Per eccesso di fiducia, scarsa valutazione od improvvisazione, non di rado nelle relazioni (trascuro i fatti d’amore che hanno altre implicazioni) ci si espone al giudizio di persone inadeguate. A giudizi che non accetteremmo mai in condizioni di parità.
Una partita a scacchi o qualsiasi gioco che metta in moto l’intelligenza e non abbia il solo schermo della fortuna, ha un momento in cui si ha la misura di sé. Se allora la somma delle nostre inadeguatezze è eccessiva, l’intelligenza ci porta a subordinarci per debolezza, spesso a giustificarci. Questo lascia un fondo amaro dove, non tanto il giudizio dell’altro, ma noi stessi ci giudichiamo inadeguati alla situazione e lo sappiamo ben più di chi abbiamo messo in posizione di superiorità. E’ la consapevolezza che abbiamo affrontato un rapporto senza la necessaria preparazione e ci siamo inutilmente esposti. E c’è un bel dire che la prossima volta si farà meglio, resta un bruciore che affonda nella considerazione di noi inutilmente ferita.
Se proprio ci serve qualcuno che ci dica i nostri limiti, è almeno necessario scegliersi il giudice e stimarlo quel tanto da sentirne l’incitamento a migliorarsi. Un buon giudice sarà intelligente ed amorevole, giusto ed equo; questo è quello che dovremmo cercare per sentire che siamo sì sciocchi, ma valiamo pur qualcosa.
Oppure, come Bertoldo, conservare almeno la discrezionalità dell’albero a cui impiccarsi.
Non mi piace partire la domenica pomeriggio, mi sembra un giorno rubato, anche la preparazione è un giorno di festa rubato. Ma accade non di rado, anche se poi passa: partire e’ un lavoro, e resta un lavoro, per questo non si dovrebbe partire la domenica. La sensazione resta finche’ non ci si avvia alla stazione, all’aeroporto. Allora, sono già in viaggio, e mi piace l’idea del viaggiare, non sapere cosa troverò, l’impressione del primo trasbordo, le prime difficoltà facili, la lingua, la registrazione alla concierge, l’ ispezione della stanza dell’albergo, gli asciugamani del bagno (se c’è un bagno), la valigia da aprire, i canali stranieri della tv (se c’è una tv). Mi sento già in una vita diversa e la diversità continuerà fino alla valigia che si rinchiude nuovamente, però si potrà ripetere, finché avrò voglia, forza, spirito di andare.
Ho atteggiamenti diversi nel preparare le valigie, anche se sto diventando essenziale. Me lo dico, disponendo le cose e pensandone l’utilizzo: tolgo, lascio a casa. Il mio obbiettivo è arrivare allo zaino anche per le trasferte formali. Ad ogni inizio del viaggio mi chiedo, se la prossima volta non riuscirò a trovare l’equilibrio perfetto, il bagaglio che ha tutto ed ancora più leggero del precedente. Solo al ritorno vedrò le cose che non sono state usate, che hanno semplicemente viaggiato con me, vorrei vederle prima.
Intanto mi rendo conto che con la previsione della partenza, e’ sparita la settimana, il giorno con le sue abitudini è mutato. Ogni giorno ha sue abitudini, ha abitudini generali buone per tutti i giorni ed abitudini particolari che ti fanno dire: oggi e’ domenica, oppure e’ giovedì. In viaggio quasi tutte queste abitudini scompaiono.
Anche le gratificazioni mutano: ci sono cibi che mangio solo in viaggio, che a casa non compro, i tuc, ad esempio, oppure i biscotti con la cioccolata farcita, o la coca cola di pomeriggio, sono cose che nei rituali giornalieri non ci stanno.
Alcune cose mi seguono sempre, ad esempio, in viaggio ho sempre troppo da leggere. Penso che restare senza lettura sarebbe una sofferenza, per questo mi carico di giornali e libri, ma anche la scrittura fa la sua parte, con la carta, i taccuini, quello in uso ed uno intonso, le penne a inchiostro liquido, una stilo, le matite, come il viaggio durasse molto più di quanto durerà davvero, ci fosse un tempo infinito ed occasioni giuste per stare con me. Poi non accadrà, lo so anche prima di partire, ma è bello pensare che ci sia un tempo infinito per il nuovo e anche per me. Cioè essere io con le mie predilezioni e al tempo stesso cambiato, stupito da ciò che mi accade attorno. Trascurerò le abitudini e sarà un bene, eppoi non metto in conto la stanchezza, ma come per i cibi da viaggio, metto assieme voglie nuove, pagine che a casa farei fatica a leggere, come se il viaggio mi rendesse diverso e più forte.
