Non conosco il limite del disagio altrui, per cui mi fermo molto prima. E m’infastidisce la battuta greve, il gesto ostentato, l’imposizione sguaiata di un atteggiamento. Tutto questo mi fa sentire a disagio e m’ammutolisce, perché mi pare di sentire la difficoltà altrui, l’aggressività subita. Poi vedo gli altri attorno che ridono, anche le risate forzate vedo, e mi chiedo se il mio sentirmi estraneo ecceda le relazioni, se non mi ponga troppe premure. Però non mi è possibile sentire altrimenti: o si è portati oppure queste situazioni daranno fastidio sempre. Un conto è l’intimità, il condividere una confidenza che è fatta di parole, gesti, attenzioni e curiosità, un conto è la vita tra chi a malapena si conosce. Eppure ostentare pare segno di sicurezza, forse di dominio e sembra che il violare le regole sia divertente, a volte gradito. A me dà solo imbarazzo e la sensazione d’essere fuori posto.
L’esercizio di memoria si colloca all’interno di un contrasto che deve permanere. Non ci dev’essere troppa pacificazione. La storia stessa, per essere efficace come maestra di vita, deve emozionare, costringere a collocarsi. A maggior ragione per le idee che sono ancora presenti nel vissuto delle persone, gli ebrei, la shoà, il comunismo, il capitalismo, la stessa democrazia, sono contenitori, assieme a molti altri, di una continua attualizzazione della storia e portano con i loro riferimenti concreti, effetti, nella vita di tutti i giorni. Così nel nostro ricordo, nel passato che ritorna, la dialettica con il presente speriamo emerga. Noi siamo ciò che siamo ora, ciò che scegliamo di essere, e rielaborare quel passato, portarlo nel quotidiano ci pone davanti alle grandi questioni affrontate, e spesso malamente risolte, che ci hanno permesso di essere come siamo. Non importa che il ricordo sia fedele, importa che il passato sia attuabile, che sia fecondo, che non sia l’accarezzare il gatto. Ne otterremmo, un ronfare che rassicura, ma non è nostro. Riconoscere la propria vita e costruire quella che resta è un processo sereno, ma non pacifico.
Bisogna dirle le cose: l’ideologia dell’emergenza nasconde pavidità e inutilità per la politica intesa come azione per il bene comune. Se a questo si aggiunge una insana commistione di idee politiche differenti, di veti contrapposti, si generano equilibri che non affrontano e non risolvono e così questo governo tira avanti e non affronta i nodi. E’ inutile al cambiamento. Certo c’è qualcosa che non è tipico dell’Italia, che fa parte di una deriva mondiale che ha cambiato le libertà e il modo di percepirle, ma che però da noi si aggrava in questa soluzione politica: chi governa non pensa primariamente al benessere del Paese, ma a rispondere agli obblighi veri o presunti dell’economia. E’ come se l’economia avesse preso il posto dell’uomo, si fosse assunta il ruolo di decidere cosa sia disuguaglianza, povertà, diritti. Come se l’economia disgiunta dall’uomo ed esercitata nei mercati, che poco hanno a che fare con i bisogni degli individui, fosse una gigantesca gabbia in cui gli uomini si agitano e sono liberi se appartengono a chi accetta il credo, le regole, i successi del denaro e della finanza, gli altri sono semplicemente funzionali ai fini.
