urbanità

Salendo verso i viali di villa Celimontana, i marmi slabbrati, gli immensi cumoli di laterizi, che sin dall’epoca imperiale hanno fatto sfogare la mania di costruire ville, case, mausolei, templi e poi chiese, palazzi di cardinali e di nipoti di papi, circhi e mercati e acquedotti e fontane e di nuovo chiese e case, sono meno invadenti. Accompagnano.

Nella villa ha sede la Società geografica italiana, dalla balconata si vedono giardini, la fontana con un Nettuno ironico per la mancanza di zampillo, ma soprattutto il cielo. Il cielo di Roma ha un’ampiezza particolare, è grande. Come se la città si rovesciasse verso l’alto, ma solo nel contenuto dei desideri degli uomini, mentre i palazzi, le chiese, le case e le strade stessero a guardare, apprensive di quella libertà e continuassero a richiamare quei bimbi riottosi, scendi, scendii, per ricongiungere il vivere, adesso sospeso in aria. I desideri si fanno nubi e cielo e, a volte, piovono sugli uomini, nascondono il sole, rendono l’aria spessa, ma oggi il cielo ha una dimensione così ampia che s’allarga ancora a contenere nubi possenti. Leggerezza e mutevolezza dei contorni spinti dal vento, sembrano suggerire l’essenza del vivere, a noi, che c’accontentiamo di guardare prima d’essere.

I pini seguono i viali del giardino, si spargono e coprono d’ombra, erba e panchine, e ghiaino. Poco prima, davanti alla basilica dei santi Giovanni e Paolo, un matrimonio affollava la piazzetta. Per il colore degli abiti, per le mise un po’ sopra tono, per il formarsi indeciso dei gruppi, per l’attesa d’entrare, per la chiesa equamente spartita tra i sodali della sposa a sinistra e quelli dello sposo a destra, i viali  di villa Celimontana sarebbero stati, invece, la cornice ideale. Con i bambini vestiti di bianco ad additare, ridendo, i papagallini verdi persi tra i rami e poi subito a correre tra i pini, con le donne colorate a far capannelli da sciogliere e riformare, nei gorghi di parole, e risate e commenti a mezza voce, con gli uomini in disparte, a commentare e fumare. Sciami che si separano e riformano come gli storni che si muovono sopra la città e di colpo scendono, si posano, liberando il cielo e riempiendo i lecci, di corpi leggeri, di frastuono di voci, di sterco. E poi nuovamente s’alzano alla prima minaccia o voglia, per riformare la nube, e disegnano figure in cielo e, pur bassi rispetto alle nubi vere, affascinano ed attirano sguardi e commenti di uomini che vanno. Vanno verso treni, case, alberghi e non par loro vero, d’occuparsi d’altro che li tolga dall’utilità che li accompagna e pesa. Così all’infinito.

La città si merita tutto questo, è stata accumulata di presenze, è stata risuonata di voci, canti, spazi e sfottò. E’ stata riempita di templi, vuotata di dei, ripopolata di chiese, acquedotti, potenza, rovina, indifferenza, case e bisogni. Perché non dovrebbe meritarsi di essere un luogo in cui l’essere assieme è libertà, fatto vitale e non occasione? Cos’ha in meno delle città, altrimenti antiche, che ribollono d’umanità, in Africa ed oriente, che si punteggiano di caffè, case e giardini, miserie e ricchezze riempite di uomini che non le hanno costruite? Quello che mi fa accettare Roma, per me provinciale, non è la cristianità e il divino spalmati sulla città, ma l’arroganza di chi, indefessamente, ha costruito per magnificare sé attraverso la divinità, ostentando un’umiltà che non esisteva.

A fianco della basilica dei santi Giovanni e Paolo, ci sono le parti del tempio di Claudio al Celio. Su queste e su una villa è stata costruita la chiesa, e poi case, e sopra ancora una casa e un campanile. E quelle vecchie colonne, e pilastri, e travi, messe per altri dei, sono state chiamate a sopportare il peso di tutto questo nuovo credere e sapere, che dilagava nella città. In una nuova funzione, in un riciclo dove il credere si sposta, ma resta come bisogno da soddisfare, guidare, accogliere. Non per tutti, ma resta.

