poker

Al bar Roma già Talmone, l’happy hour è a discrezione. Sul tavolo tondo, a fianco giacciono, (non scomposte, che non è poi una necessità), carte geografiche, una guida aperta, del ghiaccio che impallidisce l’aperitivo. I proprietari sono entrati a caccia di tramezzini, verdurine, fantasie  di pasta fredda. Il vento caldo fa vibrare una mappa e la x di siete qui si rassicura per rendere la notte meno tremolante. Tornano i guerrieri, forse giapponesi, con due piatti colmi a testa. Non era a discrezione?  E masticando riprende il programma d’assalto alla città.

Per ora una melanzana ai ferri ha assaltato la guida e palazzo Madama pensa a ripulirsi. 

rue Rousseau: l’homme armé

A Grenoble, in rue Rousseau, una piccola lapide ricorda la resistenza ebrea. Presso una fabbrica di môntres e di chincaglierie, si incontravano associazioni, gruppi, maquis ebrei. In questa strada, stretta tra case, resta l’eco delle voci sommesse che scambiavano sogni, paure, speranze. Cosa possiamo pensare ora di quelle vite? Abbiamo agi, non c’è la guerra in casa, le notti sono chiare di luce, e si parla senza precauzioni particolari. Ci difendiamo dal caldo, dai pensieri molesti, dalle zanzare con solerzia e partecipazione. Non sedimenta lo sdegno e ne facciamo giusta rimostranza, anche se lo lasciamo soverchiare da piccole cose senza prospettiva. La giovinezza dell’uomo in pace dura a lungo, protrae le dita verso la vecchiaia, l’abbranca e la tiene stretta, impedendole di infastidire. E’ un’occupazione anche questa. Ma la nozione di valore si allontana, tutto scade nell’immediato, si consumano i riferimenti con le ore di luce. Vien da pensare a come viveva il guerriero che intervallava il rischio di morte con le molte giornate d’ozio e la sua vita aveva senso se rispettosa dei pochi ideali che davano coesione ad una classe. La vita contava molto e poco, rispettava le cupidigie, si calava nell’ingiustizia, reimbiancava il proprio sepolcro di ori sottratti agli sconfitti, ai santi e ai poveri. E tra le virtù del potere c’era il muovere gli umani verso una speranza condivisa.

Poi il peggio diede misura di sè facendo emergere crudeltà inattese e il gruppo di ebrei che si riuniva tra banchi di lavoro, si trovò a difendere un diritto, un mondo nuovo che non rigettasse del tutto l’antico. Erano giovani, molti di loro non avrebbero visto la fine della guerra. Forse lo sapevano pur pensando e sperando il futuro,con la leggerezza dell‘essere giovani e già importanti per le idee che avevano. La lapide appresso, fa sentire il ritmare degli stivali della gestapo, le grida soffocate delle torture, i campi in cui sarebbero stati uccisi.

Non voglio chiedermi se queste morti, ora così mute, abbiano avuto troppa fiducia in chi li avrebbe seguiti. Vorrei per loro l’abbraccio grato e antico che li chiami, a noi immeritatamente, Benedetti. Per quanto ci hanno dato, compreso il lusso dell’indifferenza di adesso. 

Ed è bello pensarli con la febbre importante dei giovani, a progettare e amare, perchè finisse lo scempio. Adesso molti, importanti non lo sono mai. Neppure a se stessi.

saveur bébé

La bottiglia dell’ Orangine è meno slanciata di quella più alta, femminile, dai fianchi sinuosi, dell’aranciata San Pellegrino. Però consumata all’ombra di una cattedrale, con gli occhi di qualche bambino disfatto dal caldo e dai genitori che ti guarda, ha il potere di evocare l’infanzia. La mia infanzia anagrafica è lontana, era un tempo in cui molto veniva vissuto per antagonismi, ma quali erano i miei sapori bambini? Facendo una selezione sui sapori desiderati, su cui si poteva piangere e far capricci (e comunque esterni alle preparazioni di casa) ne è venuta una mappa:

L’aranciata San Pellegrino fresca e consumata su tavolini tondi di alluminio, era l’estate, la scelta dei genitori e una sosta per quei bimbi sudati e riottosi. L’ho amata come una carezza della mamma.