Ma questa che non pretendo sia una verità, bensì un argomento del discutere, non si può dire ed emergono due grandi paraventi: l’emergenza (e quindi la necessità del decidere sotto obbligo) e il vincolo del debito, per cui ogni coperta sarà sempre corta e chi resterà scoperto indovinate chi sarà? Vorrei solo accennare all’emergenza e come questa diventi una foglia di fico per nascondere il baratro decisionale in cui è caduta la democrazia: se i popoli non possono decidere del loro destino, delle loro politiche, del loro benessere, a che serve condividere il potere? E’ in questa finzione che si alimenta la ammuina del rinvio, bisogna confondere, distogliere l’attenzione e al più dire che ogni decisione importante cade nelle tagliole della compatibilità, ogni bisogno è temperato dalla compatibilità. ogni decisione vera viene rinviata per trovare la compatibilità, ma compatibilità con chi? Con l’Uomo? No, con il debito. E così i bisogni immediati, il lavoro anzitutto, le ineguaglianze, lo scandalo dei privilegi scompaiono diventano accessori. Come gli uomini, servi del denaro, della rendita, della finanza.
« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”. N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno.»
“Ieri sera a cena ho provato la sensazione di essere trasparente, come non ci fossi. E non è la prima volta. Parlavo, qualcuno mi pareva rispondesse, si rideva, mangiavamo, si beveva molto vino rosso. Chissà perché c’è questa mania del vino rosso. Poi alla fine mi sono accorto che parlavamo tutti assieme e nessuno mi ascoltava davvero. Così ho riprovato la sensazione che si aveva da adolescenti, ossia che gli altri non ti vedessero proprio.”
“Credo sia un problema dell’età, ci sono stagioni in cui vorremmo più attenzione, essere ascoltati davvero. Accade anche a me di fermarmi di colpo perché ho la sensazione di parlare al vuoto. Che gli altri stiano pensando ai fatti loro e che sia al più la cortesia a impedire loro di girarsi e mettersi a parlare d’altro. Così cambio gli argomenti, cerco qualcosa di interessante. O almeno mi pare. Ma non è così, in realtà se non dico quello che penso annoio anche me stesso e così sto zitto. O si parla troppo o si sta zitti, non c’è misura. E così si diventa invisibili.”
“Il problema è quando ti accorgi che non ti ascoltano neppure più nei negozi, che i commessi non ti badano…”
“Quando succede a me verrebbe da spaccare qualcosa, tirare un urlo. E’ così priva di rispetto per le persone, la disattenzione…”
“In realtà l’attenzione si concentra tra persone che si cercano, quando la perdi significa che non hai più fascino, quindi puoi non esistere. Sei in più. Mi colpisce questa cosa perché la sento ineluttabile, come avvenisse per una legge di natura, ma non è così. Forse si determina quando si è persa importanza, ruolo, ma quand’è che noi cominciamo a sentire che si perde visibilità? Quando si esce dal lavoro? Quando si deve ancora entrare? Quando vorremmo un amore e non ce l’abbiamo? “
“Sai penso che bisognerebbe condividere uno stato con chi ci sta attorno. Comunicare qualcosa. E invece si comunica sempre meno, non significa avere le stesse idee, ma essere parte di un interesse. Ma se anche le commesse non ti badano, di cosa vuoi far parte…”
“Posso fregarmene, sto bene per conto mio, ma lo so che non è così, ho bisogno di comunicare, scambiare con gli altri. Solo che la cerchia si restringe sempre più e si diventa sempre più esigenti. Introspettivi. Così quelli che conosci ti conoscono a memoria come tu conosci loro e non sorprendi più. In fondo anche loro tu li ascolti meno, perché sai già cosa diranno…”
“Il fatto è che perdiamo sicurezza di noi stessi, come non ce l’avevamo a 18 anni. E questo si sente. Siamo animali negli istinti e il branco sente se conti. Se non conti ti rende invisibile. Bisognerebbe puntare i piedi, lottare per imporsi, ma si diventa ridicoli. Ecco, al ridicolo preferisco essere trasparente. “
“Basta non essere noiosi, in questo dovremmo impegnarci. Non annoiare noi e gli altri. Abbiamo molto che non c’era a 18 anni, una vita, dei percorsi, capacità di giudizio, sicurezze che allora non c’erano. E insicurezze nuove, con quelle dovremmo misurarci.”