Non manca mai la macchina fotografica, anzi due, la piccola, che è il mio notes, e la reflex con un paio di obbiettivi. Anche qui bisognerebbe ridurre e in fondo l’ho fatto in questi anni, rispetto al momento in cui avevo troppa attrezzatura con me, adesso c’è un migliore equilibrio tra vedere con gli occhi e con la testa e vedere attraverso il mirino. Non è cosa da poco, altrimenti l’intero viaggio passerà attraverso la macchina fotografica, sarà ridotto da questa. Mi devo ricordare che è un mezzo, che quello che ricordo è molto più importante di quello che si fissa con uno scatto. Diventare multimediale, come del resto siamo tutti fin dalla nascita.
Avrò poche guide, le leggo solo il necessario, per il resto mi piacciono le persone, perdere qualcosa e trovare qualcos’altro che sarebbe sfuggito è il mio ideale del viaggiare.
Penso al bagaglio mentale e materiale e non ho ancora una meta, ma mi serve: il viaggio è sempre più una vita parallela. Lo era anche quando il lavoro mi ha occupato troppo, adesso è un piacere che fatica a diventare tale finché si prepara, ed è una condizione positiva, rafforza l’idea di andare: so che andrò e sarà bello.
Il piacere finisce, è il suo limite. Ha bisogno di filo di ricordo per essere ricucito, è cornice e non quadro. Non resta nulla, neppure il ricordo se qualcosa non lo lega a noi. Quando mi viene detto che ogni lasciata è persa, non capisco cosa si sia perso. Semplicemente si addiziona, ma la somma è polvere con il tempo. E diviene ripetizione, abitudine, ha bisogno di variare, sperimentare, cercare, mentre si esaurisce nell’abilità. Anche quella, infine, ripetizione.
Ho bisogno di aggiungere senso, altrimenti mi perdo nei miei pensieri, ad ogni pulsione ho bisogno di aggiungere senso e so che è una contraddizione in termini, ma a che mi gioverebbe essere uomo senza saper gestire, e crescere, sulla contraddizione.
A mezzogiorno, vicino alla fiera, c’erano 37 gradi ed un corteo di cosacchi con stivali, pantaloni larghi di panno e bluse lunghe, che si muoveva lungo il corso. Non distante, un gruppo di ragazze e donne meno giovani ancheggiava camminando, con gonne lunghe fino alle caviglie, a righine bianche sul beige, le bluse bianche avevano corsetti molto ricamati e molto colorati, cappelli bassi a cilindro e qualcuna portava un velo che scendeva dal cappello. I visi e gli occhi erano stupendi, zigomi alti ed il taglio allungato delle palpebre si apriva su iridi nere, verdi, azzurre. M’han detto ch’erano, circasse.
La città è percorsa da 250 gruppi folcloristici europei, 4400 persone che vengono dall’Atlantico, dal Mediterraneo, dal mare del Nord fino agli Urali e al Caucaso, per l’Europeade. Si esibiscono ovunque, sia nei luoghi deputati, le piazze, i centri culturali, il prato della valle, sia per loro conto, perché gli prende la voglia di cantare, suonare, ballare. Stanotte, con un gruppo irlandese, pian piano ha cominciato a ballare la piazza, prima le ragazze degli altri gruppi (sono sempre prime le ragazze), poi i maschi, poi si sono uniti gli spettatori, poi gli extracomunitari che abitano in prato d’estate, poi i bambini e genitori. Una voglia incredibile di muoversi, nonostante il caldo, di ballare e cantare assieme, di battere le mani e ridere. I bambini, e non solo, erano felici ed eccitati.
