continua sull’appartenenza

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto; forse era solo naturale evoluzione, crescita. Come ci si muta in famiglia secondo l’età, ciò ch’era accaduto – e accadeva- sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si forma autonomi in famiglia, quel darsi nella crescita senza un criterio, che non sia il seguire tutto quello che prorompe e preme sugli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che mette in campo la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. E questo riunire era più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché era un riunire restando individualità forte, un sentire comune che aveva  sentire diversi. Di questa fase, che gli sembrava così forte, e già l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie. Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima. Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile. Ciò aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria, così gli pareva, velocità e intensità. C’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo. Profondamente capirlo e farlo proprio.

Asmara

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La città è su uno zoccolo di pietra che si è ricoperto di terra e di alberi. Poi sono arrivati gli animali e da ultimi gli uomini. La strada verso il mare scende rapida, laggiù, 2300 metri più in basso, c’è il caldo, le zanzare, i giorni che sconfinano nelle notti senza riposo, ma anche 100 isole davanti alla costa, la barriera corallina, i pescatori, le barche, il pesce, una bellezza e un blu che toglie il respiro. Altra vita.

La gente degli altopiani è particolare, lo è dappertutto, non si rendono conto dell’altezza e neppure del motivo per cui un tempo sono saliti lassù spinti da qualcosa. Forse il caldo, le minacce di altri uomini, la malaria, chissà, ma comunque fosse allora, sono rimasti e a loro sembra di essere sempre stati lì. Così loro, nomadi, sono rimasti a girare in tondo su quello zoccolo di roccia e alberi. Anche in città girano in tondo. Non sono montanari, neppure contadini, gli abitanti dell’altopiano sono affezionati agli animali. Quelli che trovano e riescono a tenere: pecore, capre, cammelli. Vendono il latte quando c’è, e gli animali quando serve. A molti basta così.

Gli zoccoli di roccia hanno un orlo da cui si vede lontano, aiuta a sentirsi sicuri e chi è sicuro investe su di sé, prospera, forse per questo qui è nata la capitale. Con essa, importanza di case, vie, chiese, moschee, persino una piccola sinagoga, anche se gli ebrei erano pochi e facevano fatica a mettere assieme la preghiera del sabato. Poi venne un mercato, lo fece ras Alula, quello che sconfisse gli italiani a Dogali; un grande mercato coperto in cui vendere e comprare, ma soprattutto trovarsi, bere caffè, farsi tagliare i capelli, confezionare un vestito, combinare un affare e chiacchierare, a lungo, ogni giorno, di tutto.

Del passaggio degli italiani sono rimasti gli orfani, nomi, i cinema impero, gli edifici magniloquenti della piccola Roma, bar, ferramenta. La gente dell’altopiano, li ha guardati, anche cercato di capirli, spesso ha scosso la testa, poi ha atteso. E sono passati. Gli italiani, sono passati, come tutti gli altri. Loro, la gente dell’altopiano erano qui prima di Roma, prima di Tebe, prima insomma. La rift valley non è distante e da queste parti si è mosso l’uomo per andare altrove, loro non lo sanno, perché non sono andati lontano, hanno girato attorno. Sono rimasti.

Anche Addis Abeba è su un altopiano, anche lì la gente si è fermata, ma non nello stesso modo ed è un’altra capitale, altre lingue. Qui il tigrino, lì l’amarico, e chissà quante altre parlate ci sono. Eppoi gli etiopi sono stati nemici, lo sono ancora anche se è difficile per la gente dell’altipiano andare in cerca dei nemici, sta bene dov’è, si sposta con fatica. anche per fare la guerra. Gli etiopi non l’hanno capito e hanno perso. Eppure sembravano più forti, solo che distanti dall’altopiano diventavano deboli. All’Asmara lo sanno, non si spostano volentieri se non per fuggire davvero in cerca di lavoro e libertà.  