“Lo sai che questa dell’invisibilità è una soglia che si sta abbassando? Parlavo con un’amica che ha poco più di 40 anni e si lamentava di non avere più l’attenzione a cui era abituata. Forse pesa l’aspetto fisico, ma non è solo questo, le manca la battuta, il parere richiesto, la cortesia ripetuta. Anche lei mi diceva che a volte le sembra di essere invisibile.”
“E’ il vivere così come l’abbiamo accettato che accentua tutto, ci porta verso competitività esasperate e se non ti imponi non sei nessuno. E a un certo punto vedi che tutto questo è vuoto, non ha nessun premio, solo l’attenzione perché rispondi a qualcosa. E quando lo capisci ti casca il mondo addosso. Diventa tutto relativo.
“Già e invece le persone hanno bisogno di assoluti o di chi li faccia ridere per scordare chi sono veramente diventati. “
“E invece noi gli assoluti li abbiamo persi per strada e per far ridere adoperiamo il paradosso: quello che ti mostra come sei davvero.”
“Forse è meglio approfittare dell’invisibilità e non pagare il conto di un vivere che non appartiene. Selezionare chi può capire davvero e lasciar perdere il resto. Che conta poco. Affrontare il rischio della solitudine, finché non si trova chi ascolta. E’ un buon discrimine per selezionare, per non accontentarsi.”
A colazione magari no, ma ho scoperto che i cavoli si sposano con un sacco di cose allegre. Le acciughe ad esempio, o le olive nere cotte, o il pecorino. Persino i pomodori al forno, non disdegnano. Un tempo leggendo i settimanali e i quotidiani mi passava l’appetito e ingrassavo perché mangiavo senza pensare al cibo. La digestione diventava difficile mescolando il mondo con le cose pur buone che mangiavo. Poi ho cominciato a pensare che partecipare non significa essere succubi della realtà. E’ vero c’è una legge del reale che piega tutto, ma si può far finta che non sia infallibile e neppure invincibile e così tra le righe si leggono le notizie buone, quelle che ti fanno dire che mica si sono estinte come i dinosauri, le persone su cui fare affidamento.
Ecco, così mi è venuta voglia di far da mangiare e ho fatto il pane e cucinato il cavolo, l’ho condito e ho capito che sta bene con molte cose perché tolto l’odore è abbastanza neutro da lasciarsi mescolare. Come la sapienza vera o l’intelligenza che se è neutra guarda il mondo, si mescola con un sacco di cose e così riesce a leggere tra le righe. Si contamina e non è più come prima, ma a me che fosse come prima non mi piaceva proprio.
L’altra sera ad una riunione politica regionale del PD, un vecchio amico mi ha detto ridendo: sempre dalla parte dove si perde, eh… Gli ho risposto ridendo anch’io: hai ragione, mi piace perdere. In realtà non mi piace perdere, ma accetto di perdere se la battaglia che faccio mi corrisponde, se non devo scendere a compromessi che mi farebbero star male. In fondo combattere così è un modo per stare bene. E anche se mi dicono che tra noi non ci si combatte, ma si discute, in realtà se sei dalla parte giusta conti qualcosa all’esterno, se invece ti collochi tra chi non vincerà, conterai solo per te. Questa è la vera scelta in uno scontro tra poteri, scegliere ciò che si pensa davvero, stare dalla propria parte. Ed è indubbio che da tempo lo scontro non è solo tra idee, ma tra poteri, tra chi governa la politica del partito da 30 anni e tra chi vorrebbe prenderne il posto. Anche per questo ho scelto Civati, perché non ha un esercito alle spalle, non ha poteri che aspirano a sostituire altri poteri, si muove in un’area in cui c’è spazio per le idee di alcuni giovinetti come Rodotà, o Zagrebelsky. Che dire però della realtà, con la sua dura agenda, io credo che altra questione cruciale sarà il governo delle larghe intese, ovvero un patto del potere tra poteri che usa l’emergenza come ideologia. Non sono favorevole a questo governo, anche se ne vedo la necessità, l’economia, i mercati, le situazioni ereditate da non poco berlusconismo al potere. Tutto vero, ma come se ne esce? Ecco questo è il tema, un partito con un nuovo segretario deve avere il coraggio di dire che l’imu i ricchi la pagano, che se ci si deve sacrificare, chi ha di più sacrifica di più. Questo tocca le alleanze trasversali, la gestione del potere che è stata fatta con il retrobottega più che con la