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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la consistenza dello spray

Il limite dell’orgoglio, mica è un limite, è l’affermazione che si può dissipare perché si possiede. Basta cambiare tono, affilare le parole che restano tonde e calme, come le bombe dell’ottocento e di topolino, ma è solo apparenza perché, per sputare contro il cielo, bisogna rendere spray la propria essenza vitale.

Quando penso all’atteggiamento tartufesco della convenienza, mi viene in mente un’immagine piegata, un lavorar d’astuzia che genera altra astuzia e poi ancora astuzia in una parabola senza fine che cerca un terreno in cui riposare.

Altri esercizi d’intelligenza sono possibili quando, con un gesto ampio del braccio, si spazza il tavolo. Non battendo il pugno, ma liberando il campo. Ed allora una improvvisa libertà bagna ad ondate. Sembra immotivata, non eravamo gli stessi solo un attimo prima? In realtà s’è aperto un sipario ed un nuovo spettacolo inizia, allestito a partire da quel dissolvere, che non è diminuzio, anzi, ma è il motivo per considerare che il futuro è più interessante d’ un passato rattoppato.

esercizi di chiarificazione

Per incomprensione o peggio, invidia, nessuno ti dirà mai che hai vissuto appieno. Chi ti ama lo sente, assieme alla tua ricerca, alla scontentezza che t’accompagna, alla felicità improvvisa che ti coglie, a ciò che, incongruo, ti commuove. In fondo le felicità sono davvero tutte uguali, anche le tue e la diversità è nella scontentezza. Ci sono scontentezze banali e scontentezze vitali. Quanto spinge innanzi la insoddisfazione di ciò che si è?  Nel tuo ritratto segreto c’è l’ ergersi umile del restare sottotraccia eppure esserci. Quanto hai mostrato agli altri che davvero ti facesse il ritratto e quanto invece hai serbato ? Nessuno più di te, cameriere di te stesso, conosce il limite, la debolezza e la forza insensata che nascondi, tutto sta dietro ad una porta accuratamente serrata. Solo la pazienza di chi ti vuole bene, segue le vie tortuose del tuo cervello, magari se ne innamora, ma tu non sei innamorato di te, combatti una battaglia per non lasciarti prendere, neppure da te stesso. In questo hai fatto, scelto, seppellito le fughe dell’astenersi per stanchezza, tutto tritato nel positivo del tuo passato. Che è tuo, solo tuo, mai d’altri.

Nessuno ti dirà che hai vissuto appieno, tu lo sai nell’insoddisfazione che t’accompagna, nel tempo che hai gettato e in quello che hai donato, è una cosa tua vivere e riconoscerti. La pienezza del vivere non è nella quantità di cose fatte e neppure nella raccolta di esperienze avute, non per te, la pienezza è nel riconoscere la propria vita, sapere che è davvero solo tua e che morirà con te, ma qualcosa intorno avrà pur modificato. Fosse solo la traccia nelle case che hai abitato, nelle persone che hai conosciuto, nelle cose che sono rimaste e che finiranno disperse, com’è giusto sia, perché quelle cose erano te e null’altri che te potevano legarle assieme di filo grosso, o di refe, come ami dire. Ti è capitato di entrare in appartamenti chiusi da tempo, di osservare gli scaffali, le cose ordinate nelle mensole. Non sapeva chi le ordinava che altri occhi avrebbero visto, oppure un messaggio era stato lasciato? Quando non si persegue la grandezza, ma solo il vedere, le cose diventano banali e minuscole per gli occhi disattenti. E’ stato così anche per i sentimenti, oppure ti sei esercitato nel dare più che nel ricevere? E l’ordine d’importanza che mettevi, è stato colto? Se pensi alla bellezza ne vieni ancora sopraffatto e quando la riconosci, distingui e dici senza ritegno, oppure la tua educazione t’impedisce di dire che ciò che è volgare resta volgare? Una volta discutesti a lungo sulla volgarità del desiderio esibito, e su quella ricchezza segreta che deve liberare la nudità per esporne il nitore. Discutesti perché tanto esibire, mettere in piazza, ti pareva pornografico, com’è tutto ciò che deve trovare una ragione di sé in ciò che ostenta. Discutesti, cancellando ancora un po’ del tuo ritratto, mettendo in sordina i tuoi strani pudori, perchè non era la nudità che ti colpiva.