Gli uomini degli altopiani sono alti, magri, aristocratici, le donne bellissime; quando si muovono il corpo incede, come un arco contro il sole. Si sono fermati perché c’era pascolo, la notte e l’acqua erano fresche e si assomigliavano perché entrambe toglievano la fatica, aiutavano il corpo a tenersi la vita. Le distanze in giornate di cammino davano l’idea di uno spazio infinito prima del ciglio verso la pianura, così l’altopiano sembrava il mondo e non valeva la pena di andare altrove. C’era tempo, i villaggi sono cresciuti, divenuti pietra e poi città, le vie si sono lastricate per i carri. I commerci sono diventati importanti e l’altopiano attraeva anziché essere un punto di partenza, così anche le pecore hanno fatto percorsi circolari senza più scendere in pianura. C’è stato tanto tempo, e quel tempo che ancora oggi sembra non avere limite si è riempito di guerre e di nascite, di amori e di fatica, all’infinito. Fino a oggi, oltre ogni oggi. Non molto più il là, ancora in Eritrea, il Nilo si ingrossa anche adesso, punta verso la Nubia, qualcuno partiva e loro hanno atteso che qualcuno tornasse da quegli imperi che sembravano leggenda, e negli imperi si parlava degli altipiani e delle loro genti, qualcuno tornava e restava. Raccontava. Da queste parti c’era la regina di Saba, Salomone era infinitamente più distante, ma c’era tempo e così le persone, i re si incontravano.

Quand’ ero all’Asmara, cercavo nei volti, nelle voci, nelle pietre ciò che c’era prima dell’arrivo degli italiani, degli europei, e nelle persone trovavo una consapevolezza che era storia, letteratura, arti, abilità tramandate, ma soprattutto postura del corpo e uso del tempo.  Mi sono fatto l’idea che l’immemorabile venisse da questa confidenza con il tempo, come fossero loro a dettarlo, tenerlo nel giusto conto, senza troppa importanza: un alleato che non si sovrapponeva a loro stessi. La cultura era il tempo e loro mi sembravano i signori del tempo.

la vita come opera letteraria?

C’è differenza tra vivere e lasciarsi vivere. Lo dici mentre cerchiamo un luogo dove fermarci. La città di mattina si muove a fiotti, come le tue parole, che spiegano e si gonfiano finché parli, sembrano scavare a ondate, con furia che si ferma indecisa e poi riparte. Infatti esiti a volte, usi quelle forme che servono a prendere fiato, i come dire. Mi pare che tu stia cercando più a fondo. Così, mi pare, frasi dubitative… Mi pare.

Così si riflette sul vivere e si cammina. Sul serio e metaforicamente, e io ti dico, che è vero che le nostre storie non sono solo storie. Le leggiamo dopo così. A volte anche finché sono in corso. Ma mai nello stesso momento in cui con precisione millimetrica ciò che sentiamo accade. Si immaginano le evoluzioni, anche un fine talvolta, però appena dopo. E se si è aperti a ciò che c’accade, la storia va ancor più per suo conto, ne siamo immersi, ma è una strada intrapresa, una direzione da assecondare con lievi movimenti di guida. Un obbiettivo intermedio che consegna alla nebbia una destinazione non determinata. 

Ti ricordi Ulrich, l’uomo senza qualità? Mi dici. Quando spiega che vorrebbe vivere come un opera letteraria, con una vita che si svolge e si interpreta, senza tempi inutili, per vivere di più? E che se poi se lo osserviamo, leggendolo, di Ulrich, si colgono le abitudini, l’amante, gli obblighi di un incarico da portare innanzi, molta quotidianità, insomma? Ecco, credo che il pensiero di trasformare la vita in racconto lo facciano tutti quelli che leggono molto. Forse anche quelli che scrivono. Meno i pittori o i fotografi che hanno bisogno del reale per farsene attraversare e sentirlo. E anche chi ama solo il piacere è così. O magari ne dipende solo quando emerge la pulsione e la sua soddisfazione diventa più forte di un fine che la comprenda, e poi tutto torna nei ranghi. I lettori invece, confrontano le storie che leggono con la propria, si riconoscono nelle parole, nelle situazioni, nei personaggi. Cercano la realtà che per loro coincide con la verità. In fondo avere a disposizione tante vite vissute aiuta a verificare la propria. Costruirla. Riconoscerla. L’analista dice che quelli che procedono a questo modo non si vedono sino in fondo, scelgono un modo di interpretarsi e basta.