A mezzanotte, quando è finito lo spettacolo, qualcuno ha tirato fuori una fisarmonica, altri una tromba ed un ritmo nato in due luoghi molto distanti si è riconosciuto, le mani hanno ritmato, le ragazze hanno sfilato le scarpe e ballato a piedi nudi.
Alla fine sorridevano anche i vigili e i poliziotti ed un corteo di persone si è avviato verso l’isola Memmia, al centro del Prato, per continuare sull’erba.
Guardandoli passare, vedendo le spalle che si muovevano, sembrava, ma era così, che il camminare fosse diventato danza e che il resto, tutto il resto, fosse davvero lontano.
Il bambinetto saltella, ride e borbotta: cacca, culo, pisello, cazzo, patata, patatina, fica.
Anche noi, guardandolo, come bambini ridiamo alla comicità un po’ da angolo d’asilo: già alle elementari le brutte parole non facevano più ridere, alle medie la trasgressione era la bestemmia, poi tutto un cercare i limiti guardandosi attorno. Le ragazze, che andavano dalle suore, un po’ rabbrividivano e protestavano, ma non se ne andavano, il proibito riguardava anche loro.
Sarebbe interessante per le bestemmie giovanili, scavare un poco nel rapporto tra il bisogno di ribellione familiare e quella esterna, dove la religione e dio, il loro posto pure lo occupavano, analizzando la necessità di essere adulti che prende la parte più facile dell’eloquio violento della rabbia dei grandi, ma non è il caso, non ora. Restiamo sul banale, sul parlar grosso. Essendo davvero poco puritano la cosa m’ interessa nel suo aspetto fenomenologico (parolona per dire: ma perché si ride di battute grasse, perché ci si conforma all’ambiente?).
L’osteria è un luogo di umanità forte per me, anche quando sembra non esserci, ma le osterie non esistono quasi più, e se si mettono l’acca davanti diventano luoghi per fighettosi convivi, insalate appiccicose, sfoglie glutammatiche per degustazioni improbabili di vini di cui vantare sapienza. Queste ultime non le frequento, sono sostanzialmente inutili per me. Insomma se il luogo di ritrovo è un luogo dell’anima, questa mica sta bene dappertutto. In questo andare e rapportarsi nell’osteria o nel bar d’elezione, il motto di spirito, il riso sono legante ed intercalare, come la parlata grossa, modalità del pensiero e dell’emozione già scavate a sufficienza nelle analisi dotte, ma chissà che osterie frequentava il dottor Freud? Quello che mi colpisce, non è l’emergere dirompente dell’assurdo, bensì il presunto vero, detto con parole conosciute ed espunte dal parlare educato. Quindi fa ridere la maleducazione? La maleducazione è trasgressiva? Né l’una né l’altra, anche in questo tempo, ché a suo modo, fa vigere sempre l’educazione, seppure il parlare accentua ed allarga i toni. Provate ad ascoltare questo parlare trasgressivo: le vocali si allargano, le finali si allungano, il dire passa dal concitato allo scandito, dal sussurro all’enunciazione con tono più alto per farsi sentire, mentre il confine del comunicare si sposta più in là. Per conformismo molti discorsi prendono lo stesso tono, come ondate che rigonfiano e poi s’afflosciano. E si parla di sesso, di politica, di sport, come se tutti sapessero di tutto con un banalizzare le vicende personali che, se conosciute dagli interessati, a questi farebbe un gran bene. Per il relativo che tutto questo ispira.
Dal tavolo vicino sembra ci sia voglia di vantarsi, qualche appellativo che in camera da letto o in un angolo bujo farebbe sesso, qui infastidisce, c’è proprio bisogno di chiamare troja la ragazza con cui si sta? Una fiera del trasgressivo raccontato al gruppetto degli arrapati con posizioni e dovizia di particolari, ma è proprio trasgressivo questo gusto forte? Una parola mi viene in mente: afrore: come la fregola mantiene l’eccitazione, ma chi lo userebbe come profumo personale? Mi viene da ridere nel pensare al dopo, ai compitini fatti cercando di ripetere le istruzioni, le acrobazie, nel perdersi che lascia spossati, vuoti, mentre crea nuova sete. Non c’è dubbio: sto invecchiando perché penso che in questo trasgredire più verbale che praticato non ci sia altro che molta noia, incapacità di vivere alternative, la trasgressione come sintomo di unicità per riconoscere che si è vivi.