Nella parzialità che hai sempre messo nel non lasciarti conquistare appieno, c’è, non il sospetto o il rifiuto, ma la difesa intransigente della differenza. E tanto più piccola essa si faceva, tanto più forte quella cifra diventava segreta. Ogni nostra funzione, quando diventa dipendenza ci oscura il mondo e lo fa vedere solo attraverso il desiderio, e lo piega, disperdendo la nostra forza. Questo ti pareva allora, quando sostenevi che è necessario conservare la pulsione come elemento forte di sé, come motore per essere d’altri quando lo si sceglie davvero. Senza compromessi come il falco che guarda dall’alto il mondo e sceglie ciò di cui cibarsi.

mantova

La storia che mi ha guidato verso questa città di mattoni perduta nelle nebbie della bassa, inizia con una bomba alleata (ma di chi sono alleate le bombe?) che polverizzò la cappella Ovetari, con la chiesa degli Eremitani e il ciclo delle storie di san Giacomo. In quella chiesa, che stavano ricostruendo, sono cresciuto, tirando pigne e correndo sui marmi, nascondendo munizioni dietro l’altar maggiore, ma questa è un’altra storia. Il primo Mantegna era in quella cappella, dissolto in 50 casse di calcinacci e in un unico grande affresco salvato, solo perché non c’era. Mi piaceva quel particolare della freccia nell’occhio del tiranno nel martirio di san Cristoforo, la sua lezione che al male torna il male. Ancor più mi piaceva quel tappeto così perfetto nella tragedia, le finestre su cui si appoggiavano i soliti perditempo che guardano le disgrazie, il corpaccione enorme in prospettiva, era un ritratto di un mondo che ben oltre la fotografia, raccontava più storie, più tempi, più pensieri che si annodavano, mescolavano, scioglievano, in un flusso che veniva verso me che vedevo. Naturalmente allora ero solo incantato, guardavo e mi perdevo nei particolari, ma lì nacque la voglia di vedere altro. E dove, se non a Mantova, potevo trovarlo.

La prima volta ci arrivai con un treno da periferia dell’impero, un treno che ancor’ oggi ci impiega tantissimo, tra campi e stazioncine, ma chissà, forse tu arriveresti da sud o da ovest e magari passeresti per Sabbioneta, ti fermeresti e non andrebbe bene. A Sabbioneta bisogna andare poi, dopo essere stati a Mantova, meglio nel mezzogiorno del giorno dopo, ma anche questa è un’altra storia. A me piace la strada che arriva dalla bassa, seguo l’ Adige e i paesi che via via si riempiono di mattoni a vista. La bassa padovana e veronese è bella, passa dai campi di grano alle risaie, percorre piccole cittadine murate. E Montagnana è bellissima, ma non ci si può fermare, si va a Mantova e la provinciale uno continua, cambia nome passa tra case e campi finché si arriva al Mincio, al lago, alla casa di Sparafucile. Qui dal lago, salgo a piedi, oltre la porta e la prima sensazione, è quell’acciottolato che sfocia nella piazza. Il Palazzo Ducale è lì con le sue file di persone che aspettano l’entrata nei giorni di festa, con l’idea che il Duca dal balcone saluti in ermellino gettando monete alla folla. Non mi piace il Duca, colpa di Rigoletto forse, ma con lui e con i Gonzaga bisogna fare i conti. Loro erano la città, la furbizia, la gloria, le chiacchere, le storie dei nani, la munificenza. Salgo, nell’infinito di questo palazzo punto alla Camera Picta, allo Studiolo di Isabella. Ci si può perdere lì dentro, ma non te lo lasceranno fare perché spingono, hanno fretta di vedere, quella fretta che tu non hai. Vedere, assorbire, farsi vedere dall’opera d’arte, richiede tempo, lo stesso che si usa, quando con rispetto, si prende in mano l’opera di un altro, Chessò, un mobile, un oggetto, una cornice e si pensa di farle riprendere vita. La mano passa sulle modanature, accarezza ascoltando con le dita i guasti.  Gli occhi percorrono, i pensieri sovrappongono, cercano di capire, scelgono. Le cose più intense sembrano solo l’effetto della cura di chi li fece o possedette e riportano alla luce particolari tra le ferite della vita, li mostrano come glorie di esserci.