Il chinotto Recoaro, dalla bottiglia scura e agile, era l’alternativa salutista alla Coca Cola (gli americani erano così bambinoni e trasgressivi da giustificare qualche dubbio nei genitori) e un peccato di gola temperato dall’amarognolo. Che, come si sa, fa bene anche allo spirito. E’ un gusto che resta ed ancora lo cerco anche se, adolescente lavoratore, mi causò qualche problema intestinale da eccessi, ma questa è un’altra storia.

La principessa era la Cedrata Tassoni, maiuscola sin dal nome, non si associava a nulla, viveva in sè e si lasciava bene con condiscendenza. La bevo anche adesso, a volte per vedere la faccia del barista.

La birra in modica quantità la bevevano anche i bambini, soprattutto se c’era un nonno che te la faceva assaggiare. C’è un sapore che d’estate amo ancora ed è  quello della birra alla spina corretta con un poco d’anice. Anice e acqua in questa parte d’Italia si sono sempre consumati assieme. Addirittura al Pedrocchi era un diritto degli studenti, servito gratis, assieme al quotidiano. Ma nella birreria Pedavena, sul tavolino di marmo, era un sapore da uomini. E cosa vuol di più un bimbo, se non diventare uomo prima del tempo?

La spuma nera, chiara, arancio, rossa, puntava sui colori che dovevano  farla essere altro. Era già un passo in più rispetto alla gazosa, ma lo sapevamo tutti che era l’alternativa povera alle bevande blasonate. E che non ci raccontassero storie…

Le acque frizzanti venivano preparate in casa, la San Pellegrino era riservata ai pasti al ristorante. Qui c’erano due scuole di gusto e pensiero: l’Alberani e l’Idrolitina del cav Gazzoni. A me piaceva la prima, sembrava frizzare di più e a casa d’amichetti le discussioni, bevendo, fervevano, spesso sfiorando la rissa.

La carne in scatola: Simmenthal e Montana, trascuro i beef, pastoni americani, che non hanno mai sfondato sul serio. Con la prima riuscivano perfino a farmi mangiare l’insalata, mi piaceva la gelatina e il salato anche se di carne nelle scatolette, ce n’era poca.

Il cremino Ferrero. Eh sì cari miei, prima delle tavolette e dei Kinder, la Ferrero faceva cioccolata con chissachè dentro, ma si sentivano le nocciole ed era sapore cioccolatoso da pane fresco. Merce da fornaio, per fami pomeridiane da strada.

Il budino Elah, il principe dei dolci estivi, freddo come un assassino, a cucchiaiate larghe e tonde, direttamente dalla zuppiera o dalle scodelle. M’hanno sembre beccato quando facevo le incursioni prima di cena, chissà perchè. La nonna ci faceva anche una zuppa all’inglese con l’alchermes Bertolini. Anche quella servita fredda e un po’ preclusa alle grande quantità visto che era alcolica, ma si rubava più facilmente essendo pareggiabile, eccome si rubava…

La stessa Elah faceva una caramella mou da appiccicare a palato e denti. Credo fosse finanziata dai dentisti poveri, per la loro gioia e per le nostre pene domenicali e notturne. Chè le carie sono di  loro natura malvagie e scelgono i momenti più devastanti per manifestare la presenza, ma questo non si impara. Neppure con l’esperienza

La Coppa del Nonno Motta, era il massimo dei premi serali, una passeggiatina da piccolo lord,  l’apparente star buoni, l’arrivare composti tenendo a freno le gambe. E si gustava seduti. Però… pensandoci la classe indotta mica era una fantasia.

Gli altri gelati e cioè il pinguino, la cassata, la pallina di cioccolato e vaniglia/crema erano confezionati dal gelataio. Così come l’altro principe dell’estate, ovvero il ghiacciolo che si mangiava e succhiava fino all’ultimo residuo di ghiaccio, utile da buttare giù per la schiena all’amichetto vicino. Crescendo si sarebbero scelti altri percorsi per il ghiaccio.