Adesso taciamo, ciascuno per suo conto, la vita attorno è più svelta di noi. Essere seduti fa scendere i pensieri lungo il corpo. Cambio discorso. Hai mai osservato, ti dico, che se guardi una bella donna in piedi lo sguardo e l’attrazione sono rapidi, uno scatto d’occhi e sensazioni. Senti che ti prende e cerchi un senso d’insieme come in una fotografia. Da seduti, la stessa donna diviene più morbida, procede per somma di attrazioni, ti soffermi sul viso, sul corpo, assorbi la bellezza lentamente, aggiungi pennellate, e lasci lavorare i sensi in modo calmo e intenso.

Non abbocchi.

Quando non si sa che fare si accavallano le gambe. Lo faccio con frequenza. Ci sarebbe bisogno di silenzio e invece tutto attorno ci sono rumori che mostrano le vite altrui. Cose, fare, identità, storie che si svolgono per loro conto. Una immensa biblioteca di caratteri di cui non resterà traccia comune. La raccolta delle vite avviene in silenzio e si confina in cerchie ristrette. Penso a parole scambiate, a sensazioni che restano. Il voler bene resta, ed è assieme la propria storia e la storia di qualcun altro. Abbiamo paura a legarci, troppo invasivo, siamo troppo nudi nello stare assieme, non è per questo che attrae il piacere che mette assieme sensazioni che poi si spengono e ricominciano finché si può? Mi chiedo se sia questo il principio di piacere. Intanto hai ripreso a parlare, m’ero distratto un po’ troppo.

L’analista sostiene che vivo in modo letterario.

Lo dici guardando le persone attorno, non me. Dice che quando gli racconto qualcosa seguo una trama e questo lo fa sentire in superficie. Credo semplicemente che sia in difficoltà perché le storie raccontate e vissute non lasciano troppi margini. Sono conseguenti, già decrittate, e io ho un rapporto particolare con i ricordi e il presente, questo lo so, ma davvero non saprei come vivere diversamente. Non si può essere diversi da ciò che si è, se ci si racconta la verità. Ossia lo si può essere per costrizione, per convenienza, ma che vite sono in definitiva, vite d’altri vissute nostro tramite.

Magari viviamo tutti in modo letterario, ti dico, o forse chi consideriamo notevole vive così. E magari letterario significa avere un filo che conduce le cose. Eppoi non è così per tutti?

Conosco così poco degli altri che adesso mi pare di non conoscere nulla di me. Più si procede e meno certezze restano. Vengono a galla le sensazioni, i sentimenti, ci si fa guidare da essi, ma se appena guardiamo sotto si vede che sono ancorati a principi forti che risalgono a chissà chi. Noi ne siamo portatori e in parte sono nostri davvero. Per questo lasciamo che la confusione galleggi, spuma per pelle e cervello per vivere capendoci qualcosa, sotto è tutto così torbido, c’è solo forza che tiene e si confronta. Bisognerebbe dare un nome alla forza per capire qualcosa. Ma dimmi, tu sai perché il piacere non è storia, perché si smarrisce e mal si ricorda? Ecco, vedi, questo ti dà misura della mia confusione. Sul piacere si orientano le vite e io non so capire cosa significhi davvero. Sembra un ornamento di qualcos’altro che avanza con fatica. Si adoperano piacere e felicità come sinonimi, eppure non lo sono, l’uno si può perseguire, l’altra è una condizione che movimenta tutta la persona. Ma entrambi non durano, però significano molto. Forse quel modo letterario di cui parla il tuo analista è la ricerca della felicità sempre e del piacere a volte, e il primo è una direzione verso cui scrivere la propria vita. Come si può, in balia dell’esterno, del caso e dell’interno con le sue forze oscure. Forse è il tentativo di un ordine, una storia.