Quello che ci ammazza è il conformismo, anche nella trasgressione, ed è anche il collante di questa società in cui il luogo comune risparmia la fatica del pensare, del cercare le proprie vie al ben essere.
Mi perdo in osservazioni da vecchio bacucco, penso che il trasgredire vero abbia un prezzo ed una “eroicità” ben superiore al conformarsi, una tensione etica di un modello personale di vita diverso. Quanta forza è necessaria per tutto ciò? E quanto rigore nel perseguire, mentre, invece, ricevo immagini flaccide che mi fanno sorridere. In realtà in tutto questo “trasgredire” c’è una normalità che sarebbe sconsolante se non fosse fatta di ammiccamenti, di discorsi da bar, di chiacchere tra amici e amiche. La sento come una sovrastruttura, un mancato riconoscere che la società è cambiata nel profondo, ma non ha regole per gestire il cambiamento. E le regole sono importanti perché sono quelle che verranno trasgredite. Trasgredire qualcosa che nessuno osserva più è solo parlar grosso, dove il parlare e il fare si confondono, ma non esiste ancora un linguaggio che consenta di sollevare la comunicazione ad “educazione” nel parlar del vivere.
Il bambino saltella, ripete il suo mantra e ride, a casa proverà ogni tanto a dirlo, per saggiare la reazione, per vedere se questo proibito è davvero proibito.
Non partecipo ai concorsi di poesia, né a quelli di fotografia. Non più. Un fotografo, uno di quelli che hanno spopolato per anni in Italia, servendo a pranzo e cena le icone del romanticismo, mi convinse che il mondo girava altrimenti. Ricordo che arrivava un paio d’ore dopo la chiusura dei termini di un concorso annuale importante, ed alla giuria riunita gettava un pacchetto di foto, dicendo: ecco le foto del vincitore. A volte era lui, il vincitore, ma tanto mi bastò per capire.
Credo però che il motivo vero, sia quello che non considero quasi mai le mie cose soddisfacenti o davvero finite, conosco bene i miei limiti e parafrasando Groucho Marx, se vincessi un concorso significherebbe che gli altri erano peggio di me e che concorso sarebbe…
Questa bassa competitività non mi disturba, il mondo è fatto di persone estremamente competitive che fin da piccoli ti chiedono: facciamo una gara? Cerco anche di consolarmi, interpretando Darwin, e sostengo che i miei caratteri recessivi non porteranno alla scomparsa di nessuna specie, anzi, rallentando, ne creeranno una nuova che si concentra sulla propria asticella da superare, anziché sulla gara. Inoltre ho la netta sensazione che se qualcosa ci soddisfa appieno il premio lo abbiamo già ottenuto, se questo non avviene, si pensa: chissà che non se ne accorgano, ma sappiamo bene che il premio non ce lo siamo assegnati.
Tutto congiura a rendermi un osservatore attento ed a farmi pensare che quello che non faccio in modo soddisfacente oggi, ha ancora una chance per essere fatto meglio domani.
Questione d’attrezzatura e di reticenza, un tempo le foto, si facevano nei momenti memorabili del vivere, il matrimonio, il militare, appena nati, o da vecchi, erano patrimonio di famiglia, un legame di persone più che uno scorrere di tempo. Quasi sempre i visi, le espressioni e le idee che esprimevano, erano così paradigmatici che la giovinezza, la funzione, e l’esserci venivano privati del contesto, per cui non c’era confronto di modi d’essere. Uno non poteva dire: cosa pensavo, chi ero? Perché quando articolava il pensiero era esattamente, o quasi, come nel momento in cui era stato fotografato. Le foto venivano fatte per lasciare una traccia del soggetto, una testimonianza che non si sarebbe perso nel gorgo dell’anonimato: lui, per sé e per gli altri, c’era stato.
