la settima di Šostakovič

Sinfonia n. 7 in do maggiore “Leningrado”, op.60
Dmitri Šostakovič
  1. Allegretto
  2. Moderato (poco allegretto)
  3. Adagio
  4. Allegro non troppo

Organico: 3 flauti (2 anche flauto contralto, 3 anche ottavino), 2 oboi, corno inglese, 3 clarinetti (3 anche clarinetto piccolo), clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, tamburello, 3 tamburi militari, grancassa, piatti, tam-tam, xilofono, 2 arpe, pianoforte, archi
Rinforzo della sezione degli ottoni: 3 trombe, 4 corni, 3 tromboni

Inizio della composizione: Leningrado, luglio 1941
Fine della composizione: Kuibyshev, 27 dicembre 1941

…quest’opera potrà chiamarsi Settima sinfonia. Due parti sono già scritte. Ci lavoro dal luglio del 1941. Nonostante la guerra, nonostante il pericolo che minaccia Leningrado, ho composto queste due parti relativamente in fretta.

Perché vi dico questo? Vi dico questo perché i leningradesi che adesso mi stanno ascoltando sappiano che la vita nella nostra città procede normalmente. Tutti noi portiamo il nostro fardello di lotta. E gli operatori della cultura compiono il proprio dovere con lo stessa onestà e la stessa dedizione di tutti gli altri cittadini di Leningrado, di tutti gli altri cittadini della nostra immensa Patria.

Leningrado è la mia patria. La mia città natale, la mia casa. E molte altre migliaia di leningradesi sentono quello che sento io. Un sentimento di infinito amore per la città natia, per le sue ampie strade, per le sue piazze e i suoi edifici incomparabilmente belli. Quando cammino per la nostra città in me sorge un sentimento di profonda sicurezza, che Leningrado si ergerà per sempre solenne sulle rive della Neva, che Leningrado nei secoli costituirà un possente sostegno per la mia Patria, che nei secoli moltiplicherà le conquiste della cultura…

discorso alla radio di Leningrado di  Dmitri Šostakovič, 16 settembre 1941

Dmitri Šostakovič portava grandi occhiali tondi, fuori moda. Scriveva musica in continuazione, seguendo una furia interiore che mescolava ciò che sentiva con l’acuta percezione del posto, degli anni, della storia in cui viveva. Era dentro al suo tempo, totalmente, e così indipendente da esserne fuori. Chi gli stava attorno, a partire da quel caratterino di Njna che oltre ad essere bellissima, aveva una chiara idea di come si vive in coppia, anche con un genio, capiva che quest’uomo viveva nel limite, nel pericolo senza apparente paura. Difficile scrivere musica sotto le bombe, difficile ascoltare i sentimenti che non siano abitudine o profondissimi.

Nell’ottobre del ’41, si preannuncia il freddo a Leningrado, e da giugno sono già iniziati i 900 giorni più lunghi e terribili della storia della città. Bisogna tirar fuori dalle radici ciò che gli occhi vedono, ognuno di noi ha dentro la guerra, polemos è madre di tutte le cose, dice Eraclito l’oscuro, ma ogni pulsione è bilanciata nel suo contrario, vinta, sublimata nel tirar fuori l’uomo dalla bestia. Ecco che nell’oscurità sconvolta delle radici sale la rivolta al sentore d’ingiustizia della guerra, il bisogno di pace, di comprensione, così la vita scorre, anche sotto le bombe nel più terribile assedio che mai la storia dell’uomo abbia registrato.

La guerra, la sofferenza emergono nel tema variato e ripetuto, crescente e ossessivo come nel Bolero di Ravel, solo che in questo caso strumenti diversi lo ripetono, all’infinito sembra. Come le bombe incessanti, come la minaccia. La musica descrive la resistenza all’aggressione e la vittoria finale dell’uomo, ma per farlo deve ricomprendere il reiterarsi del male. L’organico d’orchestra è ampio, riempie lo spazio di suono come fossero le cose a scontrarsi ed esse a schiantare gli uomini, la felicità e la serenità che questi possono contenere. In  questo suono che prende prima il cervello e poi il cuore, si apre uno spazio per contrasto, come se le vite sussurrassero anziché gridare, esprimessero una forza silente che oltrepassa ogni male aggressivo.