E forse chi non scrive e si affida, cerca le stesse cose. Lo dici guardandomi. Semplicemente spera la felicità e il piacere, ma lascia fare alla volontà che dura un attimo, alla decisione del momento. E’ un altro modo di vivere, con la storia che si scrive da sola. Hai notato quanti forse abbiamo adoperato? Si capisce poco e quel poco sono i comportamenti di tutti. Ci assomigliamo tutti, ma ciascuno vuole le cose in modo differente, come dici tu, capisco poco anch’io e se mi guardo dentro ancora meno. Vivere letterariamente significherebbe rispettare un teorema, arrivare a una sintesi filosofica. Cose d’altri tempi, ora è tutto relativo, solo noi in fondo non lo siamo. 

c’era chi era comunista

Perché dopo essere stato comunista, tutto quello che è venuto poi, in politica, è stato meno? Un progressivo adattarsi a una realtà che diventava sempre più irriformabile, dove la speranza si affievoliva e per questo il fare diveniva relativo, incapace di suscitare le stesse passioni, speranze, volontà di cambiamento di un tempo. Forse questo approccio alla società, al sentirsi parte di qualcosa di più grande, era tipico dell’età giovanile, che si portava innanzi con quella carica di passione e d’assoluto che scorre dentro quando il proprio mondo è da fare, diviene contenuto dell’oggi, si sostanzia in progetti, scadenze che fanno ritenere tutto vicino. E anche il camminare diveniva una certezza che coincideva con la strada che si percorreva. Quell’entusiasmo però aveva caratteristiche profonde, come tutti gli idealismi, ed era capace di incidere sulle vite mettendole dentro una interpretazione etica di ciò che era buono per tutti, cambiava i comportamenti, la gestione del tempo, gli affetti, ciò che si faceva e si sceglieva. Ciò che è venuto poi è stato insieme una libertà nuova e un relativo che le ha tolto gusto, riportandola su un sé talmente isolante che non era più possibile dire noi e sentirsi parte di una rivendicazione condivisa, di una forza che cambiava. Credo una scelta politica allora somigliasse a tutto quello che ha capacità di incidere dentro di noi: gli amori, le emozioni forti, le paure. E che essere stato parte di un progetto che voleva cambiare il mondo e la vita delle persone verso una maggiore giustizia e condivisione, in una libertà mai raggiunta prima, restasse, pur senza i risultati che si sarebbero voluti, la possibilità di una vita alternativa. Più piena, condivisa e felice di quella vissuta poi.

Certo il comunismo attuato era altra cosa, lo vedevamo nei viaggi all’est. Negli anni ’70 arrivavano i primi esempi terribili che si assommavano a quelli passati, di regimi inumani, coercitivi oltremisura. Ma noi pensavamo, e uso il plurale perché con varie gradazioni lo pensavamo in molti, che si potesse riportare sulla giusta via quello che non andava, raddrizzare le storture, eliminare i culti della personalità, le resistenze che impedivano di avere una società cooperante e meno burocratizzata. In fondo eravamo anarchici e il comunismo era solo il passaggio verso quell’individuo libero e solidale che era il vero punto di arrivo della società realizzata. Del resto il capitalismo, con la sua libertà e democrazia, per lo più raccontate, veniva da guerre ed eccidi terribili, era lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo teorizzato e visibile. Credo che questa fosse una ragione che ci spingeva comunque a credere nel comunismo, spinti forse da quella tradizione romantica che non si esauriva. Ed ora che non si crede più, che il capitalismo ha vinto, migliorare sembra sia un problema da risolvere assieme al fondo monetario internazionale o la BCE, cose distanti che rispondono a un mondo che include solo il denaro e relativizza gli uomini, cose che non hanno una possibilità di riforma vera, si autogovernano e non rispondono a nessuno pur determinando il benessere e le vite di ciascuno. Di fronte all’impotenza, senza più un ideale che spinga a governare le proprie vite resta la ricerca del meno peggio, per questo una nostalgia di quell’amore che durò a lungo relativizza tutto e rende stanchi quando si deve affrontare una nuova battaglia. Anzi non ci saranno più battaglie se non c’è una bandiera per cui combattere e vincere. Al più qualche san Martino che taglia il proprio mantello e condivide.