Guardo una mia foto da giovane, la barba nera, folta, i capelli ricci, l’espressione, il sorriso è di quegli anni, così diversi e aperti. Forse aperti perché molto sembrava possibile, quasi tutto. Non sono anni confrontabili con gli attuali e non solo per motivi di età, ho la sensazione che il mondo nel frattempo si sia chiuso. O forse sono io che mi chiudo? Il mondo cambia e mi cambia. Mia nonna aveva vissuto in un’epoca in cui era nata l’automobile e l’aereo, con una grande guerra mondiale poi seguita da un’altra ancora più immane, eppure chi non moriva, chi tornava a casa, era, sì, segnato dall’esperienza, però aveva un cielo di stelle fisse che mutava lentamente: il lavoro, la sua organizzazione, gli oggetti, le abitudini, lo stesso svago, lo sport erano delle costanti. Quindi la società rassicurava e permetteva di assimilare, di crescere assieme. La cosa assomigliva al moto lamellare dei liquidi o meglio al Mediterraneo che cambia le sue acque in oltre un secolo e quindi si modifica con lentezza verso l’esterno.
Guardo i calzoni nocciola a zampa d’elefante, li ricordo bene, erano senza tasche, non sapevo dove mettere le cose ed avevo un borsello di pelle che mi sembrava ridicolo, dovevo farmi violenza per portarlo. Anche la camicia a disegni serpeggianti, attillata, la ricordo bene. Nello sguardo c’è il sentore del cambiamento: lo so che il mondo sta mutando, mi sento dentro al flusso e un protagonista. Non è solo questione di moda, noi tutti, ci sentiamo attori di qualcosa che interpretiamo. Interpretare è la parola giusta perché non si capisce bene cosa stia accadendo davvero, ci sono sogni, lotte, consuetudini nuove. Si usa molto la parola rivoluzione, ma ha un significato sociale, si riferisce alle persone e ai rapporti, non agli oggetti. Forse la cosa più innovativa che ho è un’auto, una ‘500, e un calcolatore Texas che riesce a fare calcoli complicati per il regolo. Il resto è consolidato, la tv diventa a colori, ma è più o meno la stessa minestra. Il consumo non è ancora un problema, l’ambiente sì è un problema, ma nessuno se ne accorge che sia una priorità.
A lato c’è, posato, un cappello rosso, texano, che mi ha seguito per moltissimi anni e che anche mio figlio ha poi conosciuto e adoperato, finito non tanti anni fa in una stagione di tuffi e nuotate a Pantelleria. Quel cappello è del ’67, ha un significato di liberazione. L’ho portato nel primo lungo viaggio in auto in centro europa, alla frontiera tedesca mi hanno fermato per un’ora e mezza per capire chi ero davvero. Mi pare una medaglia questo essere oggetto di curiosità, in realtà è espressione di quel vivere in un limite educato, dove la trasgressione non è violenza esplicita, neppure cambiamento radicale o liberazione integrale del corpo e del sé, piuttosto mediazione tra il nuovo di cui mi pare di essere parte e quello che vedo, sento e interpreto, con gli strumenti che ho a disposizione.
La novità vera è che quella foto non è confrontabile con le precedenti, non è una testimonianza per qualcuno, è solamente un immagine, adesso sopravissuta con poche altre. Il vero mutamento di civiltà è la gratuità di quell’immagine, che non ha un fine o un uso, può essere semplicemente una merce di scambio che parla di un momento. Ecco in questo, pur fotografando molto già allora, non riesco a cogliere se non un dato documentale privato, mentre in realtà la rivoluzione è già avvenuta e l’immagine è diventata pubblica, non contestualizzabile nel privato solamente, neppure più proprietà del soggetto. E’ un certain régard sulla realtà, e lo sguardo si sposta dai simboli a ciò che questi significano all’esterno. Da allora, dall’epoca Instamatic e Polaroid, l’immagine diventerà essa stessa civiltà fino al dilagare incivile e ridondante del digitale che esclude il vedere per la gran parte di ciò che fissa e vede, accumula e getta in una fornace archivistica priva di sbocchi. Non è il mezzo sotto accusa, ma manca l’interrogativo sul significato sociale della nuova civiltà dell’immagine, sul suo dirci: cosa, come, a chi serva. E parli del suo utilizzo sociale, di come esso muti e ci muta, come tutta la tecnologia che facilita e non si assorbe, ma ci cambia e riserva ad altri il compito di stabilre cosa e come potremo fare delle nostre vite.