L’intera sinfonia non perde mai la speranza, è insita nella resistenza al male prima, nell’intrecciare e confluire poi delle singole speranze in una. Tutte poggiano sulla sofferenza e pure sul riscatto dal male, sembra dire che il male non finisce, ma il bene, inteso come giustizia e possibilità di crescita libera, resiste e vince. Ascoltate il terzo movimento, contiene la vita e la speranza durante la notte della ragione. Ma tutto questo avviene nella tragedia, durante la tragedia, la sinfonia stessa diventa leggenda di resistenza, di vittoria dell’intelletto e della vita sulla morte. Immaginate per chi era costretto giorno e notte nei rifugi, nelle cantine di palazzi ridotti a cumuli di macerie, sotto bombe incessanti e grida di morte e sangue dappertutto e fame infinita, cosa doveva significare immaginare una piazza sgombra e nitida di sole, un albero, un bambino che corre, una tazza di thè caldo, il vestirsi per andare ad un concerto o per vedere una persona amata. La privazione di tutto, ha bisogno di sperare, di veder descrivere la propria paura, la pena, il dolore immane e al tempo stesso ricevere una speranza, questo fa la musica della settima, descrive, narra, rincuora, ed irride chi pensa di piegare lo spirito del popolo con la sofferenza e la morte.

Il popolo non vince per sé, ma per un principio, rimette insieme l’ordine del mondo, il fluire naturale della vita. Polemos è confinato, nella sua forza distruttiva generatrice ha generato il bene, la pace, la fine del patire.

La prima della Settima si era tenuta a Kuibyshev, il 5 marzo 1942, il 9 agosto 1942 la musica torna nella sua città e dopo sforzi enormi per provare sotto le bombe, la sinfonia viene eseguita nella Sala della Filarmonica di una Leningrado ridotta in rovine, dove si combatte casa per casa; dirige Karl Eliasberg con un’orchestra che ha i musicisti dell’Orchestra della Radio richiamati dal fronte, all’esterno della sala vengono messi  altoparlanti, che proseguono fino alle linee di combattimento, sono rivolti ai combattenti russi e verso i soldati tedeschi, la vita di Leningrado continua, più forte di ogni orrore.

Nessuno sapeva allora che l’assedio sarebbe durato sino al 18 gennaio 1944, un tempo infinito di dolori immani, ma inizia la leggenda della Settima, che avventurosamente in microfilm, verrà portata attraverso Persia ed Egitto, negli Stati Uniti ed eseguita da Toscanini nel luglio 1942, un’emozione profonda percorre il mondo: l’intelligenza, l’uomo, non muore, non può essere sconfitto. E’ la speranza, la rappresentazione di un’argine eroico che diventa il simbolo di un mondo che non si arrende al male.

Šostakovič combattè la sua battaglia attraverso la musica, come avrebbe sempre fatto prima, durante e dopo la guerra, dentro e fuori l’Unione Sovietica. Per me è il più grande compositore del ‘900, anche per la forza etica che mise nella sua opera, visse e scrisse musica nonostante il potere, attraversò il mondo e lo piegò.

dovrei

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, e pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi dai luoghi comuni perché il cuore trovi parole nuove, inusate, assieme a musiche senza tempo,

riconoscere la propria e l’altrui unicità, far leggerezza di sé e accettare di sparire quand’è ora,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi per riempirsi la vita,

non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che vorremmo,

accettare di essere sorpresi, capiti,

ascoltare il corpo quando parla. 

mortificare come negazione del vivere

Quando qualcosa diventa altro, eppure questo qualcosa è ricompreso, nascosto in un insieme più grande, non e’ metonimia, ma è la mortificazione in agguato. Ed anziché una parte essere simbolo del tutto quella parte sta necrotizzando qualcosa, lo imprigiona e con esso imprigiona noi.

Ci sono infiniti modi di mortificare, scrivere al posto di vivere ad esempio, oppure pensare che il piacere duri all’infinito, forzarsi di vivere nel momento togliendosi il futuro, parlare di sé senza cogliersi e sapere che il particolare raccontato è il grande paravento. 

La mortificazione, tolta dalla disattenzione altrui, oppure dall’indebito rimprovero, è faccenda personale, passeggiare sul limite tra vero e falso, dove il falso non è così falso, ma solo una parte, una scorciatoia per non affrontare la difficoltà di vivere. Come una giustificazione per qualcosa che si farà, o ancor meglio, non si farà. 

