Avatar di Sconosciuto

Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

il limite del costruire

gli edifici sovradimensionati rispetto all’uomo, contengono la loro distruzione e rovina

La megalopoli, il luogo della contaminazione istantanea, l’eros che si consuma nel contatto, la vita segmentata che non prosegue. L’illusione del poter fare per poter essere e lo thanatos, che emerge nascondendo la sua natura di soluzione definitiva: falsa pace che aspira la luce sino a far implodere i singoli prima ed il gruppo, la societas, poi.

Edifici e vite a perdere, nella città/campagna, senza distinzione perché fuga/ appartenenza in luoghi senza segni comuni. Agiti da calligrafi privi di traduzione, gli uomini vengono affidati al senso, ed ancor più alla sensazione. La necessità del trasmettere, del fruire/tramandare è annullata nella città babele. Come cercare il dna dei Maya negli Indios e non riuscire a leggere la grandezza dei popoli, delle vite, dei singoli ingegni, ma coglierne la traccia in un fondo d’occhi disperato di ricordo. Come la ricerca di qualcosa che è stato, e non riesce ad affiorare e genera solitudine nella consapevolezza d’essere appartenuti a qualcosa di più grande e comune. Vedere di tutto questo solo le coincidenze chimiche, quelle che danno forma agli occhi, scavano le guance, tengono minute le ossa. E non dare conto del malessere senza nome che racchiude il luogo, la città ch’era prima degli uomini ed ora è dell’occasione, del momento. Resta la forma che non basta più nel suo riempire l’aria, e nel restare muta d’oggi, mentre parla di un ricordo e di un altrove che non è verificabile. E quindi non è.

La megalopoli immagine dell’uomo e suo luogo. La città corpo. La casa corpo, funzione e sostanza d’essere, d’esistere. Non quindi i servizi che non si fruiscono, non l’occasione continua che non si può cogliere, ma il vivere del luogo e nel luogo.

Vivere, parola densa, sottovalutata, confusa con il consumare, il possedere, con l’ossimoro della durata dell’effimero. Parola sovrapposta alla religione del momento, della sensazione crescente, ovvero tutto quello che allontana dal peso dell’essere.

Essere, altra parola pastosa, che nasce dalla percezione del sé e travalica il contenitore, si spande e si contamina ( l’essere si contamina davvero) nel confine dove è ed al tempo stesso percepisce l’altro, si mischia, lo lascia entrare.

Difficile il cuore

e la parola a te dovuta.

Anche l’amore

a te dovuto,

arduo.

Difficile la condizione dell’uomo stretto tra ruolo, comunicazione, piacere, identità. E’ meglio vivere la propria contraddizione nella città immagine della semplicità, nella città corpo dov’ è centrale il sentire che ricorda ed apprende? Dove il segno architettonico è orizzontale. Quello più difficile, perché non totemico. Dove emerge il fermento del camminare, della conversazione, della comunicazione, del dubbio. Anche da soli. Dove il sé e la communitas sono presenti assieme ed è chiaro il nostro occupare lo spazio, non la scia di qualcosa che deve muoversi per non far domande. Oppure il luogo verticale, l’occasione continua, la megalopoli che offre sempre più software e non il tempo per fruirlo. In Cina progettano e realizzano città da 240 milioni di persone, dove esisterà tutto e tutto potrà essere fruito, purché si possa pagare. Dove tutto si toccherà per un attimo, dove il ricordo collettivo non esisterà, ma esisterà solo l’appartenenza. Le grandi città mondiali sono nella stessa scia, luoghi in cui tutto è possibile e perdonabile, dove l’uomo è parte pensando d’essere protagonista ed il tempo accelera. In queste città si è al centro del futuro, nel vortice che genera ciò che saremo. Ma in che termini saremo? Consumo? Possesso? Sovrapposizione continua? Sensazione?

Scegliere dove essere è dirimente, significa sapere cosa si vuol essere.

filastrocca

eravamo piccoli,

strano dirlo ora,

ma ad ogni caduta, o graffio più cocente,

tra le lacrime, e il sangue che colava

la bocca in sorriso, ripeteva:

fatto niente, fatto niente.

Con gli anni

il gioco della vita cresce

altre sono le tracce e i danni,

ma nella mente un ritornello si ripete:

fatto niente, fatto niente.

 



il perimetro dell’amore


In quanti modi si dice ti amo? In quante maniere si ha rispetto della parola e si usa il silenzio, l’eufemismo, il gesto, lo sguardo, l’attesa, il rifiuto, la violenza verso di sé. Fino alla rinuncia. Non parlo della violenza dell’amore che si esercita sull’amato, e che toglie, sottrae, limita, acceca, ferisce, uccide. E’ amore deviato, tossico senza futuro e senza amore, perché caratteristica d’ogni specie d’amore è la cura. E’ l’occuparsi dell’amato, sentirlo importante, non compiacerlo, non viziarlo, apprenderlo, crescere assieme a lui.

Qual’è il perimetro dell’amore, che si vorrebbe definire infinito?

Noi siamo il perimetro dell’amore, con quello che ci appartiene, che esprimiamo, che raccontiamo a noi stessi, sentiamo, crediamo. E se la consapevolezza di questo perimetro è la percezione dell’intangibile, allora abbiamo tolto la parte romantica e falsa all’amore, ovvero quella che non abbia limite. Il limite dell’amore è la dignità di chi lo prova, quella dignità  per cui si può cambiare, ma che non si deve snaturare, quel limite da accarezzare, ma non abbattere. E la libertà di entrambi, quella che si dona consapevolmente, è la comprensione di quel limite.

 


 

respiro notturno

La respiro questa solitudine stanotte, questo silenzio di ore artefatte che fa zittire anche un piccolo accenno di me.

Lo respiro questo silenzio che è la somma di tutte le distrazioni di cui sono stato omaggiato, dei sorrisi interessati che m’hanno inseguito, del consenso vuoto provocato.

Lo respiro questo silenzio che è incomprensione del rumore, colpa del sentire, disperazione del mutare.

Lo respiro e lo voglio questo silenzio che rifiuto quando mi è imposto, che accolgo quando nasce dal mio essere animale.

Lo accolgo questo silenzio che respira piano, si meraviglia nei particolari, e ferma l’aria attorno.

E lo faccio mio tenendo il respiro in risonanze d’ottone,

mentre aspetto cresca di sua vita piena.

 


ferite immaginarie

 

Siamo segnati da ciò che non saremo, che forse non saremmo mai stati.

Ci pareva.

Ecco. Ci pareva così tanto da sembrare vero e ad un passo.

Bastava poco. Una svolta appena accennata, uno stop inatteso, un appuntamento rinviato,

ciò che allora ha preso la guida, sembrava gentile, ma era forte e miope di noi.

il venditore d’elisir

Chiamiamo con il suo vero nome chi, senza pudore, governa i desideri immediati di parte non piccola di questo paese: Dulcamara.

DULCAMARA Io son ricco, e tu sei bella, io ducati, e vezzi hai tu: perché a me sarai rubella? Nina mia! Che vuoi di più?

ADINA Quale onore! Un senatore me d’amore supplicar! Ma, modesta gondoliera, un par mio mi vo’ sposar.

DULCAMARA Idol mio, non più rigor. Fa felice un senator.

ADINA Eccellenza! Troppo onor; io non merto un senator.

DULCAMARA Adorata barcarola, prendi l’oro e lascia amor. Lieto è questo, e lieve vola; pesa quello, e resta ognor.