Mantegna, allora, lo seguii a Palazzo Ducale e a Sant’Andrea e qui scoprii, che il Mantegna era altrove, in mille rivoli, ruberie, mutilazioni, vendite e miserie dettate dall’arte del vendere e disperdere il bello. Decontestualizzato, ammirato, tenuto da conto, ma non dove era stato pensato. Ma il suo spirito era ancora qui, non perché c’era la sua casa, ma perché la città dialogava con lui. Così lo senti nelle forme classiche, nel suo amore per il bello riscoperto, nel suo restaurare la forma degli antichi in questi posti di nebbia e di quiete, e mi viene il pensiero allegro che il Mincio è lo scarico di un lago che prima di gettarsi nel Po, ha bisogno di dilagare, di formare a sua volta un lago personale. E addirittura ne fa tre di laghi, che un tempo erano quattro e creavano un’isola, come se questo fosse un piccolo mare nella pianura. Minuscolo come i ducati di un tempo e smisurato nella fantasia che nasce negli uomini che sanno vedere.

Adesso ti porterei altrove, senza una meta precisa, bisogna camminare e fermarsi tra piazza delle Erbe e le vie che le stanno attorno. Ascoltare i rumori di questa città di agrari, gonfia di rendite solide, di campi che rappresentano le realizzazioni dei destini. Bisogna immaginare Tazio Nuvolari – qui c’è il suo museo- in  giugno, mentre corre in moto o su una Maserati tra le stradine – così le vedremmo ora- ficcate tra campi di grano, oppure di notte in una mille miglia irta di fari, di gente, di vino caldo. Bisogna immaginare la velocità del lampo e la sosta sudata, entrambi insieme, e mescolarla davanti a una tovaglia a quadretti rossi con il parlare fatto di vocali aperte, con le carte battute sul tavolo, con il vino rosso denso, con i risotti, gli gnocchi e le rane. Bisogna immaginare il giallo della zucca, questo è uno dei regni della zucca, il mescolarsi del dolce e del salato nei tortelli e negli gnocchi, il confluire del giallo nella sbrisolona. Bisogna fermarsi in quel bar d’angolo sotto i portici, appena fuori piazza Sordello, respirare, stare zitti e ascoltare. Ti mancherebbero un sacco di cose, se tu decidessi di partire ora, Giulio Romano e Pisanello, palazzo Te, palazzo Bonaccorsi. Ma soprattutto la bellezza di Leon Battista Alberti. Quando lo vedo la mia testa racchiude le forme in rettangoli, traccia diagonali e si accorge che la sezione aurea era davvero il riposo della perfezione. Ti perderesti scrigni di opere d’arte rimasti dopo le rapine, i laghi, la campagna attorno con i boschetti di pioppi lungo l’acqua. O forse no, non ti perderesti tutto questo, ma t’innamoreresti di un luogo e avresti voglia di tornare, di aggiungere, di sentire ancora, di più.

Per me bisogna camminare, fermarsi, ascoltare, perdersi tra stradine girando in tondo e lasciare il libro aperto, godere di una trattoria con cortile. I due cavallini ad esempio, oppure del legno sulle pareti di un caffè vecchio d’anni e di mediatori di campi e bestiame. Ho bisogno di tutto questo, e altro, magari non durante il festival della Letteratura, perché lì è bello andarci perché la città stessa diventa flusso e c’è un brulicare di idee, di voci che ti fanno pensare che lo scrigno si sia aperto e stia parlando con il cielo e che lo spettacolo sia fuori, nella gloria del dubbio e dell’intelligenza. 

Forse dovremmo parlare di risorgimento, da queste parti si costruiva l’Italia in campagna e sugli spalti di Belfiore, ma credo ti piacerebbe, se tu la vivessi come vivo io le mie piccole città, con un flusso di pensieri e sensazioni, con un mescolarsi che alla fine si consolida in un luogo del cuore. Il cuore fa posto e restituisce, è un galantuomo. Come avveniva da queste parti, basta un guardarsi negli occhi e una stretta di mano: affare fatto.

E questa o quella per me pari non sono.

 

storie: uno

Io che scrivo di notte, non sempre ho le idee chiare, e quanto ho scritto è lungo e neppure finito, quindi arriverà a puntate, e chi avrà pazienza, memoria e intuito rimetterà assieme il tutto. Forse.

