambina. Il suo caschetto è blu, raccoglie la sua bici, senza protestare e sale. Aspettano e intanto si parlano, additano, sorridono. Forse lei gli racconta dei pompieri e del saluto. Adesso esce un uomo, avrà 35 anni, anche lui con una bici, un caschetto. Parla con i bambini, istruisce, accarezza. Partono, lui davanti, i bambini dietro. Sono sulla pista ciclabile che scende verso il lago. Lentamente, nel pomeriggio, sfumano verso il sole.

Le vite proseguono normali, ovunque, in lingue diverse, equivalenti e sovrapponibili. Fatte di affetti, consuetudini, piccole gioie e dolori, chiuse in cerchi ristretti di idee, prima che di cultura e di case fortilizi d’essere. Sfumature di caratteri, qui prevale l’ordine, altrove la fantasia. E’ lo stesso per ogni nuovo incontro. Si confrontano i caratteri, c’è curiosità, si capisce, spesso poco e male, poi la vita continua, a volte si intreccia, quasi sempre scivola via. Per caso, noi tocchiamo una vita, ne siamo toccati. Quando si segue il filo dei pensieri e si osserva, non occorre parlare. Questo vedere-sentire ci modifica, aiuta a sentire la singolarità nostra e l’eguaglianza di gran parte delle vite. Un brusio enorme dell’universo, che tocca leggero. Nelle modalità dell’essere, scegliamo cosa e con chi, il resto è appena meno importante, come le iterazioni deboli, tiene assieme l’universo e noi. Il nostro universo che è importante per noi, scorre a lato delle vite, nel flusso. Di me non resterà traccia negli occhi di quella bambina bionda, ma lei resta nei miei. E’ la percezione che la vita continua, tendenzialmente lamellare, su piani che hanno velocità differenti, si muovono assieme e solo dove c’è un ostacolo-occasione si mescolano. Lì si può accettare il confondersi, oppure riprendere a scorrere, non dipenderà solo da noi. 

E’ una percezione forte quella che mi prende: la vita continua dove me sono andato. E’ una tenera verità che genera una sensazione di pace, di continuità. Anche sul lago è sera, anche nelle case e nelle persone che conosco, e per cui sento cose importanti, è sera.

Mi basta.

Friburgo i.b.

Le spinte, i pilastri con le volute d’arenaria rossa scolpita, il sesto acuto degli archi, l’organo.

A chi piace il suono e la musica dell’organo, adesso? Eppure nell’organo barocco, c’è una fatica fisica ed un senso dell’assieme che solo il pop ed il rock possono capire. Senso di dominio delle menti e degli spazi, dialogo con i volumi. Si diffonde a ondate nella navata. Pedale, ripieno, tre tastiere che si incrociano, cambiano registri. Femmineo a tratti, merletto, maschio, furibondo, cosciente, si quieta, riparte. Il senso tattile del suono. Chiudo gli occhi, ascolto.

Fuori c’è mercato. Markt platz, fiori, frutta, miele, artigianato di legno e paglia, tisane, chioschi di wüstel e salsicce. Vista la quantità di bratwürst, senape, molta e colante, maionese, polpette e birra che si spaccia, che ci faranno con tutte queste tisane? Birra fresca, non pastorizzata, piena di fermenti, si combina con il profumo dell’aria, scende a grossi sorsi, fa scordare che è prima mattina.

Icona della Germania, il chiosco dei wûstel, gusto rude, nessun rispetto per la logica del nutrirsi, solo gusto, piacere che schizza dalle papille al cervello. Ipotalamo in festa, poi di quel che scende, che sarà, sarà. Non è così forse, per ogni piacere che non sia intellettuale? Un altrove animale, fatto di acuzia ed elaborazione automatica. Con rutto finale. L’ordine nel disordine ed il suo contrario, come fosse tutto reversibile. Non è reversibile, nulla è reversibile. Si vede nelle pance.

Appena attorno l’impressione linda degli uffici, dei negozi, la precisione dell’essere pubblico, immagine incollata sullo specchio della società, che provoca l’affollarsi ordinato. Educa. Penso agli stranieri, a me che frequento questi posti e mi adeguo. Le regole ed il luogo mi educano. Non faccio il furbo con il parcheggio, attendo il cameriere che so che arriva, mi metto al mio posto. Chi abita in questi posti, non importa da dove venga, è soverchiato, educato dalle regole non scritte e rispettate, più che dalle leggi. Non si integra in casa? Non importa, fuori si sottomette. Non c’è nulla di male nella libera sottomissione, si può trasgredire, ma si sa che la sanzione sociale arriverà.