Era solo una foto sopravissuta, non aveva altri significati, i colori tendono tutti all’ocra e al marrone, solo il cappello rosso sta a fianco come un punto fermo di pensiero.
Inizio della composizione: Leningrado, luglio 1941 Fine della composizione: Kuibyshev, 27 dicembre 1941
…quest’opera potrà chiamarsi Settima sinfonia. Due parti sono già scritte. Ci lavoro dal luglio del 1941. Nonostante la guerra, nonostante il pericolo che minaccia Leningrado, ho composto queste due parti relativamente in fretta.
Perché vi dico questo? Vi dico questo perché i leningradesi che adesso mi stanno ascoltando sappiano che la vita nella nostra città procede normalmente. Tutti noi portiamo il nostro fardello di lotta. E gli operatori della cultura compiono il proprio dovere con lo stessa onestà e la stessa dedizione di tutti gli altri cittadini di Leningrado, di tutti gli altri cittadini della nostra immensa Patria.
Leningrado è la mia patria. La mia città natale, la mia casa. E molte altre migliaia di leningradesi sentono quello che sento io. Un sentimento di infinito amore per la città natia, per le sue ampie strade, per le sue piazze e i suoi edifici incomparabilmente belli. Quando cammino per la nostra città in me sorge un sentimento di profonda sicurezza, che Leningrado si ergerà per sempre solenne sulle rive della Neva, che Leningrado nei secoli costituirà un possente sostegno per la mia Patria, che nei secoli moltiplicherà le conquiste della cultura…
discorso alla radio di Leningrado di Dmitri Šostakovič, 16 settembre 1941
Dmitri Šostakovič portava grandi occhiali tondi, fuori moda. Scriveva musica in continuazione, seguendo una furia interiore che mescolava ciò che sentiva con l’acuta percezione del posto, degli anni, della storia in cui viveva. Era dentro al suo tempo, totalmente, e così indipendente da esserne fuori. Chi gli stava attorno, a partire da quel caratterino di Njna che oltre ad essere bellissima, aveva una chiara idea di come si vive in coppia, anche con un genio, capiva che quest’uomo viveva nel limite, nel pericolo senza apparente paura. Difficile scrivere musica sotto le bombe, difficile ascoltare i sentimenti che non siano abitudine o profondissimi.
Nell’ottobre del ’41, si preannuncia il freddo a Leningrado, e da giugno sono già iniziati i 900 giorni più lunghi e terribili della storia della città. Bisogna tirar fuori dalle radici ciò che gli occhi vedono, ognuno di noi ha dentro la guerra, polemos è madre di tutte le cose, dice Eraclito l’oscuro, ma ogni pulsione è bilanciata nel suo contrario, vinta, sublimata nel tirar fuori l’uomo dalla bestia. Ecco che nell’oscurità sconvolta delle radici sale la rivolta al sentore d’ingiustizia della guerra, il bisogno di pace, di comprensione, così la vita scorre, anche sotto le bombe nel più terribile assedio che mai la storia dell’uomo abbia registrato.
La guerra, la sofferenza emergono nel tema variato e ripetuto, crescente e ossessivo come nel Bolero di Ravel, solo che in questo caso strumenti diversi lo ripetono, all’infinito sembra. Come le bombe incessanti, come la minaccia. La musica descrive la resistenza all’aggressione e la vittoria finale dell’uomo, ma per farlo deve ricomprendere il reiterarsi del male. L’organico d’orchestra è ampio, riempie lo spazio di suono come fossero le cose a scontrarsi ed esse a schiantare gli uomini, la felicità e la serenità che questi possono contenere. In questo suono che prende prima il cervello e poi il cuore, si apre uno spazio per contrasto, come se le vite sussurrassero anziché gridare, esprimessero una forza silente che oltrepassa ogni male aggressivo.