La comincia così: avevo quasi 10 anni, li avrei compiuti dopo poco. I miei (le donne dovrei dire), mi lasciavano andare da solo ai giardini grandi. Quelli dell’arena, dove c’è Giotto. Io c’ho giocato in quella chiesa, voglio dire dentro, tra gli affreschi, e anche tra le rovine degli Eremitani dove era andato a pezzi il Mantegna, c’ho giocato per anni, ma questa è un’altra storia. Lungo la mia strada per arrivare ai giardini, c’era un palazzo nuovo che aveva sostituito una fila di case basse. Erano case belle, lungo il canale, come la mia, ma vecchie ed ormai fuori dell’idea di città che nasceva. Questo nuovo, era un palazzo alto, con un portico grande, pretenzioso. Il pavimento del portico era a tessere di mosaico multicolori. Nessuno aveva un pavimento così all’esterno e non era possibile giocarci evitando le commessure e neppure scriverci col gesso, ma si poteva correre e poi scivolare sulle suole e pensare all’estate che già invadeva la fine del maggio. Tutto era così nuovo, la libertà di andare, il primo caldo, la città che mutava, che si poteva lanciare il pensiero assieme alle gambe. Anche a quel fratello che era più grande e si prendeva tutte le palle che ti venivano regalate, oppure agli amici che avresti trovato ai giardini, alle corse, al sole nuovo nuovo, al compleanno. alla scuola che finiva. Si poteva pensare che i giochi del pomeriggio erano ancora intonsi, nuovi da scartare, come il panino in tasca. E si poteva cantare. E stavo cantando, cambiando le parole, mentre scivolavo sul pavimento a tessere multicolori fino a fermarmi di colpo. Un pensiero nuovo si era fatto strada e non assomigliava a nulla di pensato prima: ero felice per tutto quello che sarebbe successo, ma era finita la mia fanciullezza. Non ero più un bambino e la vita non sarebbe più stata solo giochi, piccoli doveri, amore dei miei, coccole e ceffoni. Sarebbe stata altro che allora non capivo, sentivo però che era finita e il dopo avrebbe avuto più peso, più responsabilità. Questa consapevolezza non mi avrebbe più abbandonato e il gioco fantasia/responsabilità avrebbe visto una natura prevalere sull’altra. Successivamente a questo ci sarebbero stati almeno altri quattro momenti altrettanto importanti e ogni volta la stessa consapevolezza che qualcosa finiva mentre altro iniziava. La differenza rispetto a quel primo momento fu che i successivi non sarebbe avvenuti perché era ora, ma perché altro li avrebbe determinati. Ma questo lo capii poi.

In quel pomeriggio di sole, sotto quel portico che percorro ancora, ci fu un bivio ed io presi una strada, che con tutte le sue svolte non è mai tornata indietro e non ha mai avuto altro bisogno se non il riconoscerla come propria. Ma quel roberto, allegro e ricco di immaginazione, che pure c’era ed era ben lieto di uscire allo scoperto non era chi pensava di essere in quel momento. C’era, era una parte, ma non era tutto e così ho accettato di divenire un cantiere, una costruzione con due nature. In fondo tutti assomigliamo a palazzi importanti, così è per noi almeno, con una facciata che dice chi siamo a quasi tutti gli altri ed un cortile in cui far riposare carrozze e cavalli e che ci parla di noi a noi stessi. L’importante è che la distanza tra queste due nature non sia troppo grande, che l’una non racconti cose che l’altra non tollera. E qui mi fermo, la storia continuerà, divagando e senza pretese di obbiettività.

dipanare

E’ mattina, caffè, la notte che se ne va. La radio trasmette notizie dall’Egitto, dalla Libia, dalla Spagna. Il pendolo delle notizie oscilla sopra l’Italia, ma non è solo l’economia che preoccupa, è il fatto che la somma dei problemi individuali non è un problema collettivo. Oscilliamo tra attesa e disgregazione, intervento salvifico e realtà quotidiana.

No, voglio uscire dalla spirale dell’analisi. Chiudo la radio, metto musica. 