C’è mortificazione quando, scientemente o meno, ci si toglie qualcosa perché sostenerla non è comodo, potrebbe mutarci. Faccio un esempio se lo scrivere è un piacere che dilata il mio sguardo, mi porta problemi e li risolvo dialogando con me e non solo con la forma, con la grammatica, sono meno attento al contenitore e molto alla mia verità nel contenuto, allora lo scrivere allarga la percezione, il dialogo non è solo un soliloquio. Se invece lo scrivere è un rifugio, un rinchiudermi nel mondo personale, anzi un chiuderlo ancor più, allora diviene mortificazione della possibilità e quindi mortificazione di qualcosa che ho dentro.

L’aggiungere diviene il discrimine tra ciò che amplia e ciò che rinchiude, e l’aggiungere non è il numero, ma lo sviluppo della possibilità, il lasciare ch’essa cresca, divenga parte di noi, piccolo passo avanti. Per questo penso che la lotta tra la mortificazione e la possibilità siano una costante forte del vivere che scende oltre la superficie, e penso altresì che la scelta non debba necessariamente essere mortificazione, ma quanto più vicina è a noi stessi, tanto più essa amplia e quindi è esattamente il contrario della mortificazione. 

Si dice spesso che la non scelta è una scelta e spesso di grande peso, ma nel non scegliere mortifichiamo e quindi diviene una scelta negativa peggiore di quella esplicita che evitiamo perché la consideriamo troppo contro noi stessi, troppo violenta nel suo rifiutare ciò che sentiamo giusto per noi.

Il mortificare è un topo furbo che si nasconde beffardo, è il rivolgersi in continuazione contro di noi attraverso l’ apparente piacere immediato, attraverso l’ordine esteriore, attraverso la rottura della regola per la rottura e non per l’emergere di una nostra regola interiore. Il dialogo con la mortificazione, con lo thanatos che ci accompagna è continuo, faticoso, estenuante spesso, se non affinando la capacità di non prenderci troppo sul serio, nel sorridere di noi con l’ironia dello sguardo che distingue tra ciò che ci fa bene nel tempo e ciò che ci fa bene immediatamente. Non è una posticipazione del piacere, sarebbe una visione molto deviata e fintamente cattolica dell’uomo, ma la sua tranquilla crescita in un progetto personale che comprende la vita come bene sommo e non persegue la sua costante negazione.

In fondo la vita è l’esplorazione di queste segrete stanze che conteniamo e il lasciarle aperte alla luce del nostro vedere.

la rivolta delle cose

Stamattina lo scotch attaccava poco.

Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…

Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.

Lo scotch, dicevo, attaccava poco, e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo. Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.

C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; riottose, mule, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.

Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Lo scotch, ad esempio,  sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. Lo abbiamo trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con lo scotch in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita l’epoca del nastro adesivo. A malapena resistono le graffette e i fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto. Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.

Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.

p.s. poi alla fine un accordo l’abbiamo trovato

scrivere con malinconia ed altri accidenti del vivere

Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e raffrontandoci in continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, la mia verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, e inseguendo qualche demone, lo anatomizza, ma vuol lasciarlo vivo ed aderente alla sua verità. Ché poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suo e vuole far apparire tali.

Dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che ammanta la semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.

La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. E sono le cose che ci colpiscono, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la  perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è mica verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano. 

Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate. Aiuta il vissuto che si sovrappone. Questa condizione si può trasferire anche nella relazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere da queste parti, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali, qui spiegare tutto diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera. Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia.

Oh beh!

questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:

conigli e fantasia op.80

L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo, mentre s’ammucchia in piccoli grumi masticati. E’ il verde tenero e nuovo che i succhi dei tagli slabbrati trascolorano in nero. Il buon giardiniere ha lame taglienti, fatica con la falciatrice a rulli e non lascia imputridire il taglio, ma qui le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano più a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo, che al taglio rasato.