Fece allora, la sua apparizione un gelato che non era, né Motta (buonissimo il fiordilatte), né Alemagna (una coppa discreta), era il Camillino di una certa Algida. Si diceva che, pur essendo buono, non le avrebbe permesso di fare molta strada. Poi è andata come è andata…

Una citazione speciale la meritano i Lazzaroni, non perchè fossero biscotti estivi, anzi d’estate i wafer erano a rischio scioglimento, però per forma, fattura, crema e contenitore (scatole di latta, con il coperchio col vetro) erano l’eccellenza biscottosa. Li andavo a prendere dalla fornaia e a far mettere in conto, a numero, non a etti. Sono ancora il mito della mia infanzia.  Ma al mattino, col caffelatte, imperversavano i petit beurre, le marie, gli oswego, tutto in modica quantità in modo da non far cessare il desiderio di peccare col barattolo.

Anche la Saiwa si difendeva bene e devo dire che i wafer passati in frigo erano da sballo con il caffelatte freddo. Purtroppo anche questi pochi rispetto al desiderio. In compenso, adesso, nel mio frigo ci sono sempre.

Il tamarindo della Carlo Erba, da diluire con l’acqua fredda. Era buono, faceva bene non so cosa, si beveva anche con l’acqua frizzante. A litri. Per rubare qualcosa alla mamma l’ho bevuto anche puro dalla bottiglietta, credo sia per questo che il sapore lo conservo tra le cose importanti delle vacanze al mare.

I fruttini Zuegg, compresa la cotognata, rivaleggiavano nel pomeriggio con il burro e zucchero nel panino fresco, ma avere un pane in una mano e un fruttino nell’altra da sbocconcellare alternativamente, sembrava da adulti. Anche perchè l’ultimo boccone doveva essere dolce e la funzione educativa del farsi bastare il fruttino, passava nell’imprinting.

Le sardine in scatola Arrigoni, erano il pasto della fretta (mia mamma lavorava) , ma quanto mi piacevano, anche per il loro rituale d’apertura della scatola con una chiavetta che tendeva a rompere la linguetta da avvolgere  e a rendere difficoltosa la cena. Volevo far io e lo scappellotto era d’obbligo quando per mangiare si doveva prendere la pinza.

Infine, ma solo perchè sono stanco di sapori sovrapposti, chiudo con il principe dei panini estivi: la rosetta con tonno e cipolline, confezionata al momento dal casoin, il salumiere, che veniva osservato e spronato ad aggiungere (zontare) mentre dalla scatola di tonno da 3 kg, estraeva i pezzetti. Le bave alla bocca fino al primo morso e alla prima macchia sulla maglietta. Certe patacche da sopportare con cristiana indifferenza,  ceffoni educativi  compresi.

Temo continuerà, altro urge e poi, come diceva un carosello anni ’60, con la carne Montana che stringo vengon tutti a mangiare con Gringo.

ectoplasma

Ci sono quelli che ti mostrano la carta d’identità, le foto belle e la casa che hanno fatto. Devo annuire, usare aggettivi crescenti anche se le case altrui mi hanno sempre imbarazzato: preferisco guardarle da me. Cerco di avere scarpe pulite e di non adoperare il bagno e quando mi fanno vedere le bellezze accumulate dico bello, ma poi mi stanco.

Asociale e ignorante…

Ci sono quelli che ti dicono: sono così. Ed è vero, perchè si attengono alla immagine che si sono costruiti. Abbastanza si attengono. Non sono curiosi di essere altro e soprattutto non ti dicono: non badarci.

Esigente…

Ci sono quelli che non li devi scoprire: ti raccontano tutto, anche quello che non vuoi sapere. Porgono desideri come desserts, dicendo: mangia pure, ricordati che sono miei e se li mangi diventeranno tuoi.

Generosi…

Ci sono quelli che stanno zitti, vogliono che tu indovini cosa vorrebbero e quando non succede s’arrabbiano, perchè non gli dai attenzione.

Egoista…

Vorrei un futuro dipinto con pennelli di martora fine, guardare case vuote che si riempiono piano, ascoltare discorsi densi, sorseggiando aperitivi. E a notte salutare, sperando si ripeta.