chiareza dei fini e delle proposte, c’è un principio di realtà, è vero, una dittatura dei fatti, ed è altrettanto vero, che si esce dall’emergenza anche restando chi si è davvero. Senza cambiare faccia, in questo penso ci sia una battaglia: per destrutturare un potere e riportarlo alle persone, agli elettori, anche a quelli che ora non sanno che farsene o l’hanno adoperato male, questo potere. Una battaglia perché ci sia corrispondenza tra ciò che si fa e quello che si dice. Con intelligenza, per costruire, perseguendo il possibile. Se anche non si vince è una battaglia che val la pena di combattere, qualcosa che fa stare bene. E cosa si potrebbe chiedere di più dalla politica praticata se non che ti faccia star bene?
Non ci si ricorda più l’acuto di una decisione, il dolore che ha accompagnato una scelta, lo stare o l’andare, la situazione, i dilemmi tra sé. Non si ha più l’urgenza del mutamento di allora. E ciò che è cambiato diviene abitudine, perde lo smalto che l’aveva reso così attraente e importante, finché sembra sia stato quasi sempre così: il prima è sfumato nell’adesso.
E anche quando si rimpiange un’età dell’oro, o dell’innocenza, questa è ciò che vorremmo aver vissuto, non ciò che davvero è stato. In fondo ci è stato dato solo il presente e il suo desiderio d’essere altro proiettato in avanti. Del passato serbiamo noi stessi, ciò che siamo, non ciò che siamo stati. E del piacere non si ricorda nulla, mentre dei sentimenti che abbiamo provato resta molto, è parlando con essi che ci ritroviamo ora. In fondo l’esperienza se non è sentimento non è.
Speranza è fare oggi le cose, cercare di mutare ciò che non va adesso. Non importa se poco o tanto, stabiliamo noi la misura, abbiamo un metro in dotazione che è molto preciso con noi stessi. Confesso la mia inanità di fronte ai grandi problemi, riescono solo a farmi star male e così la tentazione è di rimuoverli, come le cattive notizie. In fondo non ci si impiega molto, basta cambiare canale quando trasmettono la cronaca per radio o tv, leggere solo di economia, politica, sport e pochissimo di esteri o di società. Ma un povero alla porta è sempre qualcosa che urge alla coscienza, forse partire da questo non risolve e neppure è una compensazione, ma è un modo di fare. Devo anche dire che non mi piacciono le soluzioni pietiste, non devo scaricarmi la coscienza, non mi va la società così com’è fatta, ecco e non sono talmente abbacinato dalla miseria da non distinguere gli uomini. Se una persona ha fame bisogna rispettare questo bisogno, ma questo non fa né noi, né lui migliori. Ho smesso da tempo di credere che ci possa essere qualcosa che va bene per tutti e questo mi ha liberato dalla presunzione di essere dalla parte della verità, di confondere la capacità di acquisto con il benessere, l’organizzazione sociale occidentale come la migliore. Credo che il relativismo non sia quella bestia che i papi aborrono sentendo messo in discussione il dogma e le verità rivelate. Non lo credo perché anche le religioni hanno grossi esami di coscienza da farsi se il mondo è quello che è, molte domande vengono rimosse e forse non fanno un buon servizio al messaggio che trasmettono se tutto si riassume nella fede. Non mi piace neppure la pretesa che ha la scienza di rappresentare il reale in modo esaustivo. L’una e l’altra risposta, la fede e la scienza, tendono a fornire scialuppe alla solitudine dell’uomo di fronte a sé stesso. Una piccola risposta è fare qualcosa, non toglie la solitudine, ma fa sentire utili, non mette dalla parte del giusto, ma evita il lamento che accompagna l’attesa del fare altrui. Fare ha un contenuto rivoluzionario, non attende che sia l’istituzione a provvedere, bensì pone la propria coscienza avanti a questa. E vale ovunque, nella famiglia, nella politica, nel lavoro. Io che sono egoista perché voglio un po’ di soddisfazione auto procurata, penso di farlo per me, e che se riguarda altri è perché faccio parte degli altri. E se posso dirlo, questa sensazione ha un corollario, mi rende libero di fregarmene del giudizio altrui, è una cosa mia, la faccio perché sto bene, e se serve significa che qualcosa di quello che mi sta attorno lo capisco. Non risolvo nessun problema, se non quello piccolo-grande per me di sentirmi più leggero.