Il difetto del pensiero lento è che scava, scivola di lato, agguanta qualcos’altro che non va per il verso giusto. No, questo non è il migliore dei mondi possibili. Scegliere di chiudere tutto, di appellarsi all’abbiamo dato. Oppure usare le cose pensate da altri, le rimasticature, che tanto vanno sul blog e nella vita, o ancora puntare sul personale, sul vitalismo, raccontare/ci che fare è meglio che essere. Io non ho problemi con il passato, è il passato che ha problemi con me. Eppoi che me ne frega del passato, del mio naturalmente, se c’è una cosa di cui sono convinto è il bisogno di interpretare se stessi, e l’età in cui si vive, senza schemi, cercando di assomigliarsi. Questo permette di vivere anche nel migliore dei mondi possibili. 

La giornata si dipana, è una bella parola dipana, dà l’idea del gatto che gioca con il gomitolo, dello svolgere del refe andando a pesca, un’idea sequenziale della vita. Quando disfavano un maglione in casa, la mia richiesta di avvolgere il filo su un pezzetto di carta ripiegata, era subito accolta e mentre formavo il gomitolo, guardavo il filo che scorreva da un lato all’altro del maglione che si disfaceva per linee. Con una polverina sottile di tessuto, diventava sempre più piccolo e sempre meno maglione, mentre il mio gomitolo, per strati trasformava quelle due dimensioni lineari in una sfera. La mia giornata ricostituisce il maglione, dipana un gomitolo di sensazioni 3D in linee ordinate. Lo penso, nel viale di platani, camminando tra le foglie, mentre mi godo l’aria, lungo il fiume, il cielo azzurro e terso, e il sole che mitiga il venticello freddo. E’ un giorno da mare, da spiaggia, seduto con la schiena appoggiata ad un muretto e le ginocchia raccolte a reggere il mento, un giorno da tempo senza tempo, con la fretta del solo caldo, quando occorre. Ma non sono al mare, e la mia giornata dipana verso il primo guaio, ben conosciuto ed ormai solo doloroso. Molte persone con cui non condivido nulla, e che in uno scontro politico sarebbero dall’altra parte, mettono in campo il loro modo di vedere il mondo, cercano di prevalere, ma accettano il confronto e rispettano. Ecco, il rispetto riscatta l’errore, il mio anzitutto e anche il loro. So bene che il secondo guaio non sarà così. Uno del secondo guaio mi ha detto, ridendo, che lui è un bastardo e la regola è quella di chi vince. Qui vado in crisi ed il dipanare diventa stanchezza. Stanchezza di questo modo di vedere il mondo, con cui ho ben poco a che fare. Gli ho detto una volta che se lui era come era, la colpa era anche mia, perché in altri anni lo avevamo liberato dai calci in culo dei padri, avevamo reso normale la nostra devianza e quindi anche la sua. Non mi illudo abbia capito qualcosa, e comunque se ha capito lo considera un atto dovuto. Non ha fatto nulla, ma era un atto dovuto. Dovuto a chi? A me forse, non a lui. 

I pensieri dipanano, la sensazione dei muscoli delle gambe rilassa e crea energia, sorrido al mio camminare veloce tra i ragazzi che vanno a lezione. Dipanare e seguire il filo o lasciare un filo come Teseo per ritrovare la strada, penso all’Arianna che tradiva ed è stata tradita.  Alla circolarità del tradimento.

Meglio seguire il filo della propria vita,

divoratori di spazio e di suono sono gli occhi,

la città di mattina soddisfa la bulimia del seguire/sentire. Dipano, seguo, penso che un guaio risolto è uno in meno e che si potrà dimenticare. 

mondi paralleli

Ho toccato spesso un mondo parallelo, quello in cui i parametri del denaro, delle priorità, dei principi sono differenti. Non è il mio mondo, mi sento fuori posto e se devo frequentarlo  nel lavoro, per reggerlo cerco l’umanità. E quasi sempre la trovo. E’ successo anche stamattina, dove oltre al lavoro, ben poco ci accumunava. Ma una caratteristica negli affari fa la differenza: la schiettezza. Non serve avere le stesse idee, ma è importante avere lo stesso obbiettivo. Chi mette soldi suoi spesso è sincero, va al nocciolo delle cose perché non fa beneficenza, dice di sì e di no. E se regala qualcosa lo dice, ma di solito non regala nulla. Anche se il progetto è grande, oppure evocativo, viene valutato per quanto può dare. Sembra poco, ma il denaro in questi casi è un gran regolatore. Anche per gli uomini coinvolti.