Dizionario interiore: festa dell’unità

Le sensazioni, i sentimenti pubblici, i valori sono questioni personali, a maggior ragione passato il tempo in cui questo sentire era collettivo ed indiscutibile. Parlarne ora sembra discorso da vecchi, non c’è discussione e spesso viene usato ciò fa ancora più male: la lama dell’irrisione da parte di chi, guarda caso, aveva sempre saputo. Non è rimozione e tantomeno vergogna, è il pudore della propria giovinezza, degli atti e dei pensieri convinti, l’affermazione che gli amori non muoiono mai del tutto. Buttare la propria storia significa buttarsi via e giova aver capito, al contrario di molti politici, che il rinnovarsi non è facile, esige comprensione e non ammette scorciatoie. Almeno per chi vuol essere parte di un cambiamento collettivo. Oggi, assieme ai distinguo e alla confusione, circolano pensieri semplici e sintesi complicate. I pensieri semplici fanno riferimento ai pochi principi che dovrebbero sovraintendere lo stare assieme, nulla più di quanto mirabilmente veniva detto nella rivoluzione francese: eguaglianza, fraternità, libertà. Poi serve qualche attuazione politica chiara in termini di diritti: il lavoro retribuito, le opportunità reali per tutti, l’assistenza egualitaria perchè si è cittadini, ma soprattutto persone, il rispetto per il pensiero singolo e libero, la legalità come modalità del vivere, la laicità come professione di tolleranza ed indipendenza, il rispetto degli uomini in quanto tali. Su queste attuazioni incespicano le sintesi che con difficoltà fanno capire il nesso con i principi. Si dovrebbe lasciar fare, ma condividere le regole.. Facile e si dice anche, che non è necessario essere comunisti o liberali per rendere vitale tutto questo (vitale mi sta stretto e userei il termine professare come fosse una religione in senso crociano, ma queste distinzioni sembrano essere diventato anticaglia buona per stravaganti). Ma allora perchè non si attua nella prassi della politica progressista questa presunta eguaglianza dei termini alti del governo della società e tutto si svilisce in prassi bizantine ed ingiuste?

Molti anni or sono, ero a Napoli assieme ad un esponente dell’allora partito liberale, per strada incontrammo un sindacalista conosciuto da entrambi. Erano anni in cui essere della C.G.I.L. connotava vita e carriera e bevendo un caffè si cominciò a parlare dell’economia, ma soprattutto del lavoro a sud, degli sprechi, dei prenditori che si spacciavano per imprenditori, dell’iniquità dell’essere retribuiti non in ragione del proprio lavoro, ma in relazione  al luogo e al bisogno. Si scaldava il confronto e l’amico liberale, professore universitario, disse: l’ingiustizia di chi prevale sulla libertà altrui, non mi piace ed è anche per questo che sono anticomunista. Ci fu un momento di silenzio, il tempo per accendere una goluase, e poi il sindacalista, rispose: ed io invece, che non sono antiliberale, non posso fare a meno di protestare e battermi, non ho alternative perchè l’ingiustizia satura tutto ciò che mi sta attorno, e se stessi zitto sarei a mia volta ingiusto e connivente. Ecco forse in quel tempo essere comunista era anzitutto non essere connivente, pensare che l’ingiustizia fosse talmente pervasiva da modificare la possibilità di cambiamento di ognuno e di tutti. Forse nella coscienza dei più, oggi non è così, si pensa collettivamente che il bisogno sia una condizione transitoria, che tutti staremo comunque meglio, che i diritti individuali non siano proprio così determinanti, che la libertà sia un termine privo di connotazione se disgiunto dalla possibilità di avere, acquistare, prendere.