Leggendo tra le parole, gli spazi, scrivono dall’alto verso il basso, scie che colano tra significati, la traccia dei silenzi.
Mi piace pensare che esista una cultura del silenzio che si trasmette e spostando una lettera, una virgola, un punto anche il silenzio si sposti e racconti d’altro. A chi? All’anima che ascolta, forse, e ha bisogno di sentire che altri odono lo stesso silenzio. C’è uno scrivere perfetto privo di significato per l’emozione. Genera un silenzio sgomento, da assenza. Se ci pensiamo, molto attorno, e anche in noi, mira a questa perfezione. Una sorta di libertà dalla tirannia del sentire. Dove riluce la razionalità, il coltello compie il suo dovere, seziona e guarda, finché alla fine si accorge che ciò che osserva gli sta morendo tra le mani.
Forse per questo ho bisogno degli spazi, di anfratti in cui riposare ciò che vuole parlare, convincerlo che sentire è meglio e suggerirgli che il silenzio è la forma somma del sentire. Le parole hanno simmetrie strane, toccano appena quello che sentiamo e come appunti evocano. Il sogno di chi scrive è emozionare, trasferire un contenuto attraverso un mezzo incerto e approssimato, ma terribilmente evocatore. Quello che io sento e trasmetto è diverso da ciò che prova chi mi legge, questa qualità è riservata ai grandi, ma se supero la paura del sentirmi solo in una stanza vuota, la vera paura di tutti gli umani, posso tentare di condividere un silenzio. Ascoltare prima di dire.
Qualche giorno fa mi veniva raccontata una storia, dolorosa e vera. Mi sembrava di capire, tutti abbiamo cose che possiamo sovrapporre e che abbiamo sentito come uniche salvo poi sentirsele raccontare da altri. E quella storia, come tante, era zeppa di parole, prima buone e poi irate, sentimenti scarnificati e portati allo scoperto, mostrati come ferite. Le parole riempivano la paura che tutto si frantumasse davvero e a me sembrava, invece, servisse silenzio. Poi mi è tornata a mente una canzone, che descrive qualcosa a cui ci si aggrappa quando finisce un sentimento e per resistere si ribalta sull’altro il ricordo come un’arma lenta e sicura. E si dice, si racconta, si minaccia perché ci si sente vilipesi e c’è il bisogno di attribuire una tale definitività a ciò che si è vissuto che possa far impallidire tutto quello che verrà dopo. Si sa che la passione riprenderà, che l’esperienza nuova sembrerà sommergere tutto ciò che c’è stato prima, ma come una maledizione si vorrebbe tornare a mente quando c’è ricordo e silenzio. E il silenzio che non si è stati capaci di usare come lenimento reciproco, di condividere come dolore, poi dovrebbe diventare l’estrema arma di chi si è sentito lasciato. Si pensa che nel silenzio ci sia la nostalgia e il rimpianto.