Poi ci sono i bastardi, quelli non li sopporto. Ti fregano le idee, cercano di modificare il contratto prima di firmarlo, di cambiare le carte in tavola. Naturalmente ci sono più tipi di bastardi, ci sono quelli simpatici che si vantano di esserlo. Ti mettono sull’avviso. Ci sono quelli che te lo dicono e si comportano in altro modo così non capisci più nulla. Ci sono quelli che non te lo dicono e li provi sulla tua pelle. Avere parametri di vita diversi aiuta, non c’è competizione, si resta sull’oggetto che ha messo assieme persone così disparate. Stamattina mi è stato fatto un elenco di passioni, case di vacanza o meno, di investimenti e capitali, ma anche di difficoltà. Le difficoltà dei ricchi, le banche voraci, i beni e le tasse, il lavoro senza limite. Quello tra noi era lavoro, non occupazione del tempo, mi sono stupito della competenza e decisione, non delle case e delle piscine. Anche nella vita è così, se cerchi di portare avanti un progetto con chi non ha i tuoi stessi intenti, e non percepisce l’utile, sarà un disastro. E di solito chi va al disastro è la parte meno attrezzata, meno stronza.

Vado avanti senza aver sviluppato forme di cinismo particolare, e mi stupisco ogni volta, quando mi fregano, poi sono più cauto, ma dura poco. Fino alla prossima. 

tra fiaschi e cucine

Ci sono persone che mi ricordano le cucine delle case dei divi. Enormi e perfette, immacolate e ripetitive, con i frigoriferi vuoti oppure pieni di liquore. Mono tematiche: la cucina è cucina, non c’entra con il cibo, mica come noi che frequentiamo taleggio, stracchino, vini rossi e pollastri.

Di una persona cerco il fiasco e il suo contenuto, come quand’ero piccolo e lo vedevo sopra la tavola, col suo anello d’olio per proteggerlo. E mi pareva una cosa da grandi, ma con lo zucchero, buonissima. Cerco il genuino protetto e non il finto. Gli assaggiatori sono persone a servizio di qualcuno: la peggior cosa che mi passa per la testa nei rapporti umani. Proseguendo di metafora (Per cortesia non guardate il dito) c’è una differenza sostanziale tra un bevitore, il vino che beve e gli effetti che ha. Il bevitore ama il vino e i suoi effetti, il vino dev’essere buono, ma al servizio dell’effetto. Diverso il compito del gourmet o del sommelier, per lui il vino è un fatto estetico, da valutare prima degli effetti, con il piacere che si ferma alle papille gustative ed olfattive, poi si può sputare. C’è una circolarità in questo ragionare, e torno alla cucina, il bello è utile, oppure il bello sussiste nel contesto, nella mano, nella bocca che lo assaggia? Tralascio la terza ipotesi, quella più suggestiva ed ardua, ovvero della sussistenza del bello fuori dall’esperienza, cosa vera e poco utile agli umani. Dovendo scegliere, propendo per la seconda ipotesi, anche se della prima non se ne potrebbe fare senza: meglio se il bello diviene contenuto anziché suggestione di superficie.  Il movimento per la liberazione della mia cantina, ieri sera ha dato fondo ad un Margaux, gran crù classé, Chateau Rausan-Segla, 1993, ad un amarone Recchia, 2003, ad uno champagne Gaston Chiquet, gran crù, blanc de blancs d’Ay, 2000.  Considerati gli anni, e non potendo verificare lo stesso contenuto in contesti di tempo diversi,  tutti noi, amanti del bello eravamo consci del pericolo della suggestione di superficie, ma è prevalso il buono e l’utile. L’assoluto è altrove. 

E non è così anche per gli uomini? Noi ci verifichiamo come siamo ora, nel bello di adesso, che non è un bello residuo, ma il bello possibile ed utile.