Nel mio territorio, ormai, di feste de L’Unita, ce ne sono poche, una importante con molte decine di persone che vi lavorano in agosto e si ostinano a chiamarsi compagni mentre cucinano o fanno i mille lavori della festa, ha raggiunto un compromesso chiamandosi festa de l’Unità per il partito democratico. Non credo che ci sia ironia, forse la cosa a cui tengono di più, è proprio quell’unità senza la quale è tutto più debole, anche il superamento dell’ingiustizia. Sono persone che non si sono più iscritte, néanche al PD, ma che continuano ad aspettare che qualcuno riprenda in mano idee semplici. Stanno male perchè qualcosa si è guastato, e non è un problema di comunismo, è il mondo intorno a loro che si è guastato e se non si rassegnano è per avere una speranza che sia la logica del vivere.

radici nude

Non è solo nostalgia, che non giova a vedere meglio il presente. Forse mancano i pensieri semplici, chiari, forti di ragione, comunque ho la sensazione che manchi qualcosa d’importante.

Il filo di arianna s’è smarrito ed il labirinto sembra non finisca mai.

non abbiamo lo stesso dio

Abbiamo in comune la terra, la patria, la lingua, qualche libro letto, forse dei parenti, se scaviamo in un passato che ci riguarda, ma non abbiamo lo stesso dio. Forse nessuno ha il dio dell’altro, passiamo la vita a costruirci ricordi e immagini da riconoscere in ciò che appare allo specchio, ma per questo non abbiamo lo stesso dio. Le parole fanno paura, perchè sono esigenti di coerenza, animali dai denti acuminati, sporchicchi di sangue di rimorso. Parole che dobbiamo mettere in bocca ad altri perchè è utile pensare che non ci competono. Ed è così che si forma un dio, fatto delle incapacità d’essere davvero. Tu lo vorresti un esempio, mentre scuoti la testa? Prova a dare contenuto alla parola misericordia da esercitare verso te od altri. Oppure, vuoi parlare della bontà quotidiana che ti fa paura dire e mentre la eserciti l’attribuisci a chi non t’assomiglia? Non ti infastidisce sentir parlare di perdono? Quello che concedi a discrezione mentre non dimentichi, e così ti neghi d’essere altre volte felice.  Ti costruisci questo dio in cui mettere ciò che ti fa paura essere e quando chiedo se dio è felice, tu mi guardi come avessi bestemmiato. Non abbiamo lo stesso dio, ognuno se l’è costruito secondo necessità e comodo. Se l’avessimo il giorno si alternerebbe alla notte, senza paura di solitudine, protesteremmo per cose diverse che però riguardan tutti, diremmo cose belle senza pretesa d’essere pagati. Riconoscere che non c’è senso, che la vita ti sorride o ti prende a schiaffi con misura diversa dalla ragione, non ci rende forse tutti più vicini? Possiamo essere vasi comunicanti di sentimenti e sensazioni, ma non è così: troppa fatica l’esserci e sentire.

Per questo e molto d’altro non abbiamo lo stesso dio.

A1

Ho fissato al tavolo mezzo metroquadro di bianco. E’ il suggerimento inconscio di un’amica arrabbiata: tracciare una mappa su 594×841 mm, fatta di pensieri, frasi, colore, senza vincoli. Carta ruvida, 170 gr/mq, un mare di possibilità e la prima paura è quella di sporcare tutto quel bianco con un pensiero stentato. L’inizio dell’opra. Ricordate la lotta con il primo quaderno, quelle pagine su cui scrivere dominando una penna riottosa alle curve morbide, alle dimensioni regolari, alla regimentazione tra righe. Per me che ho cominciato con pennino ed inchiostro, in fondo quella battaglia non si è mai conclusa, neppure ora che ostento sicurezza e caratteri regolari. Anzi l’odore dell’inchiostro, la cedevolezza del pennino è ancora una sensazione che mi dà piacere in sè. E così le matite colorate che sanno di legno di cedro, la grafite tenera di una mina B4, la china. Provate che significa sporgersi sul foglio e scrivere senza regole geometriche di colore, righe o senso predeterminato. La scrittura come libertà. ( era di questo che parlavi, rimproverandomi un rigore che non ho )  Tracciare caratteri e parole, disegnini a bordo pagina pensando ad altro, far spuntare l’attimo che parlotta tra sè.