ciò che spande il vento

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La vita sta mutando, l’assecondo e l’accarezzo come il pelo d’un gatto. Il caso poi porta in giro, muta direzione. E’ vento, spinge, accelera, dona nuove prospettive, amicizie, interessi, rallenta. Capisco che tutto ruota sulla gestione del tempo, e che questa sta mutando. Lavoro sulle abitudini perché muti. Adesso è più facile accorgersi delle cose che imprigionano, cerco la libertà da esse. Per quanto possibile. Capisco che quello che ho è importante. Anche questo ha bisogno di un’educazione al vedere. Forse è questa consapevolezza che rallenta, vorrebbe riflettere e assaporare tutto per farne presente e ricordo. Assieme. E’ quasi un curriculum che muta, cerco di assumermi. Non ho gusti facili. 

novembre, 7, mattina

E’ entrata una luce bianca,

ha sollevato lo sguardo

e l’ha perso, prima sul muro, poi verso il cielo.

E’ accaduto un momento prima

che un raggio illuminasse il legno del pavimento, 

la gamba, 

il braccio,

il cuore

e che poi la testa si riempisse di quell’azzurro, 

improvviso,

tra le nubi diventate sfondo.

Una ventata nel cielo e non era più novembre,

solo la vita che spandeva, lieta e libera di sé,

senza tempo. 

volo di passo

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Sceglie il volo sghembo. Puntare un orizzonte e poi entrare nel cielo. Volare, girare, cadere in picchiata, riprendere.

Si dirà: che c’entra? C’entra, c’entra, ci sono sentire che sono una direzione, che si alimentano di pane, salame e amicizia per far festa, che s’incazzano per un po’ per quanto accade e poi gli passa, che vogliono un centro a cui attaccarsi per poi criticarlo. Ché non riuscirebbero a farne senza, ma bisogna conservarlo distante quel tanto che non interferisca troppo con le vite. 

C’è una direzione, un dire che è quasi essere, l’io sono da questa parte. Un salvagente per far argine al mare piuttosto che imparare a nuotare e che poi serve ad assolvere una vita a zig zag tra impegno e stanchezza.  Questa è la differenza tra gli snobbettini e gli altri che pur vivono comunque di cioccolata, caffè e cappuccino, ma scelgono di giorno in giorno. Con alzate d’estro, senza pensarci troppo, perché ci si stanca presto e ormai si sente poco, oltre la direzione. Così si può vivere, come si beve il quarto bicchiere, quello che farebbe perdere la patente: d’un fiato e senza troppo gusto. 

3 novembre, Redipuglia

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Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, ma gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove vuoi che fossero finiti, erano morti come gli altri.  I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta.  Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, le armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.  

Mia nonna ricordava il primo cimitero  la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione che riportava alla necessità di seppellire velocemente, non alla pietà o al sentimento. Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti.  Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva se non ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.

Quattrocentomila, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.

Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era inviolabile. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. SACRO. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,

Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo sopra, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.