Antica questione sollevata con un cucchiaio di legno di fico. Non basta essere belli, a volte non basta neppure essere utili, meglio entrambi, è essere stronzi che non si perdona mai.

tauromachia

Governare la volontà e far emergere la propria vocazione, conservare ciò che è utile per sé e per gli altri, ma solo se valgono entrambe le cose. La vocazione, ovvero ciò che potremmo essere, emerge come stimolo, possibilità o gioia se la si riconosce ed accoglie. Questa e’ la mia esperienza, i sogni sono nella normalità anormale che vivo, ed emergono le cose senza valore economico, quelle più gratuite, che da ragazzo erano quasi da nascondere come passioncelle, stranezze di una persona che cresceva e si ribellava come poteva. Nell’analisi degli  insuccessi si impara molto, soprattutto la propria capacita di comprendere quanto sta attorno. Quello che ci sembra banale o vecchio in realtà diventa il muro dei si contro cui ci si schianterà. Adesso nel mio progressivo acquisire tempo, il piacere e’ mescolato al dovere, la disciplina alla gioia di ciò che conta. E’ una presa di possesso di me, non di una parte di me.  Ci sono parole che tolgo con cura, sensazioni prive di senso e di non sentire, non voglio che si faccia strada il: è già natale, è passato un anno, sembra ieri, ma cos’è accaduto?  

Non covare gli anni, che mai come ora mi sembrano tanti e pieni, con il torvo furore, o con i desideri che spadroneggiano l’attimo fuggente. Per tornare alle passioni, governo, rifiuto, dono. Alle mie regole. 

la rotta

E’ uno dei primi ricordi di cui mi resta memoria, segno che scavò un suo posto senza bisogno di ragionare. C’era un muro di sacchi di sabbia  tutt’attorno la cappella degli Scrovegni. Appena dietro, un lago d’acqua enorme, mai più veduto, che invadeva il teatro dei miei giochi di bambinetto. Con mia nonna, aggirammo il parco, passando sul ponte del corso, guardando attoniti, l’acqua invadeva l’intera luce delle arcate, fin davanti al teatro, sulla riva opposta. Di lì si vedeva l’acqua tracimata, il fiume interno che si era creato invadendo prima la “maresana” e poi le mura. Quelle mura avevano retto alla lega di Cambray ed ora erano impotenti, ma io mica lo sapevo, mi pareva così meraviglioso e naturale che ci fosse tutta quell’acqua grigio/marrone con chiazze arcobaleno, che correva ed allungava le dita, invadendo erba e pietra. Sciacquava piano, senz’onde quasi, e correva dove di solito io correvo, riunendosi più a valle, in posti in cui la nonna non mi lasciava mai andare. Era libera quell’acqua, più di me. Di tutto questo mi è rimasta l’immagine fotografica, il senso di stupore e le parole concitate dei grandi. La sera, a casa, la radio parlava del Po, della preoccupazione che era quasi una invocazione, una preghiera: basta, prima la guerra, poi la miseria di questi anni difficili e ancora disgrazie, basta. Non c’erano punti esclamativi, rassegnazione piuttosto. Quella notte il Po, ruppe, tracimò, invase, uccise, spostò popolazioni già provate in un esodo che per molti non ha avuto ritorno. Si riempirono le campagne e le città, di povera gente, donne, bambini, uomini, per lo più braccianti. Sfollati, loro che avevano accolto durante la guerra, chi fuggiva dalle città, erano adesso, erano ospiti d’altri. Si aprì una catena di solidarietà che coinvolse l’intero paese, anche noi demmo qualcosa, tra poveri ci si capiva allora. Per molto tempo la ferità divenne l’incubo annuale delle piene d’autunno. Poi, come accade per i disastri e le guerre, la memoria degli altri rimosse, coinvolta da nuove sollecitazioni e disgrazie, come se ciascuna disgrazia non fosse un problema a sé. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’ Aquila, che anche senza terremoti scompaiono dall’attenzione comune. A sessant’anni da quella che fu la più grande alluvione del Paese non c’è sicurezza che non possa riaccadere, ma forse non è neppure questo il problema maggiore. La tragedia ulteriore è la rimozione dell’accaduto, del dolore e del rivolgimento sociale che ne conseguette. Molti polesani andarono in Fiat, in Falk, nelle grandi fabbriche del nord, molti diventarono altro da sé, spinti da una forza che non aveva mediazione umana e quello che mi chiedo, anche in questi giorni in cui i giornali non hanno ricordato, e solo radio tre, si è cimentata con l’analisi e la memoria, quanto pesi non avere una memoria collettiva che tenga il disastro e la solidarietà, i singoli e la collettività nel nostro essere uomini. Tutti i giorni uomini, non solo quando qualcosa ci tira per i capelli.