Vorrei ritrovarmi in queste tracce apparentemente senza senso, guardarmi da distante e dire questo sono io. Con benevolenza accogliere macchie, sbavature e pensieri a mezzo, poi appiccicare al muro i segni di qualche mese oppure farne una barca da affidare alla prima pioggia d’autunno. Comunque più leggero da questa estate troppo densa di comunicazione obbligata.

contributi

da l’unità di oggi 04/08/2009

 

 

La libertà di scegliere di Concita De Gregorio

Sarebbe meglio, in generale, sapere di cosa si parla. Certo: gli schieramenti, le «prese di posizione», i fronti avversi, gli indiani e i cow boy. Naturalmente la posizione del Vaticano che in questo paese, anche geograficamente, sta dentro, al centro, nel corpo di ogni cosa. Non per sottrarsi al quotidiano scintillante confronto di intelligenze ma per dargli corpo e senso, semmai, abbiamo scelto oggi di affrontare il tema della pillola RU486 (che rischia o promette, dipende dai gusti, di diventare la nuova battaglia d’autunno al pari di quella che fu in primavera la contesa ideologica sul testamento biologico) abbiamo scelto dicevo di raccontare una storia. È una giovane donna che parla, Eleonora Guerini. «Mettete la firma, non ho niente di cui vergognarmi», ci ha detto. Racconta: madre di un figlio, ha rinunciato al secondo per le ragioni che illustra, nel modo che spiega. È successo a Torino, nel centro delle Molinette che conduce la sperimentazione sulla pillola. Secondo la legge. È una storia che vale la pena di leggere prima di ricominciare a tuonare e incrociare le spade. Dario Franceschini annuncia che se ci sarà un tentativo da parte del governo di avviare una nuova crociata l’opposizione sarà fermissima. È la posizione di tutti i candidati alla guida del Pd, ci dice Maria Zegarelli che ha sentito le donne della politica, anche, la cui voce si fa sempre più flebile. Tuttavia non stiamo parlando di una battaglia fra partiti né fra pensatori, ma della vita di ciascuno. Della vita, sì, anche quando si nega. Della libera scelta di riprodurla. Di uomini e di donne. Di donne, soprattutto. Di dolore, anche, che nel corpo e nell’anima è delle donne il compagno più fedele.

 

Don Filippo Di Giacomo,[/TITOBOLD] che da qualche giorno ha avviato la sua collaborazione con questo giornale e che salutiamo come benvenuto, scrive che «l’altra faccia della scomunica è costituita dal grave dovere di spalancare il cuore per dialogare, usando le categorie della carità, con coloro che sono incorsi in questa condizione di distacco». La scomunica è una porta che si chiude, una sconfitta per chi vuole e deve accogliere, comprendere, con-sentire…

 

La storia di E: «Ho abortito con la pillola Ru486»

di Eleonora Guerini

La teorizzazione della vita, di quella vissuta intendo, mi è sempre sembrata nefasta. Un uomo che parla di aborto è un ossimoro e un insulto all’intelligenza. Quella vera, che passa tra le maglie del sentire. Un uomo che crede di poter stabilire cosa è giusto e cosa non lo è parlando di aborto è un uomo che vive nella presunzione di sapere ciò che invece solo la compassione, che richiede il tentativo di comprendere e non di giudicare, permette. Un uomo che conduce una guerra. Una guerra definita culturale contro l’aborto e che invece è la guerra dell’uomo contro la donna, contro la libertà di poter scegliere. Contro la maternità come scelta d’amore e non come imposizione culturale.

«Il piacere sessuale scardinato da qualunque amore» di cui parla Ferrara sul Foglio di ieri mi sembra, oltre che una banale adesione al più misero dei moralismi, qualcosa che ha storicamente più a che fare con gli uomini che con le donne. Essendo un maschio, «il godimento libertino» di cui scrive non ha certo quell’accento così violentemente accusatorio che tocca a noi femmine, in fondo un po’ puttane.

Ho 36 anni, vivo a Roma, e tre anni fa, nel marzo del 2006, ho abortito utilizzando la RU486. Ho avuto il mio primo rapporto sessuale a 16 anni. Fino a 25 anni, quando con il mio compagno abbiamo deciso di avere un figlio, ho fatto molto l’amore, a volte per amore, a volte per piacere, convinta che il piacere debba far parte della nostra vita. Non sono rimasta incinta prima perché sono responsabile e ho sempre usato la pillola. Fino a quando, per problemi ormonali, non ho più potuto. Dopo un calvario che mi ha costretta a sperimentare diversi metodi anticoncezionali sono approdata al meno invasivo, per niente sicuro, ma tanto caldeggiato dalla Chiesa, «Persona». Sono rimasta incinta.