L’intera sinfonia non perde mai la speranza, è insita nella resistenza al male prima, nell’intrecciare e confluire poi delle singole speranze in una. Tutte poggiano sulla sofferenza e pure sul riscatto dal male, sembra dire che il male non finisce, ma il bene, inteso come giustizia e possibilità di crescita libera, resiste e vince. Ascoltate il terzo movimento, contiene la vita e la speranza durante la notte della ragione. Ma tutto questo avviene nella tragedia, durante la tragedia, la sinfonia stessa diventa leggenda di resistenza, di vittoria dell’intelletto e della vita sulla morte. Immaginate per chi era costretto giorno e notte nei rifugi, nelle cantine di palazzi ridotti a cumuli di macerie, sotto bombe incessanti e grida di morte e sangue dappertutto e fame infinita, cosa doveva significare immaginare una piazza sgombra e nitida di sole, un albero, un bambino che corre, una tazza di thè caldo, il vestirsi per andare ad un concerto o per vedere una persona amata. La privazione di tutto, ha bisogno di sperare, di veder descrivere la propria paura, la pena, il dolore immane e al tempo stesso ricevere una speranza, questo fa la musica della settima, descrive, narra, rincuora, ed irride chi pensa di piegare lo spirito del popolo con la sofferenza e la morte.
Il popolo non vince per sé, ma per un principio, rimette insieme l’ordine del mondo, il fluire naturale della vita. Polemos è confinato, nella sua forza distruttiva generatrice ha generato il bene, la pace, la fine del patire.
La prima della Settima si era tenuta a Kuibyshev, il 5 marzo 1942, il 9 agosto 1942 la musica torna nella sua città e dopo sforzi enormi per provare sotto le bombe, la sinfonia viene eseguita nella Sala della Filarmonica di una Leningrado ridotta in rovine, dove si combatte casa per casa; dirige Karl Eliasberg con un’orchestra che ha i musicisti dell’Orchestra della Radio richiamati dal fronte, all’esterno della sala vengono messi altoparlanti, che proseguono fino alle linee di combattimento, sono rivolti ai combattenti russi e verso i soldati tedeschi, la vita di Leningrado continua, più forte di ogni orrore.
Nessuno sapeva allora che l’assedio sarebbe durato sino al 18 gennaio 1944, un tempo infinito di dolori immani, ma inizia la leggenda della Settima, che avventurosamente in microfilm, verrà portata attraverso Persia ed Egitto, negli Stati Uniti ed eseguita da Toscanini nel luglio 1942, un’emozione profonda percorre il mondo: l’intelligenza, l’uomo, non muore, non può essere sconfitto. E’ la speranza, la rappresentazione di un’argine eroico che diventa il simbolo di un mondo che non si arrende al male.
Šostakovič combattè la sua battaglia attraverso la musica, come avrebbe sempre fatto prima, durante e dopo la guerra, dentro e fuori l’Unione Sovietica. Per me è il più grande compositore del ‘900, anche per la forza etica che mise nella sua opera, visse e scrisse musica nonostante il potere, attraversò il mondo e lo piegò.
I giornali titolano sui suicidi per la crisi, ma riempiono le pagine di commenti economici sul giorno, non scavano su quanto si perde davvero e preferiscono riferire dell’ antieuropeismo del precedente premier, seguire l’ eurogruppo, il g20, la bce, lo spread, come se da questi venisse davvero la salvazione di tutti.
I suicidi hanno la percezione tragica della crisi, quella che viene prima rifiutata, poi enfatizzata e infine scordata. I suicidi capiscono che per le loro aziende, i loro progetti non c’è scampo in questo mondo che vede il successo economico come la sanzione del successo personale. Sono rimasti soli, davanti a se stessi e alla percezione che il mondo non tornerà come prima. Soli anche da morti perché non pochi pensano che quando stavano bene non dividevano nulla con nessuno. Prima erano ricchi e i ricchi sono un’altra specie. Così i suicidi, come nel ’29, verranno rimossi assieme al pensiero che la crisi merita ben altra attenzione, perché non si vuole vedere, né sentire, si aspetta passi.
Sostengo una tesi, che è una proposta, perché il dolore non sia infinito e inutile: le persone comuni devono chiedere che venga messo un argine alla speculazione. La Tobin tax, ad esempio. Lo devono chiedere in ogni stato, in Europa, negli Stati Uniti, in occidente come in oriente, lo devono pretendere dai governi. Solo così il mercato potrà trovare delle regole che si riferiscano al reale, non agli umori o al bieco interesse del solo guadagno che non guarda al lavoro e agli uomini.