Nessuno degli invitati sembra interessato all’androne galleria che si apre a fianco del campanile e mostra i resti del tempio, neppure al busto di un prelato, posto su una colonnina a prestito sono interessati. Anzi un’auto gli era stata parcheggiata davanti, cosicchè il prelato guarda il retro della macchina. La pietra non si sconsola, e neppure il prelato, solo gli uomini, a volte, pensano che ci sia un posto, e un luogo, per tutto e non la confusione che mescola persone, effigi, funzioni, passato ed attesa di felicità future. Tutto buttato in un melting pot, una pentola ribollente, dove il momento si scioglie senza traccia, neppure quello che si celebra, dura, e tutto confluisce in un brodo che fa dire: è stata una bella giornata, hai visto chi c’era, era buono, stavo bene, il più bel giorno della mia vita, bella cerimonia, che stanchezza. Voci e pensieri che si sovrappongono e si confondono in un brontolio di presente scontato, dove si sa quasi tutto. Per questo mi sarebbe piaciuto vederli nei viali di villa Celimontana, con i vestiti corallo, grigi, rossi, bianchi e tutti i colori che queste occasioni richiedono quando si deve essere un po’ più di quello che si è. Ed è una spesa che deve trovare soddisfazione. Ma l’occhio attento guarda il colore delle scarpe, si accorge del risparmio, giudica l’altezza del tacco e l’abbinamento della sciarpa e poi scivola sugli uomini e coglie l’abbinamento camicia, cravatta, giacca, si accorge del tamarro in agguato ed allora sorveglierà il tono della voce, guarderà ancora, ma con tenerezza, come si dispongono in chiesa. E si allungherà per cogliere il commento per la disposizione sui banchi infiorati di bianco, con i cuscini bianchi e il sacrestano, pure vestito di bianco, finché si fermerà, convinto, che l’aria e i pini sarebbero stati il posto migliore.

Ma perché siete venuti in questa chiesa, non è neppure bella, l’hanno rifatta e ancora rifatta, la parte migliore è fuori e vi avete parcheggiato le macchine.

Il cielo è azzurro, c’è aria calda, ma all’ombra rinfresca. Sotto i pini di villa Celimontana corrono cani e bambini, qualcuno si stende sull’erba, la fontanella butta acqua. Se si chiude la bocca del leone che fa da cannella, si beve acqua fresca, dallo zampillo del naso. 

E’ caldo e fresco, come dentro la palazzina della Società geografica, dove s’ annidano carte ed esploratori italiani, qualche storia d’amore africana, passaggi in Asia e nelle Americhe. Hanno camminato, scritto, imparato, tracciato mappe, raccontato e sono tornati.

Fuori è pomeriggio , il sole splende sopra i pini, la città vortica. Più sotto il matrimonio procede. Le voci sono una sensazione, un flusso. Solo gli uomini accumulano anche ciò che non è stato.

del rendere grazie

Ho l’impressione che si ringrazi meno di un tempo, come se la gratitudine fosse un sentimento in disuso nel mondo del dovuto.

Credo ci sia una profonda salubrità del ringraziare, non solo le persone, ma anche le cose, e quello che ci fa bene. E che l’educazione alla gratitudine comprenda l’ espellere, con meticolosità, l’affettazione, la forma. Nel rendere grazie (che profondità ha questa espressione, che rende, reinterpretato ciò che si è ricevuto), la forma deve scomparire a favore dell’espressione così come sgorga, spontanea.

La gratitudine, per suo conto, sorprende, coinvolge, migliora la vita. Eppure spesso la spegnamo, imbarazzati da questo calore che ci coinvolge, senza renderci conto che provarla è un’ ulteriore dimostrazione che siamo vivi.

La gratitudine porta con sé la timidezza, forse questo ha da sempre motivato una forma che liberi dalla necessità di essere davvero se stessi. Come ci vergognassimo di quello che proviamo. Ma volete mettere quanto dirompente è un grazie, detto così come siamo, un abbraccio, un libro, un bacio, un fiore, un tempo dedicato, tutto apparentemente senza motivazione per chi lo riceve. E come tutto questo stabilisca, e motivi, il ripetere l’incanto d’una comunicazione profonda. Per questo penso che nel bisogno fondamentale d’amore che riguarda l’uomo, il ringraziare possa fare molto per migliorare il pianeta. 