Avevo 33 anni. E per quanto amassi l’uomo con cui avevo una relazione non pensavo che avere un secondo figlio con lui fosse una cosa giusta. Perché non basta l’amore tra due persone per fare un figlio. Perché un figlio è una scelta di vita, una scelta d’amore. Condivisa e voluta. Perché con un figlio la tua vita cambia e il cambiamento deve essere sorretto da una decisione ferma, consapevole, d’amore. Non dalla retorica del diritto alla vita. Perché senza amore poi non è vita. Perché la maternità è una condizione totalizzante che non può essere il frutto di uno sbaglio. Ma l’essere umano, non certo Ferrara, sbaglia. E di fronte allo sbaglio bisogna avere la forza e il coraggio di prendere una decisione che tenga conto di tutti i fattori.

Si può amare un uomo e pensare che non sarebbe il padre che vorresti per i tuoi figli. E si può decidere che un figlio, con quell’uomo, non lo si vuole avere. Così è stato per me. Quando ho capito di essere incinta ero alla quinta settimana. Un amico di Torino mi suggerì di telefonare a Viale, al Sant’Anna di Torino, dove era in corso la sperimentazione sulla Ru486. Gli raccontai l’accaduto, gli dissi che un figlio frutto di «Persona» non lo volevo, che non volevo soffrire più a lungo, inutilmente, che pensavo di avere diritto alla vita. La mia di vita. Che non potevo sopportare l’idea di vomitare per due mesi senza una giusta ragione. Che non volevo odiare il mio compagno, responsabile quanto me eppure non interessato, nei fatti, praticamente, dalle conseguenze.

Mi ascoltò. Mi disse «prenda il primo aereo. Vediamo di quante settimane è». Presi l’aereo il giorno dopo. Ero nei tempi e Viale accettò una richiesta che mi resi conto si sommava a tante, tantissime altre. Quell’uomo capì il mio dolore e decise di aiutarmi a soffrire di meno. Di certo non a non soffrire perché abortire è una sofferenza. Ma fece sì che la mia sofferenza non si prolungasse per altre settimane, inutilmente. Tornai a Roma il giorno dopo e la settimana successiva di nuovo ero a Torino.

Arrivai prestissimo al Sant’Anna, mi diedero una pastiglia, mi chiesero se preferissi restare per la notte in ospedale. Firmai per uscire. Poco distante mi aspettava una casa amica dove passare quelle ore infernali. E diversi numeri di telefono da chiamare per eventuali complicazioni. Non ci furono complicazioni. Non ce n’è quasi mai, di certo non più che in un aborto chirurgico. Ma non è stata una passeggiata. Un senso di greve malessere, una nausea incalzante, un mal di testa incessante, implacabile. Se bisognava pagare per aver scelto di non fare nascere un bambino non voluto io dico che ho pagato il giusto.

Il giorno dopo sono tornata in ospedale. Mi è stata data un’altra pillola e mi hanno messo a letto. Dopo qualche ora tutto era finito. Per un attimo mi è sembrato che anche l’Italia fosse un paese civile. Ma è stato breve. Di civile lì c’erano Viale e la sua equipe, accolti da una città laica che ogni tanto ricorda di avere un’anima sabauda. Sono tornata a Torino altre due volte, per i controlli, uno dei quali obbligatori, che la procedura prevede. Non è stata una passeggiata, mi sono accorta di tutto quello che accadeva e non è stato per niente piacevole. Ma sono contenta di averlo fatto e di averlo fatto lì, sostenuta da intelligenza e competenza. E da vera compassione.

04 agosto 2009
Essere laico per me significa avere opinioni ed ascoltare quelle degli altri, essere liberale mi impone il rispetto e la difesa dell’altrui libertà per conservare la mia, l’essere socialista mi chiede di condividere e credere che davvero chi mi è vicino o lontano sia eguale.