In città le aiuole sono ritagli dell’urbanistica a metro cubo, arredo urbano si dice ormai da troppo tempo. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano. Non molto distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso altre aree verdi, finché la fame ha arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della specola, si sono formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che escono rabbrividendo e si spingono, ondeggiando verso i pezzi di pane o l’erba tagliata. E’ bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Sono indisciplinati, non ascoltano, non hanno memoria di crocchette e divani, però banchettano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa che traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. Ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, un nuovo Disney penserebbe alla fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco, seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempia di suono.

p.s. per i puristi: Baremboim è decisamente bravo, ed Hélène Grimaud decisamente bella

binario 3

Forse è marocchino, sta in silenzio. Una felpa blu con scritto italia, in minuscolo. E’ controluce, le orecchie sono trasparenti al sole, ha vicino un donna. Forse libanese o siriana, rossa di capelli, henné sembra, e parla in continuazione. Lo circonda di chiacchere, gesticola, ride, a volte lo tocca per un attimo. Lui continua a stare in silenzio, con le sue orecchie al sole sorride appena. Deglutisce con frequenza. Ha un evidente pomo d’adamo, che si muove in continuazione, Su, giù, come una mezza sfera che accompagna un pensiero, un’emozione. E’ la tiroide dei magri per poco cibo. Penso deglutisca per digerire il torrente di parole che la sua testa sta mangiando. Per arginarla adesso parla un arabo dolce, con consonanti che diventano vocali per la voce che s’appoggia e le trascina cantando, poche frasi e si ferma. Adesso la donna sorride, ha denti belli, bianchi, anche la sua voce è dolce, a tratti bella, e riprende, decisamente torrenziale, ma tiepida. Tra i due non si sente né parentela, né attrazione sessuale, si vede una differenza d’età. Lei è curata, piacevole di viso ed aggraziata di corpo, veste leggera. Magra, ma non esile, giovanile nei gesti, con un vestire curato, il fatto che sia più anziana del ragazzo, emerge per differenza, potrebbe avere una quarantina d’anni, lui neppure venticinque.

Poi improvviso parte il bacio, lungo, sulla bocca. E’ stato il ragazzo, ha superato un tabù importante, non ci si bacia in pubblico nelle culture da cui provengono, ma forse vuole il silenzio, o la bocca, o entrambe le cose. Oppure è il treno che parte.

Forse. 

Lei per un attimo lunghissimo è felice. Ad est il sole cresce nel giorno. Basta questo, no?

salvaschermo

Poggiato sul pavimento della parte dimenticata dell’ambulatorio, c’è un grande quadro che occupa l’intera parete. Occupa e si nasconde dietro a barelle, lettini, schedari al limite dell’uso. Su un lato della stanza c’è una tenda di plastica verdina che occulta uno scaffale, zeppo di cartelle cliniche, ach’esso. E’ tutto così miserevole, da essere assonante con la condizione di dolore, presente od atteso, che sosta nel corridoio. In questo insieme il quadro perde la sua immagine e diventa esso stesso residuato d’ un momento di salute, forse di un convegno, in cui si è celebrata una qualche gloria di reparto. Poi, nessuno si è presa la responsabilità di lasciarlo al suo destino, così è stato inventariato, il che significa farlo nascere, ed sta attendendo. Attende come i pazienti del corridoio, umanità su sedie blù, che vorrebbe un suo Van Gogh, per cogliere l’aria di solitudine e la richiesta di compagnia che aleggia. Il quadro, è un acrilico, e pur senz’ essere bello, ha una sua presenza incongrua e tranquillizzante. Forse è in forza della prima che esercita la seconda. Raffigura un atollo senza tempo con una visione sul pelo d’acqua e così si vede sopra e sotto. Ci sono enormi pesci pagliaccio, altri pesci colorati e tartarughe e delfini. Sulla mezza distanza, balene soffianti e altre sagome di grandi pesci che nuotano in una laguna immensa. Ai lati palme ed una foresta che sconfina sul limite dell’acqua. Sullo sfondo, dei vulcani attivi, ma con pendici verdissime. C’è una forte sensazione di vita, l’idea di una natura che pullula e si risana e confluisce scambiando tra stati di materia e di vita. L’idea di catastrofe che un fossile porta con sé è assente, come fosse un mondo perenne, senza dolore apparente e senza l’uomo. 