Ecco, era un lenzuolo di pietra.

giù dalle colline verso la pianura

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Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo, non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde, la natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare perché presi dalla quantità di bellezza bisogna lasciare tempo per accogliere, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non croccano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un biglietto da visita, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi sì resta la sensazione, che continuerà a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso. Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

piccoli pensieri

La vita degli uomini e’ moltissima e poca cosa, racchiusa in capsule di presente ha spesso rara bellezza, vive di fotogrammi pieni di colore, sensazione, movimento. E se pure non manca il grigiore, il ripetersi, il vuoto, nel vivere il giorno, la vita dà speranza. Ciò che è storto, nel giorno, muta, può evolvere, rovesciarsi, sorprendere. Così la vita è molto, anche se a volte lascia senza parole, in un’attesa che vorrebbe stimoli e invece è davanti al muro grigio della proiezione di ciò che verrà. Il futuro non si annida nel giorno, che semplicemente lo consuma ed esige l’energia che dovremmo trarre dalle scelte, dalle rinunce.

Il futuro ha bisogno di senso e di storia e come per un film, coglierne il senso implica mettere assieme una storia, legare, assegnare ruoli e significati, in questo la vita ha blocchi grandi di ruolo in cui pare vi sia un senso dell’età. Cose conosciute, contenitori: la fanciullezza, la giovinezza, l’età matura, la vecchiaia. Da sempre i ruoli sociali dell’età riguardano i contenitori prima che gli individui, le vite come sequenza e funzione prima d’essere senso individuale. La società ha bisogno di vite uguali, è indifferente alla disperazione del senso. Queste sembrano non riguardarla come del resto tutto ciò che concerne le storie individuali, per questo il condizionamento esterno ci consegna alla ricerca della sensazione, per capire d’essere vivi nonostante il ruolo assegnato. Oltre quel ruolo. E’ fallace tutto ciò, perché accetta ciò che ci viene imposto e non vede la coesistenza del bambino, del giovane, dell’età matura e del vecchio in ogni momento della vita raggiunta, in ogni età. Rispettare noi nel presente è rispettare le nostre età che convivono, dare loro, tutte assieme, un futuro.

downtown dentro

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Le città medie hanno una piccola città nel centro. Un posto dove circolano le biciclette e, di mattina, gli studenti e i vecchi si siedono nei bar all’aperto. Anche in ottobre o in novembre sono lì a chiacchierare. E si conoscono tutti, i vecchi conoscono i vecchi, i giovani conoscono i giovani, e i discorsi sono diversi, ma gli stessi, e quando vedi quattro persone con un giornale davanti, sai già cosa stanno dicendo. E anche quelli che passano conoscono quelli seduti e si salutano, perché si è educati nella piccola città, e se sanno cosa stanno dicendo fanno finta che sia nuovo. Così scorre il mattino e tutti aspettano qualcosa. Chi aspetta il pranzo, chi l’aperitivo della sera, perché stare soli è fatica e non di rado fa sentire il disamore.

Downtown la chiamano gli americani, la piccola città, ma è un’altra cosa. Solo l’incapacità di affrontare la solitudine è la stessa, e la cogli ovunque nella piccola città, nei discorsi che già sai, nell’impressione di aver sbagliato prima un po’ e poi tanto, nelle scelte in cui sarebbe dovuto accadere qualcosa, perdio, e invece non è accaduto ancora.

Nella piccola città che è in fondo all’anima – se c’è – bisognerebbe aprire un piccolo bar, mettere delle sedie all’aperto, sedersi e fare discorsi che già si sanno e attendere. Attendere un appuntamento, una persona, un luogo dove andare, un mutare di stagione, una fretta improvvisa. Attendere. Lo vorremmo davvero quel posto dentro e fuori la nostra downtown, dove attendere la meraviglia e intuire il giorno. Lo vorremmo e magari ce l’abbiamo già, basta tirar fuori le sedie, sedersi e chiacchierare, qualcuno arriverà.