Era il 14 novembre del 1951.

classe media

Forse dovremmo dire una cosa semplice semplice: un quarto del lavoro in Italia, è fatto di lavoro autonomo. Accanto a difficoltà enormi per molti di questi lavoratori, ci sono aree in cui l’arricchimento personale, non aziendale, sfugge a qualsiasi contribuzione che rispetti l’obbligo di equità. In quest’area si annida un voto conservatore che alimenta tutte le resistenze alla modernizzazione del paese. Questo è un pezzo di classe media non riconosciuta da quella storica, fatta di insegnanti e impiegati. Ma non c’è dubbio che per reddito, e consumi sia tale e far emergere questa anomalia è una sfida per l’ Italia, che può influenzare non poco l’altra sfida, ovvero quella dei mercati. Le mia testa pensa in termini egualitari, e l’equità non si separa dall’eguaglianza, quindi il privilegio è un nemico dell’eguaglianza e della sua possibilità pratica di cambiare la società.

Combattere i privilegi, dare origine ad una nuova classe media che divenga il nucleo fondante del cambiamento politico e sociale, del paese, è un obbiettivo che si colloca fuori dalla politica. E’ società civile, rivendicazione di differenza e identità. Non posso chiedere al liberale, liberista, Monti di fare questo lavoro al mio posto. Egli, come tutti i borghesi liberali, potrà comprendere e cercare un confine comune, nuovo, tra queste tensioni diverse nella società. Due mesi fa, sostenne a Cernobbio che una buona soluzione per ricomporre il paese, era arretrare i confini dei contendenti, di fatto creando una terra di nessuno in cui l’ideologia lasciasse il posto ai provvedimenti economici. Questo significa toccare pensioni, rendite finanziarie, patrimoni, ecc. Ma non basta per un cambiamento modernizzatore del Paese e anche i sacrifici sarebbero possibili, se emergesse lampante l’equità. Credo serva una nuova classe media, che riprenda il controllo del cambiamento e del paese. Tocca a questa società civile, proporre uno scambio generazionale e socio-economico di ricomposizione dello spread, questo sì determinante, tra ricchi e poveri nel Paese. Un annullamento dello spread (sto violentando questa parola su altri significati non economici, con gusto, ma l’abbandonerò dopo questa piccola soddisfazione) del futuro attuale, che è ben diverso tra quello della classe media e quello delle aree di privilegio. La classe media è trainante nella mobilità sociale, consente a chi è economicamente sotto di essa, di assumerla come obbiettivo compatibile. Un grande disastro di questi anni è stato il diffondersi dell’idea che si potesse saltare, dalla povertà alla ricchezza senza limiti, dal bisogno alla dissipazione. Entrare nella classe media non è solo un fattore economico, ma soprattutto un fattore culturale, ovvero quello che è più facilmente a disposizione come risorsa  di massa in questa società. Se l’idea della classe media diviene stabilmente conservatrice, la società è più ingiusta, ma il primo obbiettivo dell’ingiustizia diventa il corpo non reattivo della società, ovvero la stessa classe media e credo che una delle parti più importanti di quella che un tempo fu classe media, ovvero gli insegnanti, molto avrebbe da dire al riguardo. Quella classe media, maggioranza più o meno silenziosa, ebbe non poche colpe nella incapacità di autogovernare la propria idea di orizzonte sociale collettivo. E uno degli errori importanti della politica di centro e di sinistra è stato quello di confondere il consenso elettorale, che veniva da questa parte della società, con una presunta strutturazione stabile ed evolutiva di idee forza, che semplicemente non c’erano. C’erano sensibilità, attenzioni, rivendicazioni, ma un corpo forte e autocosciente non c’era, questo errore non ha permesso di far evolvere l’attenzione politica verso la liberazione della classe media dagli stereotipi, mentre il lavoro individuale, intanto, creava un paese economicamente parallelo, dove esso diventava il detentore della capacità economica. La classe media che evade non può essere egualitaria e tanto meno un motore di cambiamento, al più sarà conservatrice, più spesso pujadista e antipolitica, fino ad essere antisociale. Ma non è la maggioranza di questa classe media e mi chiedo cosa pensino gli altri che invece pagano tutto, impoveriscono e non hanno orizzonti. La scelta del presente e del futuro della maggioranza del paese è qui, nel riconoscere la propria capacità di cambiamento, di interesse alla cosa comune, di essere la parte creativa e riflessiva. In una parola: fare una scelta egualitaria per crescere.