Mi guardo attorno, ci sono diversi stranieri. L’indigenza, la privazione ammala, in questi posti si acuisce tutto, anche l’attesa. Nel mondo colorato di blù che ho davanti sembra non esserci né attesa né estraneità, pur essendo molte le specie. Non c’è memoria di fatica, nel quadro. Ecco qual’è la dissonanza: nel mondo di natura la fatica non ha nome. Mentre la storia dell’uomo trasmette memoria di fatiche, eroismi, imprese, dolori immani. Sembra che la gioia sia un fatto personale, come la felicità, e che l’età dell’oro sia una memoria di assenza più che un ricordo indeterminato, come se l’umanità, in uno sforzo corale immaginasse un destino positivo e comune e lo facesse prima sogno e poi realtà. Il quadro toglie illusioni, lo stato di natura semplicemente è, non assicura felicità, al massimo permette di essere come si è : preda e predatore allo stesso tempo.

Più lo guardo e più mi piace questo pannellone che pare un salvaschermo. Chi l’ha dipinto aveva una visione caramellosa, ma distaccata. Come avesse indicato un’alternativa, senza curarsi troppo d’essere ascoltato. I muri attorno sono scrostati e sporchi, le porte scompagnate dai troppi interventi manutentivi. Gli ambulatori negli ospedali diventano labirinti scuri, man mano si aggiungono competenze e specializzazioni che cercano spazi e sedie in corridoio. Nel quadro invece, c’è luce, è un pomeriggio per la luce calda e per il fervore che accompagna la laguna, quasi una corsa al cibo prima della notte.

Non c’è molto da attendere, non sono neppure il paziente, però è strano che in questi posti il tempo abbia carattere ondulatorio: si scivola tra attesa e frenesia, ma in realtà l’uomo negli ambulatori è un corpo estraneo. Come nel quadro. Forse per questo è qui, perché in questi posti siamo tutti estranei, stranieri e il quadro è in disparte. Se l’artista avesse voluto l’uomo, seppure piccolo e impaurito, l’avrebbe dipinto, ma qui tutto ciò che ha anima, non ha un posto, forse per questo l’aria è pulita, i pesci giocano nell’acqua calda difesa dalla barriera corallina ed un senso di curiosa pace accompagna chi lo osserva. Immagino che fosse alle spalle della presidenza del convegno, dopo il primo sorriso di compiacimento, tutti avranno fatto l’abitudine, magari alla fine qualcuno si sarà lamentato, che c’era un’aria di salute malata, di salute per forza, una debolezza che se qualcuno ci crede, alla fine saremo fottuti. Per questo si terranno le acque inutili e consolatorie, nascoste dietro alle barelle rotte, e agli schedari, come un immenso salvaschermo per ingannare l’attesa, ma con il procedere del tempo, qualche colpo di scopa, oppure il liquido della puli pavimenti comincerà ad intaccarlo, finché verrà rottamato con il suo stato di natura salvifica e l’ambulatorio riprenderà la sua naturale tristezza.   

polvere

La polvere e’ dappertutto, nelle piste, nei campi, fino alla porta delle case. La polvere e’ nei giochi, nei visi, nelle mani, sui corpi dei ragazzi e degli uomini. E’ sui vestiti delle donne, nel gesto bello che porta un velo sulla testa per il sole, e’ sui banchi, su ogni oggetto di lavoro, sulle capanne, sulle imposte di ferro della scuola. Così ti viene finalmente il dubbio che la polvere sia un elemento del mondo, che faccia parte della vita e non sia così sporca come si pensa da noi. Infatti non ha l’odore di marcio che ti segue nei mercati delle città, non odora  di nulla conosciuto se non di sé ed è giallo ocra. Cotta dal sole, ne prende il colore, viene portata dalle tempeste di sabbia, ma ancor più si genera in questa terra arcaica che si sbriciola fino ad essere talco. Qui la terra è davvero antica, una zolla di universo su cui ominidi hanno cominciato a correre, venendo dalla Rift valley, talmente tanto tempo fa, da poter usare solo l’immaginazione per vederli mentre per decine di migliaia di anni tentano la savana e si devono rizzare  in piedi per guardare oltre le erbe alte, cacciare e fuggire. E poi, sconvolti da tanto ardire, tornare nella foresta, in un entrare e uscire che selezionava, trasformava il ricordo in specie. E allora l’esperienza dell’aria, dello spazio,del correre  non li abbandonava e ri uscivano finché si sono retti bene in piedi e correvno su due gambe e le mani stringevano le cose in maniera diversa. Allora è cominciato il cammino mentre altri restavano, e tutti hanno pestato questa polvere, se ne sono ricoperti il corpo, l’hanno lanciata per aria nei riti propiziatori, hanno letto il futuro nell’andare del vento. Oggi ci convivono e la sentono parte del mondo, ovvero non se ne accorgono. Così in questa polvere c’è la storia del mondo, la traccia degli antenati, il rumore delle percosse che i piedi hanno inferto alla terra, lo sbattere dei piedi, ancora così presente nei balli delle donne nei villaggi, quando la schiena si inarca in avanti, le natiche si protendono, la parte sessuale emerge, mentre le braccia si portano verso la terra, verso la polvere.