Basta sto diventando mieloso, meglio mettere la Nannini che dice di più e meglio.

l’incrocio

Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.

Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.

La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.

D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.

Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.

Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.

Chissà come sono passati per Lei,  questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.

Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.

Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.

Al semaforo dell’incrocio, c’è un mazzo di fiori.

Le piacerebbe.

compagno

Eravamo compagni non senza timore. Anche chi c’arrivava subito con gioia spensierata e guascona, chi incespicava sulla parola che rompeva passati familiari, chi, con naturalezza, riconosceva ch’eravamo tanti e dalla parte giusta. Poi, come ogni acquisizione d’identità collettiva, il cerchio d’uso della parola sostituiva il nome proprio. Ci si appellava compagno, compagna, riservando il nome all’interlocuzione diretta e non alla politica di gruppo. In vacanza, in osteria,  nelle scorribande d’amici, ritornavano i nomi, perché la parola compagno era la vita impegnata e seria, il terreno su cui poggiare piedi e ideali.

Compagno e compagna, si diceva con tenerezza, con forza, con rabbia. Una parola che univa e divideva perché connotava un versante del mondo. Toglierla a qualcuno era l’ostracismo, il tradimento. Nella parola c’era l’onore e la fedeltà, l’appartenenza.

Compagni era un grido d’attacco ed una quiete da chitarra nella notte. Compagno, veniva da prima, era stato usato con gloria, aveva plasmato vite. Per noi, studenti, era il segno d’una aristocrazia d’idee e di vita fuse assieme che innanzi tutto apparteneva a chi lavorava, agli operai. Usarlo nei loro confronti, oltre l’età, era una concessione, un essere ammessi a qualcosa che partiva da loro.

Compagno se va, chiude un secolo e mezzo di storia, relega un’identità al passato, la lascia a chi c’ha creduto, a chi vuole che non sia cambiato il mondo. Da tempo, questa parola, era in difficoltà, da quando caduti muri e ideologie, sembrava fosse un arcaismo, un residuo del passato. Nella fretta del nuovo, del tempo che divora se stesso, s’è gettato non solo il bimbo e l’acqua sporca, ma anche il catino. Nel convergere poi, di centro e sinistra, è difficile usarla in partito, difficile nelle manifestazioni, difficile anche in fabbrica perché gli operai erano passati alla lega.  

Eppure tutti c’abbiamo creduto, anche chi non era d’accordo, ma alla sua partenza non c’era nessuno. Era finita una stagione politica e di speranza, di questo qualcuno non se n’era accorto, e nessuno conosceva il nome di quella nuova.

E’ solo una parola, dicono, e vorrebbero sostituirla con amico, ma sarebbe demolire qualcos’altro, un sentimento che riguarda le persone, non le idee e la politica. Ne sanno qualcosa i democristiani d’un tempo, che si chiamavano amici, prima di macellarsi nei congressi e nelle correnti, e gli amici veri se li sceglievano altrove.

Meglio non avere nome e tenersi dentro ciò che si è. Ritorneremo ai signori e signore, agli uomini e donne detto enfaticamente, all’appellarsi vuoto di simboli e significati. Non ci si deve sentire per forza, qualcosa di diverso e forse neppure assieme ci si deve sentire. Oppure sarà necessaria la doppia tessera, quella ligth per la casa comune, quella hard per chi vuole cambiare davvero.

Questo dice la politica liquida: agitare bene prima dell’uso, bere e poi si metabolizza in fretta.

p.s. mi convinco che sarebbe andata comunque così, che non è stato l’ingresso dei figli della borghesia a mutare il senso della parola, e forse, neppure a stereotiparne l’uso. Che a metà degli anni ’80 già s’era consumata la fiamma in grado di mutare il mondo. Quel mondo, non questo, questo ha gli stessi problemi ed altre poche fiamme.

Ivan della Mea, interpretò in musica, quell’ultima stagione insieme ad altri, ritmando le manifestazioni e la protesta. 

 Compagno era colui con cui si divideva il cibo, la lotta, la prospettiva di futuro. Cosa posso dividere oggi, che non cambi presto con i leaders, che non ricada nel relativo che ha pervaso la politica, che non sia solo, una prospettiva di governo, ma una prospettiva di vita?

In quegli anni di cambiamento fu per me fondamentale, l’ultimo leader che seppe incarnare davvero la parola compagno: Enrico Berliguer. Di Lui conservo molto e condivido ancora moltissimo.

gestire la propria fortuna

Da tutte le vite che tocco, direttamente o in altro modo, traggo esempi per la vita mia, che esemplare non è. Mi confronto con rispetto, cerco di ascoltare con i sensi che ho a disposizione. D’ imparare, conoscendo la mia ignoranza, almeno i miei errori. Non me ne preoccupo più di tanto, dell’ignoranza, è sempre stato così: non voglio far fatica, è il sentire che m’ insegna. M’attrae il pensiero e la persona, cosa comunica, la sua identità utile a sé e agli altri. Penso che dovremmo essere fruibili, senza darci inutilmente, conservando per noi quello che non può essere ceduto.

Avverto la spinta d’un fronte di storie personali e collettive, che porta innanzi. Ed è da sempre. Mi lascio prendere dall’onda che culla, spinge, risucchia e rispetta il mio saper, un poco, nuotare. Forse questo giustifica la mia fiducia nel futuro e rende più grave l’offesa alla disponibilità, perché è facile trovare la mia porta, forse è difficile entrare, ma poi il rispetto è richiesto. 

Ho posti buoni in cui pensare, vedere, incontrare. La mia terrazzetta, i portici ed il Prato, i bar ( da Anna, il Bologna, i tre scalini ), il fiume, il cielo che vedo dal mio letto, i tetti. Ho affetti essenziali al vivere, pochi amici, a me importanti, interessi che mi prendono. Anche la malinconia a volte m’ aiuta; nel superarla fa vedere che il bello esiste.

Credo d’essere fortunato e che gestire la fortuna significhi avere sempre una vita da costruire.

l’uomo della panda rossa

L’uomo della panda rossa parla solo dialetto, sorride e si capisce tutto. O quasi.

Sembra vecchio. Forse è più giovane di me, ma lui lavora i campi, raccoglie capperi, origano, olive, pomodori. Li secca, li condisce, li vende.

Per questo mi sono fermato.

Mi racconta che pesta il basilico col pomodoro secco e l’olio. Poi acciughe, mandorle e olive.

Ma oggi non ce l’ha. Neppure le olive condite gli sono rimaste. Solo capperi e origano. 

Gli spiego del vetro, degli aerei, del bagaglio a mano. Sorride e scuote la testa: continente.

Appoggiato contro al muro, tra vasi di capperi, l‘uomo della panda rossa, s’è immerso nel suo profumo d’origano.

Sorride ancora e adesso parla col cane.

ulysses

Oggi è la giornata dell’ulysses che più amo. Quel girovago di Bloom, furbo quel tanto da non farsi prendere nel sacco. Dentro e fuori di sé, in continuazione, non il narrato/narrante, ma la curiosità dell’essere e del vedersi essere.

L’ulysses che vive con cinque sensi attivi, in cinque dimensioni che si fondono. L’ulysses che è prigioniero e libero. Prigioniero dei desideri e libero con la forza dei principi.

L’ulysses che lascia una scia di incompreso. La comprensione interrotta, dove manca sempre un pezzo che non collima e quindi la libertà del soggetto di non essere mai posseduto.

Ulysses che ama la città integralmente, come luogo,traccia, contenitore di vite. E’ l’ulysses che è in noi ad essere sollecitato, gli viene mostrata la vita densa, pensata e vissuta.

Guiness e rognoni fritti nel burro, un peccato senza pena, speculare al mio vino preferito, alla carne cruda tritata a mano, condita con sapienza.

Fuori c’è in sole, siamo attraversati dalla notte, a casa aspetta Molly.

p.s. ulysses sembra solo maschio, ma non è vero

la luce

Delle delusioni potrei fare un fascio, e sarebbe impossibile da spezzare. Ma c’è luce dentro di me, se una lama di bujo da troppo tempo, scava .

La prova è ritrovare il senso della luce. Quella che basta e non soddisfa.

Del mio tempo, ai nemici non lascio nulla.

Certamente non il rancore, perché il resto ricevuto, sarà reso secondo il mio star bene.

Per gli amici, ormai così pochi, il tempo mio spesso è noioso. Come biasimarli, costo fatica.

Punto su ciò che ho e ritrovo luce lineare in questa solitudine che si prepara.

Via, via. Camminare nel suo raggio.

Se scuotere la polvere aveva un significato terribile un tempo, non era un rassettare d’armadi e pavimenti.

Adesso del passato abbandono solo la sua abitudine iperbolica.

Via, via uscire dalla zona di grigio feltro dove le passioni diventano ossessioni.

Tornare per andare. E non fermarsi.

Amare notti fatte di parole, acini staccati nel bujo, orecchi attenti alle sfumature, silenzi avvolgenti come abbracci.

Ma non chiedo.

Non chiedo mai, e preparo una lotta che comincia da me all’alba.

quanta strada ancora da fare per un percorso breve

Mi è tornato alla mente un altro eroe, Peppino Impastato, nel giorno della morte di Giovanni Falcone. Chissà quante vite sono cambiate perché Falcone e Borsellino hanno avuto coraggio, quanti hanno trovato dignità, quanti si sono ricordati che non basta aver vita per vivere.

E poi le parole della vedova dell’agente Schifani della scorta, che da sempre mi commuovono, rinnovano sentimenti, rabbia, ricordo, presente.

Queste persone hanno ricordato, ricordano a noi, nelle nostre case sicure, nel nostro mondo che crediamo immune, nel nostro quotidiano così apparentemente distante, che bisogna avere coraggio, non voltarsi dall’altra parte, resistere.

Bisogna.

Le parole delle mani

Alla fine degli anni ’60, noi, figli di operai o artigiani, stavamo studiando più dei nostri padri. Senza accorgerci, c’eravamo innamorati delle mani da lavoro, delle tute da portare nei laboratori (in questa stagione, sulla pelle erano la libertà), del lavoro descritto, più che lavorato. E per aderire all’innamoramento, senza rendercene conto, degli operai di fabbrica, cercavamo l’intercalare smozzicato, le frasi casuali e brevi, le parole piegate a nuovi significati per assonanza, l’uso degli improvvisi, meravigliosi, tecnicismi .

Balestrini, ed ancor più Pasolini avevano aperto una porta da cui entrava aria fresca e vera. Basta odore di polvere, libri consumati di sottolineature, dizionari per arcaismi. Basta vedere la realtà con gli occhi del vecchio intellettuale, era importante parlare tra noi e scrivere come si parlava. Sembrava fosse la svolta dopo il realismo. Una forza che veniva dal fare ed investiva lo scrivere, le parole, con un adattarsi alla fatica, quella vera per noi che, nelle assemblee, nelle sezioni, nei gruppi, non volevamo essere intellettuali. Era la fatica operaia che sporcava e faceva sudare, ma poi star bene. E bastava lavarsi, e pensare diverso, che era quasi riposare e la sera si sarebbe discusso, parlato-ascoltato, davanti ad un bicchiere di vino, con parole e vite che sembravano antiche e nuove di zecca. Non quelle dei nostri padri che ci pareva di conoscere a memoria, ma queste che non raccontavano, sparavano frasi e fumo, s’incazzavano, alzavano la voce e magari un attimo dopo scoppiavano in una risata. Noi vedevamo operai giovani, poco più anziani di noi, eppure già con famiglia, figli. Facevano fatica ad uscire durante la settimana, doveva esserci un motivo, spesso c’erano anche le donne. Si finiva tardi il venerdì, gli altri giorni se ne andavano che noi eravamo ancora a discutere. E sarebbe durato a lungo il parlare, con la loro presenza che restava anche dopo. Sembrava che la realtà fosse nella dissoluzione delle regole imparate, nel lessico semplificato, negli inglesismi delle macchine che assumevano il sapore delle persone.  Al centro c’era il riuscire a comunicare, il sentire, oltre la forma. Volevamo l’orizzontalità tra mestieri diversi: tra chi studiava e scriveva e chi lavorava in fabbrica. Ci pareva, almeno. E se ci guardavano con sospetto, all’inizio, come si sentissero presi in giro, dovevamo essere sinceri perché altrimenti, ci avrebbero massacrati a pedate, non solo virtuali. Eravamo inermi, per capire subito la differenza bastava vedere le nostre mani, niente calli, nessun taglio da sbavature di ferro, unghie pulite. Potevano accoglierci, se si stava zitti a sufficienza, prendendoci per il culo, magari per ricordarci che i nostri padri lavoravano e noi no. Loro aristocrazia operaia, e noi, pur figli di lavoratori, già borghesi. Ma rispettavano il conoscere, la fatica sui libri. Il loro sapere era diverso, faceva nascere cose, aggiustava, mandava avanti questa baracca di paese che sarebbe cambiato, ma solo con coscienza e serietà. Essere bravi sul lavoro era un obbligo e un vanto, per passare da operaio a specializzato, bisognava fare il capolavoro. Proprio così. E la parola ci sembrava appropriata per quel sapere vero, difficile da scrivere sui libri e da far raccontare alle mani. Altro che balle, loro sapevano cosa voleva dire sfruttamento. E noi capivamo che lo sapevano davvero, e sembrava che quell’ingiustizia traslasse, investisse un poco anche noi, fino a farci sentire come bruciava sulla pelle ad ogni ingresso in fabbrica, ad ogni bolletta, ad ogni umiliazione dei capi.

Intanto tra noi, parlando di cose che facevamo finta di conoscere, si teorizzava. In realtà volevamo il linguaggio delle mani, le parole delle mani, non avendolo, partivamo dalle parole che conoscevamo, dai nomi del fare. E capirsi, era dissolvere il costrutto della frase, adattarsi alle mani, uscire dalla malcapita lezione togliattiana dove forma, regola ed ideologia si integravano. O almeno così ci pareva. Presumevamo, perché tra studio, bevute, passioni, non restava molto tempo per approfondire. Però una realtà nuova irrompeva verso l’alto. Rispettare Gramsci e l’obbligo del sapere per criticare non ci sembrava contraddittorio, come pure ripensare l’intellettuale organico. Era dirompente questo usare frasi e piani multipli, come un muoversi di mani che descrivevano, essere sul lavoro e guardarlo, dire ciò che malamente si faceva, con parole semplici, secche e poi metterci dentro i pensieri contemporanei, la ragazza, i soldi che non c’erano mai, il calcio, lo sciopero, le sigarette e di nuovo il pezzo da finire bene perché doveva passare la tolleranza, e non farsi cacciar via dai propri colleghi prima che dal caporeparto. Ero un cane che si sforzava, non avevo possibilità, sbagliavo talmente tanto che, per misericordia, mi spostarono subito in magazzino. Era un’estate di lavoro con il pensiero che sarebbe finita, però finché c’era, tanto valeva approfittarne. Altrove la scuola, la buona facoltà, faceva la differenza, ma lì dentro era un peso. Per questo, si doveva cercare di usare quello che sapevamo: il linguaggio, e mescolarlo con le lingue del lavoro.  Il dialetto l’avevamo sempre adoperato, era la lingua madre. Anche fuori, anche al bar, lo usavano tutti, a cominciare dagli intelligenti, che sapevano quando era ora di essere in sintonia con il posto. Ma noi c’eravamo inventati un essere operaisti, con la lingua, oltre la fatica dell’approfondire, oltre Tronti, per questo eravamo persuasi d’essere dentro un processo vitale di mutamento che spingeva verso il cielo restando orizzontale.

Ci sembrava, ma non era mica vero, solo gli intelligenti veri o i cinici, capivano che sarebbe passata e che altro avrebbe corrotto lingua, frasi, e soprattutto idee e modi di vivere. Sarebbe venuta la terribile consuetudine del terrorismo, i sogni si sarebbero spiaccicati contro i vetri, le pareti rigate di cemento dei palazzi, con scheggie dappertutto e linee ferrate contorte. A noi che sarebbe restato d’una stagione troppo presto conclusa? Molto e nulla, molto era l’esperienza dello sperare assieme, nulla era l’implodere degli anni, il distacco tra un fuoco d’artificio stampato sulla retina ed il sorgere del giorno. Di ogni giorno. Avevamo un lessico da rimettere in ordine, bastava rientrare nei ranghi, in due giorni, due mesi o due anni,  tutto sarebbe andato a posto.  Un gruppetto di incoscienti, sull’orlo della felicità d’essere nel mutamento, ecco chi eravamo.

Per molti non fu così. O forse per pochi.

Era di maggio, quando iniziò.