Io credo che ci siano questi momenti nella vita, ma che siano davvero propri e che ogni silenzio, se non c’è qualcuno con cui condividerlo e scambiarlo, diventi un tratto personale, una ricostruzione infedele del proprio passato che sola ci appartiene. Ma nel vivere quotidiano il silenzio ha altre funzioni, toglie il rumore che sta attorno come primo effetto e ci riporta a noi. Sembra banale, ma per non sentirci soli abbiamo bisogno di rumore, così si confonde il silenzio con la solitudine. Il silenzio invece supera la parola, riporta nel profondo, ci mette davanti non al passato, o almeno non così di frequente, ma a ciò che siamo e potremmo essere, quindi contiene il futuro. Per questo nel condividere un silenzio di parole si può scambiare molto d’altro e le parole sembrano disturbare con la loro imprecisione. Questo dicevo, non creduto a chi mi raccontava la storia, che c’era bisogno di condividere una fine con il silenzio. Ma non ero io il ferito, potevo discettare sul silenzio, mentre le parole scagliate erano ben più lenitive, forse anche aiutavano ad elaborare.
Ciascuno ha una sua via e una sua paura per il silenzio, e dal poco che capisco, mi pare che esso contenga molto di me e dell’altro con cui condivido. Per questo cerco gli spazi nel discorso e vorrei capire ciò che davvero mi si vorrebbe dire, cosa si agita e cosa spinge verso di me.
Tuberi, verdure fresche, zucchine, peperone, carote, pomidoro (due), verdure congelate. Tutto a tocchetti, prima il soffritto, poi le verdure a stufare e infine a cuocere. 20 minuti di pentola a pressione, alla fine basilico fresco, sale e olio crudo e si può mangiare. Minestrone bollente sul pane tostato. Buono!
Allontano il pensiero dall’altro minestrone, quello della politica italiana, vincolata alle sorti di Berlusconi. E chi se ne frega, non se può più, basta! La stessa minestra per 20 anni, e pure oggi è passato il messaggio con il solito copione dell’attacco ai giudici, dove Forza Italia, è l’ultima spiaggia. E non pochi ci cascheranno ancora. Lasciamoli al loro destino. Anche del governo mi importa poco. Che si può fare quando ciò che si deve salvare, ovvero l’Italia, non è condiviso. Parliamo di due Italie e di italiani diversi, ci sono quelli che sono senza lavoro, oppure anche con il lavoro non arrivano alla fine del mese e quelli che questi problemi non li hanno. Non c’è un solo paese perché la solidarietà non c’è, si toglie l’imu sulle case di lusso e si aumenta l’iva che pagano tutti, che vergogna.
L’impressione è che tutto sia stato inutile, che i sacrifici di questi anni siano stati bruciati in una fornace, ma soprattutto che siamo finiti in una situazione di prigionia e chi ci tiene prigionieri, è l’eterna vicenda di Berlusconi che passa tutto in seconda fila. I problemi italiani si chiamano lavoro, ilva, inquinamento nel napoletano, servizi a costi sempre più elevati, povertà crescente. E invece si continuano a riempire i giornali di analisi sottili sulla decadenza, e sulle sentenze. Basta non se ne può più. Dopo tre gradi di giudizio, chi di noi, compresi quelli che votano forza italia, avrebbe la possibilità di ottenere tali e tante garanzie, tale e tanta pubblicità, di offendere un potere dello stato senza querele. Nessuno. E quindi il problema non sono i nostri diritti ma un eccesso di garantismo nei confronti di una sola persona. un fatto mai accaduto in una democrazia con tale protervia e insistenza. Così il paese smarrisce la realtà dei problemi e diventa una pentola a pressione.
Libero il cervello, questo problema non deve più condizionarmi, punto sul mio minestrone, ascolto la terza di Mendelssohn e faccio pure il bis.