La polvere è ovunque e noi la sentiamo, come solo i forestieri possono notare, finché non la sentiamo più, ed allora emerge nelle rituali disinfezioni con il gel, sulle mani che attaccano, attaccano ovunque. Ma in realtà, e’ il grasso nostro che trasuda e si combina con la polvere. Gli indigeni hanno le mani secche, a loro basta spolverare, a noi non basta, il grasso che ci difende dal freddo, accumula sporco e alla fine siamo disinfettati nello sporco, incapaci di gestire la polvere. Ecco la differenza, ciò che per noi pesa, per loro fa parte della vita, si toglie prima della preghiera, prima del cibo, ma poi fa entra nel vivere.

Non vivrei nella polvere, la terrei a bada, ma già sapere che non ha connotati negativi di per sé, è una conquista, un modo di vedere il mondo.

la “banalità” quotidiana dell’eroe

Dobbiamo considerare definitivamente conclusa l’era di Nietzsche e Wagner, il romanticismo, l’idealismo, ecc. ecc. E Brecht avrebbe difficoltà a ripetere la frase sull’infelicità del paese che ha bisogno di eroi, perché da tempo l’eroe è solo una persona normale che fa ciò che dovrebbe fare, non rifiuta la responsabilità per cui lo pagano o che ricopre. Eroe diventa il normale, ma ciò significa che tutti gli altri sono peggio di lui, meno normali ? Non credo, e non voglio citare nulla di quanto accaduto in questi giorni, perché non è avvenuto uno scontro di titani, ma al massimo tra persone che di fronte alla difficoltà reagivano in modo responsabilmente differente. L’eroe d’un tempo era altro, ma in realtà non è mai servito a molto e comunque è stato svalutato. Punto sull’eroe quotidiano di cui ho una definizione molto opinabile e cioè che è colui che cerca di essere ciò che è davvero, ovvero non si spaccia per altro da sé. Cosa difficilissima detta così, oppure naturale, senza discrimine se non se stessi e quindi non visibile. Allora prendiamo l’argomento da altra visuale pensando a colui che ogni giorno si sforza nello star bene o male, di essere se stesso e non rinuncia al vivere, non si lascia andare. Non penso ad una persona che non si contraddice e tanto meno a quello che non cambia idea, questi non sono eroi quotidiani, ma persone che scelgono la scorciatoia facile della norma per dire si deve far così, penso piuttosto a chi si mette in discussione in continuazione perché sa cosa vorrebbe essere, cosa è davvero e sceglie. Questa persona si sforza di conoscersi, sta male quando serve e lo accetta, affronta la solitudine che non vorrebbe perché fa parte della sua strada, non ha paura di riempirsi le mani con la gioia di vivere, non pensa che la vita la consumi, e punta comunque alla costruzione di sé. E’ capace di rinuncia in nome di qualcosa che lo riguarda, sa mettersi in gioco rischiando molto, persegue un obbiettivo personale in cui ci sono gli altri. Questa pratica del vivere è molto diffusa, genera solitudini spaventose, insinua diversità che fanno soffrire, non si riesce a comunicare. Ecco la ragione, non c’è comunicazione della normalità per cui alla fine si pensa che la normalità sia altro, sia quello che i media propongono, quello che al massimo dura tre giorni perché dopo tale tempo ogni notizia diventa usata. L’obsolescenza dell’eroe quotidiano sfocia nella sfiducia, seleziona, e ciò che dovrebbe essere naturale, un comportamento comune diventa eccezione. Questa versione domestica e segreta dell’eroe che non è eroe, che è persona che cerca di star bene senza scordare gli altri, non trova posto nel pensiero comune, bisognoso di notizie altisonanti, ma è l’ardua volontà di essere in sintonia con noi e con il mondo. Da questo confronto quotidiano poi verranno gli atti esterni, quelli che è giusto fare. Dopo.