La città nel ’45, era rasa al suolo, rispettata solo la torre campanaria ed alcuni edifici della piazza, il resto macerie. E’ stato riedificato tutto quello che era importante, ricostruite le vetrate al piombo nei palazzi e nelle chiese, introdotto il nuovo che sembrava utile. La seconda guerra mondiale ha distrutto in tre anni, ovvero tedeschi, americani, russi, inglesi, francesi, hanno distrutto, più di quello, che quattro secoli di invasioni barbariche e guerre, siano riuscite a distruggere. La rinascita ha portato nuove ricchezze, speculazione. Anche qui, il brutto si è fatto strada con edifici pretenziosi. Spesso banali. I segni sono diventati anonimi in tempi brevi. La vera svolta è avvenuta 20 anni fa, quando il governo federale decise di costruire una centrale nucleare vicina alla città. Ci fu la rivolta ordinata, ma non pacifica, dei cittadini. La vittoria e poi la scelta delle energie rinnovabili, la mobilitazione di un territorio, il cambio della cultura del buttare l’energia. Da quel momento il territorio, uso questa parola globale che è fatta di cittadini, animali, piante, economia, orienta, condiziona, controlla le politiche degli amministratori, pronto a cambiarli se non rispettano i patti. Da 8 anni un sindaco giovane, un grünen, un verde, governa la città. Anche il governatore del Land, siamo nel Baden Wuttemberg, da quest’anno, è un grünen. Questo Land per 50 anni è stato un feudo CDU, il partito del Cancelliere. E’ il segno di una direzione del benessere, non della direzione, è una possibilità. Qui di benessere ce n’è molto e l’affare della crescita compatibile è stato fiutato per tempo, adesso procede per suo conto, tra ricerca, produzione, commercio.

L’organo procede per ripieni. Lo suona una ragazza. Avrà poco più di 20 anni. Il volume sonoro cresce, emoziona, riempie. In città c’è un conservatorio importante, e la terza università della Germania, la nona d’Europa. Fuori una bambina di 8/9 anni suona compunta la tromba, pezzi discretamente complessi, raccoglie i soldi per acquistare la sua bicicletta. L’arte, a volte, fa guadagnare subito.

Questa è una città di 200.000 mila abitanti, poca cosa rispetto alle megalopoli che stanno crescendo altrove. Anche in Germania. Sembra ancora più piccola. Nella crescita si è scelto un modello estensivo e contenuto in altezza. L’agricoltura è importante e rispettata. Negli ultimi anni i nuovi quartieri, due, sono stati fatti in linea con la scelta energetica della città: sono a basso consumo ed autosufficienti. Ricchi di parchi, di tetti in erba, di case passive, con una presenza anomala di bici e ciclisti. Qui la bici è un mezzo vero di trasporto, prepotente nelle sue piste ciclabili, considerate regni invalicabili. Chi sceglie di non avere l’auto, riceve un congruo contributo mensile dal comune per lo spostamento con i mezzi pubblici.  Beauburg, Vauban, i due nuovi quartieri, hanno spopolato il centro,  e il comune ha dovuto incentivare la presenza delle persone nella città perché il verde e i servizi portano verso i quartieri periferici.

Il console italiano mi diceva tempo fa, che si impiega tempo a sopportare i ciclisti, a considerare che bagnarsi con la pioggia non è una tragedia, che risparmiare energia ed acqua sembra inutile, ma poi diventa un’abitudine e che quando si torna sembra strano che già non si faccia ovunque. In fondo serve poco.

Fuori il mercato continua, nel duomo è fresco. Non tutto va bene da queste parti, è un altro modo di vivere. Un modo possibile, magari non mi andrebbe mai bene, però trovare la maniera di utilizzare esperienze e poi innovarle secondo lo spirito, la cultura del posto in cui si vive, sarebbe una riduzione dello spreco dei tentativi a vuoto.

 p.s. a proposito di biciclette, energia, alternative non possiamo dire di non sapere: